MOSTRA
/ A PORDENONE
LA
MUSICA E IL CONTRAPPUNTO DELL’ARTE
Louder this time/Più forte questa volta, è il secondo appuntamento di City Loop, manifestazione a cadenza biennale tesa a indagare vari aspetti dell’arte contemporanea in un itinerario che accosta opere inedite di artisti intervenuti a Pordenone per l’installazione a favori storici.
La mostra è organizzata da “La cifra”, associazione cifrematica di Pordenone, in collaborazione con il Comune di Pordenone e l’associazione Ubikart di Sacile.
L’esposizione resterà visibile a Villa Galvani di Pordenone sino a fine mese. Per l’edizione 2004 il tema è la relazione tra arte e musica.
Da sempre la storia dell’arte è ricca di testimonianze sulla relazione tra gli artisti e la musica. Si pensi a Vassily Kandisky e ai titoli dei suoi quadri: Impressione, Improvvisazione, Composizione. Ed è noto il rapporto di collaborazione con Schoemberg.
Un altro esempio è costituito dall’opera di Jackson Pollock.
Nel suo racconto, Robert Motherwell sostiene quanto Pollock fosse sensibile al ritmo più di ogni altro elemento espressivo e utilizza un termine musicale per evidenziare che, lavorando a terra nella disposizione degli strati successivi, Pollock riusciva a dipingere per contrappunto.
La scelta di un tema come la musica per una mostra di arte contemporanea, interessa proprio per le analogie con l’arte. La musica e l’arte esigono l’ascolto e non la comprensione, rifiutano una collocazione precisa o di venire relegate in un tempo delimitato e di esistere per un fine specifico.
L’arte difficilmente è didascalica e laddove lo sia stata per ragioni storiche, l’invenzione si situava tra la regola e il genio, in quel tra.
Infatti, l’arte corre lungo i bordi e i margini, distante da florilegi e facili comprensioni.
La scelta degli artisti e l’allestimento della mostra Louder this time/Più forte questa volta, tentano di sottolineare proprio questo aspetto di un’assenza di scopo, ma anche la questione del silenzio, così importante per la musica. Come sostiene Vittorio Mathieu, in Il Nulla, la musica, la luce (edizioni Spirali) “c’è qualcosa che nella musica riuscita fa emergere, al di sotto del suono, il silenzio”.
Si pensi a John Cage di cui viene esposta l’opera not wanting to say anything about Marcel (1969) o ad alcuni giovani artisti che a Cage si sono ispirati con opere come Leaning Tacet (Dave Allen e Jonathan Monk) o Silenzio di Pierre Bismuth, un neon installato nel Convento di San Francesco dove al significante “silenzio” fa da contrappunto il suono dei colori.
La musica di introduce anche grazie al gioco dei colori, alla danza delle linee, alla luce e all’ombra e al silenzio. Così, nell’opera di Daniel Buren A Dance with a Square (1989), le linee fluttuano sulla superficie del muro in un’impossibile geometria, mentre il gioco optical dei punti di Scott King introduce il ritmo nel design, e il movimento nella pittura di Alberto Bragaglia, pictor philosophus, restituisce echi del futurismo, come in Nudo e architetture (1918).
Poi ancora, il pentagramma nel cielo stellato di Mario Airò, la proiezione di diapositive di Pierre Bismuth in cui dal termine “muto” si giunge a quello di “rumoroso” attraverso i sinonimi, e ancora le stape digitali e i poster di Mathew Sawyer, alcuni lavori dei Tampax che vengono mostrati per la prima volta , i 45 giri di Jeremy Deller.
Così
come nella musica l’oggetto si sottrae e l’obiettivo non è mai raggiunto –
tanto che si ascolta ripetutamente uno stesso brano riscontrando sempre particolari
di cui non ci si era accorti – la speranza è che questa mostra si possa ascoltare
infinite volte e ciascuna volta sia inedita.
Sonia
Rosso
“Il Gazzettino”, 28 giugno 2004