L'ambiente esterno come antidoto della vita
rassegna stampa

 

MENTE & CERVELLO/2 - LA MALATTIA

Cassin, responsabile del Dsm, rifà la storia della liberazione dai manicomi. Superare gli opposti sano-malato

"La psichiatria: malattia mentale o programma di vita?". Con questo titolo provocatorio l'Associazione psicanalitica di Pordenone la cifra ha aperto un dibattito sul significato della malattia mentale e più in generale sul concetto di salute.
Al convegno, organizzato con il patrocinio del Comune di Pordenone, hanno partecipato Mariarosa Ortolan (psicanalista), Angelo Cassin (psichiatra, responsabile del Dipartimento di salute mentale di Pordenone) e Giorgio Antonucci (medico e scrittore). Ha coordinato Antonella Silvestrini, psicanalista e presidente dell'Associazione la cifra.
"Pordenone - ha spiegato Cassin - è una delle città italiane con la più bassa richiesta di ospedalizzazione e reclusione del malato mentale, ciò significa che l'ambiente sociale ha saputo attivare le proprie risorse interne cercando in forme relazionali e di auto-mutuo-aiuto possibilità concrete di risposta alla sofferenza psichiatrica. La critica all'istituzionalizzazione della malattia mentale e quindi alla successiva ospedalizzazione del paziente è stata una battaglia storica positiva - ha aggiunto Cassin -, da non confondersi però con le responsabilità che i servizi mantengono nei confronti di persone che manifestano una sofferenza. Il Dipartimento di salute mentale si pone il problema della salute cercando risposte non solo all'interno dell'istituzione psichiatrica ma promuovendo percorsi attivi di reinserimento nella società ad esempio attraverso il lavoro".La battaglia nei confronti dell'istituzione psichiatrica ha avuto il suo apice negli anni del '68. "Erano anni - racconta Antonucci - in cui il movimento studentesco aveva duramente contestato il concetto di malattia mentale e tutto il pensiero che aveva istituzionalizzato il manicomio. Si comprese che separare il malato dalla società, rinchiuderlo in un manicomio, spesso contro la sua volontà, non solo erano atti lesivi della dignità personale e della libertà, ma non comportavano beneficio sul piano della cura. Ci si rese conto - continua il medico - che la separazione dall'ambiente di per sé non curava, anzi, aggravava la sofferenza psichica. Nei manicomi c'erano pazienti rinchiusi anche da 30-40 anni. Nel 1968 si riuscì ad aprire un discorso completamente nuovo sulla cura del malato mentale. Un discorso nuovo, non differente, perché non si trattava di cure o tecniche alternative ma di un nuovo modo di intendere la persona".
Centrale diventa la relazione con l'ambiente. Superare le categorie di sano e di malato non significa non riconoscere la sofferenza, ma attivare risposte non univoche e soprattutto entrare nell'ottica della relazione.


forse è successo
per disgrazia
forse volevo uccidermi
Ma che ti importa perché è successo?
Per loro non fu disgrazia
Per loro non fu disperazione
Per loro fu pazzia
loro spiegano
tutto
con la pazzia
e sono venuta qui dentro
e ci resto
e debbo ringraziare l'infermiera
se la mia seggiola a rotelle
viene spinta
dalla cella
al cortile
e dal cortile
alla cella
perché così la mia vita
anche se squallida
non è monotona del tutto
se mi ascolti e se hai il coraggio di credermi
la mia storia
come vedi
è molto semplice.

Da La nave in paradiso, poesia scritta da un paziente del manicomio di Imola.

 

Daniela Dose, "Il Gazzettino", giovedì 27 gennaio 2000

 

 

I due volti della psichiatria

 

TAVOLA ROTONDA - L'iniziativa promossa dall'Associazione la cifra

I fronti contrapposti: da una parte i basagliani, dall'altra Antonucci

Nella tavola rotonda promossa dall'Associazione la cifra, sono state messe a confronto due diverse scuole di pensiero: quella dei basagliani e quella di Antonucci. Numerosi gli spunti e le contrapposizioni rispetto a un ambito difficile come quello della psichiatria.

Che differenza c'è tra "Psichiatria democratica" e Antipsichiatria? La stessa che corre tra Franco Basaglia e Giorgio Antonucci, entrambi psichiatri, entrambi protagonisti negli anni Settanta di quell'epica fase di smantellamento materiale e ideologico del manicomio che ispirò, un decennio più tardi, la 180. Sennonché, se i basagliani hanno conquistato in questi anni i posti chiave della psichiatria antimanicomiale e pur senza internare i pazienti continuano imperturbabili a diagnosticare schizofrenie e depressioni, Antonucci continua a proclamare instancabilmente che la follia non esiste e che, di conseguenza, non dovrebbero esistere neppure gli psichiatri. Anche lui, insieme al responsabile del Dipartimento di salute mentale Angelo Cassin e alla psicanalista Mariarosa Ortolan, era presente mercoledì sera all'Auditorium della Regione alla tavola rotonda promossa dall'Associazione psicanalitica la cifra tenace avversaria di una psicanalisi che imbrigli il disagio nella gabbia della malattia mentale. A moderare il dibattito c'era la psicanalista Antonella Silvestrini, portavoce del sodalizio.

"Gli anni di cui vi parlo erano anni di abbattimento delle strutture psichiatriche — ha spiegato Antonucci, che è anche autore di un interessante saggio autobiografico Le lezioni della mia vita. La medicina, la psichiatria, le istituzioni —. Fu proprio Basaglia che mi propose di lavorare nel reparto neurologico di Cividale insieme al dottor Edelweiss Cotti, ingiustamente meno noto del primo anche se non meno di lui contribuì a sconvolgere la tradizione psichiatrica. Cotti ribattezzò il reparto di Cividale 'Centro di relazioni umane', a dimostrazione che non ci occupavamo di cervelli sani o bacati, e aprì le sue porte. Le uniche chiavi ammesse erano quelle che i pazienti usavano volontariamente, per riservatezza, per chiudere le loro stanze. Ben presto il fatto che i nostri ricoverati cominciassero a girare per la città allarmò la gente, e il sindaco mandò la polizia a farci chiudere il reparto. Penso sia stata la prima volta che la polizia abbia assaltato un ospedale civile, per giunta in tempo di pace, in cui non c'erano delinquenti né brigatisti. Entrarono con la forza, io fui preso e caricato su una camionetta e poi rilasciato. Tutti i giornali del mondo ne parlarono: persino in Australia".

Ma allora che fare se un soggetto diventa pericoloso per sé e per gli altri? Per Antonucci, se la follia non esiste come condizione etichettabile con diagnosi o, peggio, trattabile con massicce dosi di farmaci o elettroshock, è però altrettanto vero che esiste il disagio. Ma questo nulla ha a che fare con la struttura del cervello. Per lui la vera follia è l'ondata biologistica e tecnicistica che con farmaci o psicoterapie sempre più sofisticate pretende di dare risposte definitive a una sofferenza che è parte della vita. Semmai, compito del terapeuta è stare accanto alla persona che soffre e cercare insieme a lei di capirne il motivo, per aiutarla a star meglio. Teorie ardite e irrealizzabili? Può darsi, ma c'è un piccolo particolare che le rende concrete. Antonucci le ha fatte sporcandosi personalmente le mani e non di rado entrando in rotta di collisione persino con "antipsichiatri" per antonomasia come Basaglia e Pirella a Gorizia, e lo stesso Cotti a Imola. Ha continuato a praticare quelle teorie prima al reparto di Imola, poi fondando il "Telefono Viola" a difesa dei diritti dei cittadini sottoposti a provvedimenti psichiatrici. Se non altro per questo la sua esperienza merita considerazione e rispetto.

Caterina Diemoz, "Messaggero Veneto", venerdì 21 gennaio 2000

 

"No allo psichiatra dell'esteriorità"

 

È l'opinione di Angelo Cassin, del Dipartimento di salute mentale

"Anch'io sono contrario a una psichiatria dell'esteriorità, che guarda esclusivamente ai sintomi e prescrive farmaci". È quanto ha detto mercoledì sera nell'Auditorium della Regione, il responsabile del Dipartimento di salute mentale Angelo Cassin, anche lui profondamente segnato nella sua esperienza professionale dalla riforma basagliana. "Ciò che definiamo malattia è prima di tutto un'esperienza umana, uno dei modi possibili di essere uomini — ha detto lo psichiatra —. L'esperienza di Basaglia fu un crogiolo di entusiasmi e passionalità che ha trovato uno spazio, ma che oggi rischia di perdersi". Per quale motivo? Anche secondo Cassin la psichiatria moderna, in cui lo psichiatra pordenonese continua comunque a credere a differenza del suo collega Antonucci, è avvelenata dall'ondata biologistica e tecnicistica dell'ultimo decennio: "Apriamo a caso una rivista di psichiatria clinica e scopriamo che non si parla d'altro che di recettori, neuroschemi e neurotrasmettitori — ha osservato Cassin —: è il linguaggio delle cosiddette neuroscienze, che vanno tanto di moda. Ma in questo mondo asettico i pazienti e la loro sofferenza non hanno più alcun diritto di cittadinanza".Infine, anche la psicanalista Mariarosa Ortolan ha spezzato una lancia in favore dell'antipsichiatria sostenendo che "il libro di Antonucci apre un dibattito che ha per oggetto la follia: una follia che, però, è tale solo rispetto a un ordine sociale prefissato". Una mentalità smascherata proprio da uno scrittore da molti ritenuto folle come Edgar Allan Poe, che osserva caustico in un suo racconto: "La frenologia è stata costruita a priori. Molto meglio sarebbe invece osservare quel che effettivamente accade".

Caterina Diemoz, "Messaggero Veneto", venerdì 21 gennaio 2000

 

 

UN MEDICO SCRITTORE NEL SEGNO DELL'UMANO

 

PSICHIATRIA DUEMILA

L'associazione psicanalitica la cifra, organizza, con il patrocinio del Comune di Pordenone, una conferenza dibattito sul tema "La psichiatria: malattia mentale o programma di vita?", che si terrà nell'Auditorium della Regione mercoledì alle 17.45. Gli organizzatori hanno invitato, per la trattazione del tema, il medico e scrittore Giorgio Antonucci, che illustrerà la sua trentennale esperienza nell'istituzione psichiatrica. Interverranno anche Mariarosa Ortolan, psicanalista e Angelo Cassin, psichiatra responsabile del Dipartimento di salute mentale dell'Ass 6. Il dibattito sarà coordinato dalla psicanalista Antonella Silvestrini.

Antonucci ha operato anche all'Ospedale civile di Cividale del Friuli, ha collaborato con Franco Basaglia all'Ospedale psichiatrico di Gorizia ed è successivamente passato a dirigere il Centro di igiene mentale di Reggio Emilia e il reparto autogestito dell'Istituto Lolli di Imola. Tra la sua attività ricordiamo anche l'attivazione del "telefono viola" contro gli abusi psichiatrici e la pubblicazione di numerosi testi che si preoccupano di dissolvere il pregiudizio psichiatrico e di arginare l'ondata biologista e tecnicistica che ha invaso il settore delle problematiche mentali. Incessante è anche il suo contributo al processo di deistituzionalizzazione e all'introduzione di nuovi dispositivi di arte e cultura in ambito psichiatrico.
Nell'occasione, sarà anche presentato il suo libro Le lezioni della mia vita. La medicina, la psichiatria, le istituzioni, pubblicato presso Spirali. Per informazioni e chiarimenti è possibile chiamare la sede dell'Associazione la cifra al numero 0434 208157.

"Il Gazzettino", lunedì 17 gennaio 2000.