| La
famiglia, il brainworking e la libertà d’impresa in Friuli |
Antonella
Silvestrini
Benvenuti alla seconda lezione di cifrematica. Stasera incontriamo Marina
Ines Scrosoppi che ringraziamo per avere accolto l’invito.
Le cose procedono
dal ringraziamento e, quindi, come di consueto, ringraziamo il Comune e la
Provincia di Pordenone per il patrocinio e per la sala. Ringraziamo le aziende
e le istituzioni che hanno collaborato e che ci hanno consentito di organizzare
questi appuntamenti intorno al capitale intellettuale con Carlo Sini, Vittorio
Mathieu e, ora, l’ultima serie di lezioni di cifrematica introduttive alla
conferenza di Verdiglione del 10 aprile, che si terrà
al Palazzo Badin.
Le aziende
sono Enface, Santa Lucia mobili, TechnoFarming, TICI, Palazzetti, l’associazione
Apindustria di Pordenone e lo studio grafico di Monica Fedeli
che cura gli aspetti grafici delle nostre attività.
Questo progetto intorno al capitale intellettuale è stato un’occasione
importante, anche per gli organizzatori, per constare quali siano le nuove acquisizioni quando ci si trova a lavorare nel
terreno dell’integrazione fra impresa e cultura, arte e finanza. Sono acquisizioni che non possiamo dire di aver raggiunto una volta
per tutte, questa è la cosa più importante.
Il progetto
intorno al capitale intellettuale propone un dibattito, come già abbiamo accennato
negli appuntamenti scorsi, intorno ad alcune questioni che, nel luogo comune,
vengono lasciate nel naturalismo e nell’ovvietà,
oppure all’approccio tecnologico che non è altro che una variante del naturalismo.
Invece, qui si tratta dell’opportunità di esplorare alcuni significanti e
alcuni termini che, solitamente, utilizziamo nelle
conversazioni, però senza analizzare effettivamente le implicazioni che derivano
dall’impiegare un termine anziché un altro.
La teoria
cifrematica offre proprio gli strumenti intellettuali e linguistici per accorgerci
se ci stiamo accomodando nell’habitus del quieto vivere, oppure se siamo chiusi
in una mentalità conformista che fornisce un valido riparo dal rischio, dalla
novità, dall’assoluto.
Già nell’incontro
con Carlo Sini e con Vittorio Mathieu sottolineavamo
l’importanza che gli imprenditori, oggi, si pongano la questione intellettuale
e che, quindi, non deleghino l’arte e la cultura ad altri, occupandosi, per
una fantasia di mancanza di tempo, delle sole faccende quotidiane. E, del resto, è importante che gli intellettuali non indugino
più nel tabù della finanza, dell’impresa e dei soldi.
Questo è un
aspetto importantissimo. Questi incontri di cifrematica sottolineano
una nuova nozione di intellettualità, che non è da confondere con il sapere
o con il nozionismo. Assolutamente. È la constatazione di una tensione linguistica,
come ci diceva Mariella Borraccino la settimana scorsa. Una tensione linguistica,
per cui nessun aspetto della nostra giornata è lasciato
allo spreco intellettuale. Se c’è intellettualità,
allora il nostro mestiere, qualsiasi esso sia, non diventa un abito sociale
e non fornisce la base per confermare la nostra morale, i nostri pregiudizi,
le nostre ideologie.
Imprenditore
è chi si trova, senza sapere, in una missione intellettuale. L’imprenditore
è costretto ad accorgersi che l’azienda non è sua, per esempio. Non è una
proprietà e lui non può fare ciò che vuole.
È veramente
importante che oggi, in un momento così difficile, gli imprenditori si pongano
effettivamente la questione intellettuale. Ci sono moltissimi aspetti della
giornata — gli incontri con i clienti, con i collaboratori, con i fornitori,
gli aspetti amministrativi, le conversazioni con i familiari — che vengono lasciati nel naturalismo e vengono dati per scontati
senza un’effettiva interrogazione.
E allora,
perché noi ci interessiamo all’impresa e agli imprenditori?
Per lo stesso motivo per cui ci interessiamo alla
poesia. Non so quanti di voi siano venuti all’incontro
con Vittorio Mathieu, quando si diceva, citando Giambattista Vico, che l’impresa,
in effetti, è un atto poetico. È una cosa interessantissima da tenere in considerazione
e che, forse, ci siamo disabituati a considerare.
L’impresa,
dunque, è un valore enorme, ma ha da giungere al valore: non lo è di per sé.
In ciascuna azienda è importantissimo verificare
se c’è effettivamente imprenditore. Non basta l’azienda di per sé a fare l’imprenditore.
È da verificare. In effetti, come dicevamo in altre occasioni, interpellando
chi si trova a fare, chi si trova nell’impresa, ci si accorge che nel racconto
c’è un mito che funziona e le cose che si fanno, si fanno rispetto a un mito. Che questo mito giunga
al racconto e venga restituito, questa è la valorizzazione finanziaria. Ed
è proprio in questa direzione che organizziamo appuntamenti,
avvenimenti, incontri con intellettuali, scrittori, imprenditori perché questo
è un messaggio importantissimo da trasmettere. Queste sono solo alcune annotazioni
per riprendere il progetto di questi incontri.
Questa sera abbiamo l’opportunità di incontrare Marina Ines
Scrosoppi, psicanalista, imprenditrice, interlocutrice di
altri imprenditori. Pratica a Bologna ed è presidente dell’associazione
bolognese dell’Associazione psicanalitica d’Europa. A Bologna, e in altre
città d’Italia, organizza avvenimenti culturali e artistici intorno all’impresa
e cultura e intorno al brainworking.
Il titolo
di questa sera "La famiglia, il brainworking e la libertà d’impresa in
Friuli" è un titolo essenziale rispetto a questo progetto e rispetto
a questa regione, perché l’intensissima produzione di questa zona ci testimonia
che ci sono moltissime aziende, piccole e medie imprese, che sono nate con
una struttura familiare. E questo, anziché costituire
una forza, alcune volte ha rappresentato un freno, un ostacolo. Sono quindi
rari i casi in cui queste aziende sono cresciute tenendo conto di questa forza
che è nella famiglia, e dove il cosiddetto passaggio generazionale non ha
rappresentato un freno.
Marina mi
ha detto di essere molto contenta di raccogliere
questo invito a Pordenone, perché ha vissuto a Udine fino all’età dell’università
quando si è trasferita Bologna per gli studi e dove ha avviato la sua attività.
Inoltre — non so se avete letto l’intervista che ha rilasciato nel "Messaggero
Veneto" di oggi — c’è un altro aspetto interessante
che mi piaceva ricordare: è la nipote di San Luigi Scrosoppi che, di recente,
è stato santificato dalla chiesa cattolica. La interpelleremo su questo
aspetto perché il nesso tra cattolicesimo e impresa, in Friuli e in
Veneto, mi sembra molto importante.
Passo la parola
a Marina Ines Scrosoppi.
Marina
Ines Scrosoppi
Buonasera. Ringrazio ciascuno di voi per essere intervenuto. Vi ringrazio,
perché non è mai scontato, non è mai automatico che qualcuno decida di andare
ad ascoltare qualcosa intorno all’intellettualità, alla cultura. E di questo, appunto, vi ringrazio. Ringrazio la dottoressa
Antonella Silvestrini che sta facendo un lavoro bellissimo e preziosissimo
qui a Pordenone, dove ha avviato una pratica e un’interlocuzione con alcuni
di voi e con la città.
L’intellettuale
e il cifrematico, così come noi lo teorizziamo, vive
in una città che non è più una città spaziale. È una città temporale costituita
dalle relazioni e da ciò che in quella città si inventa,
si avvia ciascun giorno. Quindi è proprio una città
che si avvale dell’arte e dell’invenzione.
Sono vieppiù
contenta questa sera, perché ritorno nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, una regione che, non lo nascondo,
quando ero giovinetta, ho anche detestato. Ho detestato perché mi pareva una
zona di confine, come ho detto anche a Trieste lo scorso anno, quando ancora
non c’era nel mio itinerario, nella mia strada l’opportunità di elaborare
il significante confine in modo interessante. Frontiera e confine, oggi, non
costituiscono, ovviamente, quel significato che io, a diciassette o diciotto
anni attribuivo a questi termini, dai quali mi sentivo un
pochino schiacciata. L’esca per andarmene dal Friuli
è stato lo studio. Avvertivo una sorta di pressione, di chiusura.
Ci sono voluti
tanti anni, tanti studi, tante traversie per giungere a
intendere, invece, che il Friuli è una terra bellissima, nobilissima, con
una forza straordinaria che appunto, oggi, sono pienamente in grado di intendere.
Intendendo questo, voglio restituire qualcosa di quello che questa terra e
di questa specificità mi ha donato e mi ha trasmesso.
Ho dato il
titolo "La famiglia, il brainworking e la libertà d’impresa in Friuli"
perché, prima di tutto vengo da una famiglia di commercianti. Il commercio
è dove le cose non stanno mai ferme, dove qualcosa
va e qualcosa viene, dove le merci sono indizio di qualcosa che va e qualcosa
che viene. Mi pare una parola bellissima, commercio.
Quello che mi ha interessato dell’elaborazione cifrematica
e di Armando Verdiglione, è proprio l’integrazione
di parole che, per la costellazione della psi:
psicologia, psicanalisi, sono assolutamente in opposizione. Voi consultate
qualsiasi libro di clinica: non troverete l’integrazione di questi significanti.
Impresa e poesia, oppure psicanalisi e impresa vengono
assegnati, veramente, a mondi distantissimi, quasi impossibilitati a comunicare
fra loro. Ed è per questo che mi preme questa sera
testimoniare, invece, che l’integrazione è l’assoluta novità, l’inedito, la
particolarità di questa teoria. E per questo mi ha interessato. Non trovo
di nessun interesse consegnare una curiosità che un giovane può avere, un
disagio, un’inquietudine, all’ambito molto ristretto delle discipline psi, cioè di quelle discipline che si occuperebbero
in modo specialistico del disagio per toglierlo.
Il disagio,
nel senso comune, nel convenzionalismo, è qualcosa assolutamente da togliere,
qualcosa a cui porre rimedio, qualcosa da medicalizzare. Non è intesa per
nulla la portata di dissidenza, di estremismo, di poesia che c’è nel disagio
quale istanza di domanda, domanda d’Altro, domanda non convenzionale, domanda
dove c’è diritto al sogno cui, in qualche modo, il convenzionalismo e l’epoca,
ci chiedono di rinunciare. Tutti i regimi, tutte le nosografie, tutti i sistemi
non hanno fatto altro che chiedere al parlante di rinunciare al sogno. Perché?
Il sogno è scomodo, produce movimento, produce dibattito, produce curiosità.
Il sogno non è mai calmo, non lascia mai le cose come stanno. E invece voi
sapete che ogni regime, come obiettivo sommo, propone sempre la calma. Da
ottenere in vari modi. Prima di tutto con lo psicofarmaco. Oggi è questa la
moda: lo psicofarmaco, cioè una medicina, una risposta per qualunque tipo
di disagio. Una persona non dorme? C’è la pastiglia adeguata. Una persona
ha pensieri strani, incomincia a dire che vuole andare in America e vuole
andare a esplorare nuovi continenti? C’è la medicina adeguata. Un ragazzo
a scuola è particolarmente vivace? Vuole condurre una ricerca non convenzionale?
C’è la pastiglia adeguata.
Oggi, in questo
regime di facilità ci sarebbe una risposta psicofarmacologica per qualunque
tipo di domanda. Questo c’era anche negli anni settanta, sebbene ci fosse
un dibattito un po’ più vivace. Ricordiamo che in quegli anni, soprattutto
nell’ambito della psichiatria, c’era un dibattito molto interessante. Non
mi riferisco solo a Basaglia ma, per esempio, in Inghilterra c’era Laing,
c’era Cooper i quali teorizzavano, ahimè, la morte della famiglia.
Qui introduco
il primo significante dell’elaborazione e della traversata che intendo fare
questa sera. Sebbene qualche cosa cogliessero questi cosiddetti antipsichiatri,
non è della morte della famiglia che si tratta. Non è per nulla interessante
il significante morte.
Voi sapete
che la cifrematica ha questo di assolutamente specifico: non c’è, nella sua
indagine, nei suoi riferimenti, nessuna accettazione della morte, nessun riferimento
alla morte. La morte non è presa come possibile motivo di paragone, di confronto,
di analogia. Che ci sia la morte, è la cosa che viene spacciata come la più
sicura. Siamo sicuri di morire. La filosofia, da Platone ad Aristotele, sempre
questo ci ha detto: l’uomo è mortale. Vi rendete conto di come Armando Verdiglione,
sostenendo che il riferimento alla morte non è assolutamente necessario e
che, anzi, la scommessa che si tratta di formulare è una scommessa di vita,
abbia prodotto delle reazioni notevoli. Verdiglione si trova in un radicalismo
e in una dissidenza rispetto al discorso occidentale che si tratta di cogliere
e di intendere. Un messaggio che contenga una scommessa di vita così forte,
io non l’ho incontrato in nessuna teoria esistente. Non si tratta di fideismo
come qualcuno vorrebbe, e molto facilmente con un intento accusatorio, dire.
Chi approda
alla cifrematica, non vi approda per caso. Dicevo mercoledì scorso a Bologna,
che se qualcuno avvia un’analisi con un analista cifrematico, non è per caso.
Non è assolutamente per caso. Si trova già in uno statuto di dissidenza. Magari
non lo sa, non se ne accorge. Non ha avuto modo di formalizzarlo linguisticamente,
ma è già un combattente. Perché se non lo fosse, si sarebbe fermato molto
prima. Si sarebbe fermato alla consolazione che tantissimi psicoterapeuti
erogano, proprio come una sostanza. Si sarebbe fermato alla nosografia. Si
sarebbe fermato alla sistematizzazione. Si sarebbe fermato al discorso. Si
sarebbe fermato al dialogo. Senza la conversazione.
Dopo aver
incontrato varie esperienze, è il mio caso, da ragazzina molto curiosa, molto
vivace e forse anche molto addolorata da circostanze della vita, cercavo,
chiedevo. Ma trovavo sempre delle risposte. È questo quello che non volevo:
non volevo risposte che chiudessero la questione. Ero esigente intellettualmente.
Avevo sedici, diciassette anni, però leggevo, mi interrogavo. Due cose trovavo
insopportabili della costellazione psi,
e con questo dico tutte le teorie, tutti gli orientamenti, dagli adleriani
ai kleiniani che io ho attraversato in lungo e in largo in su e in giù, da
destra e da sinistra e da sinistra a destra. Non ho trovato traccia di un’apertura
originaria e di una risposta che non chiudesse la questione.
La domanda
non può che essere un pretesto per avviare una ricerca. Non ha bisogno di
incontrare immediatamente qualche cosa che la chiuda, che la significhi. Così
è chiudere il discorso. Se io formulo una domanda e ho subito una risposta
corrispondente, in una forma di simmetria, di rapporto, di reciprocità tra
domanda e risposta, la questione è chiusa. Occorre che la domanda esiga, sempre,
una ricerca, nuove elaborazioni come quelle che ho trovato, per esempio, nella
teoria di Armando Verdiglione che da trent’anni, incessantemente ciascun sabato
si trova a elaborare nuovi significanti, nuove parole del vocabolario quotidiano,
ma che trovano un’altra accezione. È una traversata del significante con un
tale rigore che travolge il senso che il discorso occidentale consegna a ciascun
termine.
Come Antonella
ricordava prima, usare una parola anziché un’altra, ha una portata importantissima
nella vita di ciascuno di noi. Quotidianamente. Usare un significante anziché
un altro, non è la stessa cosa. Visto che la parola agisce, propriamente gli
effetti di questo agire saranno in un senso o in un altro, a seconda delle
parole che usiamo.
Quello che
io ho incontrato in questa teoria, è veramente molto più interessante e prezioso
di quello che ho incontrato attraversando altri orientamenti teorici che si
precipitavano a chiudere la questione. Nosograficamernte, il più delle volte.
La famiglia
Come ho incontrato il significante famiglia in questa elaborazione?
Quando diciamo famiglia, ciascuno crede di sapere veramente che cos’è: crede
di venire da una famiglia localizzata dove sa benissimo chi è il padre, chi
è la madre, chi sono i fratelli, cosa si intende per famiglia e qual è la
lingua familiare.
In questa
elaborazione la famiglia risulta una traccia, il modo dell’apertura originaria.
Voi sapete che le cose procedono da una dualità pulsionale irriducibile all’unità.
Questo già Freud l’aveva considerato. La dualità pulsionale, irriducibile
all’unità, è ciò da cui qualunque cosa proviene. Le cose procedono dall’apertura.
Questo è molto interessante perché l’unità è il pregiudizio assurdo del discorso
occidentale. L’apoteosi dell’uno. Si tratterebbe, per ciascuna cosa, di riportarla
sempre all’unità, all’uno.
Ciascuno di
noi rappresenta questo quando crede che tra due cose debba sceglierne una,
ad esempio quando dice: "Ho un periodo brutto, ho tanti dubbi perché
devo prendere una decisione rispetto a una cosa, però ci sono varie possibilità,
non so quale scegliere. Mi tormento, c’è un conflitto". Nel modo corrente
di parlare, molto spesso ci si esprime così. Traggo degli enunciati dal modo
consueto di parlare per dirvi come sia così radicato e quasi automatico il
riferimento all’uno, quasi si tratti, appunto, di considerare sempre l’unità:
l’universione, l’unica versione
delle cose anziché valutarle esistenti nella loro differenza e varietà e procedenti
dalla dualità pulsionale irriducibile all’unità.
La famiglia
è traccia, disegno, figura del due, figura della relazione che mai si può
ridurre all’unità. La famiglia di cui parliamo non è la famiglia storiografica,
quella da cui ciascuno di noi crede di essere nato, perché se la famiglia
è creduta essere proprio quella lì, subito viene localizzata. Prendiamo il
vocabolario e leggiamo che la famiglia è costituita da un certo numero di
parenti, legati da un vincolo di consanguineità che conviverebbero nello stesso
spazio.
È proprio
questo che noi intendiamo mettere in discussione con questa indagine. Ben
altra famiglia si tratta di inventare. La famiglia non è un luogo a cui apparterrebbero
i cosiddetti familiari. Non è un luogo decretato dall’uso di una lingua comune.
E ciascuna famiglia, infatti, ritiene di avere una lingua comune a cui appartiene.
Qual è il pregiudizio sommo nei confronti della famiglia? La supposizione
della conoscenza. I familiari credono di conoscersi tra di loro. Questo favorisce
l’instaurazione di tantissimi pregiudizi e tantissime rivendicazioni. Penso
che non ci sia enunciato peggiore di dire: "Ah, io lo conosco bene: è
mio figlio". Oppure: "Ah, io la conosco bene: è mia sorella".
E questa supposizione di conoscenza, lungi dall’aprire possibilità preziosissime,
si rivela sempre una chiusura.
Nella supposizione
della conoscenza, non c’è mai comunicazione, non c’è mai verità, non c’è mai
rischio, perché se uno parte dalla posizione e anche dall’arroganza di conoscere,
perché mai dovrebbe ascoltare? Gli basta la conoscenza. Perché dovrebbe compiere
quello sforzo in più, quella disposizione all’ascolto data dall’umiltà? È
una cosa che incontro poco. Quando ciascuno, con cui mi trovo ad avere delle
conversazioni, mi parla della famiglia, constato che è molto difficile scalzare
questo pregiudizio, perché si ascolta radicalmente che crede di avere quella
sorella con quegli attributi e quel padre, o quella madre, con quegli attributi.
E diventano quasi inauditi. Molto spesso diventano il problema, l’ostacolo.
"Ah, mia madre pensa questo di me". Quasi una prigione!
Con l’analisi
come esperienza della parola originaria, tutto questo si può dissipare. Non
c’è più la possibilità di costituire il familiare come il conosciuto. "Ah,
io lo conosco già". Oppure: "Io lo conosco una volta per tutte".
Era quello
che io facevo, per esempio, con questo santo che ha citato Antonella, che
è un mio prozio, un antenato, e di cui ho sempre visto delle testimonianze
nella mia famiglia. Sapete come avviene: se qualcuno ha qualche persona importante,
in casa vedete i quadri e sin da piccoli vi raccontano degli aneddoti. Ma
io non vedevo nulla, non raccoglievo questi elementi. Perché? Perché, tanto,
era di famiglia. Addomesticato, non mi interessava. Era lì a portata di mano,
di occhio. Mi ricordo adesso delle fotografie che erano appese in casa...
È stato veramente molto recentemente che ho cominciato, lungo lo svolgimento
della mia analisi e lungo il mio itinerario, a considerare San Luigi Scrosoppi
una persona che ha fatto qualcosa di interessante, di cui il suo fare ha lasciato
traccia e rispetto a cui, di ciò che si è occupato nella vita, c’è stata scrittura.
Fino al miracolo. Come potevo io liquidare la questione con questa arroganza?
Eppure lo facevo, perché non c’era disposizione all’ascolto di cui vi parlo
stasera.
La famiglia
è in una nozione assolutamente nuova. È una cosa bellissima poter parlare
della famiglia nei termini in cui la cifrematica propone di parlarne. Veramente
non c’è qualcosa di già costituito e di già codificato. È con la famiglia
che si tratta di entrare lungo l’itinerario. Invece l’epoca ci consegna una
famiglia zoologica. Che cosa intendo per zoologica? Intendo la famiglia dove
i familiari sono rappresentati in maniera domestica e quindi animale. Dove
si tratta di porre dinanzi il negativo, il male, lo squallido, il vergognoso.
Anziché alle spalle, come ossimori, come modi del due, la famiglia zoologica
istituirebbe il male dinanzi. L’epoca è proprio così: la famiglia diviene
depositaria di tutti i mali. "Ah, per forza, con quella famiglia".
Come dire, quali potevano essere i prodotti o le conseguenze. Quante volte
sentiamo dire questi enunciati come se la famiglia fosse esattamente la responsabile
di alcuni effetti. E magari talora lo è, ma perché creduta un luogo, come
vi dicevo prima.
È importante
sottolineare questo perché non so se riuscite a intravedere, tra quello che
vi dico, la libertà che c’è nel non dover più fare riferimento alla significazione
o all’obbligo della conoscenza, laddove ciascuno di noi prova ad ascoltare
i cosiddetti familiari in un altro modo, con un’altra disposizione all’ascolto.
E il fratello non è più il rivale o colui che compete per avere l’amore dei
genitori. È l’alter filius, l’altro
figlio, che non ci conquista né ci toglie nulla. E ammettendolo, ci ammettiamo.
Mi sembra veramente interessante poter vivere così anziché nel conflitto,
nella rappresentazione, nella credenza che il fratello possa conquistarci
o toglierci qualcosa.
La famiglia
come traccia è una cosa preziosissima da incontrare. Posso trarre alcuni esempi
dalla mia pratica, dicendovi che, non so in Friuli, ma in Emilia Romagna è
molto usuale, oggi, che i genitori si costituiscano come "amici"
dei figli. Si assiste quasi al paradosso che la mamma di cinquant’anni diventa
figlia della figlia che ne ha venti. In quale modo? Per esempio confidandosi
con la figlia. Oppure mettendola a parte di certi suoi timori, prendendo la
figlia come confidente. Questo ingenera un po’ di "confusione":
non si sa più chi è la madre e chi è la figlia, chi è il padre. Io insisto
tantissimo perché occorre accorgersi che questi statuti esistono e esistono
in un funzionamento.
Verdiglione,
in alcune conferenze, ha fatto alcuni esempi tratti proprio dalla famiglia
friulana, dove accadeva in passato che il padre, per motivi di lavoro, fosse
assente per lunghi periodi dalla famiglia e dalla casa. Questo produceva,
prima di tutto una certa importanza della donna friulana nella famiglia e
poi, quando il padre ritornava da questi lunghi viaggi, doveva riappropriarsi,
tutto in una volta, dell’autorità che avvertiva vacillante. Quindi si arrabbiava
e sanciva con un surplus di autoritarismo, una questione di autorità che avvertiva
assente.
Queste sono
cose che io affronto ciascun giorno, dove anche il papà, molto spesso, fa
il figlio del figlio, fa il giovanilista o compete con il figlio nel perseguire
alcune figure sociali proposte. Non si tratta di questo.
Perché abbiamo
messo la famiglia come primo significante prima di brainworker? Perché le
cose procedono dalla famiglia.
Nell’intervista
che mi hanno fatto, una domanda molto interessante verteva intorno alla possibile
opposizione tra famiglia e impresa. Mi hanno chiesto: "Nel luogo comune
si ritiene che molto spesso la famiglia limiti l’impresa e l’imprenditore
e, viceversa, che l’impresa limiti la famiglia". Anche questa, come vedete,
è una posizione del tutto artificiosa che non esiste originariamente. L’impresa
procede dalla famiglia come modo del due, come traccia. L’impresa procede
dalla famiglia: per questo la famiglia è il primo significante. Senza la famiglia,
nessuna impresa può avviarsi. Senza la famiglia, così come stiamo parlando
questa sera. Senza la famiglia come traccia dell’interdizione
linguistica, come quel che si dice tra
le righe. La famiglia come assenza assoluta di luogo della parola, come assenza
assoluta di codificazione, della logica della struttura, della scrittura della
parola. In questa accezione la famiglia istituisce l’impresa.
Il brainworker
Brainworker, l’altro termine, è un significante molto bello.
Vuol dire lavoratore di cervello. È un termine che abbiamo scoperto di recente
nell’elaborazione cifrematica ed è sorto a Chicago nel 1988 all’istituto Battel.
All’inizio sembrava qualcosa di pertinenza degli ingegneri e dell’ingegneria.
Poi è arrivato a Ginevra e alla comunità europea. Verdiglione, sempre attento
alle novità, attento lettore, l’ha ritenuto un termine molto interessante
perché ha ravvisato nel brainworker lo statuto intellettuale nuovo che poteva
prendere il posto di quello che negli ultimi venti, trent’anni è stato, ahimè,
assai vacante in Italia. È stato vacante perché era molto di moda l’intellettuale
cosiddetto organico, l’intellettuale cosiddetto schierato e che doveva scegliere
e attenersi a una linea.
Non è questo
il nostro caso, non è a una linea che occorre attenersi, ma alla logica della
parola e alla sua qualità. Per Verdiglione l’intellettuale milita nell’indipendenza
assoluta. Proprio per questo occorreva reinventare uno statuto di intellettuale
che oggi non c’è. Voi potete interpellare le vostre letture, i vari quotidiani:
non c’è un intellettuale, oggi, che rischi veramente qualcosa, che rischi
una dissidenza. Ci sono opposti schieramenti, ci sono varie autorizzazioni,
ma un rischio assoluto io proprio non lo riscontro.
Questa parola
Verdiglione l’ha trovata interessante. Quindi abbiamo fatto tantissime equipe,
tanti dibattiti, tanti incontri a Milano per indagare questo significante
con lo stesso rigore con cui siamo abituati a intervenire e a interpellare
vari vocaboli e significanti. Ed è emerso che questo lavoratore di cervello
ci piaceva proprio perché aveva la funzione di istigatore. Il brainworker
istiga al ragionamento perché si trova in qualche modo a sottolineare gli
aspetti intellettuali, gli effetti del discorso che ascolta. Brainworker è
colui che avvia un dispositivo efficace di intendimento delle cose che, con
uno strumento intellettuale, è in grado di affrontare qualsiasi circostanza
anche quella ritenuta, apparentemente, la più negativa per volgerla in un
aspetto interessante.
Il brainworker
non è che esista solo nell’impresa. Può esistere nello studio professionale.
Può esistere brainworker nella medicina. Per esempio a Milano, siamo già al
quinto congresso di medicina, proprio per promuovere un dibattito in questo
ambito, perché la medicina ci pare, più di altri ambiti, oggi, quella che
abbisogna del dibattito in maniera assoluta. La questione della salute non
è rimandabile. Non è circoscrivibile. Non è aggirabile. È assolutamente essenziale,
e quindi occorre un dibattito intorno alla medicina.
Dunque brainworker
non solo nell’impresa, ma anche negli studi professionali. Se per esempio
c’è un professionista, un avvocato, un ingegnere che si trova a lavorare in
uno studio professionale con tanti colleghi, può benissimo avere lo statuto
di brainworker nel senso che è colui che istiga, sottolinea. Non dissipa il
malinteso. Non porta le cose alla loro armonizzazione. Non toglie la piega.
Già questo è un intervento. Se in uno studio professionale c’è chi si attiene
allo statuto intellettuale, ben altra può essere la qualità dello stesso studio.
Ben altro l’approdo. Ben altra la riuscita.
Il brainworker
si fa per promuoverlo: un po’ come la nostra vita. Ciascun giorno. Il brainworker
non deve avere un diploma, la specializzazione. La cifrematica non propone
questo. Abbiamo scritto una volta che l’imprenditore non ha dei diplomi da
affiggere al muro. Rischia in maniera assoluta. Ciascun giorno si trova in
una battaglia, non contro qualcuno, ovviamente. Una battaglia intellettuale
per la riuscita, per la vita, per l’arte, per la cultura, per l’invenzione.
Per la macchina e la tecnica. Per la scrittura.
Ciascuno può
essere brainworker nelle cose che si trova a fare ciascun giorno. Il medico.
L’insegnante. Avere questo statuto intellettuale nuovo, mi sembra veramente
interessante. Ma non solo interessante, addirittura entusiasmante per chi
voglia vivere da protagonista la propria vita e non si accontenta di ciò che
passerebbe il convento, o qualcosa che è stato allestito da altri. È per ciascuno
che non accetti che la propria vita sia stabilita, decisa, programmata da
altri. Quindi per ciascuno che vuole avere lo statuto di protagonista della
propria vita, il brainworker, l’esercizio del ragionamento dell’intellettualità,
è irrinunciabile.
È una questione
di vita, di aria, di leggerezza che, nella cifrematica, sono virtù del principio.
La parola non si basa su qualche cosa: si staglia sul principio. E il principio
ha alcune virtù: la leggerezza, l’aria, la tentazione intellettuale, la libertà.
Però la libertà, anche questa è una nozione di cui vi devo parlare, non è
la libertà di scelta.
La libertà
d’impresa
Adesso dal brainworker passiamo al terzo significante: la libertà
d’impresa in Friuli. Il Friuli è molto interessante.
Quando c’è
stato il terremoto nel 1976, io ero ancora in Friuli. Dovevo ancora partire
per l’Emilia Romagna per l’università. E già lì avevo potuto constatare come
il terremoto sia una figura della sessualità, come, appunto, la terra non
esista senza lo squarcio e dirò, giungerò a dire, con estrema impertinenza,
che il terremoto è stata una chance per me.
Questo squarcio
ha veramente operato una varco. Ha fatto in modo che moltissime risorse, moltissimi
tratti e alcune particolarità del Friuli potessero, per la prima volta, scriversi.
Questo tratto di imprenditorialità che prima del terremoto era rimasto sospeso,
nascosto, ha trovato, nel terremoto, l’esca di dirsi. Tantissime piccole imprese
sono sorte lungo questa circostanza che apparentemente poteva sembrare negativissima:
mille morti, una catastrofe, una strage. Però c’era anche un’altra faccia,
un’altra piega. Voi mi potete dire che si può giungere anche senza questa
rappresentazione, però a volte non è che si può scegliere la circostanza.
Quasi mai.
Sarebbe interessante
interrogarsi intorno al significante scelta, perché, anche questo, è un grandissimo
pregiudizio del discorso occidentale: l’idea che vi sia scelta. La scelta
non esiste. È sempre ironica. Se uno sceglie A, non ha rinunciato a B. È impossibile
scegliere tra due cose, tra A e B. Se vi fosse la scelta, sarebbe sempre morale.
Si tratterebbe di scegliere tra il bene e il male posti dinanzi. Ma che scelta
è? L’imprenditore può forse scegliere? No. Si attiene all’occorrenza, a ciò
che occorre fare.
Facciamo esempi,
anche, correnti. Uno skipper in una barca a vela con delle persone a bordo,
che si trova ad avere uno statuto di regia e di direzione in quel momento,
occorre che porti la barca al sicuro. Può forse scegliere? No. Si trova a
fare ciò che occorre fare per portare la barca verso la riuscita, verso l’approdo.
In quel caso anche in senso figurato.
Si tratta
di spogliarsi di questa idea del soggetto, della coscienza, perché moltissimi
mali sono legati all’idea di poter scegliere, di avere voglia di fare o di
non fare, di saper fare o non fare. Sono tutti pregiudizi del soggetto.
Quando dico
soggetto, dico proprio il soggetto della filosofia, il soggetto cartesiano.
"Io penso, quindi sono". Come se "io penso" fosse la garanzia
dell’esistenza o dell’esistente. Io penso, quindi esisto. La vita è nella
parola, quindi, semmai parlando c’è vita. Parlando c’è vita, ed è la vita
aritmetica. Nel ritmo e non va senza il tempo.
L’impresa,
di cui parliamo stasera, è proprio questa. Perché interessa questa figura
di imprenditore? Sono partita dal terremoto perché in Friuli quella circostanza
che poteva sembrare tanto nefasta, tanto negativa, si è rivelata, invece un’occasione,
una chance. Questo interviene nella vita dell’imprenditore centinaia di volte.
Quando l’imprenditore può trovarsi in un momento di crisi, una flessione del
mercato, meno vendite, cosa suggerisce il discorso occidentale? Immediatamente
la significazione che queste circostanze abbiano sùbito un senso. E qual è
il senso? L’anticamera della morte, cioè il fallimento. Ah, sta per fallire,
le vendite non sono cresciute tanto. C’è un fuggi fuggi generale. Panico:
i dipendenti cominciano a dire che l’azienda va male. Anziché prenderle come
circostanze che si trovano lungo la strada dell’imprenditore, e che lui non
ha mai da assumere soggettivamente.
L’abbiamo
detto l’altro sabato a Milano: l’imprenditore non deve assumere mai una circostanza
che si trova a vivere né come successo, né come fallimento. Come la chiamiamo
questa? Questa è la tenuta. La tenuta psichica, la tenuta intellettuale è
questo distacco, la mancanza assoluta di euforia e disforia. Questa mancanza
assoluta di significazione.
Qui il discorso
ci porterebbe lontano. Capite, quindi, quanto sia prezioso, per l’imprenditore,
avvalersi di uno strumento sofisticatissimo come la cifrematica, che ha perso
tutti i connotati della psicopatologia, del rimedio, della rappresentazione
del sintomo e viene consegnata nella sua essenzialità e cioè l’indagine intellettuale
del discorso occidentale.
Questo è quello
che si propone di fare, in fondo, la cifrematica: la restituzione tramite
la lettura di alcuni autori che si sono sempre collocati nella dissidenza,
quindi nel distacco rispetto al discorso. Diciamo Dante, Leonardo da Vinci,
Niccolò Machiavelli, Ludovico Ariosto. La restituzione avviene in una lettura
catacretica, in una lettura non ossequiosa, non magistrale, non osservante;
in una lettura, che noi chiamiamo per abuso, che trova quel che non cercava
e dove c’è invenzione, aggiunta. Si tratta di restituire, come io provo, in
questo modo, a restituire anche quel che ho ricevuto, ed è moltissimo, dalla
mia famiglia cosiddetta storica e dalla mia famiglia linguistica.
L’imprenditore. Perché, voi dite, una psicanalista viene a
parlarmi di impresa? Perché a me è interessato proprio esplorare questo punto
di integrazione tra la psicanalisi e l’impresa. E poi la questione donna,
questione tanto marginalizzata dal discorso occidentale, il quale non ci consegna
modelli interessanti di identificazione. Noi l’abbiamo reperita nel mito di
Maria.
Fino alla
nostra lettura dei vangeli, fino alla traversata non osservante e non religiosa,
ma intellettuale, dei vangeli, prima, che cosa c’era, dal discorso greco fino
a oggi? C’era Eva e poi c’era Atena, c’era la figlia senza madre germogliata
direttamente dal cervello di Giove, nata senza madre, la donna amazzone. Il
discorso occidentale ci propone sempre due modelli: o la figlia del padre
o la madre. Madre non vergine. Come Eva, macchiata dalla colpa per cui tutta
la progenie avrebbe portato la macchia. Ma c’è proprio necessità di questa
macchia, di questo punto dove si localizzerebbe la vergogna, il male, il negativo?
Come il punctum diaboli del Medioevo,
rispetto al quale si presumeva di identificare o meno la strega.
Ecco. Anche
la questione donna è stata una lunga attraversata da me. Allora ero giovinetta
ed erano i tempi del femminismo, dove si parlava tanto della questione donna.
Ma apparentemente, tanto rumore per nulla si potrebbe dire, perché si trattava
in qualche modo di emulare i modelli dell’uomo. E quindi veniva proposta la
donna amazzone, oppure la donna rivendicativa, oppure la donna paritaria che
doveva pareggiare i conti. Nulla di tutto questo.
La cifrematica
indica la donna in modi bellissimi: sia come anonimato del nome, sia come
indice dell’enigma della differenza sessuale. Quindi in nessun modo significata
dalla differenza. La donna non significa la differenza. L’altro pregiudizio
del discorso occidentale è che sia sempre madre. Ma la donna non è la madre.
Sono questioni sottili, ma intendere questo ha una portata incredibile nella
vita di ciascuno di noi. La donna non è la madre, e ancora per Lacan è così.
C’è quell’enunciato di Lacan famoso: la donna non entra nel rapporto sessuale
se non quoad matrem, se non in quanto
madre. Andare oltre questo è molto importante. Il discorso occidentale ci
consegna la maternità come approdo della sessualità, come se il punto più
alto della sessualità femminile fosse la maternità. La cifrematica travolge
assolutamente questa definizione e ci consegna la questione della donna nei
termini del divenire artista.
Divenire artista
che cosa vuol dire? Vuol dire rischiare la scrittura, l’intellettualità, lì
dove ciascuna donna si ritrae rispetto a questo. Mi capita di ascoltare tutti
i giorni enunciati del tipo: "Scelgo la carriera o scelgo la famiglia".
E se si sceglie la carriera si rappresentano sensi di colpa nei confronti
della famiglia cui si sottrarrebbero risorse incredibili, saltando a piè pari
la questione della qualità e fissandosi sulla quantità di tempo che uno dedicherebbe
al figlio. Ma qui sarebbe un altro capitolo che dovremmo scrivere.
La libertà
d’impresa non è del soggetto. L’imprenditore non è libero di fare quello che
vuole. Nessuno, come abbiamo ricordato, "è libero di fare ciò che ei
vuole", come dice Machiavelli, perché non è pazzo. La libertà non è soggettiva:
è libertà della parola. La parola è libera di dirsi, di scriversi e di approdare
alla qualità. Non il soggetto. Se si crede alla libertà del soggetto, c’è
subito la nozione di liberazione, con tutte le rappresentazioni. Occorrerebbe
liberarsi da chissà quale giogo e subito c’è la rappresentazione della prigione.
La necessità della prigione, del penitenziario. E quindi della pena. Se si
tratta di liberarsi, evidentemente da qualche parte la prigione c’è. Non è
di questa liberazione che noi ci facciamo alfieri, ma della libertà come virtù
del principio.
Mi sono chiesta, prima di venire qui in questi giorni, come
avrei potuto parlare oggi di San Luigi Scrosoppi, interpellando anche i libri
che sono stati scritti su di lui, dove sembra che il linguaggio teologico
sia difficile. Leggendo oggi l’esperienza e la vita, ho ritrovato tantissimi
elementi che in qualche modo riguardano me e riguardano anche i friulani.
Padre Luigi
Scrosoppi è nato a Udine nel 1804 ed è morto nel 1884. È un fondatore perché
ha fondato un ordine di suore che si chiama Ordine della Provvidenza che tuttora
esercita in tante parti del mondo. Se voi vedete i siti Internet su Padre
Luigi, io mi sono stupita, c’è un dossier veramente densissimo di eventi,
di iniziative, di case che le suore della provvidenza hanno aperto in tutto
il pianeta: dall’India alla Colombia, al Nepal, tutt’oggi operanti. Io conosco
la madre generale di Udine e anche di Roma e tutte mi hanno parlato di padre
Luigi così come ne hanno tramandato le suore della prima generazione, come
di una figura di uomo assolutamente combattente.
La traccia
che io posso ravvisare è senz’altro questa, perché io mi reputo assolutamente
una combattente e ho ritrovato i termini.
Uno dei suoi
motti era la questione della carità, ed è una delle cose su cui mi sono interrogata
molto. La carità, nell’elaborazione cifrematica, è uno dei tre teoremi del
tempo. Che cosa voglio dire? Nel discorso occidentale ci sono alcuni pregiudizi
intorno al tempo che noi troviamo pari pari nell’impresa. Perché? L’impresa
poggia sul tempo, non sul soggetto. Tutti i pregiudizi, le idee che abbiamo
sul tempo, li trasferiamo, pari pari, nell’impresa. Quindi se noi crediamo
che il tempo finisca, finirà l’impresa. Se noi crediamo che il tempo degradi
e corrompa, crederemo che l’impresa degraderà e si corromperà. Se noi crediamo
che c’è una rappresentazione dell’Altro nel negativo, nel male, nel peccato,
tutto questo ce lo ritroveremo dinanzi. Quindi è importantissimo elaborare
le nostre idee sul tempo.
San Luigi
si trova a fondare, insieme al fratello — erano tre fratelli e tutti e tre
hanno abbracciato la vita religiosa: ma noi, adesso, la indaghiamo non religiosamente
perché non è questo l’essenziale. La fede non è fede in qualcosa o in qualcuno:
è un’operazione. La fede opera affinché le cose che si fanno giungano a scriversi.
In questo senso e in questa direzione io ho letto il testo di San Luigi.
San Luigi
insieme al fratello fonda, dunque, questa casa di ricovero per le orfanelle
e per le bambine abbandonate, quindi per le persone meno tutelate in assoluto
che ci sono oggi. Inizia a ricoverarle in questo ambito, ma non si accontenta.
Indica ed esige per loro una formazione, un’educazione. Non solo insegna un
mestiere, ma insegna a scrivere, a leggere e a fare di conto. E a fare di
conto lo sottolineo, perché la questione dell’economia accompagnerà, come
tutti i fondatori, la strada e l’itinerario di questo santo.
Chi si trova
a fondare qualcosa, non può esimersi dalla questione dell’economia. Proprio
perché ci tiene che l’esperienza non scompaia, non venga cancellata, ma possa
trovare modalità di proseguimento, occorre che si occupi di questi aspetti.
Come, del resto, Freud. Freud è stato per tutta la vita assediato dalla questione
economica. Proprio questo lo rende grande. In un’assenza totale di purismo.
L’elaborazione economica è stata condotta fino alle estreme propaggini. E
anche da San Luigi.
Infatti in
questo libretto, ci sono molti conti anche perché lui è diventato a un certo
punto questuante. Doveva reperire i modi e i mezzi del proseguimento e siccome
le ragazzine ricoverate erano sempre di più, chi dava loro da mangiare? Allora,
con il suo carretto, si recava a Udine e nei paesini limitrofi e qualunque
cosa accettava: dagli ortaggi alla carne a qualche moneta, tutto andava bene
per consentire il proseguimento pragmatico, materiale delle cose.
E c’è una
frase di quando le bambine lo ricevevano — parlavano tutti in furlan a quel tempo — e lo vedevano venire
giù dal carretto. Dicevano: "Gigi,
dammi cicin, Gigi". Lo chiamavano Gigi, Luigi, diminutivo in furlan. Erano affamate, queste bambine.
Poi, con il tempo, fa appelli, scrive anche delle lettere che divulga come
i moderni volantini di oggi, come noi promuoviamo qualche avvenimento. Redigeva
questi volantini e li diffondeva perché le persone dessero e contribuissero
con dei lasciti per questa casa che lui intendeva ingrandire sempre di più.
C’è questo
aspetto pragmatico della santità che mi ha interessato. Ed è quello che ho
detto anche al giornalista del "Messaggero". Cos’è il miracolo,
oggi? Il miracolo, con Luigi, è legato profondamente al pragma. Noi diamo
una definizione bellissima di miracolo. Che qualcosa avvenga, questo è il
miracolo. Perché? Non è scontato. Assolutamente non è scontato che qualcosa
avvenga. Facendo, parlando, scrivendo, ricercando, qualcosa può avvenire di
assolutamente imprevedibile e di assolutamente incalcolabile. Anche studiando
la vita di un santo, mi accorgevo immediatamente dell’aspetto pragmatico.
La santità
non è qualcosa di astruso da consegnare alla dimensione eterea, inconsistente,
spirituale secondo l’accezione comune. Assolutamente no. La santità è la via
pragmatica per eccellenza. E potrei narrare tanti aneddoti di San Luigi che
andava in giro lui, che era di famiglia abbiente e ha dato tutti i suoi averi,
e non si è vergognato. E lo diciamo in un’epoca in cui è veramente fuori moda
non vergognarsi. Sembra così estesa e così diffusa la vergogna, il pudore.
Ognuno sembra vergognarsi di tutto. E perché? Che ciascuno si interroghi del
perché e delle cose di cui si vergogna. La vergogna non è qualcosa che uno
deve punirsi[?]. Non è una necessità ontologica. Non è una pena da coltivare.
È qualcosa che occorre elaborare per poi giungere a dissipare. Non c’è più
vergogna, non c’è più pudore. Senza vergogna questuava perché c’era una missione
in atto. C’era un’occorrenza che è la stessa cui si attiene l’imprenditore.
C’è un’occorrenza, e non è una domanda soggettiva. C’è qualcosa di urgente
a cui occorre rispondere. Per San Luigi era il proseguimento materiale della
casa delle orfanelle. Per l’imprenditore è il proseguimento dell’azienda.
L’imprenditore
si trova a correre un rischio estremo, ma è sempre un rischio di vita. Non
è mai un pericolo. Il discorso occidentale converte sempre il rischio in pericolo.
E in Platone i consulenti servono proprio a questo. Perché noi li chiamiamo
funzionari della morte? È un po’ forte ma cosa vogliamo sottolineare con forza?
Che sono funzionari preposti a farci capire e a farci intendere quanto riferimento
alla morte ci sia nei loro interventi. E il riferimento alla morte è la predisposizione
alla cura. Quindi la diagnostica e la farmacopea. Loro saprebbero come salvarci.
La questione
dell’intervento, anche in tutti gli orientamenti psicanalitici che io ho attraversato
teoricamente, è sempre posta nei termini di salvezza o di guarigione. In ciascuna
professione. O c’è chi ti salva, o c’è chi ti guarisce. Non c’è mai qualcuno
con cui formulare una scommessa di vita. Voi interpellate i libri di clinica
di qualunque orientamento e ditemi se c’è qualche intervento che ponga la
questione del progetto e del programma di vita. Nella costellazione della
psi, non c’è. Tutto ruota intorno
alla durata e, appunto, è la guarigione. Prima a definire il sintomo, cioè
quale sarebbe il problema; secondo, definire l’intevento; terzo, definire
la durata. Quanto durerà l’intervento, l’analisi, il percorso? Questo per
non distaccarci dall’idea occidentale che il tempo sia una durata: una linea
con un inizio, uno svolgimento e una fine. Questo è talmente vero, che il tempo è pensato come durata, cioè
come linea, che ciascuno di noi, a partire dall’età cronologica che crede
di avere, formula o non formula dei progetti del tipo: "A me sarebbe
tanto piaciuto fare il notaio, ma ho già quarantotto anni. Ormai...".
Ed è la nostra percezione del tempo: ormai. Che cosa vuol dire questo? Che
il tempo è pensato esattamente come durata, e che uno si fa un’idea dell’arco
della vita e di quanto può durare. Quarantasette, quarantotto anni fa la metà
e dice: "Ormai i giochi sono fatti perché il tempo che mi rimane...".
Sospendere
questo tipo di pensieri è non solo un compito, ma una necessità per ciascuno
di noi se non vogliamo vivere ciascun giorno con questo riferimento incessante
alla morte, cosciente o non cosciente. Adesso lo sto formalizzando nel ragionamento,
traendo dagli enunciati quotidiani la filosofia che vi si sottende. Non possiamo
accettare che la vita venga pensata a partire dalla sua fine e a partire dalla
morte. Già Freud diceva che l’inconscio non conosce la morte. Non può pensare
la propria fine. Anche Borges diceva delle cose bellissime. Diceva: "Bisogna
vivere come se fossimo immortali". Questo conta: l’immortalità, la scrittura,
ciò che resta, la qualità. Non il tempo che crediamo o non crediamo di avere,
le scelte che crediamo o crediamo di non aver fatto, o di avere fatto una
volta per tutte.
Ciascuno dovrebbe
confrontarsi con ciò che lo entusiasma, con ciò che gli dà piacere, con la
sua curiosità intellettuale. Ci sono tantissimi esempi letterari bellissimi.
Lou Andreas Salomè ha incontrato la psicanalisi a cinquant’anni e per i successivi
venticinque, trenta ha fatto l’analista. Erano tempi eroici, forse eroici
non è interessante, però erano tempi bellissimi. Gente che solcava gli oceani;
Lou Salomè si reca a Vienna; si spostano da tutta l’Europa per andare ad ascoltare
Freud, questa cosa nuova che si sta enunciando e che travolge tutti i perbenismi
della società viennese di inizio secolo. E tutte le signore benpensanti arrossivano
al solo sentir pronunciare il nome Freud.
Erano tempi
bellissimi. Questi tempi sono qua. È oggi. È qui. È nella nostra vita se noi
accettiamo di non rinunciare, di non abdicare, di non delegare a qualcun altro,
come ho detto prima, la responsabilità della nostra vita. Quindi, che ciascuno
parta da ciò che lo entusiasma, da ciò che gli induce curiosità, piacere,
soddisfazione, e non dica: "È troppo tardi, sono troppo vecchio. Ormai
i giochi sono già fatti, non è per me".
Verdiglione
a Verona, circa un mese fa diceva: "Il pregiudizio che ci consegnano
è quello che saremmo tagliati per fare o non fare qualcosa". Questa sarebbe
la predestinazione. Ci sarebbe chi è ben predestinato, e allora avrebbe tutto
un percorso in discesa, e chi è mal predestinato e allora la sua vita sarebbe
tutto un percorso in salita: tutta una difficoltà perché non ha gli appoggi
giusti, non ha le conoscenze, non ha le cappelle, non ha i partiti, non ha
nessun sostegno. Quindi la mala e la buona predestinazione. Ma non c’è il
destino. Che esista il destino e che quindi le cose siano già fatte, è una
superstizione occidentale.
Io ritengo
nella mia pratica che la genealogia sia veramente la cosa più difficile da
scalzare. La genealogia sarebbe il posto che il sistema avrebbe consegnato.
È da Platone che va avanti questa storia: non sottovalutatela. Occorre impegnarsi
seriamente per sospenderla. È da Platone che ci dicono che ciascuno di noi
ha un posto. Io stasera vi dico: vi va bene il posto cui vi hanno consegnato?
Se non vi va bene, occorre fare qualcosa, non subire passivamente ciò che
avrebbe passato, una volta si diceva il convento, il destino.
Antonella
Silvestrini
Forse ci sono delle domande.
Marina
Ines Scrosoppi
Io posso continuare a parlare a oltranza, ma non mi sembra gentile da parte
mia trattenervi.
Antonella
Silvestrini
Ci sono interventi dal pubblico, questioni?
Gianna
Danielis
Mi chiedevo se si può considerare imprenditore un intellettuale che si trovi
in una ricerca dissidente, oltre all’imprenditore degli affari e dell’industria.
Pierangela
Quaia Io invece
volevo chiederle: impresa e scuola. E poi mi interessava che lei mi desse
qualche altra annotazione rispetto al ruolo di regia di cui lei ha parlato
prima riguardo all’imprenditore. Anche nella scuola si parla di questo e vorrei
sentire da lei qualcosa in proposito.
Marina
Ines Scrosoppi
Sono due bellissime questioni che mi consentono di precisare. La domanda che
lei ha fatto è molto interessante perché proprio Verdiglione ha coniato l’enunciato,
uno dei motti del secondo rinascimento, a ciascuno la sua impresa. Cosa vogliamo
dire con questo? L’impresa, così come noi ne parliamo, non è la fabbrica,
l’azienda necessariamente. Parliamo anche dell’imprenditore con l’impresa,
con l’azienda. Ma non solo. A ciascuno la sua impresa vuol dire che ciascuno
trae la particolarità, l’idioma, la logica particolare verso la qualità. Questo
tipo di impresa, questa accezione di impresa non riguarda solamente l’imprenditore,
ma ciascuno che rischi qualcosa di un itinerario intellettuale. Che cosa intendo
per rischio? Intendo quando c’è una ricerca non garantita originaria in atto,
quando non c’è modo di sostenersi con le risposte convenzionali, dove ciascuno
si trova nello statuto di debuttante senza sostegni possibili, se non l’intellettualità.
E non è facile, perché siamo abituati tutti ad avere riferimenti.
Siamo tutti
abituati, addestrati, educati in modo tale che ciascuna cosa che incontriamo
nel nostro percorso, immediatamente la repertoriamo, la inseriamo in qualche
entità nosografica, in qualche concetto, in qualche pensiero che conosciamo
già. Ci fa molta paura quello che non sappiamo, quello che non conosciamo,
per cui questa ricerca originaria e non garantita fa paura. Ed è per questo
che io stimo molto coloro che si avventurano perché non va da sé.
Rispetto alla
scuola, la scuola è proprio da rilanciare. È un’esperienza essenziale nella
vita di ciascuno di noi. E anche per la scuola vale il discorso sul brainworker
che facevo prima. Lei si può autorizzare a essere brainworker rispetto ai
colleghi, rispetto alle circostanze, rispetto agli interventi. Ciò che qualifica
il suo intervento, che è linguistico, è il modo in cui si dicono le cose.
Il modo dell’intervento fa sì che una situazione volga in una direzione o
volga in un’altra. Può prendere tutta un’altra piega, se lei interviene o
non interviene. E poi, come interviene, che questioni pone. Non si tratta
mai di intervenire contro. Non interessa per nulla il contro. Noi non siamo
contro nessuno e contro nessuna cosa. Noi siamo per l’affermazione di una
scommessa di vita. Per un progetto e un programma di vita. Per l’indagine
intellettuale del discorso occidentale. Noi promuoviamo. Non abbiamo da rivendicare
nulla e non siamo contro nulla.
Lo statuto
di regia è uno statuto intellettuale. Lo statuto di regia è intorno alla salute
delle cose. È uno statuto essenziale. È uno statuto linguistico. Che una persona
si trovi a ricoprire questo statuto, dice di un’audacia. Chi intende debuttare
nello statuto di regia non può rimanere nella riserva. Esponiamoci. È il modo
più interessante di vivere.
Non so se
sia capitato a ciascuno di voi che qualche volta voleva dire qualcosa assolutamente
e però c’era il timore. A un certo punto le reticenze vengono meno e la parola
è libera di dirsi. In quel momento c’è qualcosa della soddisfazione, della
felicità perché si è osato dire. Le cose si dicono è l’assioma della lealtà.
Dicendosi poi, si piegano, si odono, si ascoltano, si intendono, si scrivono.
Ma se non si dicono, tutto rimane nel realismo, rimane ostaggio del fantasma
materno, della fantasmatica dei pensieri, dell’idea della morte, di fine,
di contenimento, di soggettivizzazione. Già se uno dice: "Sono timido",
enuncia qualcosa che, incontrando l’ascolto, può divenire altro. Se invece
uno lo tiene per sé e ritiene di essere timido, ritiene che la timidezza sia
un attributo costitutivo del suo essere, della sua identità e vivrà contemplando
e rispettando questo attributo, come vivrà? Rasentando i muri, non entrando
nei negozi, non salutando le persone. Perché? Perché deve rispettare questo
attributo che si è dato una volta per tutte: lui è un timido. Già lo sforzo
di trasporre nella parola, fa sì che questa persona, che si credeva timida
e quindi riassumeva la complessità di una vita, l’intelligenza, la sensibilità
in un oggettino, possa inaugurare un’altra vita. Proprio un’altra vita.
In ultima
istanza il messaggio non fa economia della vita. La vita è parlando, facendo.
“Parlando” non è necessariamente la verbalizzazione. Ciascuno trova il suo
particolare modo. Può essere la scrittura, può essere fare dei libri. Un modo.
Antonella
Silvestrini
Concludiamo qui questo incontro con Marina Ines Scrosoppi. L’esplorazione
ricchissima di questa sera ha toccato tutti gli elementi che costituiscono
la poesia e quindi vi aspetto mercoledì prossimo con Claudio Bertocchi intorno
alla vendita.
Ricordo, poi,
che domenica 16 si chiude la mostra delle opere di Vincenzo Accame e quindi
chi non fosse ancora andato a visitarle, si affretti. Grazie a tutti voi.
Buonasera.