“Aids,
no al dogma”
|
rassegna stampa |
Incontro con lo scienziato Peter Duesberg, che espone la sua teoria
Dall’America una voce contraria all’ipotesi dell’origine virale
L’Hiv
non prova l’Aids. Occupa il breve spazio di una frase l’attacco
sferrato al cuore della medicina ufficiale dallo scienziato americano Peter
Duesberg, uno dei più autorevoli microbiologi del mondo e un pioniere
nella scoperta della famiglia di virus a cui appartiene l’Hiv.
Quattro parole che da quindici anni sono una spina nel fianco per l’establishment
scientifico internazionale, arriccato dal 1984 sulla certezza dell’origine
virale della malattia. Ma l’opinione di Duesberg, che ha presentato l’11
luglio scorso alla villa San Carlo Borromeo di Senago (Milano) nell’ambito
di un convegno promosso dalla fondazione Armando Verdiglione la prima edizione
italiana del suo libro Aids, il virus inventato (Edizioni
Baldini & Castoldi) non è affatto isolata, anzi. Oggi a quella voce
un tempo solitaria, si affiancano non solo autorevoli pronunciamenti di medici
e scienziati di fama internazionale, ma anche i giudizi della gente comune che
si chiede per quale ragione, con un budget federale di oltre sette miliardi
di dollari l’anno, che rende l’Aids l’epidemia meglio finanziata
di tutti i tempi, tanto scarsi siano stati finora i risultati della ricerca.
Ma è davvero così? L’abbiamo chiesto a Duesberg in occasione del convegno di Senago. “Ne sono convinto — è la risposta —.Centomila lavori scientifici sono stati pubblicati finora sull’Hiv e sull’Aids, ma i ricercatori devono ancora dimostrare che una sola vita sia stata salvata da loro. Neppure la distribuzione di preservativi e di aghi sterili ha portato a un calo significativo delle malattie legate all’Aids”.
Eppure
ci sarà un motivo per cui all’ipotesi virale dell’Aids sono
stati concessi miliardi di fondi, tecnologie sofisticate e cervelli di prim’ordine...
“Perché il virus è diventato un dogma. La fede nell’infallibilità
della scienza ha radici profonde rese robuste dalle sconfitte delle grandi malattie
infettive a cavallo tra l’ottocento e il novecento. Le figure di Coch
e Pasteur hanno scatenato lo spirito di emulazione di parecchi scienziati che
nella ricerca di nuovi microbi sperano di ottenere uguale fama e ricchezza”.
Ma
perché la quasi totalità della comunità scientifica internazionale
rimane fedele a quest’ipotesi?
“È molto semplice. La valanga di finanziamenti stanziati dai governi
e dalle industrie farmaceutiche ha creato una vasta schiera di esperti del binomio
Hiv-Aids. Dubitarne sarebbe deleterio per le carriere e per i portafogli di
migliaia di scienziati, giornalisti e operatori del settore”.
Veniamo
alla sua teoria. Perché sostiene che l’Aids non è provocata
dal virus Hiv?
“L’Aids è una sindrome da immunodeficienza e si dice sia
legata alla perdita di linfociti T, di cui sarebbe causa l’Hiv. Ma l’Hiv
è un retrovirus, ovvero un tipo di virus che non uccide le cellule ma
coesiste e diviene parassita genetico della cellula. Dunque è improbabile
che l’Hiv provochi una malattia ritenuta conseguenza della perdita delle
cellule T”.
Su
quali altre basi teoriche poggia la sua difesa di un imputato più volte
dichiarato colpevole senza attenuanti?
“Secondo un pregiudizio diffuso, tutti i virus sarebbero pericolosi. Al
contrario è provato che la maggioranza dei virus non provocano malattie.
Nel caso dei malati di Aids, si è scoperto che, pur perdendo le cellule
T, non più di una su mille è infettata dal virus Hiv. Come un
comandante che ha perso mille soldati, ma uno solo è stato colpito da
un proiettile, non può dire che gli altri 999 siano stati uccisi da quel
proiettile”.
Ma
allora a quale causa attribuisce l’insorgere dell’Aids?
“In realtà è lo stato immunitario che determina le malattie.
Ogni virus o microbo può essere dannoso, ma se non si è immunodeficitari
non ci si ammala e si vive tranquillamente fino a 80 anni con tonnellate di
microbi che abitano il pianeta da molti più anni degli esseri umani.
L’immunodeficienza non è che la conseguenza dell’intossicazione
a lungo termine dovuta all’uso di droghe, stupefacenti e sostanze chemioterapiche
contro l’Hiv come l’Azt.
A
proposito di Azt, nel suo libro lei lancia accuse molto gravi alla casa farmaceutica
che l’ha prodotto...
“In realtà l’Azt è un killer delle cellule. Quando
il retrovirus Hiv fu incolpato di provocare l’Aids, si scatenò
la corsa a trovare un farmaco antivirale che inibisse quel processo andando
a spulciare prodotti chimici già messi a punto per programmi di chemioterapia
tumorale. Fu così che la Burroughs Wellcome, colosso farmaceutico di
enorme influenza a livello governativo e universitario, sfruttò la situazione
facendo resuscitare l’Azt, un farmaco nato nel 1964 per la chemioterapia
oncologica e poi accantonato per la sua tossicità, usandolo per il trattamento
per l’Aids. Ebbene, solo ora la classe medica sta facendo lentamente marcia
indietro dopo averlo prescritto per anni. Il risultato finale è stato
un inutile tributo di vite umane, e un’epidemia di Aids artificialmente
gonfiata.
Il primo caso nell’81 (nel’91 già 345 mila)
L’Aids fu descritta per la prima volta nel 1981 negli Usa, quando alcuni medici osservarono un aumento di casi di sarcoma di Kaposi in giovani maschi con abitudini omosessuali e un grave difetto delle difese immunitarie. Si osservarono anche casi di omosessuali il cui decadimento di tali difese portava all’insorgere di infenzioni provocate da germi che generalmente non causano malattie in persone sane, ma che diventano pericolosi in soggetti con difetto immunitario. Sebbene osservata inizialmente in omosessuali maschi, l’Aids fu descritta anche in altri soggetti “a rischio” quali bisessuali, tossicodipendenti, che assumono droghe per via endovenosa scambiandosi siringhe infette, emofilici, nati da genitori affetti da Aids e, più raramente, pazienti che avevano ricevuto trasfusioni di sangue.
L’ipotesi
di una etiologia infettiva (virale) dell’Aids ha avuto la meglio su quella
non infettiva a partire dal 1984, anno dell’annuncio del “virus
dell’Aids” da parte del ricercatore americano Robert Gallo nel corso
di una conferenza stampa a Washington e dalle ricerche quasi contemporanee di
Luc Montagnier, dell’Istituto Pasteur di Parigi. Oggi il virus è
internazionalmente noto come Hiv (Human immunodeficiency virus) ed
è un retrovirus, ovvero un virus contenente un particolare enzima non
presente nelle cellule umane e animali, cui si attribuisce il progressivo stato
di immunodeficienza tipica dell’Aids.
Nel 1991, l’Oms indicava un numero di casi di Aids notificati nel mondo
pari a 345.534 di cui 207.364 nel continente americano, 82.228 in Africa e 48.144
in Europa. In Italia il numero totale dei casi notificati dal 1982 alla fine
del 1990 superava gli 8.000, di cui larga parte (circa il 68%) riferita ai tossicodipendenti.
Molto più elevato, invece, il numero dei soggetti che, pur avendo contratto
l’infezione, non hanno ancora manifestato segni clinici di malattia (i
cosiddetti sieropositivi) che fino al ‘91 venivano stimati a oltere 5
milioni di casi.
Caterina
Diemoz, “Messaggero Veneto”, lunedì 2 agosto 1999.