Fascini
biennali a Pordenone con il progetto "cityloop"
La rassegna ha esplorato il tema
della musica
Una finestra sull'arte contemporanea
Nel
2002 la città di Pordenone ha aperto un'interessante finestra di visione e
riflessione sull'arte contemporanea. Lo ha fatto dando il via al progetto
"cityloop", sorto dalla collaborazione
fra l'Associazione di cifrematica la cifra e Sonia
Rosso — ideatrice e curatrice del progetto — che già attraverso la sua attività
di gallerista pordenonese (poi e tuttora torinese)
ha portato in città alcuni tra i più interessanti giovani artisti internazionali.
Cityloop prevede l'organizzazione
a scadenza biennale di mostre che indagano l'intersezione tra l'arte e la
musica nelle sue combinazioni con la pittura, la scultura, il cinema, la fotografia,
la danza, il teatro e il design.
Dopo
la rassegna del 2002, intitolata "C'è una luce che non si spegne mai",
che ha proposto un'esplorazione sul tema della luce dall'arte al design, la
seconda edizione, "Più forte questa volta" — che è stata ospitata
a Villa Galvani e nell'ex convento di San Francesco
di Pordenone — ha esplorato il lavoro di artisti
di rilievo internazionale sul tema della musica declinato sul fronte della
leggerezza e del ritmo.
La
musica, che dissipa l'idea di visione ed esige l'ascolto, da intendersi come
partecipazione all'opera, vissuta a livello sensoriale ed emozionale prima
ancora che concettuale, bene si presta a sottolineare
quella mancanza di confini precisi e di immediate chiavi di lettura che costituiscono
uno degli aspetti provocatori dell'arte contemporanea.
Come
per la prima edizione, l'itinerario espositivo è stato caratterizzato dalla
compresenza di opere storiche e lavori recenti, in molti casi
prodotti appositamente per la mostra pordenonese.
Il tutto a sottolineare la scelta di artisti coevi
che radicano la propria ricerca in alcune poetiche di impronta minimale e
astratta che dalle avanguardie storiche hanno trovato nuove vie di espressione
a cavallo fra gli anni sessanta e settanta.
Alcuni
lavori, del resto, come quello di Daniel Buren,
John Cage, Laurie
Anderson, ed Eleanor Antin provengono dalla collezione di Egidio
Marzona, mentre i disegni a pastello su carta realizzati
dal 1916 al 1928 da Alberto Bragaglia, pittore futurista
fratello del più noto Anton Giulio, sono un prestito
del Museum of the second
renaissance di Milano.
Questa
sorta di filo conduttore che dal primo novecento conduce sino a oggi è stato rappresentato in mostra anche da rimandi e dediche
che legano fra loro tre artisti. Mi riferisco all'opera di Cage datata 1969 — composta da lastre
di plexiglass con lettere di vari caratteri che,
a seconda del punto di vista, determinano disparate combinazioni — dedicata
a Duchamp nell'allusione all'impossibile significazione
della parola; e al neon bicromatico e intermittente
di Pierre Bismuth, ispirato
a sua volta, all'idea di silenzio di Cage.
Altri
rimandi e intrecci segnano poi il passo all'esposizione che sotto diversi
aspetti mette in luce la relazione tra arte visiva e musica. Mentre l'installazione
di Dave Allen e Ross Sinclair, in cui un video li
ritrae giovani musicisti che bevono birra e scrivono sui muri, e l'altro li
immortala da adulti che bevono tè, con sonorità più poetiche, mette in scena i mutamenti esistenziali del musicista, Jeremy Deller evoca l'universo musicale
in una geometrica composizione di dieci 45 giri stampati a colori.
E
a proposito di stampe relative al mondo discografico,
il graphic designer Scott
King ha allestito la sua stanza con sei manifesti della storia
del rock, sui quali l'intervento di piccoli punti si erge a segnale del pubblico
e dei musicisti.
Sabrina
Zannier, "Messaggero Veneto di
Udine", 25 agosto 2004