La navigazione intellettuale e il valore dell’impresa

 

Antonella Silvestrini Buonasera a tutti. Vi ringrazio per essere intervenuti così numerosi all’incontro con il professor Vittorio Mathieu che siamo molto onorati di ospitare questa sera a Palazzo Badini. Questo è il secondo appuntamento del progetto intorno al capitalismo intellettuale nella famiglia, nella banca e nell’impresa.

            Ringraziamo la Banca Popolare FriulAdria per la collaborazione, per la generosa ospitalità, ma soprattutto per l’audacia e l’apertura dimostrata nell’accogliere un progetto come questo che viaggia nel terreno non facile dell’integrazione fra impresa e cultura.

            Ringrazio le imprese e le aziende che sono intervenute come sponsor e che si sono provocate dall’iniziativa, e il Comune e la Provincia di Pordenone per aver concesso il patrocinio.

            Prima di cominciare inviterei al tavolo Angelo Sette, presidente della Banca Popolare FriulAdria per un saluto.

 

Angelo Sette Mi limiterò soltanto a porgere il saluto a nome della Banca Popolare FriulAdria a tutti voi, al professor Mathieu, alla dottoressa Silvestrini e dirvi che io sono qui, come tutti voi, per ascoltare e per confermare che la banca non si occupa soltanto di soldi. Prevalentemente si occupa di soldi, ma si è occupata anche, e parecchio, nel sociale. Noi cerchiamo di essere presenti nell’assistenza, nella beneficienza, nello sport dilettantistico e anche nella cultura e nell’arte.

            Da poco si è chiusa la mostra di Nane Zavagno a Villa Manin ed è in corso la mostra di Michelangelo Grigoletti con il nostro sostegno. Siamo a metà strada nella formulazione dei volumi dei cataloghi dei quattro musei delle province della nostra regione. L’anno scorso abbiamo concluso quello del museo di Pordenone. Il primo tomo è dedicato al museo di Udine. Seguirà quello di Gorizia e poi quello di Trieste.

            Oltre al saluto, volevo darvi la conferma che ci occuperemo ancora di soldi e, dai soldi, cercheremo di stornare delle risorse per la cultura e per l’arte.

 

Antonella Silvestrini Invito ora Antonino Scaini, responsabile delle pubbliche relazioni della Banca Popolare FriulAdria, a dare un saluto. Mentre si accomoda qui, racconto un aneddoto curioso. La prima volta che sono andata a incontrarlo per parlargli di questo progetto intorno al capitalismo intellettuale, l’ho trovato assolutamente interessato e, anzi, a riprova di questo interesse, prima ancora di discutere degli appuntamenti e degli intellettuali che avremmo invitato, mi disse: “Guardi, a riprova di questo, lei può notare che nella mia libreria, troverà come testi di prima consultazione i libri di filosofia di Vittorio Mathieu, prima ancora dei codici”.

 

Antonino Scaini Rese pubbliche le mie colpe, porto il saluto e il benvenuto al professor Mathieu, all’associazione di cifrematica e a tutti i presenti. La mia vuol essere una testimonianza che lega questa conferenza con il tema di questa iniziativa che stiamo portando avanti con l’associazione la cifra  per la cultura nella famiglia e nell’impresa.

            La mia testimonianza è legata al coinvolgimento emotivo e personale, perché ho conosciuto la filosofia grazie al mio professore che era un allievo di Mathieu e, soprattutto, grazie alla lettura di Mathieu che è stato per me, Dante si rivolterà nella tomba, il mio Virgilio.

            Molti di voi avranno studiato Mathieu. Io ho amato la filosofia grazie Mathieu. E forse tutti quelli che lo hanno letto, l’avranno amata per la sua capacità di esporla in maniera così suadente e così coinvolgente.

            Sono sempre stato convinto che la cultura prevale sulla tecnologia. Tant’è vero che la lettura del libro di Mathieu mi è stata utile non solo per l’anima, ma anche per l’attività. Ecco perché dico che la cultura in azienda è un valore fondamentale. E posso dire che io, che sono qui presente come responsabile per le pubbliche relazioni, in realtà il mio lavoro continua a essere, ed è sempre stato, quello del legale d’impresa. Anche qui c’è una strana coincidenza.

            Nell’ambito legale, nella mia attività, c’è più Mathieu, più Cartesio, più Kirkegaard, che non Giustiniano, che non Carnelutti. Mi è servito di più questo tipo di preparazione, senza nulla togliere alla preparazione tecnologica e applicativa degli altri che ho citato: Giustiniano è quello che ha raccolto il diritto statuito e Carnelutti è forse il più grande studioso di diritto moderno.

            Non a caso il professor Mathieu nelle Radici classiche dell’Europa, parla di adventura e io pensavo all’impresa, all’intrapresa, enterprise: c’è uno stretto collegamento. Se poi leggiamo quella che è l’attività del legale d’impresa dico, citando Mathieu, che il diritto è il contributo che ha dato Roma alla costruzione dell’Europa, il diritto come stabilità. La Grecia, invece, ha dato la filosofia, il pensiero e i germani, il movimento.

            Abbiamo toccato le radici dell’Europa che è la combinazione, nell’impresa, del movimento dei Germani e della stabilità dei Romani. Mi reputo fortunato per essermi riconosciuto in questo tipo di lettura.

            Con questa, che è stata una testimonianza e un omaggio al professore, ringrazio per la presenza e vi auguro un sicuro buon ascolto.

 

Antonella Silvestrini Come vedete, si tratta di un’interessante combinazione tra istituzioni, associazione, cultura e impresa. In numerose conversazioni, i dirigenti e gli imprenditori che ho incontrato per questo progetto, hanno dato molti spunti per l’elaborazione del capitale intellettuale come qualcosa che sta dinanzi a noi, non alle nostre spalle, come già accennavamo nell’incontro con Carlo Sini. Il capitale intellettuale è sempre qualcosa da raggiungere. È questa la chance che ha ciascun imprenditore.

            Tutti gli appuntamenti organizzati dall’associazione cifrematica, si distinguono per questa specificità: l’intellettualità attiene a ciascuna cosa che noi facciamo, nessuna esclusa. Per questo motivo è indispensabile che ciascuno di noi, nell’ambito in cui si trova a lavorare, dissipi l’indifferenza in materia di cultura, che poi è una variante della paura, e anche l’indifferenza in materia di finanza e di impresa. Nessuno parla dell’indifferenza in materia di impresa e di finanza che invece è molto diffusa. Questo implica, da una parte, che l’imprenditore non può ritenersi escluso dall’intellettualità, dalla cultura, risolvendo nell’affaccendamento quotidiano la sua impresa, senza avvertire l’urgenza di una direzione intellettuale. Questa sarebbe l’impresa senza avvenire. E, dall’altra, implica che nemmeno l’intellettuale possa più rimanere invischiato nel tabù dei soldi, nel tabù del guadagno e della finanza. Quindi abbiamo coinvolto entrambi per questa novità.

            Vittorio Mathieu, filosofo, scrittore, è proprio l’emblema di questa integrazione. Tutta la sua ricerca, il suo testo, percorre questo itinerario di combinazione tra impresa, cultura, economia, politica, scienza e finanza. Ha insegnato, prima all’università di Trieste, poi a Torino. È accademico dei Lincei. È membro del comitato della Fondazione Baldan e di vari comitati internazionali culturali e scientifici. È notissimo per la sua Storia della filosofia e oltre a questo ha scritto numerosi testi intorno a Kant, a Bergson, a Leibniz. Vi cito solo i più recenti, per esempio Cancro in occidente (1983), Filosofia del denaro (!985), bellissimo testo che suggerisco a ciascuno di voi di leggere. L’anno scorso è uscito, per Adelphi, Goethe e il suo diavolo custode. Con Spirali dal 1983 ha pubblicato vari volumi: La voce, la musica e il demoniaco (1983), Elzeviri swiftiani (1986), Gioco e lavoro (1989), Il nulla, la musica, la luce (1996). E l’anno scorso è uscito appunto il volume Le radici classiche dell’Europa.

            Questo libro è veramente essenziale per intendere la questione dell’integrazione tra impresa e cultura. È un libro sull’avventura filosofica e scientifica che sta alle radici dell’Europa e che caratterizza lo spirito imprenditoriale europeo e di ciascuna città come della nostra città. L’interesse per l’adiacenza tra filosofia e economia è sempre stato vivo nei libri di Vittorio Mathieu. Scrive così:

 

Adventura, le cose che ci vengono incontro non sono soltanto imprevedibili, ma ci vengono incontro in modo un po’ particolare. Cioè, a patto che andiamo verso di loro. Non le cerchiamo, perché non sappiamo che cosa siano, però, se non ci muovessimo noi, non ci verrebbe incontro l’inaspettato.[1]

 

            Parole bellissime. Il movimento sta alla base di ciascuna rivoluzione culturale e artistica e alla base di ciascuna impresa che si avvia. Da questo libro risulta proprio che la lettura è la condizione del viaggio di ciascuno e del viaggio dell’impresa. Il viaggio è costituito da rischio, novità e audacia. E il titolo di questa sera, la navigazione intellettuale e il valore dell’impresa, allude proprio a questo viaggio che non è solo viaggio spaziale, nel senso di uno spostamento da un posto a un altro, ma è proprio un viaggio linguistico, intellettuale.

            Un altro aspetto interessante è che questo libro va oltre il concetto di Europa cui siamo abituati a pensare, cioè come luogo geografico. È un’altra Europa quella di cui parla Mathieu: è ciò che si scrive lungo questa metafora della navigazione.

            Dopo la lettura di questo libro mi sono chiesta: come può scriversi l’esperienza di un capitano d’impresa, senza il romanzo dell’Europa, senza capire da dove viene l’Europa, senza capire come si è costituita. In altri termini, senza la memoria. Come possiamo oggi parlare di economia, di finanza, anche in un momento difficile come questo che stiamo attraversando, senza porci queste questioni.

            Queste sono solo alcune note per accennare qualcosa; suggerimenti che mi sono venuti dalla lettura del libro. Vi lascio a Vittorio Mathieu.

 

Vittorio Mathieu Io ringrazio, innanzitutto, per questa accoglienza così calorosa e commovente, in una terra vicina a quella dove ho insegnato tanto tempo e dove mi trovavo molto bene. È un po’ un ritorno tra amici, alcuni dei quali ho ritrovato proprio fisicamente dai tempi di scuola.

 

Adventura: le cose che ci vengono incontro

 

Questo libro è nato, in realtà, in un lasso di tempo abbastanza lungo, perché sono tutti scritti già pubblicati, ma, per qualche ragione, introvabili. Il primo, che dà il tono, Le radici classiche dell’Europa, è un contributo a una serie di volumi composti da un saggio filosofico, un saggio letterario di Ferruccio Olivi, compianto, un saggio di critica d’arte e, soprattutto, di immagini di pittori e di artisti figurativi, su concetti filosofici.

            Uno di questi concetti era l’avventura. Era un compito da svolgere. Nello svolgerlo, mi sono accorto che l’avventura era il principio ispiratore della civiltà europea, come incontro con l’eterno viandante germanico: Wotan è il dio supremo dell’ideologia germanica, ed è chiamato l’eterno viandante.

            I germani hanno l’istinto vitale di andare: andavano verso occidente fino a trovarsi al mare. Prima di trovarsi al mare, incontravano il vallo romano e incontravano un altro tipo di mentalità e di società che, invece, tendeva alla stabilità. Ricordate la leggenda del senatore a cui un Gallo tira la barba e, di fronte agli invasori, i senatori stanno immobili? Questo è un simbolo della stabilità che cerca Roma.

            Il movimento e la stabilità diventano complementari. I Romani si servono dei barbari per difendere l’impero. E i barbari prendono a concepire, come unico stato, lo stato romano. L’impero romano è stato a lungo, fino all’età moderna, lo stato al singolare, quello che noi chiamiamo lo stato, la funzione pubblica, la società. Il resto era movimento. Questo movimento non ha una meta prefissata. Si muove nelle grandi selve dell’Europa medievale, e, titolare di questo movimento, è il cavaliere, il cavallo. Il cavaliere non sa che cosa incontrerà. Ha il compito di difendere i più deboli e, spesso, da cavaliere diventa effettivamente avventuriero. Le due cose si possono confondere ma, ad ogni modo, il suo ideale rimane quello di rappresentare la romanità, cioè la solidità, in un’atmosfera ignota e rischiosa.

            Allora, le adventura, etimologicamente — è un neutro plurale —, sono le cose che ci vengono incontro, quando noi ci muoviamo.

            Arrivo subito all’ultima avventura europea: l’avventura della scienza che era l’avventura più tipica. Gli oggetti della scienza attuale non preesistono alla scienza stessa: vanno incontro allo scienziato quando lo scienziato li ha cercati: pensate all’elettrone positivo di Dirac, il quale viene prima ipotizzato in una formula, e poi gli esperimenti lo trovano, ma lo trovano in questo movimento “verso”.

            La figura germanica del viandante rimane tipica. Per esempio, Antonella Silvestrini parlava di Goethe. In Goethe e il suo diavolo custode, cha fa parte di una collezione introvabile in sé e che ho estratto e riscritto, è evidentissimo che Goethe considera se stesso come der Wanderer, il viandante. C’è una quantità di poesie goethiane dedicate al viandante durante la tempesta, durante la notte. Il suo stesso viaggio in Italia ha qualcosa di analogo all’incontro con una romanità ormai di maniera, dove la cultura era ancora vissuta inconsciamente. Le romane che incontra Goethe, e suscitano non poco scandalo perché praticano il rapporto sessuale con una spontaneità che allora non era, ipocritamente, confessata, le descrive così. Lì la tradizione pagana, in qualche modo, si conservava tra le rovine dell’antica Roma.

Poi una casa d’arte, la Art’è, molto nota perché è anche quotata in borsa, della formidabile imprenditrice Marilena Ferrari, cominciò a pubblicare dei classicissimi, testi fondamentali dell’umanità, in edizioni costosissime. Una era l’Odissea, e mi pare costasse dai sette ai nove milioni di lire.

            Allora ho proposto di unire questi scritti di ispirazione comune e di darli in pasto al pubblico a un prezzo accessibile. Leggendo per la prima volta l’Odissea — perché le traduzioni che leggevamo al ginnasio erano testi di letteratura italiana, non di letteratura greca —, leggendola, dunque, per la prima volta in greco, con aiuti e traduzioni letterali, ho scoperto che Alessandro Magno non era il primo rappresentante dell’avventura. La vita di Alessandro diventa poi il modello dei cavalieri in tutti i romanzi cavallereschi dal Medioevo in avanti.

            I versi alessandrini sono detti così perché in origine erano i versi di un poema sulla vita di Alessandro, che poi diventa archetipo, in qualche modo. Ma, effettivamente, prima di Alessandro, c’era stato il primo uomo europeo, Ulisse. È più difficile vederlo perché l’avventura di Ulisse pare un ritorno a casa, turbato e allungato per dieci anni da varie tentazioni. Poi mi sono accorto, leggendo il testo dell’Odissea, che c’era una gran quantità di allusioni culturali: del resto Omero era considerato un sapiente, un maestro e un filosofo quando non c’erano ancora i filosofi, e lo era veramente a suo modo. È l’età vichiana in cui la sapienza era ancora sapienza poetica.

            Ulisse è il primo uomo europeo perché è il tecnico, è il meccanico nel senso greco della parola, dove la macchinazione — e può essere anche un congegno come il cavallo di Troia — soprattutto, è un espediente mentale, una costruzione mentale per ottenere un certo fine, magari in modo fraudolento. E Ulisse, con il cavallo di Troia, diventa l’archetipo di questa macchinazione fraudolenta. Ma è tipica, in Ulisse, una trasposizione da conquistatore delle città, come era chiamato in origine, al navigatore. E questa trasposizione viene quando, conquistata con quell’espediente Ilio, Troia, si rimette in mare.

            Il mare è interpretato qui, nell’Odissea, come una tentazione, una sorta di tentazione di onnipotenza. Evidentemente i Greci, che erano dei Dori probabilmente di origine germanica, arrivati in riva al mare si fermano. Che cosa può proseguire? Mettere in mare delle barche che, come dice ripetutamente Omero nell’Odissea, diventano i cavalli del mare. Le barche sono i cavalli del mare. E Odisseo, conquistata Troia, si mette a fare il navigatore. Tante volte commette errori, i suoi compagni peggio che mai, e, quando ne commette, il dio del mare lo punisce e arriva a cavallo della chiglia, a cavallo di un albero — Omero lo dice esplicitamente nell’Odissea — come se fosse proprio a cavallo. Vedete l’ironia. L’Odissea è un libro pieno di ironia.

            C’è una rappresentazione simbolica di questa tentazione di onnipotenza che dà il mare, ed è l’isola dei Feaci. Qui non occorre lavorare e tutto si produce da sé. Le navi dei Feaci hanno una specie di servocomando: non occorre il timoniere e non occorrono nemmeno i rematori. Vanno da sole in no time, direbbero gli inglesi, senza che passi il tempo, quando trasportano, per esempio, Ulisse a Itaca: dorme e non si accorge neppure di navigare.

            Questa strana profezia di un servocomando, di un automatismo, non era neppure ignota già all’autore dell’Iliade, che si calcola sia vissuto circa un secolo prima dell’autore dell’Odissea. Se voi vi ricordate nella reggia di Efesto, dove Teti va a fare lo scudo di Achille, ci sono delle cameriere d’oro che si muovono automaticamente. Non ci pensiamo, ma l’origine della filosofia degli autori e dei nostri automatismi, dei nostri computers, nasce proprio da qui. Poi passa attraverso la cultura di Alessandria dove gli automi erano, più che altro, un gioco. C’era l’automa che cantava, che suonava gli strumenti, come poi sarà di nuovo con gli automi del settecento. Ma, in parte, la cultura romana attinge da lì attraverso la mediazione di Siracusa, dove la cultura veniva da Alessandria, sebbene in ambiente romanizzato.

            E Archimede è il primo scienziato moderno, proprio perché unisce la teoria, contemplazione nel senso greco, con la capacità ingegneresca di produrre macchine da guerra contro i romani: ad esempio, gli specchi ustori. Archimede disprezzava queste cose come puramente utilitarie, però, intanto, le praticava. E questo diventerà tipico della scienza europea, soltanto dopo la rivoluzione galileiana, in qualche modo.

            Galileo, ricordate, va a imparare all’Arzanà dei veneziani, i procedimenti esecutivi degli operai dell’arsenale. Cercando l’universale che sta a fondamento dell’operazione pratica, trova il modo di inventare due nuove scienze, alla fine della sua vita, che diventano il fondamento della scienza moderna. Scienza moderna che continua a essere fantastica. Pensate a Keplero, alla magia e a Newton che era anche un alchimista e un teologo. In fondo, anche Einstein, e non soltanto, era un filosofo oltre che uno scienziato. Pensate a Wittgenstein che era un mistico. Rimane questo fondo, questo sottofondo quasi trascendente nella cultura scientifica, che però alimenta e fa venir fuori degli strumenti operativi.

            Questo è tipico dell’avventura europea: rischiare, tentare dei pensieri che sembrano puramente fantastici, andare dietro a questo e, andando dietro a questo, trovare, attraverso un controllo e il tentativo di falsificazione di Popper, le teorie scientifiche. Le teorie scientifiche nascono dagli errori. Se voi aprite i testi di Galileo, troverete forse un’affermazione corretta su cento, salvo, forse, gli ultimi due dove non capì né Keplero, né le orbite ellittiche. Però da questi nascono cose sempre più esatte, praticabili e adoperabili.

            Questo è ancora oggi essenziale alla nostra attività. È essenziale il sottofondo fantastico, anche mistico, e poi, però, la capacità di controllo che mette alla prova ciò che si immagina. L’immaginazione è fondamentale. I fisici hanno un’immaginazione sfrenata. Non appena abbandonano il campo positivo della loro scienza, inventano le cose più strane. La fantascienza è soltanto un esempio di questa immaginazione. A loro modo anche i matematici devono essere per forza molto immaginativi. Infatti il matematico è produttivo fino ai trenta, trentacinque anni. Poi aumenta la sua cultura ma, in genere, non produce più. Sono grandi immaginazioni, ma immaginazioni atte a essere messe alla prova.

 

Il rischio della poesia e il rischio dell'impresa

 

L’impresa. Ulisse compie un’impresa, ma, soprattutto quelle di Alessandro Magno è l’impresa per eccellenza: non sa dove andrà a parare, non sa come finirà. In un certo senso finisce anche male, però, intanto, espande la cultura greca in buona parte del Medio Oriente. Ci può essere l’impresa bellica. Ma ci può essere l’impresa economica. In Giambattista Vico, questo senso dell’impresa, che è al tempo stesso poetica, fantastica, veritativa, che interpreta la verità, e attiva, si trova perfettamente espresso.

            Citavo stamattina un passo della Scienza Nuova pubblicato postumo, in cui Vico parla del mercato e degli scambi mercantili e delle imprese produttive, come di poesie in un certo modo reali. Reali cioè relative alla produzione di cose, di merci: poesie. Come il diritto originario, per Vico, è poetico, come il sapere in origine è poesia, anche l’attività economica è poetica, cioè inventiva. E inventa cose sempre da mettere alla prova. Con rischio, con pericolo. E il rischio è tipico dell’impresa. Senza il rischio non c’è progresso, né invenzione. Non c’è quel movimento che eredita la Wanderung tedesca, ma c’è quel movimento che cerca anche la solidità romana. E rimane ancora oggi questa ispirazione che ha dato luogo all’Europa. Rimane ancora oggi l’ispirazione dei popoli europei, specialmente quelli della attuale Unione Europea e di quella che si sta elaborando, cioè della parte corrispondente, press’a poco, all’Impero Romano d’Occidente. Nell’Impero Romano d’Oriente, c’è anche questa tradizione ma non c’è quella eredità cristiano-romana che ha fatto, invece, l’Europa occidentale.

            Il cristianesimo è l’erede dell’impero romano. La carica più importante di Augusto era di pontefice massimo. E ora si chiama pontefice massimo il papa. C’è una quantità di cose che la chiesa romana ha assorbito in un primo tempo, addirittura, per soggiogare il potere politico. La chiesa orientale si è separata perché si subordinava al potere politico. Questo è lo scisma d’Oriente, che non è ancora stato ricostituito. Ora vedremo se quando l’Europa attraversa la divisione ideale tra impero d’Occidente e impero d’Oriente e arriva alla Russia e alla Bulgaria, per esempio, vedremo se l’aspirazione alla solidità romana, può comunicarsi a questi popoli abituati a un altro tipo di rapporto tra cristianesimo e stato.

            Questa è la ragione per cui non vorrei che nella costituzione europea si dimenticasse il richiamo alle radici classiche. Qui parlo delle radici classiche, ma non conviene dimenticare neppure le radici cristiane, perché hanno ereditato, soprattutto da parte romana, la costruzione in funzione dell’unione dei popoli. Pensate che lo stesso impero romano e la chiesa, a volte è definita da Sant’Agostino come macchina per salvare l’umanità. Queste cose le ho apprese recentemente da un mio amico che purtroppo non scrive. Lui, che studiava letteratura cristiana antica, ha studiato a fondo i rapporti tra cristianesimo originario e Roma e ha trovato l’importanza delle macchine nei primi cristiani, in funzione di un’unità degli uomini. È una cosa che io non avevo mai immaginata e l’ho imparata da pochi mesi.

            Mentre c’era questa lotta tra cristiani e pagani, non cristiani, tuttavia c’era una simbiosi continua. A un certo punto le due cose si fondono con Sant’Agostino che riesce ad assorbire la concezione politica romana, la traspone nella chiesa e interpreta l’impero romano come la città del diavolo, ma una città del diavolo provvidenziale e necessaria alla salvezza. Qui c’è la possibilità che la chiesa usurpi il potere temporale, ma c’è anche la possibilità che, invece, coesistano e diciamo, con la formula di Cavour, come libera chiesa in libero stato.

            Io penso che questo sia ancora un ideale da conservare. Pensate un laico come Santo Mazzarino, grande storico della filosofia della storia romana, come aveva saputo cogliere questa simbiosi tra cristiani e pagani. Spero che questo sia anche il futuro dell’Europa.

            E qui mi fermo perché penso che qualcuno voglia pormi delle domande. Magari qualcuno avrà letto questi scritti. Grazie.

 

Antonella Silvestrini La ringraziamo intanto per questa introduzione che coglie proprio l’integrazione tra gioco e lavoro. È proprio interessante. Le parole di Vico intorno all’impresa come poesia, sono veramente una provocazione. Ci sono domande, da parte del pubblico?

 

Gianantonio Gabbini Sempre riguardo all’integrazione tra cultura e impresa, molti capitani d’impresa delle nostre parti si rivolgono, per prendere decisioni del proprio viaggio, a maghi, che possono essere veggenti e cartomanti; ma anche consulenti finanziari o consulenti aziendali possono fare i maghi. Questi signori dipingono l’azienda attraverso le loro griglie e i loro schemi, come un grande calderone di relazioni umane, una specie di fattoria: spesso si trova questa descrizione. Lei, invece, nel suo libro, ci dice che la condizione per l’impresa e per l’avventura è la solitudine. Se lei dovesse dare un consiglio agli imprenditori di Pordenone, quale suggerimento darebbe per riuscire a trovare la solitudine nell’avventura come l’ha trovata Ulisse nella sua storia?

 

Vittorio Mathieu È interessante questo appoggiarsi sui veggenti: per esempio, un condottiero romano non avrebbe mai ingaggiato battaglia senza prima consultare gli aruspici. C’era già lo scetticismo, anche allora. Cicerone dice che si meraviglia quando un aruspice ne incontra un altro per strada non si mettano a ridere. Questo serve, innanzitutto, psicologicamente a cercare una tranquillità interiore che può permettere di ragionare a mente lucida. È la commistione che Bergson ha descritto nelle due fonti della morale e della religione. C’è la religione che serve a proteggersi contro il pensiero del rischio.

            Chi intraprende, non può non avere il pensiero che sta rischiando e che non c’è nessuna cautela che lo possa cautelare. Può assicurarsi e riassicurarsi, ma ci sono sempre dei rischi non assicurabili. Allora uno cerca la protezione nel trascendente. Pensiamo a Urbano VIII che consultava anche lui i maghi.

            È tipica la risposta che un fisico avrebbe dato a un suo collega, quando, arrivato nel suo studio vede due grandi corna dietro la scrivania. Dice: “Ma come! Tu credi a queste cose?”. “Io non ci credo, però pare che servano”. Freud ruppe con Jung perché lo riteneva un menagramo. Una volta Freud andò a trovare Jung, cadde nella stanza vicino alla libreria e ruppero i rapporti. Del resto, se pensate a quanto dice Keplero circa la magia... C’è un bellissimo libro di Arthur Koestler, intitolato I sonnambuli, dove si parla di questi grandi scienziati che stanno dando grandi contributi alla scienza e che avevano queste fantasie. Questo per rispondere al suo primo aspetto. Quanto all’altro... Qual era l’altro?

 

Gianantonio Gabbini Era la solitudine.

 

Vittorio Mathieu La solitudine è una questione molto sottile. Anzitutto, bisogna distinguere molto bene la solitudine dall’isolamento. La solitudine è tutt’altro che autistica. Il ragazzo autistico è isolato, non vede nulla. Il solo, invece, è in rapporto.

            Per esempio le suore di clausura, che sembrerebbero assolutamente isolate dal mondo, in realtà sono nella solitudine, ma non isolate. C’era Ugo Spirito che, pur non essendo un credente, amava andare a trovare le suore, e specialmente una, perché trovava delle interpretazioni della vita di tutti i giorni, che non trovava presso coloro che la vivevano. Raccogliendosi, ma senza formare delle barriere invalicabili, al contrario, a volte si vedono delle cose che dal di dentro non si vedono più. Questa è la vera solitudine.

            Anche nell’antichità, per esempio, c’erano gli asceti: qualcuno viveva sulla cima di una colonna, qualcuno si rifugiava nel deserto, ma non erano soli. C’erano delle matrone che andavano a trovarli per interrogarli. Ed erano detti profeti, come se avessero parlato in nome di Dio, in realtà da questo loro raccoglimento nel deserto, sapevano vedere le cose del mondo meglio che gli uomini di mondo.

 

Antonella Silvestrini Ci sono altre domande? Approfitto per porre una domanda al professor Mathieu. Mi ha molto interessato questa sua sottolineatura dell’importanza della fantasia, del sogno, del gioco nell’attività e nell’impresa di ciascuno. Perché quel che accade spesso in ciascuno, è di rimandare la cultura al tempo libero. “Adesso lavoro, poi, quando ho tempo, farò anche questo”. Oppure: “Non ho tempo, perché devo lavorare”. E invece...

 

Vittorio Mathieu È un rimedio. Tanti, purtroppo, non possono avere un lavoro divertente, come penso che sia il mio, e spero anche il vostro, ma dobbiamo pensare che molte persone, per campare, devono fare dei lavori tutt’altro che divertenti. Allora si riduce l’orario di lavoro, grazie al cielo, e nel tempo libero ci si realizza. Però, molte volte, quando ci si inaridisce, lavorando, non si ha più la fantasia, la capacità di realizzarsi nel tempo libero.

            Pensate a tanti pensionandi che desiderano andare in pensione e dicono: “Finalmente farò quello che voglio”. Quando vanno in pensione, si ammalano, addirittura. Non sanno che fare. E anche quelli che sono abituati a lavorare in modo impegnato, quando vanno in pensione, lavorano più di prima. E non parlo dei lavori solo intellettuali. Quanti vanno in pensione e cominciano veramente a fare il vetraio, il lattoniere.

            L’efficacia formativa di imparare la tecnica, andrebbe sfruttata. Ora si sta parlando della riforma Moratti di due branche: una è la scuola e l’altra è la formazione professionale. Se è veramente formazione, veramente forma l’alunno e, formandolo, lo rende più utile anche alla produzione, perché, chi è formato in questo modo, è capace di cambiare lavoro e attività. La grande forza degli Stati Uniti, attualmente, rispetto ad altre parti del mondo, è ancora la capacità di cambiare: cambiare alloggio, cambiare stato e, soprattutto, cambiare attività.

            Raccontavo stamattina che negli anni dell’occupazione tedesca, fui messo da mio padre in un’azienda della FIAT, dove avevo relazioni con molti. A un certo punto, questa azienda, che produceva apparecchi, non produsse più niente: non aveva commesse. Gli operai si misero a fare qualsiasi cosa. Avevano una formazione tecnica tale per cui facevano accendini, forni elettrici. E un forno elettrico fatto da loro ce l’avevo anch’io.

            Il sofista Ippia sosteneva di non avere nulla addosso che non si fosse fatto da solo: gli abiti, i calzari. Questa è formazione culturale, come, d’altra parte, c’è una tecnica per scrivere una pagina, un articolo di giornale. E vedete benissimo quello che ce l’ha da quello che non ce l’ha. Quello che ce l’ha, magari, non ha tante cose da dire, ma riesce lo stesso a cominciare ad andare avanti con una certa tecnica.

            La tecnica è necessaria nell’arte, come dice la parola stessa, techne vuol dire arte. Ma, quando nel cinquecento si parlava di artisti, si intendevano gli artigiani, cioè quelli che avevano una tecnica. I pittori erano delle corporazioni di artigiani che lavoravano su commissione. La storia di Roma, chi l’ha dipinta, non la conosceva e allora il committente, che invece era colto ma che non sapeva dipingere, diceva: “Lì bisogna fare Lucrezia che si trafigge”. E l’altro lo faceva.

            C’è sempre stata una collaborazione tra varie forme di tecnica. Questa collaborazione deve proseguire.

            Io presiedo un comitato per i programmi di studio del futuro liceo classico. Io voglio conservare non con molte ore, non con molte materie, ma conservare le scienze nel museo classico... Non nel museo, del liceo classico! Conservare il greco, quando arriva una mentalità greca nel liceo scientifico. Così è nata e prosperata la nostra civiltà. E così può continuare a vivere.

 

Antonella Silvestrini Le pongo un’altra questione. In questo periodo ho raccolto molte interviste di imprenditori e imprenditrici di Pordenone e ho potuto constatare in tutti un certo entusiamo nel raccontare di come hanno attraversato i momenti di difficoltà e di quali artifici hanno escogitato. Raccontano la storia della loro impresa, come fosse la storia di un viaggio.

            Mi chiedevo anche questo. In questo momento di difficoltà anche per la situazione politica internazionale, sento polti pareri e opinioni intorno alla paura dell’investimento e del rischio. Molti imprenditori, in questo momento, hanno paura di rischiare. Come ci può aiutare la sua lettura? Trovo entusiamo nelle sue parole. E questo entusiamo va colto e trasmesso.

            Come farci forti di questa classicità che ci riguarda per affrontare questo momento?

 

Vittorio Mathieu L’attesa è un momento essenziale dell’impresa. Il grande vantaggio di colui che investe, è di poter aspettare quando occorre e non di gettarsi a capofitto. L’attesa è un momento essenziale della nostra libertà.

            Perché ho intitolato il mio libro Goethe e il suo diavolo custode? Mefistofele, nel Faust, ed è quello, in realtà, che salva Faust, dice esplicitamente che il suo spirito è impaziente dell’attesa. E, paradossalmente, quando muore Faust, al tempo stesso si salva; quando dice, e diciamolo con le parole di Arrigo Boito: “Arresta che sei bello”, in tedesco non dice arresto, dice indugia. Il tempo deve indugiare. Mefistofele insegna a Faust ad aspettare.

            Pensiamo: se noi non dovessimo aspettare, saremmo subito arrivati al capolinea, alla fine, alla morte. Se noi non siamo ancora morti, è perché dobbiamo aspettare qualche cosa. Qualche volta lo aspettiamo con impazienza e diciamo: “Vorrei che fosse già finito questo anno terribile”. Ma, se volessimo essere tranquilli e sicuri che tutto è finito, saremmo arrivati al capolinea.

            L’imprenditore deve concepire questa pausa, come si dice, di riflessione. È un indietreggiare per saltare meglio, come dicono i francesi. Abbiamo una capacità umana che non è sovrumana. È Nietzche col superuomo, e la parola Übermench è attribuita a Faust.

 

Antonella Silvestrini Ci sono altre domande?

 

Daniele Gennari La seconda parte del suo libro riguarda uno straordinario filosofo presocratico. Vuole parlarci un po’ di Eraclito, del suo modo di comunicare?

 

Vittorio Mathieu Sì, volentieri. Era detto già l’oscuro nell’antichità. Però Diogene Laerzio, che raccoglie le vite dei filosofi antichi, dice anche che, tuttavia, parla in un modo tale che chiunque lo può capire.

            Io ho sperimantato questo fatto in casa. Quando facevo questo lavoro di Eraclito, avevo lasciato sul tavolo i frammenti tradotti da Carlo Diano. E mia moglie che ha fatto il liceo classico, ma la filosofia l’ha fatta molto male, non aveva mai letto questi frammenti. Una notte non dormiva e trova questo libro e incomincia a leggere. Ha avuto una rivelazione. Per lei, che non aveva nessuna preparazione tecnica, né filologica, questi frammenti parlano.

            Parlano in un modo molto diverso dalla asserzione: soggetto, copula, predicato che è la struttura del discorso di Parmenide: è, non è. Tante volte manca il verbo. Altre volte ci sono soltanto i verbi ma non ci sono i sostantivi. Eppure riescono, precisamente, a comunicare una cosa con una loro chiarezza.

            D’altra parte, se noi pensiamo alla rivelazione del senso, del mondo e della vita vicino alla musica, ad esempio, di Beethoven il quale lo diceva: la musica è la più profonda filosofia, notiamo che la musica non usa concetti, non usa proposizioni, però rivela. E quando uno ascolta una musica, capisce meglio la vita, capisce meglio il mondo. Certe musiche, ma, in genere, buona parte della musica setto-ottocentesca.

            Del resto anche Aristotele distingueva tra discorsi che enunciano e, per esempio, una preghiera che non dice come stanno le cose. Ma c’è qualcosa di più. Anche quando non si tratti di una preghiera, c’è una rivelazione. Il discorso di Eraclito, non è enunciativo, ma è rivelativo.

 

Antonino Scaini Mi sono avventurato nella lettura di Eraclito, e ho avuto una grossa difficoltà rispetto alla prima parte del suo libro. Io il greco non l’ho fatto, però mi era interessato il discorso che Eraclito parla come la Sibilla per significare. Non vorrei che questo sia un nuovo modo di comunicare, nel senso che la frase che va bene per tutte le stagioni è più nell’orecchio di chi ascolta che nella lingua di chi parla. Il pericolo è una comunicazione che va bene per tutte le stagioni. Nei frammenti ci sono quattro parole che si prestano a quattro interpretazioni una più giusta dell’altra, mi domando: è ancora comunicazione, o è quella comunicazione furba, astuta per cui tutto va bene? Dipende dall’angolatura di chi riceve, trovare la soluzione.

            C’è un comunicare per cui la fonte della comunicazione non è chi parla, ma è chi ascolta. Pensavo che ci fosse un rovesciamento della comunicazione per cui il vero comunicatore è l’ascoltatore.

 

Vittorio Mathieu Facciamo un esempio perché ci si intende meglio. I poeti ermetici canonizzano questo modo di esprimersi. Prendiamo il celebre enunciato di Ungaretti, “M’illumino/d’immenso”. Cosa vuol dire? Apparentemente non vuol dire niente, se uno dovesse dire che cosa significa. Però è un enunciato significativo, mentre tanti altri tentativi, mal riusciti, non dicono niente. Non si può dire prima: questa è una frase ben costruita e questa non lo è. Questo lo dicono i sistemi formali, ma il linguaggio comune non è così.

            A mio parere Nietszche non è un grande filosofo, ma è un grande poeta, un grande comunicatore, a volte di grande efficacia. Per esempio: il deserto cresce. Cosa vuol dire il deserto cresce? Rivela una situazione che viviamo molte volte.

 

Antonella Silvestrini Ci sono altre domande, questioni?

 

Federica Guerra C’è l’ipotesi che l’Odissea, sia stata scritta da un’autrice. La domanda è: quale può essere il contributo delle donne alla navigazione intellettuale, a partire anche dalla figura di Penelope? E qual è stato il contributo delle donne attraverso i testi che lei ha esplorato?

 

Vittorio Mathieu Le donne in Omero, in genere, sono simboli, quando non siano merce. Penelope è un simbolo fondamentale. Plotino interpreta il ritorno di Ulisse, come allusivo al ritorno al mondo intellegibile da cui noi siamo discesi.

            Nella teoria di Plotino, l’uno, l’intelletto, è l’anima. L’anima del mondo guarda in basso. Le nostre anime sono sorelle dell’anima del mondo e, guardando in basso, si formano un corpo. In questo corpo possono perdersi. Possono, però, a questo punto, ritornare con una conversione, l’epistrofe. E allora ritornano verso la nostra cara patria. Questa frase è tratta dall’Iliade, quando i greci non hanno più Achille che combatte con loro, hanno paura, vogliono prendere le navi e tornare a casa.

            Invece il “tutti a casa” dell’Odissea, che è il principale dei poemi del ritorno, nostoi, è in una casa, in realtà, già ideale, per lo stesso Omero dell’Odissea. Tanto è vero che non si è mai riusciti a localizzare con sicurezza Itaca: è una patria ideale. A volte, Ulisse si muove con indicazioni opposte. Si dice che va verso occidente mentre, invece, va verso Oriente e viceversa, perché andare da una parte o dall’altra non cambiava. Questo vale anche per Eraclito quando dice: “La via all’insù e all’ingiù è la stessa”. La stessa cosa si trova in Goethe, quando va alle madri che sono le matrici delle forme viventi. E cosa dice Mefistofele a Faust? Dice: “Discendi. Ma potresti anche dire: sali”. È la stessa cosa.

            Sono formule contraddittorie che attraverso la contraddizione, in qualche modo rivelano una situazione esistenziale.

 

Antonella Silvestrini Altre domande?

 

Sergio Chiarotto Io sono preside del liceo classico. Ringrazio l’associazione che promuove questo incontro. Vedo qui diversi professori di filosofia del nostro liceo. E ringrazio anche perché io sono uno di quei vecchi alunni di Trieste, vecchio adesso, allora giovane quando ascoltavo lei parlare di Kant e del concetto dell’esperienza. Ma al di là di questi ricordi, al di là di questo fatto molto importante che sia stata una organizzazione imprenditoriale a consentire a lei di essere qui e a noi di ascoltarla e anche alla scuola di essere qui presente ad ascoltare il discorso di filosofia e il discorso di impresa, la questione potrebbe essere questa, anche se complicatissima. Sono stato stimolato dal fatto che lei sta lavorando al nostro liceo del futuro. Può la scuola essere un’avventura, nel senso di essere qualcosa che lavora per il futuro? La domanda, per alcuni versi ha una risposta ovvia: lavoriamo con i giovani, e quindi lavoriamo solo per il futuro. Ma da un altro punto di vista la scuola e in particolare il liceo classico si presenta come ripetizione, riesame del passato, ma non solo perché si studia il passato, ma perché la scuola di natura sua è ripetitiva e tende a essere non un’impresa ma una attività quasi burocratica.

            La domanda è: in questo momento in cui siamo sollecitati a fare della scuola un’impresa, nel senso di Ulisse, non certo l’impresa che produce reddito, è possibile immaginare una scuola come un’avventura per noi che ci lavoriamo e anche per i ragazzi, e non, soprattutto, un luogo di ripetizione, dove i ragazzi vivano, come pare, la noia?

 

Vittorio Mathieu Non soltanto è possibile ma è necessario che la scuola sia un’avventura. Certamente per il professore di liceo, a differenza del professore di università, è necessario ripetere ogni anno il programma. Quando segue per più anni la stessa classe, per esempio i tre anni del vecchio liceo, il programma, allora, si ripete ogni tre anni, non ogni anno.

            Il pericolo di diventare puramente ripetitivo nell’insegnamento, potrebbe essere superato soltanto se il professore continuasse a divertirsi e a imparare mentre insegna e mentre legge e, in qualche modo, pur ripetendo secondo la formula della spirale, in parte le stesse cose, sarebbe molto più produttivo anche verso gli allievi.

            Io ripenso ai miei professori. Alcuni avevano la tendenza ripetitiva. In parte la ripetizione è anche utile. Forse tutti voi ricordate il celebre Bignami. Quello di storia era fatto benissimo. E com’era fatto? A proposito di ciascuna signoria o principato, c’era una formula che si ripeteva con le sue variabili, ma aveva anche le sue costanti, e allora questa formula si ricordava meglio. Io ho dato l’esame di abilitazione all’insegnamento nei licei e vi assicuro che uno che conoscesse bene il Bignami di storia, era in grado, tranquillamente, di superare brillantemente l’esame.

 

Antonella Silvestrini La domanda del professor Chiarotto mi ha suggerito questa variante. Quali indicazioni darebbe lei all’imprenditore che vuole trasmettere qualcosa alle nuove generazioni, ai giovani per l’avventura dell’impresa. Questo è un argomento molto difficile, soprattutto in questa regione.

 

Vittorio Mathieu Gli insegnamenti migliori vengono sempre dall’esempio, però l’esempio va anche interpretato e capito. C’è chi ha più capacità comunicativa e l’esempio è sempre necessario.

            Io credo che quando si tratti di insegnare, ed è un mestiere, compreso quello dell’imprenditore, occorra saperlo fare. Anche se c’è la celebre battuta di Shaw: “Chi sa fa e chi non sa insegna”. In realtà chi sa insegna. E l’esempio occorre spiegarlo. Questa è una dote formativa. Imparare a comunicare è importante, ma io non credo che servirebbe, pedagogicamente, insegnare il metodo dell’insegnamento. Diventa troppo astratto. Anche questo si impara con l’esempio e, soprattutto, con la personalità dell’insegnante.

            Io sono stato sfortunato al liceo, perché cambiavamo continuamente professore. Per esempio, di filosofia, in tre anni, ho avuto sette professori e potevo paragonarli l’uno all’altro. In Ginnasio, ho avuto come insegnante, addirittura Ladislao Mittner, con cui sono diventato amico e collega e aveva un metodo di insegnamento terroristico. Non segnava i voti sul registro ma sul taccuino. Alla fine del trimestre faceva la media. Ci diceva: “Lei ha tre zero e un uno, quindi la sua media è zero venticinque. Però voglio essere largo e le dò uno”. Questo già perché aveva litigato con il preside che sosteneva che lo zero non è un voto, ma un’espressione algebrica e allora lui non dava zero, ma uno. Però al tempo stesso forse tutti ricordano questo grandissimo insegnante. A un certo punto è arrivato il ’68 e lui era ancora in cattedra a Ca’ Foscari. Era ligio alle leggi e alle consuetudini. Ed era imbarazzatissimo perché doveva aderire, in qualche modo a questa nuova corrente che andava contro tutte le sue abitudini austroungariche. Però era estremamente formativo.

            Poi ho avuto un professore di italiano che era un po’ malato e ha fatto una o due lezioni in tutto l’anno ed è durato un anno. Dante lo faceva commentare da noi. Però quelle lezioni me le ricordo ancora — una era su Poliziano — perché riusciva, in qualche modo, a comunicare la sua cultura, pur non dettanto.

            Se si riuscisse, attraverso i concorsi a selezionare i professori non burocrati, ma che abbiano sensibilità e personalità, il liceo si salverebbe da solo perché la scuola la fa il docente e il discente. I provvedimenti di legge possono sì indirizzare, ma fanno ben poco.

            Grazie.

 

Antonella Silvestrini Ringraziamo il professor Vittorio Mathieu. Una particolarità sia della sua esposizione sia dei suoi testi, è la conversazione continua con gli antichi nell’attualità del loro testo. E questo è proprio un esempio.

            Ringrazio ciascuno di voi che è intervenuto. Vi invito al rinfresco che seguirà. Ringrazio ancora la Banca Popolare FriulAdria per questa scommessa così audace. Ringrazio gli sponsor: Enface, Palazzetti, Santa Lucia mobili, TICI, Renault Cinelli&De Anna, TechnoFarming, lo studio grafico Monica Fedeli e Apindustria.

            Grazie per aver collaborato e vi aspetto sabato prossimo per l’inaugurazione della mostra d’arte delle opere di Vincenzo Acccame a villa Galvani, sabato 22 febbraio alle cinque.

            Buonasera.

 

 

Trascrizione non rivista dal relatore



[1]V. Mathieu, Le radici classiche dell’Europa, Milano, Spirali 2001, p. 15.