BUSSOTTI nient’altro che un genio
rassegna stampa


Sabato a Pordenone il poliedrico compositore, pianista, pittore, scrittore, scenografo e regista


“Musicista, compositore, pianista, pittore, scrittore, poeta, disegnatore, regista, scenografo e costumista per il teatro e l’opera, Sylvano Bussotti è un artista poliedrico che pratica fin dall’inizio della sua attività artistica in modo del tutto spontaneo e quasi per “sbaglio” l’apertura nell’opera d’arte. Il suo straordinario talento gli permette d’intuire, prima dei suoi colleghi europei, l’avvento e la diffusione del caso, della forma aperta, della grafica musicale, della musica gestuale, della stratificazione narrativa, o non narrativa, nell’espressione musicale e di imporle con opere convincenti. Nella sua versatilità l’artista è nemico dichiarato di ogni evidente definitivo principio normativo e non può che creare opere aperte. Per la produzione artistica di Bussotti questa totale apertura è una caratteristica tipica e permanente”.

Con queste parole Ivanka Stoianova, ne L’Elogio all’apertura a conclusione, quasi ne fosse un’ideale cadenza finale, del Disordine alfabetico di Sylvano Bussotti (libro del compositore edito da Spirali, 2002), tratteggia le caratteristiche, poliedriche e difficilmente riassumibili all’insegna di un comune denominatore, di questo singolare musicista. Un musicista che, va subito detto, ha il raro dono dell’intelligenza nell’essersi saputo ritagliare una posizione singolare e lontana dai facili schematismi con cui molti altri suoi colleghi si sono invece facilmente lasciati sedurre e, di conseguenza, costringere.

Molte le circostanze che lo pongono ai margini della cosiddetta “avanguardia”. Distante dalle esperienze darmstadtiane, dal post-webernismo, dalle esplorazioni elettroniche del suono e di ogni forma di strutturalismo, scrive:

“Là dove
insegnano musica si è presto imparato il
meccanismo perverso dei formalismi
allo stato puro”.

Forse per questo con ribadita insistenza il musicista sottolinea la sua condizione di autodidatta. E, con il conseguente rifiuto dell’idea di progresso a livello dei materiali compositivi, già molti anni or sono, quando queste tendenze erano molto seguite, dichiarava: “Io non sono di avanguardia, nel modo più assoluto. Anzi, da qualche tempo noto con un compiacimento sincero che il mio nome figura con minore frequenza nel Festival e invece sempre più spesso nelle stagioni normali”. Stupidamente definito come “gran reazionario della Nuova Musica”, quando le facili filosofie del progresso a questo tutto commisuravano, Bussotti si è infatti mosso perseguendo, nell’apparente anacronismo, l’evento sonoro come fatto magico, emanazione soggettiva dell’io che si estrinseca in particolar modo nella musica vocale.

Eppure Bussotti è un uomo del nostro tempo, usando un’espressione che al limite poco o nulla significa. Della “Nuova Musica” egli, con rara lucidità, ne incarna più di tutti gli altri compositori i discordanti e sottaciuti appelli. A questi egli sa dar voce nella sua “inesausta passione ostentatoria e strabiliante sincerità espressiva” (Bortolotto) che lo porta alla continua ricerca di originalità nel culto aristocratico della forma, guardando nostalgicamente a tutte le abbandonate maniere del far musica. Del presente egli sa così cogliere le molteplici provocazioni — non solo quelle musicali — offrendo valutazioni sulla situazione dell’arte, dello spettacolo e sulla condizione del pubblico, sempre più distante ed esiliato dal miracolo dell’ascolto e dalla magia del palcoscenico.
Nelle pagine che affollano questo testo, estremamente poliedriche e sempre costantemente attraversate dal proprio Io che ripetutamente emerge, troviamo così dediche (vedi l’iniziale Puccini a caccia, e il bellissimo Idea rosa. Personalissimo sulla Bohème, dove il capolavoro pucciniano viene esplorato nei suoi colori; le citazioni dell’operato di Alain Daniélou; oppure l’affettuoso saluto ad Andrea Zanzotto, quasi a chiusura del testo: “Grando, grandissimo poeta. Mai osai musicarlo né tanto men commentarlo”), ricordi, e preziose chiavi di lettura del proprio catalogo. Ne deriva una serie di percorsi, che si incontrano in affascinanti crocevia, dove la ricognizione dell’autore sempre si rivolge in prima persona a chi lo legge, evitando — e questo a nostro avviso è uno dei pregi di queste pagine —, di appellarsi a condizioni universali o astratte.

Quanto viene detto, in pratica viene proposto esplorando dentro la propria storia naturale, corporea, secondo atteggiamenti che tanto ricordano quelli di Pier Paolo Pasolini, un’intellettuale non a caso vicino a Bussotti, il cui nome talvolta si affaccia in qualche significativo rimando. Si vedano i riferimenti a Medea oppure il comune amore verso la pittura del Mantegna, per non parlare del capolavoro bussottiano La pasion selon Sade che riporta all’ultimo film del poeta. Non ha paura, Bussotti, nella continua proliferazione di metafore poetiche con cui arricchisce le proprie riflessioni, di avvicinarsi alla “musica”, pronunciando l’apparente impossibilità di una definizione di quel linguaggio che sempre ha affascinato la riflessione filosofica. Bussotti lo fa, ovviamente, senza atteggiamenti dogmatici ma sempre facendo appello all’immediatezza, all’estro alla leggerezza.

“Si presti un momento di attenzione, una
volta esclamata la bella, solenne, ricolma,
inebriante parola: Musica, a quella
caotica frana per le numerose, insulse
definizioni, nel linguaggio comune, dei
suoi vari generi, che di colpo svilisce e
precipita l’alato sostantivo nel ruolo dei
detriti funzionali”.

Per chi come Bussotti provò un’autentica ebbrezza la prima volta che si confrontava con una partitura priva della barra di misura, ogni grammatica normativa appare riduttiva, mortificante. “La conoscenza della propria lingua, per un musicista, un artista, avrebbe l’obbligo di trascendere ampiamente grammatica, sintassi, forma, erudizione”, contrariamente a quanto fanno le comuni istituzioni preposte all’insegnamento. Il piacere verso la componente materica del suono, un piacere istantaneo e ininterrotto quasi fosse “una sottilissima attività erotica” è, invece, quanto la musica sublima.
Ecco allora che la voce, strumento privilegiato a cui Bussotti fa continuamente ricorso nelle proprie partiture, diviene la più immediata tra le manifestazioni musicali del corpo umano, dove si compie il miracolo della produzione del suono, da lui spesso interpretato in chiave virtualmente erotica. Il canto scioglie le false precisioni semantiche: in esso la musica si compiace. Mirabile armonia del canto, troviamo nel monologo d’apertura del secondo atto di Lorenzaccio, dove il suono vitale obbedisce, da un lato, al fascino della seduzione estetica ma, dall’altro diviene elemento imprescindibile della corporeità dell’azione stessa, ossia del far-musica.
Date queste premesse il teatro, nell’universo del compositore, è la logica risultante di un processo che tende a condurre la musica fuori dai suoi limiti costituzionali, alla ricerca del raggiungimento di una totalità dei mezzi espressivi — “…perenne desiderio d’Art total”; “Volevo proseguire nel dipingere suoni, armonizzare poemi, provocando eventi” — che solo esso può consentire. Ecco allora le “tentazioni”, per parafrasare il noto saggio a lui dedicato, che divengono disponibilità verso qualsiasi forma di provocazione proveniente dall’extramusicale, cedendo alla fisicità delle cose che costantemente affollano le sue partiture.

Parlando di Franco Evangelisti, Bussotti condividerà la concezione del teatro come “unico approdo coerente alle foci di tante contraddizioni”, dove l’azione musicale può progredire nelle infinite disponibilità offerte dal palcoscenico. Un palcoscenico affollato, dove non si differenziano più le competenze individuali distinte: “Ogni interprete, che mimasse, cantasse, suonasse uno strumento o semplicemente dovesse fotografare una scena, deve apprendere il gioco di tutte queste cose insieme e lasciarsi guidare con assoluta disponibilità ad ogni tipo di azione”. Non si tratta allora di una semplice “etica della disponibilità”, come è stato superficialmente detto, ma piuttosto di un’adesione, biologica, al fluire dell’esperienza umana, al cui raggiungimento il canto diviene strumento privilegiato.

Roberto Calabretto, "Il Gazzettino", 29 settembre 2003