Lezione III. Il cuore e il cervello dell'impresa: la lucidità.
Antonella
Silvestrini Con l'incontro di questa sera si concludono le conferenze intorno al
brainworking e alla clinica. Ringraziamo ancora le istituzioni, il Comune e la
Provincia di Pordenone per la sala e il patrocinio. Ringraziamo anche le
aziende che hanno sostenuto il progetto intorno al “capitalismo intellettuale
nella famiglia, nella banca e nell’impresa”: Palazzetti, Enface, TICI,
Pordelettrica, Prosciutteria Fratelli Martin, la ditta Moreno Buttignol, Rail
One, Technofarming, Executive, e lo studio grafico Monica Fedeli.
Il tema di questa sera è
intrigante: cosa intendiamo per lucidità? È possibile perdere la lucidità? E
come instaurarla? In questi incontri abbiamo parlato dell’impresa e
dell’imprenditore. Chi è imprenditore? L’imprenditore non è chi possiede
un’azienda visibile, o chi ha uno stabilimento. Non basta lo stabilimento per
fare l’imprenditore. Imprenditore è chi si trova nel rischio. Mercoledì scorso
dicevamo che non si rischia una volta per tutte, ma che il rischio è costante
nella nostra vita, anzi non è mai scontato, e quindi occorre sempre porsi la
questione del rischio. Non c’è un tempo per rischiare e un tempo, invece, per
riposare o per rilassarsi. Diciamo che è imprenditore chi, nella famiglia, nel
matrimonio, nell'istituzione, nella scuola, nell'azienda, si trova a rischiare
senza cercare giustificazione nella genealogia, nel destino, nella
predestinazione, nel conformismo. È imprenditore chi si trova in una battaglia
intellettuale senza compromessi, chi non ammette vie facili, chi non insegue
abiti sociali.
La battaglia, abbiamo detto più
volte, non è contro qualcuno, non è una battaglia in cui abbiamo dei nemici. È
proprio questo il bello: è una battaglia senza nemici. Una battaglia che si
affronta con gli interlocutori. Non è così scontato riuscire a non cedere alla
tentazione di purificare l’anomalia. La tentazione di togliere l’anomalia, di
purificare l’ineguale, è fortissima. La scommessa sta proprio in questo:
accogliere l’anomalia e intenderne la portata. E, quindi, ciascuno di noi si
trova nel rischio di accogliere e introdurre una novità nella sua vita e nelle
cose che fa. Appare più difficile, anzi quasi impossibile, nell’ambito delle
istituzioni, ma non è vero! Non è vero perché anche nelle istituzioni possiamo
incontrare interlocutori. Certamente non è facile, però è sempre una questione
di rischio. Se riusciamo nelle occasioni più difficili, riusciamo anche
altrove.
Dicevamo la volta scorsa che l’idea
del conosciuto ci impedisce la valorizzazione, e che l’idea di sapere già o di
conoscere già i familiari, i collaboratori, i clienti, il datore di lavoro, i
soci ecc. sbarra la strada alla valorizzazione, non ci consente di valorizzare
e quindi di trovarci in quel processo di qualificazione che è indispensabile
per vivere, senza cui la nostra vita non diviene capitale. La questione più
importante è proprio che la vita divenga capitale intellettuale, non accumulo
di sostanze.
Quello che risulta più
intollerabile è il narcisismo. Il narcisismo spesso viene inteso in
un’accezione negativa, invece, per ciascuno di noi, è instaurato dalla
provocazione, da un punto più alto che non riusciamo a addomesticare, e
dall'intervento del tempo nella nostra vita, quando capiamo che non possiamo
reagire al tempo, che non possiamo negare il tempo. Cosa vuol dire? Non
possiamo negare la trasformazione che ci travolge. Accade a volte, quando si
organizzano avvenimenti, si invitano scrittori, poeti, artisti, che l’invitato
sottolinea a suo modo la questione del narcisismo. Mi viene in mente Sylvano
Bussotti che si è messo a leggere brani del suo libro, scritto molto bene, in
una prosa raffinatissima. Non ha parlato, ha letto. Secondo alcuni, questo è
stato un modo dell’esibizionismo, non considerando che Bussotti è un musicista,
un compositore e che la sua lettura era il concerto stesso che lui aveva
richiesto. Da regista aveva chiesto l’integrazione con brani musicali eseguiti
al violino da Luca Paoloni. Lui leggeva dei brani e poi c’era il violino.
Questo gesto, per alcuni così eccentrico, non possiamo purificarlo. Che senso
ha ridurre a normalità le cose o addomesticare l’anomalia? Anzi, quello che noi
cogliamo come anomalia, è proprio un’occasione per interrogarci rispetto
all’anomalia che ci riguarda. Nessuno escluso.
La follia e il rigore. La follia e
il rigore sono i due aspetti della provocazione indispensabili per vivere, anzi
sono la condizione per vivere.
Il cuore e il
cervello
Il cuore e il cervello. Il cuore, dagli antichi, era
ritenuto la sede della memoria, infatti il termine ricordare viene proprio da
cuore. Pensavano che la memoria stesse nel cuore, così pensava Platone. Ad
esempio, in inglese si dice to learn by
heart, per dire imparare a memoria; nell'inglese c’è questa traccia.
Il cuore e il cervello nei secoli
sono stati fantasticati, immaginati, come modi per misurare e risparmiare il
tempo. E per rappresentarsi il modo del fare. Nei dizionari si trovano numerose
formule idiomatiche intorno al cuore e al cervello, con riferimento al fare. Ad
esempio, fare con il cuore o fare con il cervello. Pensare con il cuore o
pensare con il cervello. Parlare con il cuore o parlare con il cervello. Sono
modi di rappresentarsi il fare secondo un’idea di bene o di coltivare un
finalismo. Per esempio, “L’ho fatto con il cuore” è come dire “L’ho fatto senza
tornaconto”. Nella performance ideale del cuore vige una notevole arroganza.
L’amante ideale, che realizza la sua idea di bene nella performance ideale, è
arrogante. Infatti, alla buona volontà segue sempre la rivendicazione: “E io
che ho fatto questo e questo e questo… l’ho fatto con il cuore!”.
Apparentemente chi dice di fare con il cuore non tiene il conto delle cose che
fa, ma poi, alla prima delusione, lo presenta il conto!
Allo stesso modo, dire “Fare con il
cervello”, sembra un modo per sottolineare che c’è un interesse, un calcolo
finalistico che esclude il cuore. “A mente fredda”, si dice. Cuore e cervello
nella vulgata sono due modi di immaginare il fare e il tempo. Certamente, il
cervello è associato alla fantasia del risparmio. “Usa il cervello”, per dire:
“Sii efficiente, non sperperare, non perder tempo”. Quindi l’efficientismo
viene attribuito proprio a questa immaginazione del cervello, a questa
rappresentazione del cervello come il modo algebrico per eccellenza per fare le
cose. In altri termini, nell’immaginario, il cuore e il cervello sono due modi,
impossibili in effetti, di rappresentarsi l’esperienza: il modo geometrico e il
modo algebrico. Quindi, rispetto al cuore, uno immagina che si sente o non si
sente di fare, che gli va o non gli va di fare, che questa cosa la fa con il
cuore e quest’altra no, perché non sente la passione! Non c’è cuore, quindi non
fa. Il cervello, invece, rappresenta il modello algebrico perfetto: si fa la
somma, poi si sottrae, poi si somma
ancora: “Quanto mi resta? Ho fatto di più? Ho fatto di meno?”. Sono modi di
complicarsi la vita, di evitare il lusso, l'accadimento, di evitare di
constatare che c'è la novità, che c'è il guadagno inedito nelle cose e che il
fare non è mai prevedibile. Il fare poggia sull'infinito. Anzi l'infinito è una
proprietà del fare.
Il cuore e il cervello vengono
utilizzati anche come modi per rappresentarsi il centro. Il cuore delle cose,
ovvero l’intimo. Il cervello delle cose, ovvero il centro da cui gestire, o con
cui controllare ogni cosa.
Armando Verdiglione ha compiuto una
traversata nei suoi scritti intorno al cervello e ne ha dato un’elaborazione
interessante riprendendo, per esempio, sia la lezione di Leonardo da Vinci, che
nei suoi scritti racconta di un cervello assolutamente artificiale, per nulla
naturale, sia di Machiavelli, che ha parlato del cervello come dispositivo di
governo, di amministrazione, dispositivo di scrittura. Per esempio, c'è un
brano bellissimo di Machiavelli nel capitolo XXII del Principe in cui dice:
La prima coniectura che si fa del cervello di uno signore,
è vedere gli uomini che lui ha d'intorno; […].
Machiavelli ci insegna che il cervello del principe o del
capitano o dell'imprenditore o del regista, è innanzitutto costituito dagli
“uomini che lui ha d'intorno”. Già questa è una elaborazione interessantissima,
perché effettivamente è così. Il cervello non è l'intelletto. Gli psichiatri,
già nel XIX, secolo hanno pensato che gestendo il cervello o trovando la
lesione nel cervello, avrebbero trovato la risoluzione delle cose. Si
rappresentavano nella lesione del cervello un’idea del tempo, per esempio. E
invece Machiavelli dà tutta un’altra lettura. Quindi il cervello non è
l'intellettualità, non è l'intelletto. È piuttosto il dispositivo per
l’intellettualità. E poi, proseguendo dice un'altra cosa molto interessante:
[…] E perché sono di tre generazioni
cervelli: l'uno intende da sé, l'altro discerne quello che altri intende, el
terzo non intende né sé né altri; quel primo è eccellentissimo, el secondo
eccellente, el terzo inutile.
Machiavelli si è interrogato molto intorno alle virtù del
capitano e all’instaurazione del cervello, ovvero intorno alle questioni che
intervengono nel governo.
Un’altra fantasia intorno al
cervello è l’idea di “mangiare il cervello”, che è per definizione l’idea del
plagio. Oppure del “lavaggio del cervello”. La fantasia di plagio è l’idea di
controllo sul cervello, ovvero che qualcuno possa controllare, succhiare,
togliere, mangiare, il cervello. Ma, di questo cervello, che nell’idealità
dovrebbe essere il congegno perfetto per l’efficienza, è molto più interessante
verificare l’efficacia che l’efficienza. L’efficienza risponde sempre a un
principio di risparmio, lo riportano anche i testi di economia. Introdurre
l’efficienza in un’impresa o in un’azienda equivale a tagliare i costi, a
ridurre le spese, sempre nell’idea del risparmio. L’efficacia, invece,
introduce modalità nuove di guadagno e quindi fare nuovi contratti,
convenzioni, ottenere sconti speciali, in una strategia. L’efficacia è in una
strategia, invece l'efficienza risponde a un modello proprio del risparmio e
noi sappiamo che, anche nella nostra giornata, quando incominciamo a
risparmiare, ci accorgiamo che il risparmio non basta mai. E infatti, accanto
al risparmio, che non è mai abbastanza, incomincia lo spreco, che non è mai
abbastanza. Quindi risparmiamo su questo e incominciamo a sprecare su quello,
risparmiamo di qua e aumenta lo spreco di là. La pulsione non tollera il
risparmio. In effetti, nessuno tollera il risparmio perché è proprio la
negazione della vita.
La lucidità
Come instaurare la lucidità? La lucidità non è una
caratteristica del soggetto, né un aspetto del carattere. La lucidità
interviene esclusivamente laddove c’è un'istanza di conclusione. Se nelle cose
che noi facciamo puntiamo alla riuscita, ci troviamo nella lucidità. Se le cose
che noi facciamo rientrano in un automaticismo, dettato dal voler, dal saper o
dal dover fare, si dilegua la lucidità. Allora incominciamo a fare gaffes, atti
mancati, e sopraggiungono gli inghippi. Senza compimento non c'è nessuna
lucidità.
Invece è indispensabile considerare
che, per ciascuno di noi, la riuscita è pulsionale. La riuscita non dipende
dalla volontà del soggetto, come si potesse dire: “A me interessa riuscire!”.
Nessuno di noi, effettivamente, accetta o sopporta la mancata riuscita. Ci sono
persone che dicono: “Ah, io faccio questo, ma non è che poi mi interessi tanto
il guadagno o la riuscita”. Questa enunciazione è molto sospetta. Non dobbiamo
mai credere a queste formulazioni.
La via più facile per complicare il
viaggio e frapporre impedimenti alla riuscita è l’idea che il fare dipenda dal
volere, dal sapere, dal potere, dal dovere. Quando noi diciamo “Io voglio
fare”, ”Lo faccio perché lo voglio fare”, già ci stiamo arenando. Sarebbe come
dire che ci sono cose che io voglio fare e cose che non voglio fare. È già un
modo di reagire all’occorrenza, quindi di reagire al tempo e alla
trasformazione. “Lo faccio io perché lo so fare!”: è già un modo di sospendere
la lucidità. Questo fare è in un automaticismo, senza compimento e senza
riuscita.
Il fare, invece, non è una
prerogativa del soggetto che padroneggia e spadroneggia, fa quello che vuole o
che deve. Non solo il “Voglio fare!”, anche il “Devo fare!”, è altrettanto
rovinoso. Non è un fare che procede dalla responsabilità, dall'autorità. È fare
il despota di se stessi. È comico. E così anche il dire “Faccio quello che
voglio”, è patetico.
Pensiamo al sonno. Il sonno, dalla
maggior parte delle persone, è vissuto come un crollo della vigilanza: si dorme
perché, a un certo punto, non ci si regge in piedi, non ce la si fa più. Si è
stanchi, ci si deve ricaricare, ci si deve rilassare. Invece, non è così! Il
sonno è una questione pragmatica. Occorre l’ appuntamento, per dormire.
Ciascuno dorme rispetto a un appuntamento. Come occorre. Invece, ci sono
moltissime persone che ritengono che dormire sia una questione di volontà, di
rilassamento, di recupero. Allora qualcuno si può permettere di sonnecchiare a
tavola o sul divano. Per stanchezza comincia lì e dopo, quando non ce la fa
più, alle 2 o alle 3, va a letto. Sono modalità dell'infantilismo, queste. Come
dire “Posso essere padrone di me stesso almeno per una cosa? Almeno per il
dormire?”. L’insonnia è l’altro aspetto. L'insonnia è conseguenza dell’idea che
si debba smettere di fare per dormire, cioè che si interrompa il pensiero e
ogni cosa nel momento in cui si va a dormire. “Come posso dormire con tutti
questi pensieri?”. È come se ci fosse un controllo sul pensiero, un controllo
sulle idee che non si può mollare. Anche in questo caso c’é la fantasia di
poter mollare. E allora l’insonne sta a controllare tutta la notte che le idee
operino, che per caso non si addormentino, altrimenti lui è spacciato.
La riuscita non è il successo. La
riuscita non è che le cose vadano bene, che siano positive come mi aspetto o
che siano come qualcuno si aspetta che io le faccia andare. La riuscita è il
compimento. Il compimento non sta in un modello di successo che abbiamo
immaginato, non sta in una certificazione di qualità standardizzata, in cui noi
dobbiamo prevedere il margine di errore. Saremmo ancora una volta esecutori di
una performance dettata da un modello sociale. E questa non è la riuscita, è la
formula dell'infelicità.
Per capire se nella nostra vita c’è
riuscita, occorre interrogarsi intorno a quel che resta. Occorre occuparsi di
quello che resta. Quello che resta non è qualcosa di visibile, di sostanziale o
che fa segno. Quello che resta è immateriale e insostanziale. Come
nell'impresa. Quando parlavamo del bilancio, la volta scorsa dicevamo che il
bilancio non è del passato ma è bilancio dell’avvenire. Gli economisti si sono
accorti che quelli che chiamano intangible
assets, i beni immateriali, sono la gran parte dei cosiddetti assets di un’impresa e non compaiono
come voci di un bilancio ma, effettivamente, sono indispensabili perché
l’azienda e l’impresa vivano.
Per il compimento è indispensabile
la scadenza. Nell’equipe del mercoledì discutiamo di queste questioni e più
volte abbiamo parlato dell'importanza della scadenza. Nel gerundio della nostra
vita, vivendo, facendo, la scadenza è indispensabile perché intervenga il
tempo. Quello che facciamo credendo di poter gestire la scadenza, è privo di
lucidità.
Per esempio, sono numerosissime le
modalità per evitare la scadenza e quindi di pensare che sia gestibile. Ad
esempio: “Mancano quattro giorni, pertanto posso rimandare e fare altro”. Tutti
gli eroi sono ottimisti. “Sì, ce la posso fare!”. E poi si trovano a fare le
cose all’ultimo momento. Ci sono persone che non riescono a concludere se non
all’ultimo istante, a costo di restare svegli tutta la notte. Questo è un modo
di evitare la scadenza, cioè di credere di poterla gestire per poi fare in
assenza di lucidità, perché diventa un dover fare. Quando il fare si converte
nel dover fare, perché ho poco tempo, non si tratta più della scadenza come
urgenza delle cose da fare e quindi occorrenza. La scadenza diventa una
mannaia.
La tentazione di evitare la
scadenza è molto forte nell’eroismo. Sollecita le prove con se stessi. Sono
sempre prove vane, fasulle, che non portano da nessuna parte, perché al posto
della riuscita è stato messo il riscatto.
Verdiglione ha scritto questa cosa
interessantissima intorno alla riuscita: “La riuscita, ovvero, non c’è più
riscatto”. È interessante perché effettivamente la tentazione del riscatto per
ciascuno di noi in materia di riuscita è fortissima. Come dicevamo, il riscatto
è sempre un modo del ricatto. Infatti, quando mi devo riscattare, non avverto
il riscatto, bensì il ricatto: avverto di essere ricattato dalla scadenza o
dalla persona a cui devo presentare il lavoro.
La riuscita non è il riscatto. Ma
perché sarebbe un riscatto? È fantasticata come un riscatto, quando pensiamo
alla riuscita come positiva o come negativa, quindi come un’occasione di
euforia o di disforia. C'è un altro brano di Machiavelli, bellissimo, dai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio
che dice:
Gli uomini grandi sono sempre in ogni fortuna quelli
medesimi; e se la varia, ora con esaltarli, ora con opprimerli, quegli non
variano, ma tengono sempre lo animo fermo, ed in tale modo congiunto con il
modo del vivere loro, che facilmente si conosce, per ciascuno, la fortuna non
avere potenza sopra di loro.
Quindi “[…] in ogni fortuna quelli medesimi e se la varia,
ora con esaltarli ora con opprimerli, quegli non variano […]”. Effettivamente,
la tentazione dell’euforia e della disforia è molto comune. Concludere un
contratto, riuscire in una trattativa, concludere un affare o portare a
compimento qualcosa non è un’occasione di euforia o di disforia, soprattutto in
questa fase così difficile del mercato. Certamente la lezione di Machiavelli
sarebbe da riprendere, da ripetere, da imparare, da intendere. Che senso ha
cedere ai facili entusiasmi o alle facili euforie? Questa modalità è sempre
nell’idea che la battaglia abbia un nemico dinanzi. Machiavelli, quando parla
del principe e della guerra — dobbiamo leggerlo sempre come se parlasse di una
guerra intellettuale, senza nemici — dice che il principe, nei periodi di pace,
non ragiona di meno o lavora di meno o fa meno congetture, assolutamente no.
Non dipende dai nemici la nostra battaglia.
L'immunità
dell'impresa
L'impresa non ha nemici, l'impresa ha interlocutori. Per
esempio, nel commercio a volte si fa strada l’idea che vendere sia come andare
in guerra. C’è la base da cui partono i venditori che vanno in guerra e a cui
devono tornare con il bottino, strappare l'affare e tornare vincitori. In
alcuni casi, questa fantasia sembra portare successi, entusiasmare e ravvivare
gli animi, ma in effetti è senza immunità. In questa rappresentazione il
venditore deve fumare almeno 40 sigarette al giorno o correre in macchina. Il
gioco non regge perché è una vendita senza immunità. Il fare che è contro
l’altro è un fare senza immunità. Un’impresa che ha il nemico dinanzi è
un’impresa senza immunità. Provate a verificare: le persone che hanno il nemico
dinanzi, si ammalano più facilmente. Sono più esposte alle malattie, al calo
immunitario.
Dobbiamo sempre interrogarci se
dinanzi a noi, al posto dell’interlocutore ci rappresentiamo un nemico, oppure
un amico, poiché sono la stessa cosa. Con un amico instauriamo tutta una serie
di compromessi, di ricatti, di aspettative facili, di pretese. “Io ho fatto
questo e lui non mi ha neanche risposto, io ho fatto quell’altra cosa lì e
neanche un po’ di gratitudine”. È molto arrogante pensare che l'interlocutore
sia amico o nemico. È una modalità di vivere senza immunità, oppure dovendo
purificarsi e riscattarsi il sabato e la domenica, con tutti i rituali che
vanno dall’alcool, all’eccesso di cibo, al fumo ecc. Tutta una serie di rituali
che le persone mettono in atto per riscattare la settimana. Come dire che nella
settimana hanno incontrato solo nemici: dal socio al collega, dal dipendente
all’insegnante, e così via. Se, invece, non abbiamo nemici bensì interlocutori,
allora c’è l’eventualità di un’altra trasformazione, l’eventualità del riso,
della leggerezza, dell’allegria, del guadagno, della salute, della lucidità.
Insomma, c’è un’altra tenuta. In effetti lo constatiamo: quand’è che noi
diciamo di una persona, o di un imprenditore, o di un insegnante che ha tenuta?
Quando ci accorgiamo che non si abbatte e non si euforizza. Alcune persone si
chiedono “Perché quando dico una cosa, in casa, per esempio, non vengo
ascoltato? O perché i miei amici non mi ascoltano e mi abbandonano?”. Uno dei
motivi può essere questo: si fa molta fatica ad instaurare qualcosa con chi si
euforizza con molta facilità. È come se si avvertisse che poi segue
l’abbattimento e non c'è fede nella riuscita. Può capitare che gli interlocutori
avvertano che c’è questa oscillazione. Magari non se ne rendono conto, però poi
accade che non proseguono nell'interlocuzione, non chiamano, non cercano.
Questa è già la chance per accorgersi che la tenuta vacilla.
Il tempo non
finisce. Il ritmo
Nella giornata è indispensabile instaurare il ritmo.
Verdiglione ha introdotto un’elaborazione nuova intorno al tempo. La
constatazione che il tempo non finisce e che interviene facendo, è una novità
assoluta. Lo possiamo constatare nell’esperienza, eppure nessuno lo aveva mai
scritto, formalizzato, portato a elaborazione. Anche le teorie intorno
all’impresa si fermano al luogo comune intorno al tempo. Che il tempo finisca è
una cosa che non viene mai messa in discussione da nessun consulente. E invece,
perché l'impresa regga, occorre che l’imprenditore dissipi la fantasia della
fine del tempo, perché se crede che il tempo finisce, allora pensa anche che ha
poco davanti a sé, che la sua azienda potrà sprofondare e che le cose
finiscono. E pensa di dover risolvere tutto e subito. E allora rispetto a un
collaboratore che non è proprio efficace, interviene con la mannaia: dà colpi
di grazia a destra, e a sinistra. Un massacro per non ottenere nulla, perché la
persona che riceve un colpo di grazia difficilmente capisce e intende. Più
facilmente reagisce.
Occorre intendere che ciascuna cosa
si trova nell’eternità, e quindi non dobbiamo risolvere tutto e subito. È più
interessante instaurare dispositivi per la riuscita. La condizione principale
per capire se mi posso avvalere del tale collaboratore o posso lavorare con il
tale socio, è capire se questa persona è provocata dall’obiezione,
dall’ostacolo, dalla provocazione, dall'appuntamento. Se la persona non
reagisce, non si difende rispetto all’ostacolo, all’inconveniente, allora è una
persona con cui possiamo instaurare dei dispositivi anche se apparentemente non
ci sembra capace, ci sembra che non abbia esperienza. La nostra forza viene da
lì. La condizione del fare, la condizione del vivere è l’ostacolo, quello che Freud
ha chiamato oggetto e che poi Verdiglione ha chiamato sembiante.
Un ragazzo mi dice: “Come faccio a
pensare che le idee non mi finiranno?”. Poiché scrive, si preoccupa: “E se si
esauriscono le idee?”. Oppure: “Se faccio questo, magari mi vengono le idee. Se
faccio quest’altra cosa mi si esauriscono le idee”. Le idee non si esauriscono.
La fantasia che ci sia una idealità da inseguire e che questa idealità, questo
avvenire ideale ci dia la materia per scrivere, o ci dia la forza per vivere, è
fasulla. Ciascuno di noi si trova, vivendo, a fare delle cose. Le idee non
mancano mai, il tempo non manca mai, le idee non si fissano mai se noi non
reagiamo all’esperienza, quindi all’attuale. L’infinito non è tutte le cose che
ci piacerebbe fare, che vorremmo fare, che potremmo fare, no! L’infinito sta
nel facendo. Se intendo che
l’infinito è nelle cose che sto facendo, niente è precluso, la riuscita non mi
è preclusa. E le cose che mi trovo dinanzi da affrontare saranno sempre alla
mia portata. Non verrà meno la fede, non si bloccheranno le idee, non si
esaurirà la forza. Però occorre prima elaborare queste idealità.
Un’altra questione importantissima,
non solo nei giovani, è la questione della decisione. La decisione non è una
prerogativa del soggetto, è nel fare. Quindi non si tratta di prendere una decisione. Quando si dice
“Devo prendere una decisione, devo decidere”, si rimane immobili a ripetere la
scena. “Mi devo decidere, devo prendere la decisione. Va bene, la prendo”. E
allora cosa faccio? Faccio questo o faccio quello?”. Ed ecco l’impasse. Solo
intendendo che la decisione è nel fare, noi svolgiamo questo impasse. La
decisione è già in atto. Se mi attengo a questa constatazione, mi troverò a
seguire quella strada che è alla mia portata, per così dire, e non quella
rispetto a cui vanto una competenza o una facoltà di fare.
Per esempio, molti indugiano
dicendo: “Lavoro, però questo non è il mio
lavoro. Non mi piace questo lavoro. Mi devo decidere, perché la mia felicità
verrà dal fare un altro lavoro”. Chi
indugia in questa fantasia rimarrà sempre lì, a ritenersi infelice. Invece,
occorre constatare che c’è l’opportunità della valorizzazione di ciascuna cosa
della giornata. Occorre riuscire nella valorizzazione di ciascuna cosa, solo
allora mi troverò, senza passaggi all'azione, senza riscatti facili, a fare un
altro lavoro che mi soddisfa di più, e non sarà mai per un passaggio
all’azione. È importante intendere questo perché, altrimenti, rimaniamo fermi
nell’impasse, a dire che il positivo sta da un’altra parte e invece il negativo
sta qui. Occorre elaborare questa fantasia e intendere che non c’è il negativo
o il positivo rappresentato. In ciascun atto della giornata occorre che ci sia
valorizzazione e compimento. Solo allora, nell’ignoranza della via o della
strada, per così dire, mi troverò a concludere e a giungere a fare altre cose
straordinarie. Questo accade anche in alcuni matrimoni, in cui uno dice “Sì,
sto qui, però in realtà me ne andrei da un’altra parte”. Oppure, alcune donne
dicono “Rimango in questo matrimonio per i figli, altrimenti me ne sarei già
andata”. È facilissimo giustificarsi in questo modo! Altre donne dicono “Se non
fosse per i soldi, io, mio marito, l’avrei già lasciato”. E lo dicono sicure di
dire una cosa su cui hanno pensato, hanno ragionato e sono arrivate a questa
conclusione. Ma non è propriamente così. Non è mai così facile. Non si sta con
qualcuno per i soldi. Questa è una giustificazione facile. È indispensabile
valorizzare le cose che ci circondano e da lì trarre la forza per rilanciare.
Poi, può darsi che si giunga alla constatazione che non ci sono i termini per
il matrimonio e allora ci sia da inventare un altro modo per proseguire, ma non
si tratta di un passaggio all’azione. Nella reazione facile, nel passaggio
all’azione, le difficoltà che si crede di evitare si riaffacciano in seguito.
L'istanza di
conclusione. La ragione
La lucidità esige l'istanza di conclusione, quindi il
compimento. E il compimento è in ciascun atto. È indispensabile, per esempio,
che nella giornata, in ciascuna occasione, ci sia compimento. Ci sono persone
che si fermano sempre un attimo prima del compimento. Fanno una cosa e poi
dicono: “Va bene, adesso concludi tu”. Lo fanno sistematicamente e non se ne
accorgono. Oppure, scrivono una lettera e non la rileggono: “Io l’ho scritta,
adesso rileggila tu”. E così lasciano non conclusa ogni cosa che fanno. La cura
e la tensione, lo sforzo rispetto alla riuscita sono importantissimi.
Dicevamo la volta scorsa che la
testimonianza, il racconto dell'imprenditore è essenziale. La testimonianza non
è delle cose negative, non è fare la lista dei misfatti, o delle cose brutte
della giornata: le grane burocratiche, le difficoltà del mercato ecc. La
testimonianza e il racconto sono sempre molto pragmatici: come facciamo, cosa
intendiamo, cosa concludiamo; sempre in direzione del compimento e della
riuscita. Soffermarsi sul negativo non è un compimento, è un modo di
precludersi il compimento.
La riuscita esige l’istante, non la
durata delle cose: quell’istante di intelligenza in cui noi concludiamo qualche
cosa e la restituiamo trasformata. Questa è la riuscita. Quando pensiamo che la
giornata è di ventiquattro ore e che dobbiamo inserire le cose da fare in
questa fetta di tempo lineare, finito, siamo già esecutori. Esecutori di noi
stessi o di altri. Anche uno scienziato nel suo laboratorio può fare
l’esecutore, così come una persona che lavora in linea può trovarsi nello
statuto di imprenditore, se non si pone in questa mentalità da esecutore. Il
tempo non è segmentabile. La divisione della giornata in sezioni in cui
infilare le cose, comporta affaticamento e assenza di immunità e, sopra tutto,
esclude la narrazione.
Lo statuto intellettuale del
brainworker comporta instaurare dispositivi di narrazione! Instaurare
dispositivi di narrazione è già un modo efficacissimo per far sì che alcune
cose si enuncino e che, enunciandosi, si svolgano e le fantasmatiche si
dissipino.
Nella conversazione e nella
narrazione è indispensabile tener conto della ragione. La ragione non è lo
stare a pensare, non è la ragione sull’altro. Diciamo che c’è una ragione nelle
cose che facciamo, sempre pragmatica. Oggi una persona mi diceva di aver
telefonato alla mamma, una donna di oltre settant’anni, e di essersi lamentata
con lei di tutta una serie di cose negative della sua vita: dal lavoro ai
figli, al marito. Nel dialogo, la madre ha risposto specularmente aggiungendo
un’altra serie di lamentele. Piangendo, delirando e rivendicando. Quella che
immaginava fosse una conversazione tranquilla è diventata una tragedia. Allora
questa signora ha cominciato a interrogarsi intorno alla sua responsabilità e
si è accorta che la sua idea di sfogo ha comportato che l’interlocutore, in
questo caso la mamma, si sia sentito legittimato nelle sue lamentele. Questo è
un bell’esempio: la tentazione di eccedere nello sfogo e nella lamentela è
rovinosa per noi e per gli altri. Nella conversazione, se la ragione non è
pragmatica, ci limitiamo alla descrizione dei fatti. Ma la descrizione dei
fatti è mortificante e mortifera. È un insulto all’interlocutore. È veramente
un insulto. La descrizione del fatto è
prima di tutto inascoltabile.
Non c’è nessun ragionamento
intelligente nella lamentela. Occorre che, parlando, noi ci poniamo sempre
questa questione: a quale conclusione giungo io dicendo queste cose? Che cosa
sto intendendo parlando con questa persona? In questo senso la ragione è
pragmatica. La ragione viene dal fare. Questa constatazione è indispensabile.
Per esempio, nella psicosi occorre che ci sia il dispositivo per fare alcune
cose e portarle a compimento.
Uno dei più comuni pregiudizi
intorno al tempo è l’idea di fine del tempo. Questo pregiudizio è fatale.
Occorre sempre verificare, ad esempio in azienda, se c’é questa fantasia di
fine del tempo e instaurare i dispositivi di narrazione. Ad esempio,
l’assemblea. È importante che in ciascuna impresa, anche in una società di
poche persone, ci sia l’appuntamento per l’assemblea. E in assemblea occorre la
narrazione: che si formuli un programma, che si instauri il distacco, e che
ciascuno trovi i termini e la lingua diplomatica per dire alcune cose senza
affrontamenti, senza litigi. L’assemblea comporta che l’imprenditore abbia modo
di raccontare e che si instauri l’identificazione. L’intervento che si fa in
assemblea, non c’è modo di farlo in altri frangenti. Per questo il dispositivo
dell’assemblea è veramente indispensabile.
Ci sono
domande?
Dibattito
Gianna Danielis Mi chiedo se la
fede è qualcosa di pulsionale oppure no, e se ci si può sottrarre, in qualche
maniera, alla fede.
Antonella
Silvestrini La fede non è qualcosa che possiamo valutare se ci
interessa o meno. La fede è l’idea. L’idea opera: questa è la fede. Non avere
fede corrisponde alla paura che l’idea, che le idee con le loro operazioni non
ci sostengano, quindi è avere un pregiudizio intorno alle idee.
Dal pubblico Si può dire che la
fede è credere in quello che si fa, in quello che si sta facendo?
A. S. Non propriamente.
Per esempio, Sant'Agostino dice che la fede non è in Dio, quindi non è una questione di credenza. La fede, dice, è di Dio. La fede non è la credenza. Dire
“Io credo in questo, io credo in quello” è un modo di ritenere che le cose sono
soggettive. Ma la fede è irrappresentabile, è l’idea che opera. È il fantasma
che opera, ma non il fantasma di fine o di morte. È il fantasma. Quindi non è
propriamente credere in quello che si fa: la fede è la condizione perchè noi ci
atteniamo a fare secondo l'occorrenza. Facendo secondo l'occorrenza, le cose
prendono una piega nuova e c’è un effetto inedito, c’è una trasformazione
inaspettata. Siamo effettuati dal fare, siamo proprio travolti da questo fiume
che è il tempo e il fare. Il solo credere in quello che si fa resta un modo
religioso e miope. Per esempio ci si euforizza e si perde la lucidità: “So che
quello che faccio è giusto, credo in quello che faccio e quindi mi gonfio di
questo”. La fede è qualche cosa di assoluto che noi non possiamo addomesticare
con la credenza. Ce lo insegnano i mistici. La fede non è la credenza. Dovremmo
leggere i teologi per accorgerci che non la intendono così.
Dal pubblico Volevo tornare su
ostacolo, provocazione e appuntamento. In che modo intervengono e condizionano
il nostro fare?
A. S. Sì, sono la
condizione del fare. Attenersi all’appuntamento comporta instaurare
l’identificazione nelle persone con cui si collabora. Chi enuncia fantasie di
padronanza rispetto all’appuntamento — “Avrei una cena questa sera, ma non ho
voglia”, oppure “Avevo pensato di andare a una conferenza però sono stanco” —
non instaura l’identificazione. Inoltre, non ci sono appuntamenti primari e
appuntamenti secondari; è per un pregiudizio che ci si attiene agli
appuntamenti di lavoro e si evitano gli altri, o viceversa.
Dal pubblico Questo per
ciascuno?
A. S. Per ciascuno,
certo. Poi la cosa si verifica anche al lavoro. E allora: “Sì sì, avevo un
appuntamento, però ho troppe cose da fare” e così si disdicono appuntamenti con
estrema facilità. L’appuntamento è la condizione dell'incontro: quando abbiamo
la fantasia di poter gestire l'appuntamento, in effetti, evitiamo l'incontro.
Lo posticipiamo, lo rimandiamo, avanziamo qualche riserva. Sempre cercando di
esercitare una padronanza.
L’imprenditore che si attiene a
ciascun appuntamento: con la telefonista, con il bancario, con il consulente,
ecc. instaura, senza altri insegnamenti, l’identificazione nei suoi
collaboratori. L’identificazione è del punto più alto, e rispetto a ciò non si
può cedere. L’appuntamento. Quando si crede di poter eludere l’appuntamento, lo
si fa una volta, e poi due volte, tre volte, sempre più spesso. E così si perde
l’entusiasmo. L’appuntamento comporta l’entusiasmo. Un imprenditore che si
consente di fare quello che gli pare con l’appuntamento, in qualche modo
contribuisce a precludere l'entusiasmo nei suoi collaboratori.
L’appuntamento non è mai
realistico. Le cose non sono realistiche, dicevamo. Ci troviamo nella favola,
per cui l’appuntamento è sempre l'esca di qualcosa, è un punto insituabile.
L’appuntamento è la condizione dell’incontro e l’incontro è sempre
inimmaginabile. Per esempio, ci sono persone che cominciano l’analisi,
cominciano l’itinerario, per poi disdire gli appuntamenti. Non lo fanno
apposta. È un modo di evidenziare questa
fantasmatica per avviare un’elaborazione.
Una ragazza mi telefona e
dice: “Senta, io domani mattina ho la
scuola guida proprio a quell’ora lì e non so come fare: o vengo, da lei, oppure
vado dall’istruttore”. Rispondo: “È sicura che siamo proprio in alternativa?”.
E lei: “No, per la verità, comunque guardi, io, se fossi in lei, mi darei
l’appuntamento la settimana prossima!”. Che premurosa! È un modo di tentare,
invano, la seduzione, ma per verificare in effetti che la fantasia non si
realizza. Che il papà e la mamma non sono in alternativa. Ci prova in tutti i
modi, però tutto questo fa parte della sua fiaba e occorre che divenga la
tessitura del suo racconto. Questa è l’analisi. L’analisi è proprio la
constatazione che non c’è rimedio, che non c’è soluzione facile e che quindi
tutti questi tentativi di gestire l’appuntamento sono tentativi di credere
ancora che ci siano soluzioni facili e che si possa fare quel che si vuole.
Questa ragazza fa l’analisi così.
Dal pubblico Poco fa lei
parlava di chi, rispetto a una scadenza, si riduce a fare le cose all'ultimo
momento. E chi si comporta nel modo esattamente opposto, cioè, in funzione
della scadenza, fa tutto precipitosamente per paura di arrivare in ritardo?
A. S. È la stessa cosa.
Ad esempio, fare le cose o arrivare ad un appuntamento con estremo anticipo è
sempre un modo di ritardare.
Dal pubblico Ed è la stessa
cosa?
A. S. Eh, sì. È sempre
un modo di arrivare in ritardo, però camuffato. La fantasia è: “Siccome
arriverei molto dopo, allora è meglio che arrivi prima”.
Le questioni che riguardano l’appuntamento,
la scadenza, il tempo, purtroppo vengono lasciate nell’automaticismo. Invece,
sono questioni indispensabili da elaborare. Fanno parte della nostra giornata,
del nostro racconto. Gli psichiatri non si occupano di esplorare queste
questioni. Ritengono che l’appuntamento mancato è mancato. Il tale non si
presenta all’appuntamento e basta. Pensano che l’appuntamento sia semplicemente
la modalità automaticistica per far sì che questa persona vada ad incontrarli.
Non tengono conto che quando uno telefona per dire che vuole posticipare o
anticipare l’appuntamento, sta già cominciando la conversazione. È già una
conversazione di analisi, è già un dispositivo intellettuale. Non è il
preambolo per la conversazione che viene dopo.
G. D. Rispetto alla
fantasia psichiatrica della lesione del cervello mi chiedevo se la lesione è
effetto di un degrado dovuto al tempo come durata.
A. S. La psichiatria si
è rappresentata, nella presunta lesione al cervello, il tempo come lesione,
come squarcio, come rottura. Quindi, il tempo come trauma. Nel luogo comune e
nel discorso occidentale il tempo è inteso come ciò che fa degradare le cose.
Ci sarebbe una materia unitaria che per intervento del tempo si consuma, o si
degrada, o si annulla, o si imbruttisce. Questa è un’idea di fine del tempo,
cioè che il tempo intervenga a degradare le cose. Ed è molto frequente. Anche
rispetto al cibo interviene questa fantasia: che il cibo non sia perfetto, che
faccia pensare alla degradazione, è una rappresentazione del tempo come fine del
tempo, è già l’idea della morte. Una rappresentazione della fine del tempo,
quindi insopportabile.
Oppure, per le donne, la questione
delle rughe. È una faccenda tremenda! Se la donna non elabora l’idea della fine
del tempo, perde la sua eleganza. L’eleganza di una donna viene dalla
constatazione che il tempo non finisce e che non c’è una giovinezza visibile o
una vecchiaia visibile. Alcune donne notano le prime rughe e incominciano a
vestirsi in modo giovinilistico e così, per rimediare alla ruga, perdono la
loro eleganza, anziché acquisirla vivendo. L'eleganza viene
dall'intellettualità per ciascuno di noi e una donna perde la sua eleganza se
si sofferma in un'idea di fine del tempo.
Stefano Cupani Riguarda solo le
donne questo aspetto oppure anche gli uomini?
A. S. No, non riguarda
solo le donne. Tuttavia, rispetto alla questione delle rughe, sì, è una
fantasia più delle donne che degli uomini. Che il tempo porti la degradazione
del corpo è più una fantasia femminile che maschile. L’uomo avverte la fantasia
di fine del tempo in un altro modo, ad esempio rispetto alla performance. È la
paura della morte. La volta scorsa parlavamo di questo e dicevamo che a volte
già a cinquant’anni gli acciacchi vengono interpretati come un segno di
vecchiaia. Una dimenticanza, anche se i lapsus quella persona li ha fatti da
sempre, diventa segno di qualcosa. Invece è proprio l’occasione per cominciare
ad ascoltare i lapsus. È molto più facile dire “Dimentico perché sono
vecchio!”. E così, se c’era una breccia, se la preclude.
Federica Guerra Rispetto alla
riuscita come pulsionale e alla direzione come pulsionale: come non confonderle
con uno spontaneismo, diciamo così, naturalista, ovvero con la spontaneità? Si
tende a valutare “positivamente” questa spontaneità, e non sembra molto
interessante.
A. S. Sì, è vero. È una
bella questione questa! Effettivamente, quando diciamo che nessuno di noi può
vivere senza riuscita, non intendiamo dire che la riuscita è naturale e
scontata quindi che non ce ne dobbiamo occupare. L’istanza di riuscita esige
sempre l’intellettualità. In effetti la cosa più facile è credere al soggetto,
all’idea di soggetto. Il naturalismo perfetto è l'idea di soggetto: quando
qualcuno dice “Voglio”, “Posso”, “Devo”, “So”. “Qui posso, qui non posso”. “Questi
sono i miei limiti. Questi no”. “So già che qui ce la faccio, so già che qui
non ce la faccio”. Questo è il naturalismo per eccellenza. Quindi nel momento
in cui noi, facendo, mettiamo in discussione queste idee facili intorno
all’avvenire, già ci troviamo in un’altra scommessa di riuscita, diversa da
quella invocata dallo spontaneismo.
Accade che uno dica all’inizio
della giornata: “No, io questa mattina non vado lavorare perché sono stanco”.
Allora telefona e avvisa. Ma non tiene in considerazione che se aveva un
appuntamento c’era già un investimento in atto. Cedere a una fantasia di
facilitazione comporta negare l’investimento pulsionale che lo riguarda, e così
il giorno dopo si sente doppiamente stanco. In questo senso, la soddisfazione
per ciascuno di noi è originaria, non possiamo eluderla. Ciascuna volta che
pensiamo di poter adattarla secondo le nostre idee, ci troviamo in realtà in un
contrappasso. Si incomincia a dire che si è stanchi, ci si consente tutto e in
nome del risparmio si spreca sempre di più.
Ecco, concludiamo qui questo corso.
Ringrazio ciascuno di voi, ringrazio le istituzioni e le aziende che
collaborano a questo progetto. Buonasera e arrivederci.
Pordenone, 5 maggio 2004