Pordenone
26 settembre 2004
ANTONELLA SILVESTRINI Buongiorno a tutti. Benvenuti a questo
incontro con due poeti importanti. Ringraziamo tutti coloro che contribuiscono
alla riuscita di questa festa del libro, festa della scrittura e della lettura.
Ringraziamo pertanto l’equipe di pordenonelegge.it,
diretta da Gianmario Villalta, la Camera di Commercio
di Pordenone, il Comune e la Provincia di Pordenone, la Cassa di Risparmio
di Udine e Pordenone e la Banca Popolare Friuladria, con cui l’associazione
la cifra già collabora per altri avvenimenti
culturali in città.
E ringraziamo sopra tutti Ennio Cavalli e Valentino
Zeichen per avere accolto il nostro invito ed essere venuti a Pordenone a
parlare dei loro libri. Infatti, ci troviamo qui con questi due ospiti d’eccezione
per parlare della loro poesia, e per chiedere loro di leggere versi, non di
commentarli o spiegarli - non ritengo che la poesia possa essere spiegata
- e, forse, di aggiungere
forse qualche aneddoto, qualche nota a margine, da cui magari verranno anche
altre poesie.
Ennio Cavalli e Valentino Zeichen sono qui
in una felice combinazione: entrambi irriverenti, si distinguono per l’indipendenza
da accademie, categorizzazioni o appartenenze, anche solo di generazione.
Entrambi
sono molto distanti dall’impasto romantico sentimentalistico di tanta poesia
di oggi. La forza, la stravaganza e anche la violenza del loro verso viene
dall’ironia e dal gusto dell’artificio linguistico, con il tono di chi non
è indifferente alle cose che incontra. Quelli che presentiamo oggi sono davvero
due libri importanti e si distinguono per la ricchezza linguistica e la forza
di immagini inusuali.
Ennio Cavalli è nato a Forlì nel 1947. Inviato
speciale e caporedattore del GR-RAI, vive a Roma. È giornalista, scrittore
di fiabe, racconti e romanzi, e raffinato poeta.
Ha scritto e pubblicato moltissimo.
“La poesia è un albero del cacao, che ha bisogno di ombra”, scrive Cavalli
nella premessa di Cose proprie,
“e quando lo si pianta, gli si pianta un banano vicino. Il banano che fa compagnia
alla mia poesia e la protegge con la sua ombra è la mia prosa: romanzi, racconti,
reportage”. L’anno scorso ha pubblicato un testo intorno alla poesia che si
intitola Il poeta è un camionista.
L’abbiamo invitato in quest’occasione a parlarci
del libro Cose proprie. Poesie 1973
- 2003, edito da Spirali nel 2003, con cui di recente ha vinto il premio
Giovanni Pascoli e è finalista nel Premio Europeo di Poesia accanto a Yves
Bonnefoys, Mario Luzi e altri.
Questo libro raccoglie una parte di poesie
già pubblicate, oltre a una raccolta di inediti da Libro di sillabe, dando testimonianza di un viaggio in cui egli dà
luce e valore alle cose della sua vita, a ciascuna della cose che “giunsero
da mareggiate di eventi”, recita un suo verso, dalle immagini dell’ infanzia,
ai giocattoli, alle piccole cose del salotto, dalle pagine della storia a
quelle della filosofia e della scienza.
Valentino Zeichen è nato a Fiume nel 1938 e
vive a Roma. La sua è una storia non comune. In questo libro pubblicato di
recente dalla Mondadori e che si intitola Poesie
1963-2003, sono raccolte sette
sue opere, pubblicate dal 1974 in poi:
Area di rigore, Ricreazione,
Pagine di gloria, Museo interiore, Gibilterra,
Metafisica tascabile, Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio.
Poeta irriverente, spregiudicato, audace, viandante,
oggi Valentino Zeichen è considerato una delle voci più importanti della poesia
italiana e europea. Pur non appartenendo a nessun gruppo generazionale o scuola,
indipendente sin dagli esordi in epoca di neoavanguardia, il suo testo è stato
notato e apprezzato dai maggiori critici e intellettuali.
La sua opera ha la forza dell’esilio, viene
dallo stare ai margini. Nessun autocompiacimento sentimentale nei suoi versi
né autoreferenzialità. I temi sono numerosi: la storia (soprattutto la seconda
guerra mondiale), l’arte (dedica alcune poesie ad artisti), la filosofia,
Roma, la sua città da moltissimo tempo, l’amore di cui porta al paradosso
le più comuni rappresentazioni, soprattutto il vezzo sentimentalistico in
cui talvolta indugia la poesia. Esplora e attraversa disincantato molti dei
luoghi comuni della vulgata scientifica e filosofica.
ENNIO CAVALLI Una piccola considerazione: questa sommatoria un po' equilibristica
dei 70 anni di poesia, sicuramente oscena - vi assicuro che Valentino la
pensa come me - va attribuita per la maggior
parte a lui, perché, se io contribuisco per i primi trent’anni (ho raccolto
le mie poesie dal ’73 al 2003), lui invece parte dal ’63, e quindi sono 40.
Del resto ho trovato subito qui uno dei suoi aforismi che giustifica, in fondo,
l’oscenità di tutta la faccenda: “Non appena ci si abitua ad avere un’età,
succede un nuovo anno che ci impone di cambiarla in un’altra”. Sono belli,
quel “succede” e quel “ci impone”, così come sono stati belli gli aggettivi
usati da Antonella per noi due - anzi, per lui, ma mi ci riconosco - irriverente e viandante, ecco, in questa viandanza, in questo tener conto
di tutti i sopralluoghi, di tutti i percorsi; è vero che ci ritroviamo, in
fondo, entrambi per taluni aspetti fuori strada, ma dentro un percorso che,
comunque, non vuol essere soltanto nostrano. Ecco, questa è la mia premessa.
Tra l’altro, io e Valentino ci siamo reincontrati da poco, proprio in forza
di queste somiglianze, forse, di queste estrosità. Io ho organizzato delle
cose, l’ho chiamato... lui ha fatto lo stesso, e ci siamo trovati anche a
mangiare assieme, lui a casa mia, io a casa sua, ma...tutto di recente.
C’eravamo lasciati, tanti anni fa, ad un premio
di poesia dove la combinazione degli estri era questa: il mio libro si intitolava
Poesia ed era dedicato al senso
del divenire, sotto le speci della dedica a mio figlio. Era, per così dire,
sostenuto da Dario Bellezza. Il suo, contro il mio, aveva il critico Walter
Pedullà, a rappresentarlo e a sostenerlo presso il pubblico. Ecco, c’eravamo
trovati in quel ring e poi tanti anni dopo ci siamo ritrovati davanti a due
belle bistecche cucinate da lui, a casa sua e a un vino che somiglia al vino
di qua - credo che lui lo
ami particolarmente il merlot - a parlare di poesia, tra
di noi. Adesso potremmo farlo un po' anche con voi, eh! che dici, Valentino?
Ma anche davanti a un bicchiere del merlot, che il pranzo di oggi contemplava.
VALENTINO ZEICHEN Sono d’accordo,
anch’io ho conosciuto Ennio Cavalli e stimo molto la sua poesia poiché mi
sono spesso posto il problema della profondità. Che cos’è la profondità in
poesia? Sino a quando e sino a dove si può arrivare ad essere profondi? Spessissimo
la profondità ce la danno gli avverbi e gli avverbi non conducono in nessun
luogo, però ci danno la sensazione e la simulazione della profondità così
anche la poesia di Cavalli, che è spregiudicata, che ha questa capacità di
dire, fin dove si può andare, cioè non è una poesia truccata, come molte poesie
che alludono o fanno presagire un’attesa che poi non ha risposta.
Io credo che in questa epoca, l’epoca della
nostra modernità, è molto difficile essere profondi. Perché? Perché esiste,
per esempio, la politica, esiste la storia, esiste l’attualità che - secondo me - produce profondità, nel senso che diventa oggetto
di grandi discussioni, di grandi conversazioni e diciamo che appartiene più
all’area della politica che all’area del profondo. Anche perché noi abbiamo
- per così dire - uno “sprofondo”
religioso, quindi non possiamo essere profondi. Questa secondo me è la lacerante
dichiarazione di impotenza della poesia. Però vi sono diverse soluzioni alternative
alla profondità. Una di queste è la scienza. Per esempio, se noi pensiamo
al XXXIII canto del Paradiso, ebbene arriviamo alla luce. Più luce, luce,
luce. Più luce, d’accordo. Noi troviamo nella divinità fotonica, l’ultima
espressione finale, nel Paradiso, della profondità. È quella profondità fotonica
che i grandi fisici hanno teorizzato e, in qualche modo, anche sintetizzato
per ciò che riguarda la produzione e la concezione di quella dell’energia
e lo spazio-tempo. Scusatemi questa digressione assolutamente paradossale,
discutibile, ma su cui si può pensare. Quindi credo che la scienza offra una
modellistica spettrale, astratta, ma molto affascinante per quello che è il
lavoro dei poeti, dei poeti futuri.
Molti sono assolutamente restii, la maggior
parte, quasi tutti, sono restii a questo tipo di prospettiva, poiché si esce
dalla letteratura. Significa immettere nella lingua, nei linguaggi, improvvisamente,
il linguaggio scientifico, il linguaggio tecnico. E questo è un linguaggio
profano, non sacrale, non quello della poesia. Però, in questo possiamo trovare
una modellistica interessante per incontrare una profondità nuova, cioè una
nuova emozionalità, perché i poeti, come tutti, hanno bisogno di una nuova
emozionalità. E questa c’è nel Libro
di scienza e di nani del 1999 di Ennio Cavalli in cui lui addirittura fa poesie sull’idrogeno
e sull’azoto, quindi in qualche modo pensa che le sostanze invisibili, le
quali secondo un certo materialismo, la scienza positivista e la scienza successiva,
non ci sono affatto, hanno invece un’identità impalpabile, aerea, astratta,
così come la divinità; quindi la scienza può essere una divinità, un interlocutore
per quei poeti che vi possono trovare delle emozioni. Mentre, viceversa, io
non credo che possiamo lavorare nel solco della profondità, diciamo, del sentimento,
tradizionale, poiché quella della tradizione non può dare conoscenza. Questa
è la mia tesi, pur discutibile ma...
V. Z. Da Metafisica
tascabile
Il gomitolo del tempo
una formìca solitaria
gira in senso antiorario
simile alla lancetta vivente
d’un orologio biologico.
Forse è intenta a sdipanare
il gomitolo del tempo.
Il suo è solo un moto perverso
o l’annuncio d’una prossima
inversione generale dei moti?
già intravedo un’altra formìca
intenta a riavvolgere ciò
che la prima ha svolto;
i movimenti di entrambe
divengono concentrici
come quelli di due centauri
nel giro della morte.
Le loro orbite si intersecano
con rischio di collisione;
provo a sviarle dal loro
inconsapevole proposito,
nel tentativo di scongiurare
una catastrofe cosmica.
Beh, allora, a te tocca l’idrogeno, il gas.
E. C. Il gas
o l’ossigeno. Io sarei più ottimista. Faccio l’ossigeno perché tu hai finito
con la catastrofe. La catastrofe cosmica.
Ma è tutto salvifico, anche l’idrogeno, anche se è un residuo appunto della
grande esplosione. L’ossigeno per conto mio è questo:
Ossigeno
In principio l’atmosfera era un orcio
sigillato, regno dell’asfissia.
Sole e clorofilla aprirono un varco,
da allora l’ossigeno sfida gli abissi,
con le sue bombole.
Che bruci un copertone o Roma antica,
lui di sicuro è il mantice,
ventola di penne di cappone.
È lo schiaffo che ravviva il neonato,
la raffica di scuro sulla mela.
Argonauti e palombari
gli devono un rispetto sindacale,
oblò sulle correnti.
Al laccio di un fulmine aizza temporali,
mentre i ruscelli trottano
verso la diga della siccità.
Invece questa poesia si intitola Pioggia e la dedico ad Antonella perché
ha detto che le piace. Mentre noi siamo qui sotto il sole, sopra magari piove,
così come d’inverno quando da noi piove, sopra nevica. Però, tutto si scioglie
prima della nostra consapevolezza. Ma è vero, è un fenomeno fisico: a una
certa altezza per noi imperscrutabile, succedono delle cose... a poche decine
di chilometri. Anche l’aurora boreale avviene al massimo a 100 chilometri.
Fenomeni magici che hanno dato le ali a fantasie e paure di interi popoli, hanno quasi creato gli sciamani...
eppure avvengono a distanza ravvicinata. Allora, questo fatto che è, che non
è, che può essere un’altra cosa, che arriva perché è la neve che si scioglie
e poi dopo diventa pioggia, a volte…
Pioggia
Certi scrosci non toccano terra,
o a mezz’aria, su teli di nebbia.
Altrimenti è neve svampita,
grandine cardata in volo.
Il sole crea la pioggia,
sciame di spruzzi sfilati al mare,
schiaffi di arsura.
Mi accorgo che ve l’avevo raccontata troppo,
però... Fate conto di non aver sentito il prologo, ma questa è la poesia.
Schiaffi di arsura.
V. Z. Beh, io, casualmente, come mostra anche l’indipendenza
nell’attività dei poeti, le differenti fonti di ispirazione, anch’io ho una
poesia che si chiama La pioggia.
È del 1976.
E. C. Che pioggia è?
V. Z. Non lo so. Mi colpisce. Era un momento... È in
una serie di poesie che si chiamano Economiche.
Questo mostra il rapporto con la realtà.
La pioggia, 1976
Sono riconoscente ad Aprile
che trascrive in millimetri di pioggia
l’indice di caduta in punti della nostra valuta;
senza questo stimolo insistente
non avrei scritto l’unica poesia del mese.
Il capitale valoroso ma non più patriota
sconfina per unirsi a cattive compagnie multinazionali
invano richiamato rimpianto
dalle patrie autorità monetarie.
Gli corrisponde un insolito incremento
delle precipitazioni
che potrebbe ridurre il nostro disavanzo
nei conti con l’estero.
L’invocato rientro del liquido
preso alla lettera dalla natura nazionale
si tramuta in piogge e ricorda la mano del cielo
che colma almeno le nostre riserve idriche.

Io considero questa
una brutta poesia, ma che significa? Significa che, ad esempio, non ha nemmeno
più sistemi di riferimento. Siamo nell’Euro, ormai, quindi non... non ha senso.
È un problema della Lira, ecco. Io l’ho scritta in rapporto alla Lira perché
in quel periodo c’era una gran fuga di capitali. Tutti portavano i soldi in
Svizzera, pagando, poi. Perché si paga per tenere i propri soldi, non è che
danno gli interessi: bisogna pagare. Chiaramente è una fortezza; ma adesso
forse non lo è più, con l’Euro.
Ecco, per dirvi come a volte una poesia possa
diventare brutta o essere attuale, ma diventare, dopo trent’anni, assolutamente
brutta.
E. C. Valentino, accetti un altro round a sfida di fenomeni
atmosferici?
V. Z. Volentieri.
E. C. Una si intitola Arcobaleno. Vedi un po' tu…
V. Z. Ah, quella bellissima, a che pagina è?
E. C. A pagina 182. Qui c’è un altro fenomeno che mi
ha colpito sulle apparenze e sulle voluttà. Vi siete mai trovati vicino a
una fontana, in un certo taglio di luce che fa l’effetto dell’arcobaleno?
Adesso è anche più banale: avviene nelle pozzanghere con le gocce del kerosene
e della benzina o con un CD messo alla finestra. Vengono fuori i colori fondamentali per questo
gioco di luce che incastra le componenti del bianco. Questo mi ha fatto pensare
che l’arcobaleno è un tema filosofico, ma prima ancora retorico, poetico:
l’arcobaleno, la simbologia del futuro, tutto quello che va bene, quello che
finisce bene, finisce in arcobaleno. D’accordo, ma noi lo possiamo immaginare
anche quando non c’è. Finché c’è la luce, c’è un pieno di arcobaleni. Noi
li vediamo anche quando siamo chiusi dentro un stanza... Io ho fatto anche
quell’esperimento... come si chiama? Lo sanno i professori di fisica.
E. C. Esatto. Si incastra la luce e la si proietta sul
prisma di vetro sfaccettato. Non vengono bene i colori, eh? Non crediate che
li vedano davvero tutti quelli che lo dicono. È un gomitolo irrisolto, non
si capisce bene se ci sono tutti. E poi l’indaco, l’indaco: chi ha mai visto
l’indaco! E il viola! Insomma bisogna accontentarsi. Allora, su questa idea
che gli arcobaleni esistono, ecco io costruisco una
nuova metafora di ottimismo non becero, perché finché si ha la coscienza,
ancor prima della vista, di poter intercettare la luce, c’è tutto, tutto:
c’è la tenebra, come c’è l’arcobaleno.
Arcobaleni
1
L’arcobaleno esce dal guscio
lumaca fortunata.
saliva dell’ultimo scroscio
Mandorle d’acqua, confetti ritinti.
La curva di un’amaca sul luogo più ameno
Dove si accoltellano i colori.
2
Di arcobaleni è pieno il telaio.
tintura della matassa.
Appaiono arazzi sul balcone,
l’annuncio scuote i pennacchi delle fontane,
giubbe d’aria al gancio delle rapide.
E. C. Grazie. Mi hai salvato!
V. Z. Io ho un pezzo che... La scienza è insopportabile per i poeti,
mentre invece un buon sentimento o un discreto sentimentalismo sono le dimensioni
propellenti maggiori. Io passerei a qualche lettura di poesie dove... perché
mi ha sempre colpito l’idea che a volte, quando si scrivono poesie con troppi
pensieri dentro a un verso, queste poesie sono destinate a crollare. È come
in aviazione: non c’è sufficiente portanza delle ali, quindi il verso non
vola. A volte essere troppo intelligenti è una rovina, può essere una rovina
per la poesia. Quindi, in qualche modo, il sentimento è il correttivo ideale,
il buonsenso. Mentre viceversa, l’intelligenza è qualcosa di nefasto per la
poesia. O perlomeno: più ce n’è, meglio
è, ma meno si vede, è ancora meglio.
V. Z. Io vi leggerò qualcuna di queste poesie che sono del mio ultimo
libro. Sono un’appendice che stava qui, che io ho messo così...
L’edera
romana
pare diplomata
all’accademia
della vite
americana;
eccelle
nell’ornato
e nel chiaroscuro,
avvolge
le mura
di finta
pittura,
s’arrampica
su torri e merli
e li riveste
fino agli orli.
Il geco
ne è la matita
carica
di agile vita,
lui fa
a meno del diploma,
come è
d’uso fare a Roma;
il giardiniere
pota
e gli mozza
la coda.
A. S. Posso chiederle di leggere la poesia A Dominique? A pagina 173.
V. Z. Non me la ricordavo più!
A. S. Per questo servono i lettori.
V. Z. Ecco!
Mancano poche ore all’evento!
è la notte di San Lorenzo.
Dopo