La mostra Le opere figurative e di scrittura esposte a Villa Galvani di Pordenone

 

rassegna stampa

 ACCAME fra segno e parola

Senza smettere d’inventare la vita

 

articoloSi chiuderà oggi a Villa Galvani di Pordenone la mostra di opere di Vincenzo Accame intitolata “Pittura e scrittura” promossa dall’Associazione cifrematica. Ospitiamo oggi un contributo critico di Riccardo Caldura.

 

E’ una mostra rara quella ospitata a Villa Galvani. Rara soprattutto in tempi nei quali l’offerta espositiva in spazi pubblici sembra risolversi in macro eventi, che se trovano una loro giustificazione nel complesso intrecciarsi di aspetti organizzativi (con relativi costi) e il conseguente bisogno di raggiungere un pubblico numeroso, rischiano di smarrire invece quelle componenti più discrete del fare arte, che hanno bisogno di attenzione e cura proprio perché sondano ambiti culturali meno frequentati, e di conseguenza meno risaputi. “Pittura e scrittura” è una mostra che fin dal titolo si propone di sondare linee di ricerca meno ovvie, e che allo stesso tempo sono profondamente connaturate alle vicende artistiche del Novecento.

Le opere di Vincenzo Accame sono la testimonianza di un itinerario artistico e poetico fra i più raffinati in Italia, e non solo in Italia, che tocca con grande delicatezza il rapporto tra la parola scritta e l’immagine che da quella medesima parola può essere generata. Richiamando Martin Heidegger, un pensiero del quale, tratto dall’”Origine dell’opera d’arte” apre idealmente il volume di Accame “Anestetica” (Spirali 1998), si potrebbe dire che tutta l’opera dell’artista nato a Loano (Savona) nel 1932 e morto a Milano nel 1999, può essere ricondotta alla questione dell’origine del “Segno poetico”, volume edito nel 1981 e da Accame dedicato ai “materiali e riferimenti per una storia della ricerca poetico-visuale interdisciplinare”.

In una lunga conversazione avuta con Armando Verdiglione e pubblicata in “Omissis” (Spirali, 2003) Vincenzo Accame ricorda gli inizi della sua avventura letteraria e artistica. Era il gennaio del 1966 quando da Rinaldo Riotta a Genova, presenta le sue prime pitture come scritture, immagini di un deragliamento della poesia che non si risolve più in quel valore della parola, il cui piacere “si risolve nella lettura” (G. Ballo). La parola per Accame si fa segno, oscilla verso questa sua seconda natura così che ne emerga una dimensione ulteriore, quella visiva appunto. Non è facile accettare questa oscillazione, quando “Nuvole” e il suo equivalente “Wolken” vengono serratamente ripetendosi sul foglio fino a costituire un’immagine stessa della parola/nuvola. Per l’esperienza del lettore,  per chi ama il “valore della parola”, non meno che “il piacere del testo”, questa oscillazione può stupire non poco, perché produce un sorprendente allargamento della stessa poesia, la quale si muove avendo come sfondo il linguaggio comune basato sull’aristotelico “principio di non contraddizione”. Norma della ratio e del logos, che non rappresenta soltanto limitazioni alla comunicazione fra le persone, ma anche l’estrinsecarsi di un sensus communis che ci permette di comprenderci l’un l’altro: così che quando intendiamo nuvole, di nuvole si sta parlando. Allo stesso tempo però non rappresenta nemmeno un assoluto a cui attenerci, un dato certo privo di sfumature. L’oscillazione della parola poetica verso la scrittura visuale (questa la definizione che Accame propone della sua arte) porta alla luce le sfumature inscritte nel comunicare e nell’esperire quotidiani,  accentuando ulteriormente quella dilatazione che vi operava già la pratica della poesia. Per Accame il segno poetico è uno dei possibili compimenti della parola poetica.

Imprescindibile il riferimento al Mallarmé di “Un coup de dés” e alla lucidissima osservazione del poeta francese che non parla più di una semplice lettura, ma di “una visione simultanea della pagina” (Accame) e dunque l’acquisizione degli spazi bianchi, del comporsi delle linee di parole come elementi compositivi onde favorire il mantenersi della parola poetica in una condizione di apertura, richiamando anche la sua origine di segno. D’altronde quante volte sovrapensiero tracciamo sulla carta qualche nota di lavoro, indirizzi, informazioni, e le sottolineamo con tratti, volute, linee trasformando quelle righe e parole quasi in disegni, traccie di esperienze marginali del ‘non so cosa’ a cui non facciamo di solito attenzione. Quel medesimo pezzo di carta su cui credevamo di aver solo scritto qualche appunto e tracciato scarabocchi, si presenta ad un secondo sguardo come un geroglifico, un imprecisato ideogramma frutto allo stesso tempo di concentrazione e di svagatezza. Artisti come Accame, riescono a lavorare su questi ambiti marginali che sono allo stesso tempo esperienza comune, e attenzione tutta artistica a quel che apparentemente avviene per caso, in realtà palesando un ordine più sottile, una pluralità di senso “…che allarga l’orizzonte verso una segnicità della scrittura capace di inglobare nuovi strumenti linguistici, anche di provenienza diversa da quella tradizionalmente propria della pittura”. Dunque se di ‘origine’ si può parlare per Accame questa sarà posta non sotto l’unicità del principio generativo (nelle arti visive il segno, nella poesia la parola) ma sotto la loro originaria convivenza: il numero due può farsi base per un nuovo sistema, dove due per due non faccia più quattro, ma ventidue (titolo della mostra tenutasi a Milano nel 1984). Senza per questo giungere alla conclusione che tutta la matematica “…basata sui nostri abituali valori numerici sia priva di fondamento; ma semmai che una matematica basata su altri valori possa essere altrettanto valida; oppure: che si può costruire una scienza senza bisogno di fondamenti”. E dunque Sgeometrie al posto di geometrie, non per negare l’uso dell’esattezza, ma per mantenerne la pluralità di aspetti. “Ho sempre un quaderno intitolato Sgeometrie, dove uso la geometria per sfruttarne tutti gli elementi, distruggerla e reinventarla. Reinventare la geometria…”.

Una scienza vicina all’arte è quella a cui pensa Accame, e che come l’arte “viva di trasgressioni”. Perché un uomo pacato come Accame, - ha trascorso la sua vita lavorativa come redattore in una grande casa editrice milanese, la Bompiani, ha viaggiato pochissimo, mentre le sue opere giravano per le mostre di tutto il mondo, sempre in collettive; le mostre personali (motivo in più per fruire dell’occasione pordenonese) sono rarissime (“ho sempre avuto difficoltà a muovermi, confida ad Armando Verdiglione) – parla di trasgressione? Qui va presa in esame la sua concezione politica, che si rifà al pensiero libertario, da cui la A cerchiata di “Anestetica”. Anarchia che va intesa innanzitutto come atteggiamento culturale di apertura, di disponibilità ad accogliere quel che nel farsi dell’arte si presenta sempre e di nuovo come scioglimento di ogni ‘accademismo’, di ogni conoscenza che pretenda di essere esaustiva. Secondo Accame, lungo un’ascendenza di esperienze artistiche che da Mallarmé, tocca Alfred Jarry e la sua Patafisica, il futurismo italiano e russo, il Dada di Hugo Ball, di Kurt Schwitters, di Marchel Duchamp fin ai suoi compagni di strada dagli anni ’60 (fra cui Ugo Carrega, Adriano Spatola), senza libertà non può esserci arte. Ed è per questo che l’artista o è anarchico o non è (artista): “Tutti i grandi scatti inventivi sono stati fatti sotto l’impulso di questa anarchia di base. Accrescimento della conoscenza senza pregiudizi”. Nel frammento n. 84 sempre di Anestetica, la visione libertatia diventa una visione della vita nel suo insieme: “Nessuna forma di anarchia può prescindere dall’amore per la vita. Pessimismo, depressione, suicidio non appartengono al pensiero anarchico… Anarchia vuol dire anche e soprattutto creatività, ricerca di valori”. Quanto questo frammento sia vero per Accame, e quanta serenità ed equilibrio vi si esprimono è comprensibile solo se si ricorda la sua lunga malattia causata da un tumore celebrale.

In una straordinaria e toccante sere di chine e matite su carta del 1998 (pubblicate per ora solo nel volume citato) Accame tenta una cura della sua malattia,utilizzando le immagini delle cellule tomorali per riscriverle, per ridisegnarle così da ostacolarne il proliferare. Consapevole che “indipendentemente dal successo di questa operazione” quel che attraverso la pratica aperta dell’arte è destinato a rimanere è “…comunque una testimonianza del tentativo di riportare il male nella sfera dello spirito, ovvero in quell’ambito che la medicina ufficiale solitamente trascura”, Osservando le sue opere, anche noi si è chiamati ad un esercizio di leggerezza, seguendo la sua scrittura minuta, che ora si legge distintamente e ora, miniaturizzandosi, come ha osservato Enrico Baj, maestro di patafisica, diventa linea, arco, cerchio, a volte giduglia: la spirale che si genera dall’ombelico di Père Ubu, simbolo patafisico del “centro da cui discende la vita”. Nei lavori degli ultimi anni compaiono mappature e paesaggi delicatissimi, generati dallo “sfaldamento della linearità della parola” (Accame), e dal completo smembramento della rigida griglia tipografica. Una calligrafia dell’anima, dove galleggiano “Isole dei numeri”, “Isole del ma” e il giallo splendente delle “Isole del sole”.

 

Riccardo Caldura, “Il Gazzettino”, 16 marzo 2003