Nuova frontiera, incontro con il filosofo che abbraccia la scienza e s’ispira a Eraclito

rassegna stampa

Mathieu La navigazione come nuovo senso dell’impresa

Dopo l’appuntamento con Carlo Sini, la bella sala conferenze di Palazzo Badin ospiterà oggi alle 18 un altro noto filosofo italiano, il professor Vittorio Mathieu. L’incontro, sul tema La navigazione intellettuale e il valore dell’impresa conferma la collaborazione tra l’Associazione cifrematica di Pordenone la cifra e la Banca Popolare FriulAdria nel progetto Il capitalismo intellettuale nella famiglia, nella banca e nell’impresa per sottolineare, con sempre maggior entusiasmo, l’urgenza dell’integrazione tra cultura e impresa. “La cultura d’azienda”, afferma Antonino Scaini, responsabile relazioni pubbliche di FriulAdria e sostenitore del progetto, “è l’apparato tecnologico certamente necessario per la produzione, ma non ha da confondersi con la cultura in azienda che invece è essenziale perché ci sia invenzione, trasformazione, e per saper affrontare le difficoltà”.

Per non assecondare l’oscillazione tra l’indifferenza in materia di cultura da parte degli imprenditori e l’indifferenza in materia di impresa e finanza da parte degli intellettuali, il progetto coinvolge gli uni e gli altri in una provocazione che introduce una svolta. Proprio con questi incontri si constata una felice combinazione tra istituzioni, imprese e associazioni.

Vittorio Mathieu, nato a Varazze nel 1923, laureato in Filosofia teoretica a Torino nel 1946, ha insegnato prima all’Università di Trieste (filosofia teoretica), poi in quella di Torino (filosofia e filosofia morale). Accademico dei Lincei dal 1990, membro della Fondazione Balzan, interviene in vari comitati internazionali scientifici e culturali. Ha pubblicato numerosi libri molto noti: Bergson (1954), La filosofia trascendentale e l’Opus postumum di Kant (1958), Leibniz e Des Bosses (1960), Il problema dell’esperienza (1963), Dio nel “Libro d’ore”di R.M. Rilke (1968), Dialettica della libertà (1970), La speranza nella rivoluzione (1972), Perché punire (1980), Cancro in Occidente (1983), La voce, la musica, il demoniaco (1983), Filosofia del denaro (1985), Elzeviri swiftiani (1986), Gioco e lavoro (1989), Il nulla, la musica, la luce (1996), Goethe e il suo diavolo custode (2002). Inoltre è autore di una Storia della filosofia (1965). Di recente è uscito per le edizioni Spirali Le radici classiche dell’Europa (2002), presentato in quest’occasione.

In tal libro Vittorio Mathieu esplora il viaggio dell’Europa, dal mito di Ulisse al contributo di Eraclito, maestro di saggezza e audacia intellettuale, trovandone le radici nello spirito dell’avventura.

L’avventura europea per mare e per terra, passando dalla nave al cavallo, abbandona la politica e la religione come centro ideale, per proseguire nella cultura e nella scienza, distinguendosi come avventura delle idee e dello spirito. “Ad ventura, le cose che ci vengono incontro”, scrive Mathieu. “Le ad ventura non sono soltanto imprevedibili, ma ci vengono incontro in modo un po’ particolare, cioè a patto che andiamo verso di loro. Non le cerchiamo, perché non sappiamo cosa siano; però, se non ci muovessimo noi, non ci verrebbe incontro l’inaspettato”.

Lo spirito dell’avventura è lo spirito dell’Europa, che sorge dall’innesto del germanesimo sulla latinità e sull’eredità greca. Si tratta dell’incontro fra l’eterno Viandante germanico e la stabilità ideale del Senato romano e della res publica. L’avventura germanica deve giungere a Roma per scriversi e restare nel mito. Ecco ciò di cui necessita l’avventura: il dispositivo del movimento, il dispositivo dell’incontro e il dispositivo del racconto. Questi anche gli ingredienti dell’impresa e del processo di valorizzazione dell’impresa stessa. Senza il movimento nessun evento.

“L’Europa”, ci racconta Mathieu, “nasce da questo senso o istinto di ricerca, non di qualcosa che si sa cosa sia, ma di qualcosa che non si sa cosa sia”. Ecco perché la scienza è un’avventura tutta europea. “La scienza è un’avventura in cui il muoversi stesso dello spirito genera il proprio oggetto, quando questo muoversi si arrestasse anche l’oggetto cesserebbe di generarsi”.

L’avventura non è ancora un’acquisizione della classicità greca dove la tyche, corrispondente del latino fortuna, indica l’ineluttabilità del fatum, “ciò che è detto”, e dove le cose ci vengono incontro per ciò che siamo e non per come ci muoviamo. Eppure Ulisse viaggia e il suo mito, il mito del viaggio incidentato, ha compiuto un lungo itinerario irrompendo con forza nel testo occidentale attraverso i secoli. Non viaggia solo Ulisse, anche Edipo viaggia, anche Cristo. Questo mito, dunque, irrompe nella vita di ciascuno per essere letto in direzione di una classicità che è ancora da raggiungere e conquistare. Irrompe in Dante che aggiunge qualcosa al viaggio di Ulisse e non lo fa tornare in patria, dove incontrerebbe una conclusione domestica, ma lo porta a varcare le colonne d’Ercole, tentato dall’infinito. “Itaca ti ha dato il bel viaggio - compone Kavafis - senza di lei mai ti saresti messo in viaggio”. Itaca dunque è la condizione del viaggio, ma l’avventura è senza ritorno e non necessita del riscatto domestico. Questo è l’itinerario di Ulisse, restituito da Mathieu come proprio dell’uomo europeo e dell’Europa.

Con Mathieu leggiamo l’antico alla luce dell’attuale, non viceversa. E questa è la base dell’avventura dove “non ci si accontenta di ripetere o combinare il già fatto”, poiché l’avvenire non si lascia sottoporre al ricordo.

Da qui s’intende l’importanza di narrare, perché la novità indotta dal racconto qualifica l’impresa portandola al suo valore.

Come già i precedenti testi – pensiamo, ad esempio, a Gioco e lavoro, Elzeviri swiftiani o La filosofia del denaro solo per citarne alcuni - anche questo libro di Mathieu costituisce un deciso contributo alla dissipazione dell’indifferenza in materia di guadagno, di rischio e di impresa. La sua indagine, infatti, particolarmente attenta all’esperienza e alle istanze pragmatiche e imprenditoriali, che sono poi istanze di vita, sovverte il luogo comune e si interessa alla provocazione, alla dissidenza e all’avventura scientifica del pensiero occidentale. Così, quindi, si interessa a Eraclito e al suo testo straordinario. Eraclito non si rivolgeva ai dotti e la sua scrittura è essenziale, non elitaria e soprattutto non esoterica. I suoi frammenti risultano oscuri solo a chi li legge con un approccio ideologico, credendo di potervi trovare la verità dei fatti. Invece, proprio dello spirito di chi si limita e si riduce ad osservare egli si beffa. “Il sole è largo quanto il piede di un uomo” (frammento 3): così Eraclito, il dissidente, deride chi crede di poter trarre dalla mera osservazione conclusioni corrette e inequivocabili.

Eraclito ci insegna che il dire non svela mai l’enigma, che rimane appunto irrisolvibile e che l’avventura del racconto si annuncia infinita. “Di moltissime cose devono essere ricercatori gli uomini filosofi” (frammento 35). Lungo la lettura che Mathieu compie del testo di Eraclito, le indicazioni per il viaggio risultano preziose per non trovarsi tra i “dormienti”, tra coloro “che dimenticano dove li porta la strada”, che “non sanno né ascoltare né parlare” e “estranei a ciò che sentono, sembrano sordi: vale per loro il detto: presenti, sono assenti”.

Da Ulisse a Eraclito, da Alessandro a Carlo Magno, dal Rinascimento ad oggi, la storia d’Europa ha avuto e continua ad avere nella ricerca un indice della propria particolarità. L’avventura, quindi, condizione dell’itinerario del testo occidentale, si è estesa dall’Europa all’intero pianeta, divenendo l’emblema della vita stessa fatta di rischio, audacia e novità.

Antonella Silvestrini, “Il Gazzettino”, 13 febbraio 2003