conferenze e dibattiti

La sessualità, l'impresa, la finanza nella città di Pordenone

Armando Verdiglione

Conferenza tenuta a Pordenone, il 9 maggio 1997

Perché e come combattere. Perché e come vincere. Quali sono le ragioni per vincere. Quali sono le ragioni per combattere. Qual’è la ragione della battaglia. Qual’è la logica secondo cui la battaglia va combattuta. Perché mai combattere comporta il teorema “non c’è più scampo, non c’è più soluzione, non c’è più rimedio”. Perché non essere seguaci dell’epoca — questa degli anni novanta, epoca di cannibalismo bianco, di morte bianca, epoca della società necropoli, della città necropoli, epoca della visibilità totale, dove qualsiasi cosa può rifluire, anche sotto forma di ricordo e, non per questo, in assenza di cultura, di arte e di parola, pesare meno.
Io considero essenziale e non scontato l’incontro con voi, questa sera.
Come ciascuna cosa che accade s’inscrive nella parola. Nulla fuori dalla parola. Fuori dalla parola c’è la morte bianca, che può essere anche il luogo comune o il diluvio — fuori dalla parola, cioè fuori dall’arca, fuori dalla sua libertà, dalla sua leggerezza, dalla sua tentazione intellettuale, dalla sua aria.
Non c’è approccio facile alle cose, poiché le cose stanno nella parola.
Non c’è via facile. Oggi, la via facile, la più comune, si chiama la morte bianca. Il trionfo del negativo. O del catastrofismo. La lista dei guai.
Nulla può essere intrapreso, nulla può essere davvero affrontato, nessun rischio può essere corso, perché potreste imbattervi in qualche guaio, potreste correre pericolo di morte e, allora, che cosa potrebbe succedervi? Così, l’audacia e il rischio sono aboliti dalla parola.
È un’epoca che aborrisce l’intellettualità e l’intelligenza, è un’epoca che sembra al culmine di quel processo in cui, dice ironicamente Oskar Panizza nel suo libro Psycopathia criminalis (Spirali/Vel edizioni), gli psichiatri, gli psicopompi, gli psicofarmacologi, gli psicologi dovrebbero considerare una nuova malattia mentale e cioè l’intelligenza, la genialità, la libertà, l’ingegno, la poesia, la cultura, l’arte.


Ho lasciato il villaggio dove sono nato a undici anni; sono partito da solo per fare tanti chilometri in una giornata. A sei anni era già chiaro che sarei partito. Ho intrapreso un itinerario che mi trova, in ciascun istante, non vittima e in dispositivi che s’instaurano di volta in volta, dispositivi intellettuali senza conformismo — i dispositivi abituali sono conformisti, sopra tutto quando si costituiscono in nome del naturalismo.
Così, negli anni sessanta, ho continuato a leggere e a indagare intorno alla linguistica, a inseguire libri in francese, in italiano, in tedesco, traduzioni di logici matematici, di linguisti, di filosofi di altri paesi.
Indagavo intorno a qualcosa che non s’insegnava, allora, all’università, dove pure vivevo, e che non s’insegna neppure oggi, in cui l’università è ridotta a ben poca cosa. Se diciamo ghetto abbiamo l’impressione di offendere i ghetti ebrei, e la storia.
Indagavo intorno alla parola, intorno alla logica della parola, alla sua struttura, alla sua scrittura. Una curiosità immensa, quanto più il discorso occidentale, diventato oggi luogo comune, appariva uniforme. E appare uniforme quel che si distribuiva, all’epoca, attraverso le varie discipline.
Ma, insomma, i libri c’erano e c’erano librai in grado di procurarli da altri paesi. Librai che stavano a Lugano, a Milano o a Parigi e che trovavano libri che non erano a portata di mano. Questa la ricerca, l’indagine, il processo linguistico intorno alla parola. E, poi, la semantica, la semiotica, la linguistica, la filosofia del linguaggio, la psicanalisi stessa hanno aperto una breccia, hanno costituito un’emergenza della parola in un’epoca di primo internazionalismo, tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo, e qualcosa di nuovo si annunciava. Si annunciava con la linguistica, con la semantica, con la psicanalisi — 1896, il termine psicanalisi” viene coniato da Freud.
E, tuttavia, lungo il Novecento questa breccia, man mano, tendeva a richiudersi, a essere gestita in un discorso universitario, frammentario, disciplinare, insomma, a essere non più esplorata. La parola veniva sempre considerata, gestita, padroneggiata o confiscata, come se questo fosse stato possibile. Veniva considerata come secondaria, come una manifestazione o un fenomeno, fondata e strutturata dal discorso.
Anziché il discorso esistere nella parola come un suo effetto, la parola diventava una manifestazione del logo, insomma, del discorso occidentale. Arriva il ’68 che, a sua volta, si trova nello spartiacque fra l’emergenza della parola e una grande riviviscenza di ricordi, di citazioni, a livello universitario, delle rivoluzioni circolari, delle rivoluzioni celesti, delle rivoluzioni gnostiche, delle ideologie del diciannovesimo secolo. Ma,più che approfondite, analizzate e studiate venivano citate e recitate. Lo stesso Marx veniva citato, ma non veniva letto. Ho incontrato, in seguito, molti ex terroristi: alcuni avevano fatto filosofia, ma nessuno di loro mi ha detto di avere letto il testo di Marx. Eppure, nel ’68 e negli anni successivi, sembrava che la fonte della verità, per loro, stesse in quel testo, non letto.
Questo vuoto di cultura, di arte, d’invenzione, di logica, di pensiero aveva qualcosa di strano — io mi sentivo molto lontano da tutto questo, nel ’68 e, a maggior ragione dopo, nel sessantottismo. Sentivo che c’era assenza di cultura, di arte, di logica e, in definitiva, assenza di parola. E che tutto quel discorso si rivolgeva verso una sola cosa: l’azione.
L’assenza di parola porta all’azione, alla rappresentazione di quella che, in termodinamica, si sarebbe potuta chiamare esplosione. Era una rappresentazione, una recitazione ritualistica delle esplosioni — non vere e proprie esplosioni, perché il sessantottismo non portava a una trasformazione radicale, a una trasformazione culturale, ma, piuttosto, al terrorismo o alla droga, alla perdita di direzione e di orientamento.
E passiamo all’altra epoca, in cui viene rappresentata l’implosione. Incomincia il boom degli anni ottanta, con il passaggio dai fenomeni di massa precedenti (è un ricordo anche quello) alla televisione di massa e alla massificazione psicofarmacologica, fino alla distribuzione gigantesca di psicofarmaci. In questo contesto, l’abolizione degli ospedali psichiatrici è un segnale della trasformazione della società stessa in ospedale psichiatrico, ma anche in necropoli: tutto calmo, senza speranza, senza pensieri, senza inquietudini, senza curiosità, senza arte, senza cultura, senza la parola. Tutto calmo, terribilmente calmo. In assenza di tranquillità, in assenza di audacia e di rischio — questa è la tranquillità che sta nella parola e, come tutto ciò che sta nella parola, è originaria. E non può essere né padroneggiata né confiscata né tolta.
Ma io parlo, oggi, di un’epoca di cannibalismo bianco, di morte bianca. Lo psicofarmaco come luogo comune sembra caratterizzare l’epoca: chi ne ha bisogno lo prende come viatico, chi non ne ha bisogno è perché, come soggetto, è già la morte. Tanti morti affaccendati, preoccupati, ma per problemi localistici, per la appresentazione della difficoltà, per la localizzazione della difficoltà, per la spazializzazione della parola e delle cose. Sarebbe questo il controllo, questa la cura, in un’epoca che pretende di trasformare il paese e le istituzioni in luoghi di malattia e di morte, dove sono le ragioni della malattia e della morte a essere sempre portate in primo piano.
Le fondazioni sono della parola — in questo senso, posso dire che appartengo alla stirpe dei fondatori —, è sicuro che l’epoca reagisce alle fondazioni della parola, reagisce alla parola, ciascuna volta. Si tratta di analizzare questa reazione, non di opporsi a essa. Noi non siamo né seguaci né oppositori dell’epoca e del sistema dell’epoca; non dobbiamo né accettare né rifiutare il sistema dell’epoca, non dobbiamo consacrarlo, ma analizzarlo. Non abbiamo da riconoscere nessuno che si professi nemico o che possa riconoscere noi come nemico, assolutamente no, perché nessuno può rappresentare l’Altro. L’Altro non è rappresentabile, non è personificabile né nell’amico né nel nemico. E se anche si pone come nemico può entrare nell’alleanza, suo malgrado, e cioè nell’ironia, nel modo dell’apertura, nel modo del due.
Questo rientra nell’essenziale. Le cose procedono dal due, dall’apertura, e non dall’uno. Non si creano per sdoppiamento o per moltiplicazione dell’uno. L’uno procede dal due, il tre procede dal due, la logica singolare triale procede dal due, dall’apertura, dall’ombra, come la chiama Leonardo, cioè, ancora, dal modo dell’apertura.
Ciascuno può sentire in qualche modo, talora, quella che Leonardo chiama la tenebra, ciò per cui le cose, il due e il tre s’instaurano: il nulla. Ciò per cui l’ombra è il modo dell’inconciliabile, dell’apertura, e non c’è da stabilire nessuna conoscenza del negativo dell’ombra. Negativo o positivo, come amico nemico, chiaro scuro. Il colore è obscurus — il sembiante, il colore dello specchio, il colore dello sguardo, il colore della voce. Obscurus, cioè intoccabile, imprendibile, invisibile. L’oggetto della parola, ciò che si getta contro, l’ostacolo, è la condizione della riuscita, non è impedimento. Non ci sono circostanze negative da conoscere e che determinino il destino, la predestinazione, il soggetto o la natura del soggetto.
Fino a Cartesio, il soggetto non esiste. È una creatura della gnosi: il soggetto è la morte. L’epoca della morte bianca è anche l’epoca del soggetto, cioè l’epoca dello schiavo. La libertà del soggetto è la libertà dello schiavo.
Instaurare il dibattito, fare cultura e arte, trovare la logica e la struttura della parola, costituire l’esperienza come esperienza della parola e, quindi, a sua volta, come esperienza originaria, inscrivere in un itinerario ciascuna sfumatura, ciascun dettaglio, ciascun elemento come essenziale, dove nulla, propriamente, è marginale. Integrare, per ciascuno, i vari aspetti dell’esperienza. Giungere fino alla scrittura dell’esperienza, al modo con cui si scrive l’esperienza. Come si scrive la ricerca, come si scrive la storia? Non parlandoci addosso, non con la propria lingua, non mettendoci del proprio, non permettendoci qualcosa.
Ribadisco la nozione di Pentecoste. Ciascun apostolo si trova lì non per confessarsi, non per metterci del suo, non per parlare la propria lingua.
Nella Pentecoste, ciascun apostolo compie uno sforzo estremo, quello di parlare nell’altra lingua e è attraverso l’altra lingua che la sua ricerca si scrive, è attraverso l’altra lingua che il labirinto si scrive e non diventa un tunnel. Il labirinto è un tunnel se ognuno si parla addosso, se ognuno parla nella propria lingua — diventa un tunnel e, poi, un cerchio, il cerchio della morte.
Ciascun apostolo deve fare in modo che l’interlocutore intenda nella lingua propria. Soltanto attraverso la lingua dell’intendimento, con cui si scrivono le cose che si fanno (che si fanno secondo l’occorrenza), poi, si costituisce il messaggio. Il messaggio e la missione.
Gli apostoli compiono miracoli, perché? Che cosa sono i miracoli?
Che qualcosa accada. L’avvenimento è l’evento, che qualcosa accada nell’intervallo del labirinto, che si faccia e che avvenga ciò che deve avvenire, e ciò che si deve fare, questo è il miracolo. Fare secondo l’occorrenza, secondo la necessità pragmatica, in questo caso la necessità di fare — nel labirinto c’è la necessità della ricerca.
Consideriamo la psicanalisi di Freud. Freud conia due termini: “psicanalisi” e “sessualità”. Non c’erano prima. Prima di Freud non c’è la sessualità, anche se egli la coglie nel cattolicesimo, e è attratto dal cattolicesimo, dall’arte, dalla teologia. C’è in sant’Agostino, addirittura, in un brano molto interessante del De Trinitate, dove si avvicina alla nostra lettura: si tratta della differenza sessuale, cioè della differenza inassegnabile all’uomo e alla donna, della differenza non significabile e non significata da uomo o donna. Si tratta della differenza sessuale rispetto a cui non c’è competizione; non c’è competizione dove c’è la differenza invalicabile!
Freud avvia la sua esperienza — lo dice egli stesso e ci tiene a ribadirlo — non come una visione del mondo o come una religione; egli si trova fra un processo linguistico proprio alla parola, alla sua logica e alla sua scrittura, e il discorso scientifico. Il discorso scientifico fa parte della sua formazione. Questi due aspetti coesistono lungo la sua opera, e egli si trova in questa oscillazione continua. Inoltre, non va trascurato che l’ambiente è quello hassidico e, quindi, che c’è un rapporto tra maestro e allievo. In qualche modo, c’è l’eco del maestro hassid. Questo fa sì che, qua e là, Freud sia preoccupato di questa specie di gerarchia sociale e politica. Maestro e allievo, perché no? I maestri sono rari, rarissimi — dove stanno, oggi, in Italia? Leonardo è un maestro e, attorno a lui, nella bottega, ci sono maestri e allievi. Ma si tratta di dispositivi, di dispositivi intellettuali, non di gerarchie sociali o di genealogie sociopolitiche.
Freud inventa un genere letterario sicuramente nuovo, e la sua lettura desta estremo interesse, alla luce dell’attuale, alla luce di ciò che ci troviamo a rischiare nella nostra esperienza, giorno, notte e crepuscolo.
Leggiamo Freud, leggiamo Lacan, leggiamo altri psicanalisti, leggiamo pure Giuseppe Peano, leggiamo, ancora di più, Leonardo da Vinci o Niccolò Machiavelli o Dante Alighieri oppure sant’Agostino, il Vangelo, la Bibbia.
Che cosa facciamo, noi che abbiamo ricevuto tanto dalla civiltà?
Dovremmo contribuire, con un granello di sabbia, alla civiltà. Un granello di sabbia può sembrare un nonnulla, qualcosa di finito: no. Un granello di sabbia è pur sempre l’infinito, l’infinito della parola. Noi abitiamo nell’infinito della parola, in qualche modo costituiamo un indizio nell’infinito attuale.
Tra la psicanalisi come esperienza della parola e tutto ciò che l’ha preceduta non c’è nessun rapporto, benché la psicanalisi precedente faccia parte della formazione, come la linguistica, come la logica matematica, come la semiotica.
Ma quello che avviene, dal 1973 a oggi, è una novità assoluta, una novità assoluta come logica, come struttura, come scrittura, come esperienza, come dispositivo, come società, come associazione, come fondazione.
È una novità assoluta a cui ho dato il nome, anche, di secondo rinascimento, cioè il rinascimento della parola, dove le cose procedono dal due, dall’apertura (in questo senso “secondo”), e si rivolgono alla cifra. Rivoluzione della parola, direzione verso la qualità, verso la cifra.
Dicevo, negli anni settanta: un altro intellettuale, o l’altro intellettuale, ovvero lo psicanalista. Ma non è da intendere nel senso che “gli psicanalisti” sono gli intellettuali; non mi riferisco a una categoria sociale, professionale, collettiva. Quando dico intellettuale lo intendo come stile, come dispositivo. Per ciascuno si tratta di divenire dispositivo intellettuale, anziché dispositivo conformista. L’esercito stesso è dispositivo intellettuale, dispositivo di battaglia. Così, c’è dispositivo di governo, dispositivo di gestione, dispositivo di amministrazione, dispositivo del fare o dispositivo pragmatico, e, ancora prima, dispositivo della ricerca, dispositivo di scrittura, dispositivo politico, dispositivo della comunicazione, dispositivo di direzione.
Per Machiavelli, la giornata valeva la battaglia. Ma oggi, la giornata è costituita da più di una battaglia. Ci sono differenti giornate (e differenti battaglie) in una giornata! Ciascuna sta nell’eternità dell’istante, e ciascuna deve essere combattuta e vinta — nel senso che non si dà l’alternativa della perdita, perché la perdita della battaglia è la perdita della fede nella riuscita. Pensare di perdere la battaglia significa, semplicemente, perdere la fede, perdere il pensiero.
Le ragioni della battaglia sono le ragioni stesse della salute. Salute, non salvezza. La salvezza richiama l’esercito, richiama uno stuolo di servitori della verità come causa, del discorso come causa. La salute, cioè l’istanza della qualità. Questa è la salute.
Le ragioni della salute sono le ragioni dell’istanza della qualità, sono le ragioni che vanno in direzione della qualità — ragioni temporali, ragioni politiche, quando la politica è la politica del tempo che non finisce, politica dell’automa, che non ha nulla di automatico. Il tempo che non finisce: tempus, taglio, divisione inalgebrica.
Io mi rendo conto che le abitudini dovute alle istituzioni, all’educazione ci spingono all’algebra, cioè a sommare tutto, a affastellare tutto, a tirare le somme; e queste somme e questi bilanci sono sempre somme e bilanci del negativo, del catastrofismo, dei guai. No, il bilancio non è il bilancio dei guai! Il bilancio è la constatazione dell’attuale e il programma dell’avvenire.
Tutto ciò che può apparire come negativo va recuperato e integrato nel patrimonio stesso dell’itinerario. Se tutto è cancellato all’insegna del negativo il bilancio non si può fare, non può instaurarsi nessun programma.
È chiaro che l’itinerario deve essere contraddistinto dalla forza, così la chiama Leonardo, dalla virtù, così la chiama Machiavelli.
Di che cosa si tratta? Che le cose si rivolgono alla qualità, e che il programma va in direzione della qualità, in direzione della cifra, della cifra della vita — ciò che vive sta nella parola, sta nell’arca. Machiavelli invita a non abbattersi mai, a non abbandonarsi, anche quando quello che ci appare come un fantasma materno sembra puntare su qualcosa di negativo, di drammatico, di tragico, di truculento, di terribile. Mai abbattersi! E proseguire. Il proseguimento è l’ironia stessa.
Non c’è persecuzione che non sia da volgere in proseguimento, in proseguimento e in ironia: è, ancora una volta, il modo dell’apertura.
Proseguire, e mai fermarsi. Mai fermarsi ai pensieri truci, mai fermarsi all’inazione, all’assenza di parola, al rimuginio. Bisogna cercare e fare. E, facendo secondo necessità, c’è modo per cui i ricordi e i pensieri truci non ci affliggano. Se, invece, noi ci rivolgiamo a curarli direttamente, ci preoccupiamo, diciamo “adesso, finalmente, penso a me, mi occupo di me”, allora incomincia il suicidio bianco.
E, allo stesso modo, quando diciamo “adesso mi occupo degli altri”, incomincia l’omicidio bianco, l’altruismo, la forma suprema di oppressione.
La cura di sé o dell’Altro è la morte di sé o dell’Altro; non c’è la cura del fantasma o la cura dell’idea, dell’idea di dominio. Badate, l’idea di padronanza è l’idea stessa di morte, di morte della parola.
Il solo modo che l’occidente abbia trovato di padroneggiare la parola è quello di decretarne la morte — vi rendete conto che sul cimitero la padronanza è assoluta! È una città dove tutti obbediscono, dove tutti sono calmi, niente più agitazione — soltanto fantasmi di controllo, di dominio, di visione del mondo.
La sessualità — dicevamo negli anni settanta — non è finalizzata, non è procreativa, non è l’erotismo, non appartiene alla demonologia, come la ritrovate nei manuali di sessuologia, di psicologia, a volte di psicanalisi corrente, ordinaria. La sessualità è la politica, è la politica del tempo, è la politica dell’Altro, è la politica non basata sui tre princìpi, di non contraddizione, del terzo escluso e d’identità.
La sessualità è la politica dell’ospite, la politica dell’ascolto, e esige un dispositivo in atto. L’atto di parola è atto sessuale, nel senso che mai entrerà in una totalità, mai entrerà in un discorso totalitario.
Il tempo non finisce. Le cose non si organizzano, non si pensano, non s’incominciano a partire dalla fine del tempo, insomma, non si stabilisce una semiologia universale a partire dalla fine del tempo. Non c’è, dunque, né fine del tempo né fine delle cose. Il tempo è il taglio inalgebrico, mentre il concetto di durata presuppone che il tempo finisca: la fine del tempo sarebbe il taglio secondo l’algebra, il taglio del taglio, l’abolizione del tempo. Ma il tempo è nella parola, interviene nel ritmo e sta nella struttura dell’Altro, quindi, nel fare. E, nella struttura dell’Altro, segna l’istanza di conclusione, l’istanza di riuscita, l’istanza di scrittura delle cose che si fanno: questa è la finanza. La finanza è l’altrove rispetto al pragma, in questo caso, l’altrove come istanza di conclusione delle cose, istanza di riuscita, istanza di scrittura.
E questa scrittura delle cose che si fanno, questa scrittura della politica avviene attraverso la lingua dell’intendimento, attraverso la lingua diplomatica, la lingua altra. La lingua della Pentecoste.
Non c’è dubbio che io senta una missione, che sta in cima all’itinerario, non al suo inizio, che non sta alle mie spalle ma dinanzi a me. Una missione intellettuale, una missione assoluta, non una missione religiosa, cioè pagana, ma una missione nella parola. C’è qualcosa di non umano, di assolutamente non patetico per chi, come me, si sente investito da una missione globale. Il contributo non è a favore di un partito o di una grande industria, non è, quindi, per un rapporto organico, il contributo è inscritto in ciò che resta, ciò che resta nell’attuale (non nella contemporaneità o nella sincronicità, che non esistono).
Ciò che resta non riguarda il passatismo, il presentismo, il futurismo o la futurologia, ma sta nella scrittura delle cose che si fanno. In ciò che resta, la riuscita. Questa è l’esperienza: la tripartizione, i dispositivi intellettuali, l’impresa di cultura, di arte, di ricerca, di qualcosa di assolutamente nuovo.
Com’è noto, in Italia non è facile. In Francia, l’intellettuale come esponente di una casta sociale è tenuto in grande considerazione; basta che abbia pubblicato un libro negli anni settanta perché sia sempre considerato un intellettuale consacrato, appartenente a questa casta laica, e tenuto nella massima considerazione: a Parigi come in Russia.
Ma non è per questo che mi sono battuto, non è per una casta laica intellettuale! Si tratta dell’intellettuale come dispositivo, si tratta della logica della parola.
La logica della parola originaria non c’era prima, c’era la logica del discorso; la scienza della parola non c’era prima, c’era la scienza del discorso — le discipline, i settori, i discorsi universitari, le visioni del mondo, tutte cose che hanno portato sempre alla pianificazione, alla spazializzazione della parola, e mai alla sua logica. Queste fondazioni sono essenziali, queste logiche della parola sono ciò secondo cui procede il nostro itinerario, verso la qualità. È essenziale che per ciascuno ci sia la direzione, e allora si può stabilire il progetto di vita e il programma di vita.
Ribadisco che gli psicologi, gli psicofarmacologi, gli psicopompi, gli psichiatri mai pongono la questione del progetto, mai pongono la questione del programma di vita, mai. Sempre, dinanzi all’enunciazione di un disagio, si mettono a trattare il disagio e a trattare come malato chi enuncia il disagio, a trattare il cosiddetto malato mentale come soggetto, come chi debba essere aiutato a guarire o con lo psicofarmaco o in altro modo.
Questi sono i funzionari, i professionisti della morte bianca. Hitler aveva dichiarato di volere sterminare tutti coloro che esprimevano un disagio e non servivano la causa, non seguivano la bandiera — per purismo, per purismo della razza, dell’economia, della finanza, della politica. Chiunque si allontanava dal purismo doveva essere eliminato. Ma, insomma, è quello che realizza oggi la psicofarmacologia.
Cosa dicono i professionisti della morte? In Italia, i depressi sono un milione, no, due milioni, anzi, secondo le industrie farmaceutiche sono dieci milioni, ma forse sono trenta milioni i depressi in Italia! Così gli psicofarmaci aumentano. In questi cinque anni di crisi, cioè di purismo morale, di purismo in materia di sessualità, di finanza, in materia di intellettualità, c’è una cosa che non ha conosciuto crisi e, anzi, ha prosperato: è la psicofarmacologia.


Faccio gli auguri a ciascuno di voi perché trovi le ragioni della salute — non della salvezza, perché la salvezza è un servizio morale —, le ragioni della salute e non della malattia, perché trovi la direzione e la qualità verso cui procedere. In base a questa direzione, ciascuno stabilisca il progetto e il programma, il progetto di vita e il programma di vita.
Non è facile, ma è essenziale.


Trascrizione, non rivista dall’Autore, di Francesca Di Sopra e Antonella Silvestrini.
A cura di Cristina Frua De Angeli

Pubblicata in "Il secondo rinascimento", 44, giugno 1997

 

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