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Negli
incontri precedenti dicevamo che Armando Verdiglione mette innanzitutto in
discussione il principio di unità cui si appella ogni tentazione universalistica,
ogni volta che tendiamo ad abbracciare ogni cosa in un cerchio con la presunzione
di trovare la soluzione per tutto. Come leggere una poesia con una pretesa
di unità? Come scrivere un poesia attenendosi a un principio di unità?
Come leggere un'opera d'arte, una canzone, una sonata appellandosi all’unità
o a un sistema di significazione universale? Partire da questo principio significherebbe
attenersi a un sistema per escludere l'Altro.
Verdiglione giunge a questa constatazione: le cose non procedono dall'uno,
dall'unità, ma dal due. Che cosa vuol dire? Se noi troviamo l'ossimoro
bene male alle nostre spalle come apertura originaria, non facciamo le cose
in nome del bene o in nome del male e non abbiamo, in nome dell’uno un amico
da amare, e in nome dell’altro un nemico da sbaragliare. Dinanzi a noi sta
l'Altro, inimmaginabile e irrappresentabile, che è il terreno del fare.
Questo lo constatiamo tutti. Interpellate chi si è trovato a fondare
un'impresa: vi accorgerete che non si è per niente attenuto al principio
di unità. Noi stessi non potremmo parlare se rispondessimo a un principio
unitario, sarebbe impossibile. Pensate per quanti anni, e secoli, il testo
di William Shakespeare è stato criticato come rozzo e imperfetto, proprio
perché non rispondeva ossequioso alle unità aristoteliche di
tempo, luogo e azione.
Per arrivare al tema di questa sera, già Giambattista Vico notava la
portata non giudiziaria del diritto. E individuava nel diritto e nella poesia
la base del pragma. Armando Verdiglione, leggendo Vico, giunge a dire che
il diritto è diritto dell'Altro. E aggiunge che senza questa acquisizione
non si instaura l'ascolto.
Elisabetta Costa pratica come avvocato a Milano dove è protagonista di questo movimento culturale promosso dall'Associazione cifrematica internazionale. È presidente per Milano dell'Associazione europea dei Brainworkers e ha dato un forte contributo all'elaborazione di questi ultimi anni. Scrive articoli, poesie, pubblicati su vari giornali e riviste tra cui “Il secondo rinascimento”. Lascio a lei la parola.
Elisabetta
Costa Ben arrivati, io vi aspettavo qui da questa mattina. Il titolo
è impegnativo: “Il diritto, la finanza, la clinica”.
Io ho incontrato Armando Verdiglione nel 1994 proprio quando ho aperto il
mio studio a Milano. Ho aperto da sola, non in uno studio associato. Avevo
una collaboratrice e avevo due pratiche. La decisione è stata repentina,
nel senso che c'è stata l'occasione di avere lo studio in centro a
mia disposizione e quindi io ho lasciato lo studio dove collaboravo, come
procuratrice, e ho avviato questa azienda, perché uno studio professionale
è un'azienda. Sono molto fiera perché fra poco questo studio
compie dieci anni e la traversata a Milano è molto interessante.
Mi trovavo nella necessità di avviare un'impresa nuova: le esperienze
che avevo fatto negli studi precedenti non avevano suscitato l'identificazione
per cui io volessi proseguire. L'avvocato con cui lavoravo non aveva suscitato
qualcosa del mito o dell'emulazione, anzi, in alcuni ambienti c'erano situazioni
che qualche psichiatra definirebbe border line.
La questione è di trovare il modo di fare questo mestiere difficilissimo,
che è l'avvocato, in un contesto in cui trovare la tranquillità
per fare una ricerca, per seguire una via.
Nessun caso rientra nella procedura giudiziaria, per ovvi motivi. Non arriva
mai un cliente, una persona, che si trovi nella situazione ideale per l'avvocato,
perché la procedura è impraticabile e la persona ha delle istanze
che vanno oltre i codici e le leggi e oltre a tutto il materiale del discorso
giuridico. Questo è l'inconciliabile che appartiene a questo mestiere
e che spesso viene risolto tagliando un po' corto, oppure con le super specializzazioni.
Per altro l'università è chiamata a preparare in questo ramo,
in questa materia e quindi ciascun avvocato si può cimentare in ciascun
cosiddetto ramo del diritto. Io ho avuto casi, seguo pratiche in ciascun ramo
del diritto civile, che mi interessa moltissimo.
Intanto, incontrando Armando Verdiglione, chiaramente, si è rivoluzionata
l'idea che io avevo di legge. Se la legge è il compimento della scrittura
della sintassi, è chiaro che quando io apro il codice, o sfoglio una
rivista, o leggo la "Gazzetta Ufficiale" sono chiamata a tenerne
conto e questo non è una cosa usuale, nel senso che all'università
viene insegnato che la legge è la norma e che la legge è uguale
per tutti; che deve essere applicata e che i giudici sarebbero chiamati, secondo
queste norme, ad applicare la legge. Proseguendo, ci si accorge che non è
assolutamente così. C'è un'accezione assoluta di legge che nessuno
di noi può assolutamente confondere con le normative, con le norme
e le regole che costituiscono il nostro “ordinamento giuridico”.
Allora, si può far entrare la legge nei tribunali? Questa è
una domanda che faccio a voi, e poi voi mi risponderete. È una scommessa.
Questa, a Milano, è una cosa nuova, perché il cliente che entra
in uno studio, prima di tutto, anche se non lo chiede, riceve un parere, che
già comporta un lavoro e poi una parcella. Pochissimi affrontano in
un colloquio le questioni nella radicalità e già cominciano
a dire qualcosa di quello che può essere un progetto, un programma.
Affrontare una questione di diritto — ovviamente è molto più
complesso se questo accade nel giudiziario, però anche in materia di
consulenza le difficoltà non sono minori — vuol dire fare un progetto,
fare un programma e quindi, anche, parlare di tattica e di strategia.
In un colloquio con un cliente, assolutamente la tattica e la strategia sono
le prime cose da affrontare. Ma non sempre il cliente è all'altezza.
Ci sono imprenditori che non hanno la minima idea di cosa siano la tattica
e la strategia e sono quegli imprenditori che si avvalgono di una miriade
di consulenti. Quindi per le questioni fiscali “non deve parlare con me ma
con il commercialista”; per le questioni di lavoro “non deve parlare con me,
deve parlare con il consulente del lavoro”. Questo frammentarizza molto e
rende farraginoso il programma, lo rende molto più difficile da attuare,
perché è chiaro che se il cliente non si pone come interlocutore,
ma cerca la delega, questa delega è sempre prendere il suo posto e
coordinare al posto suo. È una tentazione, questa, dalla quale il brainworker
è meglio che si astenga, perché non porta a granché.
La conversazione, per restare nella lealtà, nella libertà e
nella leggerezza, tutte virtù del principio, occorre che instauri l'interlocutore.
Io non farò mai un'azione al posto suo perché è nella
conversazione che si decide l'atto, e l'atto è, innanzitutto, atto
di parola.
Sempre per via della cifrematica, noi impariamo che la responsabilità
non è soggettiva o personale. Questo è il grande peso che portano
gli innovatori, i fondatori, gli imprenditori, di avere questo enorme carico,
per cui vanno dallo psicologo. Lo psicologo diventa un ennesimo consulente
e in genere fomenta la paura, anche per motivi strettamente commerciali, perché
se il suo cliente smette di avere paura non va più dallo psicologo
che, quindi, rimane senza lavoro.
Antonella Silvestrini Eh sì!
Elisabetta
Costa L'imprenditore va dallo psicologo perché ha il “carico
della responsabilità”. Lo psicologo, in genere, lo consola, lo tranquillizza,
magari gli dà una mano a portare questo carico anche se è difficile,
perché, se si chiama fuori dagli orari concordati, c'è la segreteria
telefonica.
La cifrematica dice: non c'è più paura. Con la teorematica noi
facciamo la traversata del linguaggio della ricerca e quindi queste questioni,
che sono idee, immaginazioni, vengono dissipate, vengono prese per quello
che sono: immaginazioni, fantasie, ricordi, narrazioni. L'approccio della
cifrematica diventa linguistico, quindi lungo la narrazione. Questa, per esempio,
è stata per me “una marcia in più” nella mia pratica di avvocato.
Il colloquio con il cliente è una miniera di informazioni e quindi
l'ascolto è assolutamente indispensabile, perché è nel
racconto che, come dicono i giuristi, si può individuare la fattispecie,
che non è nulla di teorico ma si tratta del caso che deve giungere
alla qualità.
Io
sono arrivata a giurisprudenza dopo gli studi. Ho fatto il liceo, lingue moderne.
Ho preferito prepararmi all'Europa, che in quegli anni era annunciata come
imminente. E poi mi ricordo che mi sono chiesta: "Adesso io parlo tre
lingue, ma di che cosa parlo? Se non ho di che parlare, finirò a fare
l'interprete, cioè a ripetere le parole che dice qualcun altro".
E allora, ero indecisa tra lettere moderne, filosofia e giurisprudenza e siccome
a quei tempi pensavo di fare l'inviato speciale, avevo scelto giurisprudenza
che mi preparasse al giornalismo e poi al viaggio. Poi ho fatto un altro viaggio,
un viaggio in tanti settori.
Chiaramente l'università è carente. È carente in tutta
Italia e, credo, anche in Europa. Non è che i nostri amici siano migliori
di noi nell'insegnamento del diritto. Pensate che non c'è un esame
di retorica, non c'è nessuna materia che si occupi della parola e questo
emerge quando cerco i collaboratori. La ricerca del collaboratore è
un viaggio vero e proprio. È interessante perché sento le istanze
di questi giovani che sono all'università, che sono comunque un po'
confusi, e devono prendere delle decisioni. In genere i genitori dicono: “Fai
quello che ti senti, puoi fare quello che vuoi”, che è un modo carino
per tirarsi indietro, per non porsi come interlocutore. Anche a me è
capitato così. Mia madre e mio padre ritenevano che la libertà
fosse dire: “Fai quello che vuoi“. Però, invece, mi sarebbe piaciuto
sentire: “Secondo noi tu hai un'inclinazione”. Mio padre mi ha sempre spinto
allo studio delle lingue e lo ha sempre fatto in maniera decisa, lo riteneva
importante, e io ritengo che lo sia: se devo parlare in un paese straniero,
parlare la loro lingua è una questione di accoglienza.
Parlavamo della scelta del collaboratore, che è poi la stessa questione,
del management per l'impresa. La lagnanza generale di quest’epoca sulla qualità
del management, in effetti, per l'esperienza che ho sia nel mio studio, sia
lavorando con gli imprenditori, è che ci sono due cose difficilissime
da trovare nel collaboratore: la prima è la precisione linguistica,
la seconda è la responsabilità. Tutto voi potete chiedere a
un collaboratore, a un manager, tranne che di rispondere delle proprie azioni
perché comincerà subito a dire: “Io glielo avevo detto, lei
ha sentito quindi era d'accordo”, oppure: “Io glielo avevo scritto e glielo
avevo messo sul tavolo e lei doveva leggerlo”, oppure: “Io ho fatto come m'ha
detto lei”.
Chi ha la responsabilità di una struttura non ha tempo da perdere per
andare a fare un rimprovero, ha la necessità assoluta che le cose si
facciano con qualità e si concludano nella brevità. Quando si
fa un'obiezione, non è mai un rimprovero, è un suggerimento.
Un'obiezione è un suggerimento, è un indice della direzione.
Ma chi è che prende così un'obiezione? Molto spesso è
scambiata per un rimprovero, nel ricordo del rimprovero del padre ma, molto
più spesso, della mamma. L'avvocato che fa un'obiezione al collaboratore,
l'imprenditore che fa un'obiezione al manager è la mamma che rimprovera.
Questo porta a una lentezza, a una burocrazia: ci sono strutture composte
da tre, poche persone, che sono burocratiche, dovrebbero avere la leggerezza,
l'agilità, l'elasticità, il movimento, l'azzardo e invece sono
burocratiche.
Qual è la via? La via è sempre quella dell'ironia e dell'umorismo.
Le persone sono lì per partecipare, per collaborare, per crescere,
quindi ciascuno di noi ha la responsabilità anche rispetto alla formazione.
A volte è il loro modo per dire che ci tengono all'impresa, alla scommessa.
Come non avere più paura. Questa è la questione preliminare.
È la questione principale. Come non avere più paura. Paura di
che cosa? Paura della morte. "Come non avere più paura della morte"
potrebbe essere uno slogan della cifrematica. La cifrematica dissolve questa
paura: intanto perché ci sono due accezioni di morte. La morte come
questione di vita o di morte, quindi come ossimoro, è sempre la questione
del due, questione di vita che sta alle spalle. Poi c'è l'accezione
di morte come enigma della differenza sessuale, enigma del tempo. Enigma temporale.
È l'altra vita. L'altra vita. Anziché essere lì con il
deceduto, il cadavere, il defunto o il de cuius.
È constatabile, viaggiando, che la fine del tempo non c'è. Se
la giornata diventa aritmetica, se si instaura il ritmo, la fine del tempo
non c'è. Il tempo interviene in ciascuna cosa che si fa: a me non è
mai capitato di dover rimandare un appuntamento e non perché non ho
niente da fare: le cose si dispongono in modo tale che l'appuntamento si tenga.
Però sta a noi tenere l'appuntamento, altrimenti non incontriamo neanche
la verità. Senza l'appuntamento non c'è nessuna verità.
Io
mi trovo in una famiglia storica dove siamo in quattro fratelli, tre sorelle
e un fratello. Nei primi anni ho dovuto affrontare la questione della giustizia.
Noi siamo in quattro, la giustizia cos'è? È forse che le cose
che ci arrivano, le cose che ci danno i genitori, devono essere divise in
parti uguali? Oppure che la divisione proceda rispetto allo specifico di ciascuno?
E se è rispetto a ciascuno, il criterio qual è, meritocratico?
“Tu sei stato più bravo, quindi ti premio”, oppure in quale altra accezione?
Io non ho mai risposto. Non ho mai dato risposta a questa domanda e ho iniziato
il percorso che poi mi ha portato a giurisprudenza.
La giustizia cosa vuol dire? Per la cifrematica la giustizia interviene come
provvidenza. Alle volte, molto spesso, interviene apparentemente come ingiustizia.
Prima di tutto interviene la speranza assoluta. Quando arriva la provvidenza,
immediatamente interviene la speranza assoluta e la necessità del racconto.
Se non ci fosse l'ingiustizia nessuno approderebbe al racconto.
Il primo colloquio di questo itinerario, molto spesso lo fa l'avvocato. Il
primo colloquio è rispetto a una fantasia di ingiustizia, o sulla giustizia,
o su che cosa sia questa giustizia. È una questione che molte persone
non affrontano con lo psicanalista ma la incontrano con l'avvocato. Rispondere
in termini algebrici o geometrici a questa domanda, a varie formulazioni,
del tipo: "Vorrei sapere quali sono i miei diritti in merito a questa
cosa"; oppure: "Vorrei sapere se quella cosa che ha fatto mio fratello
è giusta o non lo è, e se non è giusta che cosa posso
fare per punirlo, o per riavere indietro, oppure perché sia fatta giustizia".
La questione ha risvolti drammatici nel diritto penale. Nel diritto cosiddetto
civile — il nostro codice civile è fra i più liberali, pare
che la Cina lo voglia adottare — l'interesse è rispetto all'equità.
Per esempio il termine sintagma in materia contrattuale, riporta a una sorta
di equità non distributiva, altrimenti è chiaro che rischia
di diventare un letto di Procuste. È rispetto all'equo, all'equità
che è proprietà del sembiante.
Nel diritto penale “la missione“ che il legislatore si sarebbe dato è
“la ricerca della verità”. Il diritto dello stato sarebbe, per le norme
del codice penale, la ricerca della verità. Questa idea, come noi constatiamo
ogni giorno, è assolutamente nefasta perché la verità
è un effetto: la verità, il sapere e il senso sono un effetto.
Poi ce la raccontano dicendo che si tratta di un errore giudiziario. Ma non
è un errore giudiziario, è un discorso molto preciso, a cui
nessuno di noi deve mai, mai abboccare. L'unica chance che noi abbiamo per
non entrare nel fantasma dell'altro, e quindi nel discorso occidentale, è
quella di non farci mai vittime. Qual è la garanzia che io “non sto
dentro” il discorso occidentale? Qualunque cosa accada io non mi porrò
mai come vittima, non perché sono stoica, eroica: perché se
mi pongo come vittima, sono perduta, sono fottuta.
Verdiglione sabato ha detto che la cifrematica è una scienza nuova;
ha anche detto che è una scienza medica e giuridica, che è una
scienza aritmetica. Il diritto e la medicina sono essenziali al viaggio, tant’è
vero che i nei regimi dittatoriali, di qualsiasi colore, il primo atto che
facevano era di controllare e di chiudere le facoltà di medicina e
di giurisprudenza. Lo spartiacque tra diritto e medicina è sul filo,
perché alcune decisioni prese nell'ambito del diritto possono avere
conseguenze cliniche incredibili. La responsabilità è assoluta
ed esige la formazione.
Di recente, nel 2003, i professionisti devono dimostrare ai rispettivi Ordini
(parola un po' arcaica) di fare formazione. È una novità interessante:
peccato che i corsi di formazione siano totalmente inutili e siano un peso.
Sembra che si debba pagare un tributo, una pena, mentre sono occasioni incredibili
di parola e di arricchimento.
Mentre
venivo qui pensavo a quanto si dice del Nordest, si legge anche sui giornali,
e cioè che ci sarebbe un discorso, secondo cui il Nordest avrebbe il
primato dei suicidi in Italia, e che questo sarebbe dovuto al fatto che le
famiglie, anziché invitare i propri figli a proseguire gli studi, a
laurearsi, “darebbero tutto”. Quindi questi giovani che escono a 18 anni dal
liceo e vanno nell'azienda, nella fabbrica, entrerebbero nella mentalità.
Quale mentalità? Che si lavora per i soldi? Questa è una fantasia,
ciascun imprenditore sa che non è così, che non appena c'è
la tentazione di contare i soldi sono già sfumati, e c'è già
un affare che non si conclude. Io non credo che questi padri, queste madri
siano così superficiali, così creduloni da insegnare ai propri
figli che si lavora per i soldi. Secondo me, se anche facessero l'università
non acquisirebbero quegli strumenti che si immaginano per intraprendere, per
esistere.
Allora ecco che c'è l'esigenza di un'altra scuola, di un'altra formazione,
di un altro modo dell'educazione che non è l'accademia, la manualistica,
la precettistica, ma lo scambio: l'arricchimento viene dallo scambio, dalla
comunicazione. Tante volte, dopo una lezione, mi sono trovata a pensare cosa
ne traggo io. Avevo creduto di tenere una lezione, e invece stavo a lezione
insieme a loro. Occorre accorgersi di questo, perché la restituzione
sta alla base della clinica. Senza restituzione è difficilissimo che
si instauri l'istanza di salute. Le cose non si fanno mai per un obiettivo,
l'obiettivo è sempre un pretesto per il viaggio. E le cose si incontrano
viaggiando, con l'ingenuità del primo giorno.
Nel
1994 ho avviato lo studio e avevo pensieri rispetto ai dispositivi. La prima
cosa che mancava era il ritmo. Poi, via via che sono entrati altri collaboratori
occorre tenere l'identificazione, la responsabilità, l'intervento.
Questi sono dispositivi che si instaurano anche rispetto ai clienti e ai consulenti.
Dispositivo di ascolto, di accoglienza, innanzitutto.
Proseguendo con la cifrematica mi sono trovata a fare una traversata di quella
che la cifrematica chiama istanza di conclusione delle cose che si fanno:
la finanza. La definizione che dà la cifrematica di finanza è
l'istanza di conclusione delle cose che si fanno secondo l'occorrenza. L'altrove
del fare. Facendo si instaura l'altrove che è la finanza.
Questa traversata mi ha fatto fare l'esperienza di quello che Verdiglione,
nelle ultime conferenze, ha definito l'auctoritas come effetto della funzione
di nome, del non dell'avere, e l'abbondanza come effetto della funzione di
uno e del non dell'essere. Paradossalmente, io che stavo avviando questo studio,
una scommessa incredibile, ho deciso di collaborare e contribuire al finanziamento
delle attività dell'associazione. Ho incominciato così e proseguo
ancora. E la cosa più incredibile è che più si dà
più si ha. È assolutamente vero.
Il dare viene dal non dell'avere. Quello che si dà, si trova. Non lo
si ha prima. Poi, si trova. Di solito l'idea è: "Io non ho, quindi
come faccio a dare?". È proprio da questo “non ho” che si effettua
il dare. Dare e prendere, prendere e lasciare. Con la cifrematica non è
mai possibile la contabilità. Sarebbe come cercare di dare un significato.
I nomi non significano e nemmeno i numeri, ma stanno nel racconto e quindi
partecipano al lavoro e al gioco, nell'incominciamento. Dove sta la finanza
in questa esperienza? La finanza constata che le cose non possono non concludersi
in quel tempo, che quella cosa occorre che si faccia in quel tempo. Questa
urgenza, questa istanza, questa necessità è difficilissima da
accettare per molti. Per moltissimi fare quella cosa che è necessaria
in quel tempo lì, sennò poi è tardi, è peggio
della prigione. Eppure è solo così che interviene il miracolo.
È solo così che noi possiamo avere una vaghissima idea della
santità. San Francesco cosa ha fatto? C'era da andare a Roma, ed è
andato a Roma, a piedi. Non ha iniziato a dire: non ho l'asino, non ho la
carrozza, non ho l'aereo, non ho l'elicottero: è andato a Roma e ha
incontrato persone interessanti. È stato accolto ed è riuscito.
Io ritengo che sia così che occorra affrontare la giornata, con l'ingenuità.
Io non posso alzarmi la mattina e vedermi il calendario degli appuntamenti
davanti, perché se mi metto gli appuntamenti davanti sono già
stanco, ho già fatto, la giornata è già passata e quindi
in ufficio dove sto? Faccio l'animale che sbuffa, l'animale che non ha voglia,
l'animale che rimanda, l'animale che scappa. E quindi scappo.
Per questo occorre la tranquillità. Nel mio caso la tranquillità
è partecipare: io sono tranquilla in un'impresa, in un'iniziativa,
in un progetto, se partecipo. Se non partecipo e devo delegare, non mi associo:
intanto perché la fede è di Dio, quindi non è che posso
assumerla, e poi perché qualsiasi impresa, qualsiasi iniziativa, che
punti alla qualità, al profitto e alla riuscita è sempre un
pretesto per il viaggio: i dispositivi di comunicazione, i dispositivi di
accoglienza, i dispositivi di scrittura. Quando la cifrematica dice impersonale,
non vuol dire indifferente. Non vuol dire che, allora, a me non interessa
di nessuno, mi interesso solo di cose teoriche e le persone no. Impersonale,
vuol dire con il diritto: "Io non ti conosco". Almeno questo noi
dobbiamo lasciarlo. Il diritto di non esser conosciuti è originario:
se entrasse nelle famiglie "Io non ti conosco"...
Adesso
a me è capitato un viaggio straordinario, che è incominciato
il 6 aprile del 2000 quando si è instaurato il mito della madre e poi
poco tempo fa: io dovevo venire qui il 12 marzo, c'è stato un qui pro
quo, e sono qui oggi. Per fortuna, perché il 12 marzo non sarei potuta
venire. Questa volta è entrato il padre nel mito. È una traversata
incredibile che ciascuno di noi, se siamo fortunati, fa. Solo i più
fortunati fanno questa traversata.
Cosa ha comportato questo viaggio? Ha comportato che io oggi ho degli altri
fratelli. Oggi i miei fratelli non sono più quelli che erano prima
di questo viaggio, non perché ci sia stata una metamorfosi, ma perché
abbiamo la necessità di parlare in un altro modo. Abbiamo la necessità
di non conoscerci come fratelli e sorelle, di affrontare le questioni, di
portarle alla riuscita, di fare un programma, un progetto.
Il fratello, l'alter filius, che certifica il figlio, il certificatore, dove
sta? Stava prima, quando con i fratelli c'era un altro tipo di conversazione,
dove magari poteva anche entrare un'idea del fratello, perché comunque
c'erano il papà e la mamma a garantire “l'ordine” della famiglia, o
questo alter filius interviene ora? Ora, cioè nella novità assoluta
di parlarci tenendo conto del ritmo e con questioni nuove, anche pragmatiche,
da affrontare.
Il mestiere di genitore è impossibile, come diceva Freud, perché
la funzione di Altro è funzione e variazione costante e quindi richiede
l'ascolto, che non può venire da un'idea che io ho. Nessuna madre ascolta
il figlio a partire dall'idea che sia suo figlio. E difatti in molte famiglie,
per esempio al sud, quand'è che interviene il figlio? Quando il figlio
parte. Allora va a lavorare fuori dalla casa e lì, forse, incomincia
la funzione di figlio, viene ammessa la differenza da sé. Questo fa
parte dei diritti che noi abbiamo: che anche per noi ci possa essere la differenza
da sé, e per le persone che parlano con noi ci sia la differenza da
sé.
Il lavoro che io faccio nel mio studio e che ho fatto con mio padre nel dispositivo
in cui mi sono ritrovata negli ultimi mesi del suo viaggio su questo pianeta,
è di fare ragionamenti. Io, con le persone che parlano con me, faccio
dei ragionamenti o li provoco. O li faccio io perché la persona che
ho davanti mi provoca dei ragionamenti, ma è sempre ciascuna volta
una questione di ragionamento. Come intervenire è una questione di
ragionamento. E un ragionamento non è "adesso mi concentro",
oppure "adesso studio". È una combinazione inedita del materiale
che l'interlocutore offre. Ciò che noi abbiamo da dare ai nostri interlocutori
è una combinazione inedita della loro storia, dei significanti che
loro ci offrono come risorsa. Che questo riesca non dipende da me o da te
o da lui, è una questione di generosità, perché nessuno
può mai pensare di dare una soluzione, un consiglio. L'idea di salvezza
non è mai interessante. Nessuno può porsi come psicanalista.
Verdiglione ha inventato la formula occupare la posizione impossibile di sembiante
per dire che non c'è più lo psicanalista. Non si tratta, davanti
ai guai, di dover trovare un interlocutore della difficoltà. Perché
mai noi, viaggiando, dovremmo avere l'interlocutore della difficoltà?
Sarebbe come pretendere di avere uno schiavo, un servo. Il servo è
già più interessante: servus, da serie.
Purtroppo il mondo psi sta causando e ha causato danni incredibili. Attualmente
non è più di moda, adesso non se ne parla più. Nessuno
dice più: "Io vado dallo psicanalista". Si dice piano, mentre
fino ai primi anni novanta, chi non andava dallo psicanalista era proprio…
Però questa mentalità, questo linguaggio, questo modo è
entrato in vari ambiti che prima non erano toccati. Per esempio nelle situazioni
di diritto, pensate al diritto di famiglia, ai minori. Pensate al diritto
penale, alle varie indagini sulla capacità o meno di intendere e di
volere: c'è sempre uno psi che arriva a dire la sua. Pensate alla gestione
di tutti gli istituti dove vengono ricoverati i minori strappati alle famiglie,
a quelli che vengono dati in adozione, e nelle case circondariali: c'è
lo psi che si presenta.
Cosa si fa con lo psi? Si fa la lista, l'elenco; non si sa neanche cosa dirgli.
Questo non ha niente del dispositivo. Non ha niente della salute, anzi la
confessione è qualcosa che fa star male, malissimo. La confessione
sarebbe il rogo della vecchia. Non lontano da qui hanno bruciato le streghe
questa sera! Io non avevo detto alla dottoressa Silvestrini di preparare questa
cosa per il mio arrivo! La confessione sa di inquisizione. Che cosa dovremmo
confessare? Che ci interessa il piacere, la soddisfazione, il profitto, i
soldi? Questo dovremmo confessare, che ci interessa la sessualità?
Questo la cifrematica non lo fa. Chi confessa viene giustiziato. Quindi è
per le persone che hanno l'audacia, il progetto, che rischiano nella parola,
che dicano delle cose anche inedite, anche assurde.
Io trovo assolutamente nuova la questione della piegatura. Voi sapete che
la cifrematica dice che le cose si dicono, dicendosi si dividono, dividendosi
si piegano, piegandosi si cifrano. Ecco: il dividendosi — le cose si dicono,
dicendosi si dividono — non è di comprensione immediata, però
ciascuno che abbia un'esperienza di scrittura, per scrittura non intendo la
scrittura cifrematica, ma l'esperienza della parola sul foglio di carta, sulla
pagina, può avere un'idea del dividendosi. Se noi affrontiamo la pagina
difficilmente riusciamo a trasmettere il pensiero. La frase che noi pensiamo
sulla pagina, diventa, spesso, un'altra frase. Ciò dà un indizio
della divisione. Però, attenzione, che poi si piegano, da cui la clinica.
Che le cose si pieghino non è una cosa che noi percepiamo come bella,
o piacevole, o che fa star bene, o che garantisce il benessere. Le cose si
piegano quindi c'è il filo e la corda. Le cose si piegano e c'è
una necessità, un fare che non può essere rimandato. C'è
l'istante in cui le cose si piegano. La piega dice che le cose si fanno non
nel benessere.
Le poesie, che molto generosamente sono state pubblicate, sono venute un po'
così. Le cose si piegano, c'è l'urgenza e c'è la poesia.
Poiesis è il fare.
Gli aneddoti sono tanti, nel mio studio ci sono casi veramente straordinari:
c'era una ragazza che è arrivata da Mendrisio un anno fa e le avevano
fatto un T.S.O., un trattamento sanitario obbligatorio. Era scappata, ed era
a Milano senza documenti e senza soldi. Adesso lavora a Milano. Questo è
un caso di cui sono contenta, più che altro per l'esperienza che ho
fatto io andando a visitare l'ospedale di Mendrisio dove si pratica ancora
l'elettrochoc.
Io mi fermo.
Antonella Silvestrini Ringraziamo Elisabetta per questa esposizione, questo racconto. Gli elementi sono moltissimi, credo che ci sia materiale per molte domande, questioni interrogativi, provocazioni.
Gianna Danielis Volevo chiedere come legge la cifrematica il termine di assoluzione che riguarda il tribunale.
Antonella Silvestrini Ci sono altre domande?
Elisabetta
Costa È un paradosso che l'assoluzione, per il tribunale, sia al termine
del processo. L'assoluzione è un teorema: non c'è più
soluzione. Non è qualcosa che si incontri alla fine, è qualcosa
che c'è da sempre per ciascuno di noi. Non c'è più peccato,
quindi noi siamo assolti fin dal principio. Che ci siano degli uomini che
pretendono di giudicare sulla colpevolezza, questo è un segno di arretratezza
culturale, di barbarie. Come è impostato oggi il sistema giuridico
è una barbarie, non è nato così: nel diritto romano,
il giudice era un arbitro che i contendenti sceglievano per la fiducia che
riponevano in questa persona, per meriti culturali. Poteva essere un poeta,
un artista, un commerciante. Erano i contendenti che sceglievano il giudice,
in base ai valori, alle cose che questa persona testimoniava vivendo.
Oggi, che ci siano dei funzionari pagati dallo stato, salariati, quindi schiavi,
che pretendono di giudicare dei casi, è una questione. È chiaro
che la prima cosa da fare è cercare di non entrare in questo meccanismo,
non abbiamo altre strade. Per chi, invece, si trova coinvolto, può
capitare, la questione è di non venire schiacciati, di non assumere.
Sono le virtù del tempo: la verginità, la grazia, la carità
che dicono che l'assoluzione sta nel principio. Non c'è più
soluzione: è così che incomincia il viaggio.
Antonella
Silvestrini Ci sono altri interventi? Vedo una mano alzata. Intanto
dico io qualcosa. Effettivamente, che ci sia un sistema cui il tribunale e
gli ospedali si attengano, pone la questione della tattica e della strategia.
Mi viene in mente quanto aveva detto all'inizio: è chiaro che, se c'è
un problema, è interessante decidere la tattica e la strategia proprio
per non soccombere, per non credere, per non trovarsi nel realismo.
Non ci sono più interventi?
Gianna Danielis Mi scusi una precisazione. Lei prima ha detto: "Senza appuntamento non c'è nessuna verità". Non ho inteso il senso.
Elisabetta Costa Si rifà ad un aforisma della cifrematica che dice che la verità è il tono dell'incontro. Non è una definizione scientifica la verità. Noi non la incontriamo lungo il sapere e il senso. Lungo il sapere e il senso approdiamo all'etica e alla legge. Occorre la voce che interviene simultaneamente, la voce per dire l'astrazione che effettua la verità. In maniera un po' provocatoria ho detto che senza appuntamento come può avvenire l'incontro?
Andrea Zorzi Quando ci si trova ad avere problemi e ci si trova a rivolgere e a chiedere un parere, o comunque una strategia, una tattica, l'interlocutore cliente che si assume la responsabilità quand'è che capisce di essere nella tattica giusta?
Elisabetta
Costa La domanda è molto interessante. La tattica giusta,
come dice lei, è la strada, la via. È giusta quando non porta
pena, perché tante volte, per il cliente, seguire i vari professionisti
è una pena. Preparare il fascicolo per il commercialista in prossimità
dell'Unico è una pena. Preparare le carte per l'avvocato che deve notificare
una citazione è una pena. Molto spesso. È una questione di stile,
per cui le cose si fanno con leggerezza, in un dispositivo, in una collaborazione.
Io, il giudiziario, non lo suggerisco mai. È difficile che suggerisca
di intraprendere la via giudiziaria per la riuscita. Può venire da
me l'imprenditore che dice che ha un credito da recuperare, per fare un decreto
ingiuntivo, non è quello il giudiziario. Però quando si affrontano
questioni di diritto di famiglia, questioni tra soci, tra fratelli, prima
di arrivare al giudiziario…
Io faccio anche parte della struttura arbitrale che si chiama Corte Arbitrale
Europea dove c'è un approccio meno giudiziario. L'arbitrato, anche
se vorrebbe riprendere la tradizione originaria del diritto romano, cioè
che il giudice lo nominano le parti, molto spesso si traduce in una procedura
che ricalca il giudiziario. L'arbitrato, che adesso entrerà sempre
più in funzione, cui molti sempre più accederanno perché
la riforma del diritto societario lo spinge molto, dovrà rinnovarsi
per non diventare una replica del processo civile.
Ci sono altri modi per arrivare alla riuscita. Perché gli avvocati
non li percorrono? Primo, perché sono arcaici e pensano che se non
fanno la causa e non fanno vedere al cliente il pacco di carte alto così
e i bolli, il cliente dice: "Perché ti devo pagare, non hai fatto
niente. Che cosa hai fatto, se non hai prodotto un fascicolo alto così?".
Però ci sono molto spesso anche grandi studi che, per dire una cosa
per iscritto di una pagina ne devono scrivere quaranta, perché sennò
il cliente, soprattutto sono multinazionali, pensa che tu non hai fatto niente.
Io non faccio così. Io intervengo in un altro modo, non ho fascicoli
alti così, anche perché sennò dovrei avere uno studio
di mille metri quadrati, eppure vivo, non è che non mi pagano. Se la
riuscita è una questione, è un affare o un peso che non c'è
più, bisogna anche un po' azzardare, non si può dire: "Allora
io il cliente lo soddisfo solo con le carte". Bisogna puntare sull'intelligenza
propria, prima di tutto, perché se io non punto sulla mia intelligenza,
non potrò mai contare sull'intelligenza di nessuno.
Andrea Zorzi Mi sembra che il rischio non sia mai dell'avvocato, sia solo sempre del cliente. L'avvocato ha poco da perdere, al limite non viene pagato e se ha sbagliato è assicurato.
Elisabetta
Costa È proprio così: negli Stati Uniti si sono inventati
il prezzo della riuscita. Negli studi americani c'è un tot per il lavoro
e poi c'è il “pizzo” sulla riuscita, direbbero i siciliani.
Questa cosa che l'avvocato non rischi, non so. La norma dice dell'obbligazione
di mezzi però c'è il commerciale e il finanziario che premono
sull'avvocato, che rischia comunque. La cosa più interessante è
se l'avvocato s'imbarca, se non sta chiuso nel suo studio al tavolo con tutto
il foro. S'imbarca se fa l'imprenditore.
Oggi non può esserci un avvocato che non sia imprenditore. La responsabilità
non è una questione normativa, ma di legge.
Antonella Silvestrini La cosa cui ha accennato Elisabetta Costa questa sera, è l'importanza della formazione nella clinica. È vero che molti avvocati si trovano a essere interpellati da clienti che giungono a loro con problematiche apparentemente concrete, ma, di fatto, sono portati da una fantasmatica gigantesca. E lì, come muoversi?
Elisabetta Costa Ho affrontato il caso di una signora che ha avuto cinque figli dal marito, di cui tre, nelle varie fasi, messi in istituto per incapacità dei genitori di educarli. È venuta da me per il terzo figlio, Marco. Dopo varie istanze, il figlio esce dall'istituto e torna a casa. Io la signora non l'ho più vista. Né sentita. E allora, forse, non le ho fatto un favore.
Antonella
Silvestrini Ci sono ancora interventi?
Allora concludiamo qui. Ringraziamo Elisabetta Costa.
Elisabetta Costa Grazie a voi.
Antonella Silvestrini Ringrazio tutti voi per essere intervenuti questa sera e vi aspetto giovedì prossimo per l'ultima lezione introduttiva con Cristina Frua De Angeli, già venuta a Pordenone l'anno scorso, in occasione della presentazione del libro di Massimo Meschini. Quindi la aspettiamo giovedì prossimo e aspettiamo anche tutti voi.
Trascrizione
di Liliana Bomben