Questa memoria sulla carta
rassegna stampa

Un nuovo e interessante approccio alla questione ebraica è emerso durante la presentazione dell'ultimo libro di Silvia Kramar, La musica della vita. Storia di una famiglia di ebrei italiani (Spirali), organizzato dall'Associazione psicanalitica la cifra nella sala gremita di Palazzo Montereale Mantica.
La lettura che Antonella Silvestrini e Caterina Diemoz hanno dato del libro e lo stesso racconto di Silvia Kramar hanno provocato il pubblico suscitando un dibattito estremamente interessante e attuale. È stata quindi un'occasione per chiedere alla Kramar la sua testimonianza da giornalista sul terrorismo, sulla Shoah, sulla situazione politica internazionale e sulla complessità della questione palestinese. L'autrice ha fatto intendere l'importanza della memoria, elaborata attraverso il racconto, per giungere anche alla lettura del testo ebraico, islamico e cattolico, sfatando i discorsi di conflitto tra religioni.

Quanto ha tratto della sua vita personale nella scrittura di questo romanzo?
"È un autobiografia romanzata. Mio padre è nato a Fiume da genitori ebrei, il cognome Kramar in realtà era Cramer. Sono cresciuta a Milano e non mi ha mai voluto parlare del mondo ebraico. Mia madre, cattolica, non ci ha mai mandato in chiesa. Però, già da bambina mi sentivo molto attratta da questo mondo, che poi ho cominciato a scoprire durante i miei studi negli Stati Uniti. Mi resi conto che c'era un segreto di famiglia. Da qui è nata l'idea per questo libro, perché sentivo di appartenere a una religione e a una cultura. Mi sono immaginata questa famiglia, e qui entra la fiction, che a distanza di tre generazioni riscopre questo segreto che comunque è stato sempre lì, presente".

Quanto importante è per lei la memoria?
"Importantissima. Sono convinta dell'esistenza di una memoria che chiamo "genetica", memoria di tutto quello che sono stati e hanno vissuto i nostri genitori, i nonni. Ho letto una frase molto bella: più invecchiamo, più ci ricordiamo cose che non sono mai avvenute. In questo libro c'è anche l'intreccio di questo, del nostro ricordo e di quello di Manuela. In lei ci sono tante cose che forse non sono mai esistite, ma siccome lei le vive nel libro, e la mia penna le ha messe sulla carta, per me queste cose sono diventate vere".

La scrittura del libro con prosa leggera, bellissima, racconta i fatti senza rancori, condanne e soprattutto senza riserva.
"Non amo condannare, perché sono convinta che siamo in un certo senso uguali, spinti dagli stessi desideri. Vogliamo le stesse cose. Poi la memoria, la storia, le questioni politiche ci cambiano. Giudicare a prescindere, senza permettere a nessuno di redimersi o senza pensare che siamo tutti fratelli, secondo me, è sbagliato. I miei personaggi, quelli ritenuti ingiusti o cattivi, semplicemente scompaiono, non vengono puniti. Questa è la mia filosofia di vita. Se una persona è diversa da me, e quindi inaccettabile per i miei pensieri religiosi, politici, personali, le permetto di allontanarsi e cerco sempre di non giudicare".

Brankica Beric, "Il Gazzettino", 5 febbraio 2002