INCONTRO CON BACHISIO BANDINU

LA SARDEGNA TRA MITO E REALTA’


In ciascuna civiltà, nel mito e nel rito, si mettono in gioco i fantasmi più arcaici, quei pregiudizi che vanno a rappresentare il fondamento delle più rassicuranti abitudini, ritenute indispensabili per la comunità.
Nella logica dell’espiazione, il sacrificio è il culmine, che redime tutti dal male.
Bachisio Bandinu, giornalista e scrittore, esperto di antropologia e studioso della lingua e della cultura sarda, si accorge che questo modello tragico, indagato lungamente da Renè Girard, passa oramai come la rassicurazione e il fondamento della comunità, ma non esaurisce le questioni che emergono nella tradizione sarda.
L’associazione la cifra ha invitato a Pordenone Bachisio Bandinu, che oggi, alle 18, a Palazzo Montereale Mantica presenterà il suo ultimo libro, “La maschera, la donna, lo specchio” (edizioni Spirali, 2004).
Contrariamente a quanto si crede, nella tradizione isolana i Mamuthones di Mamoiada, i Thurpos di Orotelli e i Boes – Merdules di Ottana, non si identificano con la simbologia del capro espiatorio.
L’urlo, il muggito, le scene di violenza, non attengono al bestiale, a ciò che confermerebbe l’insensato, il selvaggio e il patologico. Attengono all’humanitas, a un terreno inconoscibile che non è affatto prelinguistico.
Bachisio Bandinu, presidente della Fondazione Sardinia, per molti anni collaboratore del “Corriere della Sera”, già direttore de “L’Unione Sarda”, di cui è editorialista, ha scritto opere di storia, antropologia e linguistica, tra cui “Il re è un feticcio”, con Gaspare Barbiellini Amindei, vincitore del premio Campione.
In “La maschera, la donna, lo specchio” egli compie un’indagine culturale e linguistica, insolita, perché diviene racconto essa stessa, in cui la narrazione della Sardegna è occasione per dissipare i luoghi comuni della mitologia new-age, delle teorie evoluzionistiche e del primitivismo, proprio di alcuni studi antropologici.
I riti della Sardegna sono lontanissimi dalla spettacolarizzazione propria del cerimoniale festivo. La maschera non dà a vedere alcuno stato d’animo, non pone alcuna relazione tra l’essere e l’apparire, e non conferma il rapporto tra l’uomo e l’animale. Indica, invece, l’impossibile animalizzazione degli umani e l’impossibile umanizzazione degli animali.
Proseguendo la sua indagine, Bandinu sottolinea che anche la donna mette in discussione il cerimoniale del discorso festivo. Grazie a lei cessa ogni idea di distinzione del vero dal falso, di unificazione e di governabilità: il corpo non si contrappone alla purezza dell’anima e non è oggetto di possessione.

“Il Gazzettino”, 21 ottobre 2004