15 dicembre 2005
L’Islam
e la modernità. La testimonianza di Smileagain in Pakistan
ANTONELLA SILVESTRINI Buona
sera. Il titolo di questo incontro è molto intrigante e anche molto importante:
L’Islam e la modernità. La testimonianza di Smileagain in Pakistan.
Come di consueto, innanzitutto cominciamo con i ringraziamenti. Ringraziamo i
nostri ospiti per aver accolto l’invito: il dottor Giuseppe Losasso,
medico-chirurgo, presidente di Smileagain Friuli Venezia Giulia e il
professor Silvio Calzolari, docente di storia delle
religioni orientali e islamologia presso la
Pontificia Università dell’Italia Centrale di Firenze. Ringraziamo anche il
settore Cultura, Sport e Istruzione del Comune di Pordenone, in particolare la
dirigente, Miria Coan che con entusiasmo ha accolto
la proposta di collaborazione per organizzare questo incontro e la Provincia
per la concessione del patrocinio. Invito subito l’assessore Anna Pagliaro per un saluto da parte del Sindaco.
ANNA PAGLIARO Buona sera a
tutti. Buona sera ai nostri ospiti. Vi porto il saluto di tutta
l’Amministrazione, dell’assessore Cudin in
particolare, che è impegnato in un’altra manifestazione e il mio saluto
personale perché, come Assessore alle Pari Opportunità sono particolarmente
sensibile a questi argomenti che, già in altre occasioni, ci hanno visto
collaborare con l’associazione Smileagain. È una
associazione di cui mi vanto di avere la tessera; è una delle cose che tengo più
care proprio perché l’argomento non può essere ignorato in quanto è misura del
grado di civiltà di un popolo. Non aggiungo altro, perché so che verrà trattato
con grande sensibilità anche dall’associazione La cifra che ringrazio per questa
iniziativa. Vi auguro buona serata.
A. S. Io proseguo con i ringraziamenti agli sponsor: Palazzetti, Enface, Libra, Tici, Ristorante Martin,
Executive e Regìa. In particolare mi preme ricordare
che è stato proprio un imprenditore nostro sponsor, Michele Valdes,
uno dei titolari della ditta Enface, a proporci di
organizzare questo incontro a sostegno dell’associazione Smileagain.
Quindi, in breve,
riprendo alcuni elementi che, forse, molti di voi già conoscono intorno
all’attività di Smileagain, associazione Onlus fondata nel 2000 da
un’imprenditrice italiana, Clarice Felli, per aiutare
le donne deturpate nel corpo e nel volto con acidi corrosivi. Questo accade,
purtroppo, in alcune regioni dell’India, del Pakistan, del Bangladesh,
dell’Afghanistan, a giovani donne, dai 12 ai 20 anni, spesso bambine,
“colpevoli”, per esempio, di rifiutare un matrimonio combinato o di reagire a
un tentativo di stupro o ad altri affronti. Smileagain aiuta
queste donne, ma il suo programma è molto articolato e chiederemo al dottor Losasso di raccontarci e di dirci qual è, in breve, la
storia, ma soprattutto quali sono i progetti per l’avvenire perché Smileagain si occupa non solo di ridare un volto a queste ragazze, ma anche
di aiutarle a reintegrarsi nella loro società, nella loro città, nel loro
paese, a trovare un lavoro e, quindi, a elaborare questo difficilissimo trauma.
Oltre a ciò, Smileagain opera con le
istituzioni e con il governo in vari paesi, in particolar modo in Pakistan.
Il dottor Losasso ha fondato nel 2003 l’associazione Smileagain Friuli Venezia Giulia, che sta diventando sempre più importante nel panorama italiano e
anche internazionale per questa attività e per l’entusiasmo con cui si muove.
Ha fatto molti viaggi, l’ultimo in ottobre, proprio nei giorni del terremoto.
Noi, come associazione La cifra, in accordo con il
Comune, abbiamo organizzato questo appuntamento a sostegno di una così
importante battaglia civile, nella speranza che sia occasione di educazione e
di cultura, al di là di facili generalizzazioni, banalizzazioni o
strumentalizzazioni politiche dell’argomento. Con il proposito, pertanto, di
analizzare e capire quali sono i pregiudizi e gli arcaismi che stanno alla base
di questi atti di violenza. Abbiamo invitato un tecnico, uno studioso come il
professor Silvio Calzolari, nell’intento di introdurre
nuovi spunti per nuove letture e nuove chance di elaborazione della questione.
Alcune persone, interpellandomi rispetto al titolo, L’islam e la modernità, mi
hanno detto: “Ma perché non L’islam e il
medioevo?”. Ho risposto che il nostro
interesse non è rivolto al passato, agli arcaismi, bensì all’avvenire. Quindi,
questo è il nostro augurio. Sono assolutamente d’accordo con quanto diceva
l’assessore Pagliaro. Più volte mi sono trovata a
dire che senza l’elaborazione della questione donna è preclusa la modernità, e
questo non vale solo per un paese, ma per ciascuno di noi, nella nostra
famiglia, nelle nostre aziende, nelle nostre istituzioni. L’avvenire dipende
dall’elaborazione della questione donna come questione intellettuale e mi
auguro che questa sera facciamo un ulteriore passo in questa direzione.
Ed ora la parola al
dottor Losasso.
GIUSEPPE LOSASSO Buona sera
a tutti e grazie di essere qui. Credo che sia la terza volta che vengo a
Pordenone, ho visto che c’è sempre un caldo interesse per questo problema che
noi portiamo avanti. Smileagain è una associazione che,
per fortuna, sta crescendo. Siamo qui dopo un anno, vi farò vedere qualcosa di
quello che abbiamo fatto. Vi mostrerò un breve filmato, preparato da La7, che è
venuta con noi in Pakistan e poi ne ha trasmesso una parte in un programma in
TV qualche tempo fa. Il filmato illustra le nostre attività. Dopo parleremo dei
progetti, e apriremo il dibattito.
Proiezione del filmato.
G. L.
Credo che non si possa fare a meno di pensare. Ecco, questo film fa
pensare a ciò che si può fare per queste persone, a ciò che è stato fatto e a
ciò che noi vogliamo continuare a fare, ovviamente, se ne avremo la possibilità,
se ci sarà gente come voi che ha voglia di aiutarci. Avete visto almeno due
ragazze pakistane, che sono state operate da noi. La prima era Fakhra, il suo caso risale a qualche anno fa. Ma parliamo
di Nasreen che è l’esempio tangibile di quello che la
nostra associazione è riuscita a fare. Quando è arrivata a Udine praticamente
come un animaletto impaurito, stava nel suo lettino, non parlava con nessuno.
Se parlava, parlava urdu, quindi non si capiva assolutamente e solo dopo, col tempo, è
cambiata, grazie alle persone che le sono state vicino, non solo noi medici e
il personale infermieristico, ma anche tutti i volontari. L’amore che Nasreen ha ricevuto le ha permesso di cambiare. Ha imparato
l’italiano (addirittura faceva battute in friulano come avete sentito) e lo ha
fatto tutto da sola. Quando è ritornata con me in Pakistan, nell’ultimo viaggio
che ho fatto, il quinto, aveva quel bel sorriso sulla bocca. Il sorriso è una
cosa difficile; ricollegandomi anche alla nostra associazione, direi che il
sorriso ha due componenti fondamentali: una è quella fisiologica-meccanica
data dalla contrazione dei muscoli mimici. L’altra, la più importante, è il
fatto di ridere perché c’è dentro un qualcosa che fa essere felici. Noi ridiamo
quando stiamo bene, quando abbiamo qualcosa che ci rende felici. E questo noi
abbiamo ridato a Nasreen. Avete visto come rideva?
All’inizio non sorrideva affatto, sembrava quasi non ne fosse capace. Noi
l’abbiamo riportata a casa dai genitori, le abbiamo ridato una fisionomia
accettabile. Certe immagini non le abbiamo potute mostrare perché il filmato
andava sulle reti nazionali, non si poteva far vedere tutto. Era assolutamente
senza capelli, aveva solo un residuo di capelli nella zona occipitale, e noi, e
grazie ad alcuni interventi, siamo riusciti a riportarli fino alla fronte. Le
guance sono state completamente rifatte, è cambiata molto, questo ve lo
assicuro, ma ribadisco il concetto del cambiamento forse più importante che ha
ricevuto, quello interiore. Cioè lei si è resa conto che è ancora una persona
con un futuro, una vita che potrà spendere. L’avete sentita, avrebbe voglia di
lavorare, adesso andrà a scuola. L'abbiamo riportata in Pakistan e, grazie
all’intervento di un missionario italiano che vive in una cittadina vicino a Lahore, avrà la possibilità di continuare la scuola, se
vorrà. E anche di lavorare, perché la signora Masarrat,
che avete intravisto nel filmato, mette a disposizione i suoi centri non solo
per le visite, ma anche per far lavorare queste ragazze. Quindi, la vita di Nasreen è completamente cambiata. È chiaro, se si potesse
fare così con tutte, sarebbe il massimo. Noi cerchiamo di farlo con più persone
possibili.
Quali sono i nostri
progetti? Un progetto fondamentale è organizzare un master per le infermiere.
Questo, in pratica, è già iniziato a Udine, presso l’Ospedale Civile. Ci sono
già accordi scritti fra noi e il Fatma Hospital, che avete visto nel filmato,
direttamente con i responsabili della direzione dell’ospedale e del college di Lahore per rendere attuabile questo master. In pratica,
alcune infermiere pakistane verranno da noi a Udine, ad imparare a fare il
nursing e l’anestesia, perché in Pakistan ce n’è bisogno. Dovremo, ovviamente,
trovare una formula per poter rilasciare loro, extracomunitarie, un certificato
di frequenza valido anche per il loro paese, lo troveremo. Quello che vorremmo
fare ancora, è un master per medici, perché riteniamo che sia giusto che siano
i medici pakistani a curare i loro connazionali. Quindi, cercheremo di trovare
il modo, la formula, per poter insegnare, diciamo così, a questi medici che
hanno un grande desiderio di imparare, perché possano, un domani, lavorare
gratuitamente per i loro connazionali. Questo sarà un patto, cioè noi insegnamo, ma loro dovranno impegnarsi a lavorare
gratuitamente per qualche anno. Questi sono i progetti più immediati. Poi, ce
ne sono altri. Vogliamo costruire un centro ustioni in Pakistan, con degenza e
riabilitazione. Sono cose già sulla carta, però, ovviamente, bisogna aspettare
che ci siano anche possibilità economiche. Purtroppo, senza soldi, non si va da
nessuna parte. I primi viaggi li abbiamo fatti a spese nostre. Però, dopo,
quando la cosa è diventata importante, le spese sono cresciute ed ora non ci si
può più “arrangiare”, bisogna essere organizzati. E ne abbiamo la possibilità,
costituiamo già un gruppo di chirurghi plastici: quattro hanno deciso di
muoversi, di altri due è imminente l’adesione. Ci alterneremo nei nostri viaggi
in Pakistan, ma capite che ogni viaggio, ogni intervento e ogni paziente, ha un
costo e, se vogliamo continuare a intervenire, dobbiamo chiedere finanziamenti.
Hanno organizzato una
festa in nostro onore. Ci hanno invitati e premiati con una targa. Inoltre, ci
hanno dato la possibilità di parlare, a Islamabad,
nell’ospedale militare della capitale del paese, di fronte a circa 300
“stellette”, ossia coloro che comandano in Pakistan, dove il potere è diviso
tra religione, potere economico e militare. Siamo stati premiati dal medico
personale di Musharraf, quindi, ufficialmente, noi
siamo accettati e questi premi hanno per noi il significato di essere accettati
in questo paese lontano, anche per la mentalità, un paese dove le cose possono
cambiare da un momento all’altro. Il fatto di essere accettati ci permette di
lavorare con una certa tranquillità. Quindi, ufficialmente c’è la disponibilità
da parte del governo e anche dei colleghi. Ovviamente si potrebbe pensare che a
qualcuno diamo fastidio, ma per ora, non è successo niente, quindi, speriamo
che non sia così.
A. S. Un’ultima domanda: qual è la risposta delle famiglie e della
società?
G. L.
Sì. C’è stata. Noi siamo molto soddisfatti anche di questo perché non ci
siamo limitati soltanto alla parte tecnica. Oltre ad operare, a fare gli
interventi, abbiamo anche cercato di organizzare, come questa sera, degli
incontri pubblici, con giornalisti, con i mass media, per sensibilizzare
l’opinione pubblica. Siamo riusciti, e questo merita di essere detto, a portare
alcune donne acidificate e da noi operate, davanti alle TV locali, nel loro
paese. Potrà sembrare una cosa da poco, invece è tantissimo, perché il fatto di
dichiarare pubblicamente di essere state acidificate dal marito o dall’amante e
di averli, magari, anche denunciati, e poi presentarsi alla televisione a
raccontare i fatti, è una cosa veramente difficile, quasi impensabile in
Pakistan, paese integralmente musulmano. Pensate che le acidificazioni
ufficialmente dichiarate sono circa 300-350 l’anno. Per rendere ufficiale
un’acidificazione, bisogna che ci sia una denuncia, cioè è necessario che la
donna acidificata vada all'ufficio di polizia e faccia una denuncia scritta
contro l’assalitore. Questo è un evento rarissimo, perché la donna che fa una
cosa del genere rischia di essere eliminata. Quindi, se solo 300-350 l’anno
vengono dichiarati ogni anno, pensate a quanti sono in realtà.
A. S. Sì. Dal filmato mi pare di aver capito che questa pratica è
sempre più frequente nei paesi in via di sviluppo e che è diventata una moda
tra i giovani e, quindi, volevo chiedere al professor Calzolari
qualcosa anche a questo proposito.
SILVIO CALZOLARI Certo, questa pratica sembra quasi un gioco. Dei
giovani gettano l'acido addosso a delle persone. Io non avevo visto il filmato,
però, ero conoscenza di questo fenomeno: in India giovani uomini gettano acido
addosso alle donne. Ne ho viste tante a Calcutta, donne sempre giovani,
sfigurate con l’acido da bande di ragazzi, seguendo questa moda aberrante, che
trova una giustificazione ideologica nella società fallocratica,
maschilista, una società che odia le donne. Parliamo soprattutto dell’Islam, ma
si potrebbe probabilmente dire la stessa cosa anche per quanto riguarda certi
aspetti della società indù o altre tradizioni. Società maschili, chiuse, che si
sentono minate dalla donna che esce, dalla donna che va in giro, dalla donna
che dice no, che risponde no;
naturalmente l’uomo si sente frustrato e reagisce. Reagisce con
l’avvallo della società, della gente. Non vi deve sembrare molto strano:
pensate alla nostra Italia meridionale, pensate al delitto d’onore. Sono
pratiche che hanno una precisa ragione di essere, come certe condizioni
sociali, certe mentalità, certe forme mentali. Quella dell'acido è una moda che
ora si sta diffondendo...
G. L.
Ma perché usare l'acido? Verrebbe da pensare che in quei paesi, la cosa
più logica sarebbe prendere la donna e buttarla nel fuoco.
S. C. È più difficile.
G. L.
Oppure, colpirla con una mazza, con un bastone. Ma pensare all’acido...
S. C. L'acido dissolve,
dissolve il volto, la figura, la scioglie. È molto più facile comprare una
tanica di acido che non portarsi dietro la benzina, cospargere la vittima e poi
darle fuoco. L’acido scioglie. È fuoco liquido che scioglie. Indagheremo dopo
che cosa vuol dire, nella psicologia islamica, colpire e sfigurare il volto di
una donna. Questo filmato suscita un’infinità di riflessioni sul fatto che, per
esempio, non si possano fare le fotografie o che le donne non vogliano essere
fotografate. Una volta erano gli uomini a non voler essere fotografati nel
mondo islamico, come anche in certe società primitive. Oggi sono le donne che
non possono essere fotografate, perché ci sono problematiche che riguardano il
volto. Vediamo un po’ di focalizzare. Nel filmato si è parlato di shariah. La shariah è la legge islamica. Avete sentito, no? A un certo punto, la
signora di quell’associazione pakistana dice che,
secondo la shariah, per una donna violentata, stuprata occorrono quattro testimoni
uomini. Non è facile trovare quattro testimoni uomini che siano, naturalmente,
buoni musulmani. E aggiungo che è molto difficile trovare persone disposte ad
appoggiare la testimonianza di una donna andando contro altri uomini, perché c’è
un’omertà, un sistema molto particolare nella società islamica, anche se non in
tutti i paesi. Non voglio generalizzare sull’Islam, mi accusano sempre di farlo,
invece no, non generalizzo. L’Islam è una realtà estremamente variegata,
un’infinità di etnie, popoli, nazioni, lingue. Va dal Marocco, quindi
dall’oceano Atlantico fino all’Asia centrale, al Pakistan, all’Afghanistan.
Poi, scende giù fino al subcontinente indiano, per poi arrivare all’Indonesia,
paesi che un tempo non erano assolutamente islamici e lo sono diventati
recentemente. Quindi, l’Islam è una realtà che comprende moltissimi popoli.
L’Islam è una realtà sovraetnica e sovranazionale. È una religione che porta con sé la lingua
del Corano, una lingua assolutamente importante, perché è la lingua di
Dio, che uniforma popoli, razze, tradizioni diversissime tra loro. E qualcosa
che va oltre. La comunità dei musulmani si chiama umma. Umma vuol dire madre. Quindi,
pensate un po’, la comunità dei musulmani, una società fallocratica,
teocratica, maschilista, patriarcale, nata in Arabia e, quindi, nella società
beduina che fa dell’oasi il modello stesso del clan, con tutti i suoi vincoli
di sangue, la struttura portante, chiama la comunità “madre”. Questo termine
vuol dire qualcosa. Dove arriva l’Islam, in paesi con lingue e culture diverse,
si diffonde il Corano e la lingua araba diviene la lingua che viene
insegnata ai bambini fin dalle elementari, a volte addirittura prima della
lingua nazionale.
Non tutto l’Islam è così,
certamente. Il mondo islamico si diffonde in Pakistan, in Afghanistan e lì si
arricchisce delle tradizioni locali, come, ad esempio, un’altra pratica
aberrante che non è dell’Islam, ma che gli imam, perlomeno alcuni,
considerano santa, che è l’escissione del clitoride, l’infibulazione.
La mutilazione dei genitali femminili veniva probabilmente praticata fin
dall’epoca faraonica; infatti, si parla addirittura di “infibulazione
faraonica”. Alcune mummie sarebbero state trovate con questa mutilazione
genitale che è nata in Egitto, nel Corno d’Africa, in Etiopia. Quindi, non sono
pratiche islamiche, ma si stanno diffondendo perché molti imam le considerano azioni
pie, da farsi perché, in questa maniera, viene salvaguardata l’integrità della
donna fino al matrimonio. In più, si impedisce alla donna di provare piacere
durante il rapporto sessuale. Gli uomini hanno sempre avuto paura del piacere
della donna durante il rapporto sessuale, perché ritenuto una forma di potere
delle donne sull’uomo. In questa maniera, la società maschile fallocratica, teocratica, bloccata in questa dimensione
stranissima, in questa società maschile dei beduini delle oasi del deserto, può
impedire alle donne di evolversi e di gioire del sesso. Quindi, pratiche come
la mutilazione dei genitali femminili non sono dell’Islam, ma l’Islam le ha
accolte e inserite nella sua cultura.
La shariah è la legge islamica, fondata sul Corano. Nel Corano,
che è diviso in tanti capitoli chiamati sura, si dice tutto e il
contrario di tutto. Possiamo trovare alcune sura che inneggiano al
“vogliamoci tutti bene”, “noi siamo fratelli degli ebrei e dei cristiani”.
Invece, moltissimi altri versetti del Corano contraddicono questo e
inneggiano alla guerra santa, allo sterminio dei miscredenti, dei cristiani,
degli ebrei. In realtà, queste sura violente, sono
molto più numerose delle sura di fratellanza, di amore universale.
Nelle sura ci sono versetti che parlano di uguaglianza fra uomini e donne e
tantissimi altri versetti che, invece, parlano della superiorità degli uomini
sulle donne. Vi dico questo perché il Corano è un libro pieno di
contraddizioni. Ce ne sono talmente tante che, se voi cominciate a leggerlo
dall’inizio alla fine, vi fermate dopo poche pagine, perché vi dite: “Ma come?
Questo contraddice quanto è detto prima! Non ci capisco più nulla!”.
È proprio così, perché il
Corano è l’unico libro — diciamo così — “divino” (loro lo considerano
addirittura Dio), che accetta il principio della contraddizione di Dio. C’è un
versetto dove Dio stesso dice: “Io ho detto una cosa precedentemente. Ora ne
dico un’altra che abroga quanto ho detto prima. Io sono Dio. Tutto posso”.
Partendo da questo
presupposto, nei versetti del Corano che abrogano noi possiamo trovare
di tutto. Ce ne sono alcuni che vanno naturalmente d’accordo con un certo Islam
moderato, democratico, tollerante. Invece tanti altri portano l’acqua al mulino
dei terroristi, degli integralisti, dei fondamentalisti;
addirittura, si dice: “Uccidi il nemico. Uccidi il miscredente”. C’è un
versetto del Corano dove sembrerebbe pensabile un Islam femminista, perché,
addirittura, dice che il profeta Maometto aiutava la giovanissima moglie Aisha, l’ultima moglie, la concubina del profeta,
un’adolescente che Maometto sposò in tardissima età e tra le cui braccia morì. È
scritto che il profeta aiutava questa sua giovane concubina nelle faccende
domestiche. E, allora, alcuni imam, specialmente, in
Turchia, hanno detto: “Avete visto? Maometto aiutava una donna in cucina”. Si
trova di tutto, nel Corano.
Ci sono le basi della
legge, la legge di Dio. Alcuni dei precetti poi, subito dopo la morte del
profeta, sono stati interpretati, valutati, da collegi di giuristi. E lì è nata
la shariah, ossia quella legge basata sul Corano e sulla sura, su certe tradizioni e detti (hadit)
attribuiti al profeta, raccolti subito dopo la sua morte o nei secoli
successivi. La shariah è quindi una legge che va ben oltre tutte le leggi e gli uomini,
perché è basata sul Corano e il Corano è Dio, immodificabile,
anche se pieno di contraddizioni. Allora, qualsiasi legge fatta dagli uomini,
qualsiasi legge costituzionale, qualsiasi carta costituzionale è inferiore alla
legge proposta dalla shariah, perché la legge di Dio è superiore a tutte le leggi degli
uomini. In più, si ritiene — e qui c’è il problema dell’Islam fondamentalista e dell’Islam modernista — che qualsiasi
interpretazione della legge sia stata chiusa con la chiusura delle porte
dell’interpretazione, che avviene, grosso modo, fra il XIII e il XIV secolo.
Quindi, tutte le interpretazioni e tutte le leggi che sono state fatte fino
quel periodo, possono trovare una loro logica e una loro validità. Ma, dopo la
chiusura delle porte dell’interpretazione, cioè dopo il tredicesimo secolo,
nessuna nuova legge può essere fatta e niente più può essere aggiunto.
Quindi la shariah è una legge basata su un testo rivelato o apparso, secondo la
tradizione musulmana, nel VII secolo dopo Cristo, con interpretazioni di
giurisperiti islamici e studiosi della legge, fino al tredicesimo secolo. Dopo
mai più nulla è stato fatto, non può più essere aggiunta una virgola, da quell’epoca in poi. Voi capite come questa legge proponga
un sistema normativo fermo a quei tempi. È questo il problema.
I modernisti, quelli che
dicono di dover operare una modernizzazione all’interno dell’Islam, auspicano
l’apertura delle leggi dell’interpretazione.
Cioè, non è che vogliano leggi che vengono dall’Occidente, piuttosto
vorrebbero ritrovare nel Corano quelle espressioni e adattarle alla
società moderna, perché i tempi cambiano, le società si evolvono e, se il Corano
era valido a quell’epoca, probabilmente è valido
anche ora., ma occorre studiare nuove formule interpretative e riaprire la
porta della tradizione basandosi sul Corano.
Questo dicono i
modernisti, ma essi non hanno voce nell’Islam. Hanno voce fuori dall’Islam,
nell’Islam vengono condannati. Pensiamo a certi professori che propongono
queste cose in Egitto e che sono stati accusati di essere dei miscredenti. Sono
stati accusati di apostasia, sono stati costretti a lasciare la moglie, hanno
perso il posto di lavoro e, il più delle volte, sono stati costretti a
andarsene all’estero. Parlano di queste cose all’estero, ma non, certamente,
nel loro paese. Quindi, la shariah è una legge, basata su Dio e sul Corano. Immutabile, perché
le porte dell’interpretazione si trovano chiuse dal tredicesimo secolo. La shariah si basa su tre precise
sudditanze. Superiorità del fedele sull’infedele: il fedele è l’islamico, e
l’infedele è tutto il resto del mondo. Superiorità dell’uomo sulla donna.
Superiorità dell’uomo libero, cioè islamico, sullo schiavo. E questo già la
dice lunga. Quindi, è una struttura piramidale che si basa su tre rapporti
superiore-inferiore: uno di questi riguarda proprio la donna e la shariah sancisce la superiorità dell’uomo sulla donna.
L’Islam, dunque, afferma
nettamente la superiorità dell’uomo sulla donna perché, è scritto, “Dio
preferisce gli uomini alle donne”. Questa è la sura IV, 34. Da questa
superiorità dell’uomo segue una serie di diktat. Per esempio, il divieto per le donne di lasciare scoperti i
capelli (sura XXIV, 31), da cui l’uso del velo, che non è direttamente indicato
nel Corano, però, sta scritto che le donne non devono andare in giro
lasciando scoperte le belle parti del corpo.
Un altro punto del Corano
che io consiglio sempre di non dimenticare è che spesso queste sura discendevano da Dio al profeta Maometto per risolvere problemi
del profeta Maometto. Per esempio, Maometto aveva una giovanissima moglie della
quale era gelosissimo e, guarda caso, dal cielo scese una sura divina che gli disse: “Consiglia a tutti i fedeli che le donne
devono andare in giro coperte, a cominciare dalla tua”. Ecco il divieto di
lasciare scoperti i capelli e l’imposizione del velo. Però, anche la pelle
delle braccia deve essere coperta e naturalmente il seno, le spalle, le gambe.
Niente sesso per le
donne, eccetto la relazione legittima con il marito, e quella sola. Il marito
può possedere più spose, fino a quattro, come dice la sura IV, 3. E inoltre, può avere anche un grande numero di concubine,
questo dice la shariah. Naturalmente, l’uomo ha il dovere di mantenere le donne, cioè può
avere tutte queste spose se può mantenerle. Però non tutti i paesi islamici
accettano questa forma di matrimonio con più spose.
La poliandria, cioè più
mariti per una donna, oggi è condannata. Era invece accettata nella società pre-islamica. La donna ha l'obbligo di castità, se non si
sposa, (sura XVII, 32) ed il divieto di maritarsi con non mussulmani. Anche
questo è un punto molto importante, perché un uomo mussulmano può sposare una
donna della religione del Libro, per esempio cristiana, oppure un’ebrea. E non è
detto che la donna debba per forza convertirsi. Se un mussulmano sposa una
donna della religione del Libro, i figli saranno sempre del marito, non saranno
mai della moglie. Appartengono sempre al mussulmano, però non è detto che la
donna debba per forza convertirsi. Invece, se la donna musulmana vuole sposare
un non mussulmano, il non mussulmano si deve convertire all’Islam. Proprio per
lo stesso motivo, poi, i figli apparterrebbero al marito e, di conseguenza, è
necessario convertirsi all’Islam. Assoluta proibizione per le donne di
indossare vestiti maschili. Nessuna promiscuità nelle moschee. Divieto di
stringere la mano a un uomo se non con un guanto. Tutti questi principi sono
contemplati nella shariah. Poi, ci sono tante altre cose. L’adulterio della donna è punito
con la lapidazione. Però le cose cambiano da paese a paese islamico. Le donne
adultere vengono sepolte fino al collo e lapidate. Sapete perché le donne
vengono sepolte fino al collo, mentre gli uomini fino alla cintola, per cui
molti uomini si salvano, mentre le donne muoiono? Perché una donna, cercando di
liberarsi, potrebbe, con i suoi movimenti, mostrare un seno e questo getterebbe
scompiglio negli occhi dei fedeli. Quindi, sarebbe di scandalo alla comunità.
Per questo le donne sono coperte fino al collo e, di conseguenza, muoiono dopo
quattro o cinque sassate, mentre alcuni uomini condannati alla lapidazione si
salvano. Un tempo, le donne adultere venivano murate vive. E poi, ci sono altre
cose. La legittimazione da parte del marito a picchiare la sposa in caso di
sospetto, perché la colpevolezza della donna è sempre certa. Poi, il ripudio e
tutte queste pratiche...
G. L.
Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che, per quanto riguarda
l’indipendenza, l'autonomia della donna, il Corano la consenta e dobbiamo
dire che in Pakistan, paese assolutamente mussulmano, la donna, per esempio Benazir Bhutto, può raggiungere
altissimi livelli.
S. C. Questo è un discorso
estremamente complesso. Comunque, la donna può lavorare, è giusto che lavori,
può avere la sua occupazione. Il Corano consente alla donna di lavorare
e avere una sua indipendenza. Una delle mogli del profeta era una commerciante
di cammelli, aveva le sue attività economiche. Le donne del Corano,
all’inizio, sono donne che hanno un lavoro, hanno attività, sono donne vitali,
piene di vita, piene di fantasia, sono donne guerriere. Addirittura sono loro
che portano avanti gli uomini. Pensate a Fatima, la compagna di Alì, il genero di Maometto, colui che terrà poi l’egira
sciita. Sono donne che combattono, cavalcano, vanno alla guerra. Quindi,
immaginatevi una società, all’epoca del Corano, che viveva ancora dei
riflessi di antiche società matriarcali esistenti
prima della venuta del dio maschile.
G. L.
Quindi, sembra che il Corano dia una certa libertà alle donne,
ma, in pratica, la religione, ha delegato a un uomo, l’imam, il potere di controllarla.
S. C. Certo.
G. L.
Da un certo punto di vista sembra che le donne non possano fare
assolutamente nulla. La donna non può. Se non nasce, è ancora meglio. Perché già
quando nasce, crea un problema. Quando nasce una donna lì sono disperati, è un
funerale. “E adesso come facciamo? Dobbiamo allevarla, crearle la dote,
dobbiamo farla sposare”. Però, guarda un po’, il Corano consente
l’indipendenza della donna. Può essere autonoma, può gestire, e, infatti,
vediamo che alcune donne lo fanno, ma è la ricchezza che dà libertà di fare. La
donna ricca può studiare, può diventare primo ministro. Sappiamo che la Bhutto appartiene a una delle 22-24 famiglie che rappresentano
l’economia del Pakistan. Tutto il potere è concentrato in queste famiglie e la Bhutto proviene da una di queste famiglie di latifondisti,
proprietari terrieri, prevalentemente. Lei è riuscita a diventare primo
ministro.
S. C. È un caso raro, comunque.
G. L.
Raro, sì. Però ci sono anche direttrici di giornali, primari
ospedalieri, avvocati di fama. Insomma, la donna ha questa libertà. Ma la
libertà è concessa alle donne che hanno ricchezza...
S. C. Ma non è solo questo.
Come ho detto prima, il Corano dice tutto e il contrario di tutto. Ci
sono versetti che giustificano il fatto che la donna possa lavorare, avere la
sua indipendenza e poi ci sono versetti che affermano il contrario. Di
conseguenza, se in un paese dove ancora non c’era l’Islam e dove, magari,
c’erano delle strutture sociali femminili matriarcali,
matrilocali, matrilineari,
dove, cioè, le donne avevano possibilità di lavorare, di darsi da fare, di
muoversi e gli uomini vivevano con le donne, non dico in un rapporto di
uguaglianza, ma quasi, allora quando l’Islam è arrivato ed ha attecchito, lì si
sono sviluppate quelle sura del Corano che danno la possibilità alle donne di
lavorare, di darsi da fare, di vivere.
Ma se l’Islam è arrivato
in una società, in una regione dove c’era una società patriarcale fortemente
maschile e le donne vivevano in uno stato di schiavitù, allora i versetti del Corano
che giustificano lo sfruttamento delle donne hanno trovato ancora più forza e
hanno giustificato qualcosa che già c’era in precedenza. Quindi, la società
pakistana e certe società dell’Asia centrale non sono così reazionarie, così
conservatrici come talvolta noi pensiamo. In questi paesi dell’Asia centrale le
donne avevano una grande tradizione sciamanica,
c’erano tradizioni religiose legate al femminile, al dio sole, che per noi è
maschile, ma lì è femminile. Quindi, tradizioni dove la donna aveva una grande
possibilità di lavoro, di darsi da fare, di vivere proprio come gli uomini. Il
Pakistan è uno di questi paesi.
G. L.
Il Pakistan è un paese di grandi contraddizioni.
S. C. Ci sono
contraddizioni, ma le donne hanno ancora una antica tradizione. Come in
Marocco, dove le donne hanno un grande impatto, specialmente nella tradizione
religiosa sciamanica. Sembra incredibile, ma anche in
Libano, in Tunisia. Non tutto l'Islam è uguale. Però, siccome nel Corano
c’è tutto e il contrario di tutto, gli imam attingono a quelle sura che danno la possibilità di sviluppare i precetti più consoni
alle motivazioni più profonde delle etnie, del popolo.
Poi, consideriamo anche
un’altra cosa. Dopo il colonialismo, gli imam cercano di
contenere queste istanze. Quindi, se negli anni cinquanta, in Egitto, per
esempio, si godeva di una certa libertà e anche alle donne veniva lasciata una
certa libertà, dopo, una cappa di piombo e di fumo si è venuta a poggiare su
tutto l’Islam e anche in paesi dove le donne avevano la possibilità di
emergere, di lavorare, di darsi da fare e di vivere, c’è stato un forte ritorno
all’Islam conservatore e integralista. Lo dice Magdi Allam nel suo libro Vincere
la paura: io mi ricordo di un Egitto libero,
dove le donne si muovevano tranquillamente e serenamente, senza velo, senza
tutti questi problemi. Perché c’era un’antica tradizione di libertà. Dopo, tutto
è cambiato.
G. L.
Allora, non pensi che obiettivo della nostra associazione sia anche
quello di sensibilizzare l’opinione pubblica in modo che, non dico si cambino
le cose, non pensiamo neanche lontanamente di essere in grado di farlo, ma
perlomeno vengano applicate le leggi che già esistono? Mi risulta, può darsi
che mi sbagli, che ci sono leggi che puniscono la violenza sulle donne, solo
che, prima di arrivare ad applicarle … Il poliziotto che raccoglie la denuncia
deve essere pagato, perché è corruttibile. Sono tutti corruttibili. Prima di
riuscire ad arrivare davanti a un tribunale... Noi crediamo che una strada sia
portare le donne davanti alla televisione locale a raccontare quello che è
successo.
S. C. Questa è una strada.
Anzi, è l’unica strada. Innanzitutto, - diceva bene la dott.ssa
Silvestrini - la modernizzazione dell’Islam, può
passare soltanto attraverso le donne. È la donna l’elemento dinamico,
l’elemento che porta a una evoluzione di qualsiasi tipo, in qualsiasi società.
Gli uomini sono più conservatori, sono legati, bloccati, tradizionalisti, più
lenti. Le donne sono dinamiche. Evolvono, cambiano e, quando prendono una
decisione, la prendono davvero. Gli uomini ci pensano sempre 50.000 volte. Ecco
perché gli uomini hanno paura delle donne. Perché le donne sono travolgenti.
Allora, se noi vogliamo operare una modifica nel senso di modernizzazione
dell’Islam, questa deve passare per la donna. Quindi, quello che voi fate,
portare le donne parlare, credo che sia vitale. Vitale! Per trasformare
l’Islam. È la donna che deve cambiare la società islamica perché la donna, a
differenza dell’uomo, non ha paura della modernità. Invece, gli imam, gli uomini, sono preoccupati. Molto preoccupati, perché, per
secoli hanno adoperato la taqlid. Taqlid è una parola pakistana, urdu, che significa
obbedienza cieca. La taqlid è l’obbedienza che il fedele deve al Califfo e al Corano e che la
moglie deve al marito. Dopo il tredicesimo secolo, con la codificazione della shariah, gli uomini, gli imam, hanno sempre proclamato
la taqlid come base della società. Obbedienza cieca. Ovviamente, al marito.
A. S. Ci sono domande da
parte del pubblico?
DAL PUBBLICO Quello che ho
sentito sulla religione musulmana è un po' preoccupante per noi occidentali.
Oggi, la Turchia potrebbe entrare in Europa.
Secondo voi questa per noi europei è un’opportunità, oppure no?
GIANNA DANIELIS Volevo
chiedere al dottor Losasso se queste ragazze che sono
state aiutate da Smileagain hanno subito, in alcuni casi, poi, vendette, o repressioni.
G. L.
Per fortuna, no. La ragazza che avete visto
nel filmato, Nasreen, che abbiamo curato a Udine,
l’abbiamo riportata a casa sua e, per ora, sta benissimo. Però, questo problema
può esistere. A volte gli uomini, non contenti di quello che hanno fatto, le
aspettano per continuare, perché la storia è infinita. Per esempio, la storia
di Fakhra — la ballerina, la ragazza che è stata
operata e su cui è stato anche scritto un libro, e che ora vive in Italia come
rifugiata politica. Il marito la chiama e le dice ancora che è innamoratissimo
di lei, vuole che torni da lui. E questo dopo quello che le ha combinato: sono
andati in tre uomini, non solo lui, erano in tre, di notte, l’hanno denudata,
acidificata, e se ne sono scappati via. Quest'uomo le
dichiara ancora amore e vorrebbe che tornasse da lui, ma io sono sicuro che, se
tornasse... Quindi, questo rischio c’è. Per fortuna, alle ragazze che noi
abbiamo trattato, anche quelle che abbiamo operato direttamente in Pakistan,
non è mai successo niente perché, di solito sono le famiglie stesse che ce le
portano, per cui hanno accettato la situazione.
C'è un altro aspetto del
problema. Quando Nasreen è venuta a Udine, si sentiva
colpevole. Proprio lei che aveva subito l’acidificazione, perdendo la vista, si
sentiva in colpa, come se fosse responsabile di aver infangato l’onore della
famiglia per quello che le era successo. Solo dopo averle parlato a lungo è
riuscita a capire che non era assolutamente così. E alla fine diceva: “No! Io
quello là lo voglio denunciare. No! La vita è mia!”. Perché laggiù la vita è
invece... una cosa diversa... Nascono, muoiono... nessuno sa quanti sono,
quanti ne muoiono, la vita ha un valore molto relativo.
A. S. Infatti, in questo
senso è interessantissimo tutto ciò che porta, poi, a un dibattito in cui viene
elaborato questo senso di inferiorità, questa vergogna, questa colpa. Il
professor Calzolari diceva che l’Islam ha fornito — e
forse qui potremmo parlare di islamismo — l’esca ideologica per la radicalizzazione di arcaismi che erano tribali, molto
antichi, delle varie società di questi paesi. Ed è questo il problema. Nella
psicanalisi, l’elaborazione della questione donna comporta l’elaborazione di
due altre questioni: l’intendimento che non c’è più possesso e la
valorizzazione della traduzione. Quindi, non ci sono più né possesso né
padronanza: una donna non appartiene a qualcuno. In effetti, di nessuno
possiamo parlare in termini di appartenenza. Neppure per quanto riguarda i
figli. Infatti, la fantasia di appartenenza non riguarda solo le donne. Così
come la donna sospende la sacralizzazione del codice
sociale, così la traduzione sospende la sacralizzazione
del testo. Questi sono i motivi per cui l’Inquisizione ha messo al rogo in
Europa milioni di “streghe” dal 1400 in poi.
Aggiungo un elemento
letterario. L'opera di Shakespeare Il mercante di Venezia, si
conclude e si risolve proprio perché Porzia introduce una traduzione e
interpretazione inaspettata del testo della legge. La grandezza e la modernità
di Shakespeare stanno nel fatto che nelle sue opere
le donne introducono la variazione, la follia, l’arte, la traduzione,
l’interpretazione.
S. C. Verissimo! Ecco perché
il Corano non potrebbe essere tradotto, né interpretato. Qualsiasi
traduzione e interpretazione sarebbe una falsificazione. È interessante questa
sua notazione. State attenti: le donne vanno tutte velate, in gran parte, non
in tutti i paesi arabi. Ma perché vanno velate? Non devono far vedere il volto,
perché mostrare il volto vuol dire sollecitare, interessare gli uomini. Questa è
la spiegazione superficiale, quella che comunemente si legge nei libri. In
realtà, la spiegazione è un’altra. Le donne devono essere massa amorfa, senza
identità, senza volto, perché sono paragonate al khayal, parola urdu che significa cavallo. Il
cavallo è l’immaginazione e nell'Islam non c’è peggior peccato
dell’immaginazione. L’uomo che immagina, l’uomo che pensa, che sogna, è un uomo
lontano da Dio. Tutto ciò che scatena immaginazione nell’uomo è peccaminoso, è
legato a Satana. La donna è la grande tentatrice, perché scatena
l’immaginazione nell’uomo, così come il vino. Ecco perché tutto ciò che fa
sognare gli uomini è abolito dal Corano. Donne e vino: sono tutto ciò
che porta a immaginare, a sognare. Ecco perché le donne devono avere il volto
coperto. In questa città ideale — si parlava prima di Platone — suddivisa e
divisa: l’uomo da una parte e le donne dall’altra, le donne sono elemento di
instabilità. Quando escono, mostrano il volto, vanno in giro scoperte, vanno a
dire di voler lavorare, di voler avere un proprio reddito, chiedono di poter
dire “no” a un pretendente che le chiede in sposa, quando fanno vedere il loro
volto. E gli uomini reagiscono con quella mentalità arcaica medievale,
colpendole nel volto. Distruggono l’identità, il volto che osano mostrare. “Io ti deturpo, io ti colpisco con questo
fuoco liquido”. Non c’è differenza con i nostri inquisitori. È la stessa cosa,
questa paura atavica che le donne vengano a distogliere gli uomini e a
distruggere una società. Le donne sono cavallo, sogno, immaginazione. Pensate
che l’Islam è iconoclasta al massimo. Non possono essere raffigurate le figure
umane. È un peccato gravissimo. Anche fotografare, in molti paesi islamici, in
quelli più integralisti, per esempio nello Yemen, è
vietato. È proibito fare fotografie alle persone e, assolutamente, alle donne.
Ci sono le leggi, codici civili islamici che dicono, oggi, nel ventunesimo
secolo: “I fotografi bruceranno nella Gehenna in
eterno”. Cioè bruceranno nell’inferno per sempre, perché il mestiere del
fotografo è un mestiere pazzesco, ruba le immagini, fa volti, crea volti.
Immaginate voi: le donne che vanno in giro scoperte, è chiaro che...
A. S. Ci sono altre
domande?
DAL PUBBLICO Si sente
spesso parlare della donna nell’Islam come moglie. E come figlia? Quando ci
sono eventi estremi come questo o altri casi di mogli sottomesse al marito,
picchiate, i genitori della donna la dimenticano, quando è sposata, oppure
pensano che sia giusta una cultura maschilista? Cioè, le madri delle donne
islamiche come si pongono di fronte a questo?
S. C. Innanzitutto, spesso,
in queste società maschili, come diceva prima il dottor Losasso,
le donne si sentono in colpa. Una ragazzina che va in giro con la minigonna
viene stuprata da un branco di delinquenti ed è colpevole perché porta la
minigonna. Assurdo! Questo c’è anche nella nostra società, a Lanciano, per
esempio, e in altri paesetti. È la stessa mentalità, elevata all’ennesima
potenza. Le donne si sentono in colpa perché quella è la struttura mentale del
paese: “Sono stata stuprata perché forse ho fatto qualcosa che non andava”. È
questa mentalità da Grande Fratello di Orwell, questa mentalità maschile.
Le donne, anche se sono un elemento innovatore, spesso sono anche l’elemento
che più conserva e le stesse madri dicono alle figlie cosa devono fare per
compiacere agli uomini. Questo accade in Giappone e anche in alcuni paesi
islamici. La madre ha la tutela del figlio maschio fino a sette anni e della
figlia femmina fino a nove anni, anche se i figli, secondo il diritto islamico,
appartengono al padre. Al nono anno, la bambina non è più sotto la tutela della
madre ed è già sposabile, in certi paesi arabi e deve portare il velo o
mettersi abiti consoni a nascondere quelle che saranno le sue grazie, che
potrebbero indurre in tentazione gli uomini. Dai nove anni, la bambina diventa
pericolosa per gli uomini; quando si sposa, può essere anche a 9-10 anni, ma
generalmente intorno ai 14-15, diventa proprietà del marito che la compra con
una dote. La dote viene consegnata alla moglie, spesso ai genitori della moglie
e serve, può essere utilizzata, in caso di ripudio, è proprietà della moglie.
Ma la famiglia si dimentica della bambina che ora appartiene al marito ed entra
sotto l’influenza dei parenti del marito, quindi della suocera, dell'intera
società islamica. Se viene ripudiata, è un problema, perché non ha più nessuno.
La sua famiglia di provenienza la considera, secondo questa mentalità
aberrante, colpevole di essere stata ripudiata e, del resto, non è più
partecipe della famiglia del marito. Viene vista un po’ come una paria della
società. Se è ricca, se la cava. Con i soldi, può andare in Inghilterra o in
America e vivere bene lo stesso anche da divorziata. Ma se non è ricca, se non
ha i soldi, se non ha un’attività, è costretta a fare la prostituta, il più
delle volte — ci sono quartieri di prostituzione in tutti i paesi islamici — o
la mendicante, oppure cerca aiuto in qualche comunità. Spesso sono le monache
cattoliche, proprio le occidentali, che aiutano queste poverette in India, in
Pakistan, a Lahore, in Bangladesh
ecc… Ce ne sono tante, proprio perché è un problema, per le donne. Il ripudio è
facilissimo, basta pronunciare tre volte la formula: “Io ti ripudio”, e la
moglie è ripudiata. Invece la donna non può ripudiare il marito a meno che non
ci siano dei motivi molto seri.
DAL PUBBLICO Vorrei
chiedere come si relaziona, allora, la possibilità di chiedere il divorzio in
Marocco, paese in cui il divorzio è possibile. Se nell’Islam la moglie è
proprietà del marito, come si concilia questo con la possibilità di chiedere il
divorzio?
S. C. Io stavo, come
sempre, generalizzando. Ci sono nazioni e stati in cui le cose sono leggermente
diverse. Per esempio, in Tunisia è stata abolita con una legge statale la
possibilità di avere più mogli. Non ancora in Marocco. In Tunisia e Marocco ci
sono codici civili che sanciscono la possibilità di divorzio, però, nonostante
questo, in realtà, poter divorziare è sempre molto più facile per l'uomo che
per la donna. Una donna, anche in Marocco, anche in Tunisia, ha veramente
grosse difficoltà nel trovare un giudice compiacente e testimoni da portare per
poter divorziare da un uomo. Lo stesso Marocco, per esempio, ammette ancora nel
suo statuto la possibilità da parte dell’uomo di percuotere la moglie. È uno
dei grossi problemi. La carta costituzionale di quasi tutti i 50 paesi che
fanno parte della cosiddetta Lega Islamica Mondiale, parla della cosiddetta
inferiorità biologica della donna nei confronti dell’uomo e si rifà a quella
che è la carta costituzionale dei diritti dell’uomo e della donna dell’Islam
del 1991. Questa dovrebbe corrispondere alla Carta dei Diritti dell’Uomo dell’Onu del 1998, ma nessun paese islamico l'ha accettata,
perché, se nel Corano è scritto che la donna è biologicamente,
mentalmente, moralmente, spiritualmente inferiore all’uomo, non ci può essere
nessuna carta costituzionale che dice che l’uomo è uguale alla donna. E la
testimonianza dell’uomo sarà sempre superiore alla testimonianza della donna,
perché lo dice il Corano. La testimonianza di una donna vale la metà
della testimonianza di un uomo, quindi la donna deve trovare un uomo che
testimonia per lei, o più persone che testimoniano per lei, per avere lo stesso
peso del marito, sulla bilancia della testimonianza. Quindi, è veramente
difficile per una donna, in tutti i paesi islamici, divorziare o avere
effettivamente le stesse garanzie costituzionali di un uomo.
DAL PUBBLICO Mi incuriosiva
l'immaginazione. Pensavo alle Mille e
una notte, un grande repertorio di sogni e di
immaginazione. Però, è vero che in quasi tutte le favole, le storie, l’elemento
maschile predomina. Ci sono poche donne.
S. C. È il sogno dell’uomo,
cara signora! Il sogno dell’uomo persiano. Bisogna stare attenti perché lì
siamo in un mondo in particolare, completamente diverso, il mondo dell’Islam
sciita, un calderone. C’è il misticismo sufi, c’è una sessualità
sfrenata. Ma è il sogno dell’uomo; quello che dicono queste odalische, a parte
il fatto che le Mille e una notte sono, probabilmente, un falso successivo, comunque, sono tutti
raccontini per uomini. È il sogno, l’immaginazione, l’erotico del maschile.
L’harem, che in arabo vuol dire proibito. Ma è anche uno spazio circoscritto
per gli uomini, cioè l’uomo ha il suo harem, il suo spazio proibito con le sue
donne, le sue concubine, le sue odalische. Ma è sempre l’uomo che gioisce dei
piaceri di queste donne. Quindi, è il sogno maschile.
Ma vogliamo andare oltre?
Guardate che l’aldilà, il paradiso del mussulmano è tutto ciò che è più
proibito. Lo dice il Corano. Qui non si può bere vino, perché fa
immaginare mentre lassù l’uomo mussulmano può bere vino e ha 72 vergini perennemente vergini,
cioè una verginità che continuamente si rinnova dopo ogni rapporto sessuale.
Questo è il sogno erotico dell’uomo
islamico: una perenne gioia dei sensi inebriata dal vino, dalle donne,
dall’immaginazione. Il paradiso del kamikaze. “Vai nell’aldilà e avrai le tue
72 vergini. Tutto quello che qui è proibito è lecito nell'aldilà ”.
A. S. Aggiungo una cosa a
questo proposito. Il velo non è un pezzo di stoffa, è uno strumento di potere,
perché è come se fosse il simbolo della facoltà di poter coprire o scoprire e,
quindi, manipolare la verità. Quindi, è la base del potere politico e la donna,
anziché introdurre e evocare l’enigma della differenza sessuale, attraverso il
velo, può essere significata in pura o demoniaca.
S. C. Certo.
A. S. Quindi, la questione
donna, introduce anche questa impossibile significazione della donna.
L'intervento della signora mi ha evocato due brevissime citazioni di Adonis, il più noto poeta libanese contemporaneo, che
scrive, a proposito della questione del volto: “Può darsi che il velo da noi
rappresenti il sogno di un volto statico come la pietra, privo di movimento e
di mimica, completamente isolato dagli estranei e dall’imprevedibile”. Quindi,
negare il volto è negare l’imprevedibile. L’immaginazione è strutturale per
l’uomo, ciascuno di noi sogna, come poter abolire il sogno? E poi, ancora un
brano di Adonis: “Come riconoscere l’invisibile
nell’uomo e nelle cose, se non attraverso ciò che vediamo? Scriviamo e
dipingiamo non per rappresentare ciò che vediamo, ma per alludere a ciò che non
vediamo”.
Questo grande intellettuale
mussulmano costituisce un’occasione, una chance per la restituzione del testo
dell’Islam e per compiere un passo nell’elaborazione.
S. C. È giusto, però
pensiamo che, sempre in nome di questa contraddizione, come ci sono persone che
la pensano come Adonis, ci sono degli imam che addirittura dicono: “Attenzione ai sogni, perché sognare è
demoniaco! Sognare porta all’immaginazione”. Invece l’opera che tu stai
facendo, che voi state facendo è grandiosa perché ricostruite il volto a
persone che lo hanno perso e così hanno perso l’identità. Queste donne che
riacquistano identità, avranno poi una forza travolgente all’interno della
società, una forza esplosiva, una forza terribile. Queste donne non lo sanno,
ma saranno veramente loro a portare una ventata rivoluzionaria impressionante.
G. L.
Questo si è visto. Io l’ho visto nella grinta di quella ragazzina quando
diceva, in un italiano forse non molto chiaro: “Io adesso ho capito. Io non
vedo, però ho un cuore. So quello che voglio. Ho il piacere di sentire il
desiderio di lavorare, di scrivere, di imparare”. Queste sono cose forti per
una ragazza che viene da quel paese.
S. C. Tu le ridai una vita
nuova, la fai rinascere a persona, con dignità di persona. È una veramente
un’opera grandiosa. Tornando agli imam e agli ulama, il problema è che nel Corano tutto è contrario di tutto e
nessuno avrà mai un punto fermo, perché non c’è una autorità religiosa che
stabilisce un concilio, non ci sono sacerdoti nell’Islam sunnita.
È diverso in quello sciita, nell’Iran di Khomeini, o
di questo sciocchino che ora va sparando a destra e sinistra contro Israele. Il
problema è che non esistono sacerdoti e, quindi, interpreti del Corano,
per cui ognuno può interpretarlo come gli pare.
Dopo la morte del
Profeta, si scatenò la guerra. Furono i suoi discepoli, i Califfi, a portare
avanti la fiaccola dell’Islam, la sunna, la tradizione, i
califfi, fino all’Islam sunnita. C’erano, invece,
quelli che dicevano: “Occorre ci sia, nel discendente, un po’ di sangue del
profeta”. Per gli sciiti questo è Alì, genero di
Maometto, in quanto marito di Fatima, la figlia prediletta. Da qui, la lotta
fra i due ambiti.
I cosiddetti imam e ulama non sono né sacerdoti, né preti, niente di tutto questo.
Potremmo, grosso modo, definirli dei “sacrestani”, più o meno bigotti,
sacrestani e basta. Loro sono quelli che dirigono la preghiera del venerdì in
moschea, sono quelli che danno le indicazioni. Generalmente sono persone più
colte degli altri, più anziane, che hanno un po’ studiato. Anche da noi ci sono
scuole per diventare sacrestani. Oggi gli imam si ha autoproclamano, in tante moschee.
G. L.
Però, hanno potere.
S. C. Certo. Perché nella
moschea si fa politica, si fa cultura, si fa religione, si fa tutto. E guardate
cosa succede, infatti. Nelle moschee, gli imam dirigono la
preghiera, ma fanno anche politica e dal pulpito di una moschea la politica
acquista una sacralità che, chiaramente, in altri ambiti, come bar o piazze,
non avrebbe. Alle donne è assolutamente proibito dare la direzione della
preghiera come imam. Però, negli Stati Uniti e in Canada, due associazioni femministe
islamiche hanno proclamato le prime donne imam, suscitando le ire
funeste di tanti imam integralisti. Staremo a vedere cosa succede. Hanno già fatto già
tre o quattro fatwa verso queste donne imam. La fatwa è un giudizio di condanna. Ricordate il caso di Rushdie e dei versetti satanici.
A. S. Ci sono altri
interventi, altre curiosità?
DAL PUBBLICO Io mi chiedo
se ci sono possibilità di cambiamento, per esempio in Pakistan, grazie al
lavoro che state facendo. Il sistema educativo, può essere un canale di
cambiamento?
G. L.
Certamente. Sarebbe il canale più giusto. Il problema è che, come dicevo
prima, il canale educativo sarebbe la scuola, e lì, a scuola, non è che possono
andare tutti. Il 74% delle ragazze non va a scuola. Il 74%! Le altre sono le
benestanti che ci possono andare. E infatti, sono queste ultime,
tendenzialmente, progressiste. Quindi, si tratta di un acculturamento
da attuare. Senz’altro la cultura è la strada migliore, perché è la base per
riuscire a capire le cose. È la base ovunque, in tutto il mondo. E senz’altro,
se lì si potesse fare... però, mancano le strutture, mancano le scuole, manca
una legge, manca un po’ tutto. Quindi, bisogna magari partire dalla fine per
arrivare all’inizio. Insomma, da qualche parte, basta che si smuova qualcosa,
che venga fuori il problema e se ne parli.
A. S. Ci sono casi di
violenze di questo tipo anche rispetto donne molto agiate?
S. C. Sono rarissimi. Non mi
risulta che accada a donne di alto ceto sociale. Per esempio Fakhra, che ha sposato un uomo molto ricco e potente,
figlio di uno che era stato primo ministro in Pakistan, proveniva da una
famiglia di basso livello sociale e faceva la ballerina. Quindi, è stata
acidificata. Capita alle donne delle classi meno abbienti.
A. S. Ma gli uomini che compiono questi gesti possono anche essere
uomini molto potenti.
G. L.
Sì. Certo. Si parlava prima quasi di medioevo. Pensate che, attualmente,
in Pakistan, i proprietari terrieri sono proprietari del terreno e di tutto ciò
che c’è sul terreno. Quindi, se c’è casa, abitazione, persone, sono tutte
proprietà. Questo significa che se un giorno il proprietario decide di fare del
male a una famiglia o a uno dei suoi componenti, lo può fare tranquillamente
perché sono di sua proprietà. Essere di proprietà vuol dire questo: poter
decidere di vita o di morte. L’uomo, il padre, il capofamiglia ha potere di
vita e di morte. Ci sono stati casi di ragazze uccise dal padre, addirittura
anche davanti all’avvocato, perché non facevano quello che lui decideva. Me lo
hanno raccontato lì, in Pakistan; la figlia rifiutava di contrarre matrimonio
con la persona che era stata decisa e il padre, davanti all’avvocato, le ha
sparato e l’ha uccisa. E al padre non è successo assolutamente nulla, perché è
un suo diritto.
S. C. La taqlid è l’obbedienza cieca, il principio sancito dalla shariah. Il superiore, il proprietario, e il suo schiavo: obbedienza
cieca nei confronti del padrone. Tra moglie e marito: obbedienza cieca della
moglie nei confronti del marito. Donna: obbedienza cieca nei confronti
dell’uomo. Cieca, e non lo dico a caso, infatti l’acido colpisce spesso gli
occhi. Vogliono distruggere gli occhi, perché l’obbedienza è cieca, nell’Islam.
Si colpisce il potere dell’immaginazione. Si colpisce l’occhio che sogna.
L’obbedienza dev’essere cieca. Nell'Islam si ha paura
degli occhi.
A. S. Un ultimo intervento.
DAL PUBBLICO Mi chiedevo,
generalizzando, se l’immaginazione, nell’Islam, ha degli elementi col visibile
e l’invisibile? Da occidentale, io sarei portata a pensare che coprendo si
scatena l’immaginazione.
S. C. È vero che nascondendo si può immaginare, però l’uomo islamico ha paura di ciò che vede. Una donna che va in giro senza velo suscita immaginazioni peccaminose, suscita pensieri. Io posso immaginare quello che voglio, però, rimane bloccato al mio pensiero, al mio subconscio, alla mia mente. Se non vedo, non mi si scatena l’immaginazione. Posso pensare che ci sia qualcosa, però non so cosa, rimane incognito. La paura del vedere, dell’impossibilità di godere di ciò che si vede, crea una frustrazione spaventosa nell’uomo dell’Islam. Ecco, la frustrazione è uno dei motivi pulsanti. Non vorrei entrare in argomento, però il mondo islamico è uno dei più forti consu