Dammi un neon e ti farò moderno |
rassegna stampa |
Singolare
iniziativa a Pordenone con l'artista newyorkese Stephen Antonakos"There is a light that never goes out" è un progetto innovativo che candida Pordenone a passare le frontiere nazionali.
L'arte
contemporanea sta entrando piano piano sempre di più nella vita pubblica
e nel quotidiano dei cittadini.
Un'iniziativa singolare, il progetto "cityloop", metterà la
città in risalto nell'ambito dell'arte contemporanea in Italia e all'estero.
L'iniziativa si propone di lanciare a cadenza annuale mostre ed eventi che ruotino
intorno a tematiche specifiche, che per le particolari implicazioni teoriche
e pratiche mirano ad offrire l'esca per una ricerca.
La
prima edizione, che si avvale della collaborazione del Comune di Pordenone e
del Patrocinio della Provincia di Pordenone nonché della Regione Friuli
Venezia-Giulia, prende per spunto il titolo di una canzone dei Smiths, C'è
una luce che non si spegne mai, per avvicinare il pubblico ad un interrogarsi
nuovo intorno alla luce. La luce non più come illuminazione, per schiarire
o illustrare, ma come introduzione all'ascolto, alla scrittura, alla musica
e all'arte. Essa comporta una magia e un fascino particolari: la percezione
di un ambiente cambia notevolmente rispetto alle sue modalità di utilizzo
ed il coinvolgimento emotivo dello spettatore è straordinario.
Gli allestimenti, che si stanno realizzando in questi giorni, vogliono sottolineare
questo fascino: ambienti in cui l'opera risulterà anche grazie all'impiego
di molteplici mezzi multimediali come proiezioni video, musica, fotografia e
un intervento alquanto singolare su uno o più edifici storici della città.
Infatti Pordenone si trova ad ospitare in questi giorni l'artista newyorkese Stephen Antonakos, di origine greca, che nonostante i suoi 75 anni ha affrontato un viaggio faticoso per dare il suo contributo ad arricchire la scena culturale del capoluogo del Friuli occidentale. Personaggio storico nell'ambito dell'arte contemporanea, che ha introdotto l'utilizzo del neon industriale per esprimere la sua arte e del quale si trovano installazioni negli spazi urbani in tutto il mondo, dagli Stati Uniti, Europa fino al Giappone.
Nei vari sopralluoghi che ha compiuto nella città, sono stati scelti come siti il chiostro di San Francesco e il campanile del duomo - che però presenta una questione molto delicata. Sarà possibile trovare un punto di incontro tra il secolare, in questo caso l'arte, e l'edificio religioso? La risposta sarà offerta il giorno dell'inaugurazione, domani alle 18.30. La cerimonia coinvolgerà vari punti della città: Villa Galvani nel parco Galvani, il chiostro di San Francesco in piazza della Motta, la Galleria Sonia Rosso in via Brusafiera.
L'Associazione culturale ubik art e l'Associazione cifrematica di Pordenone la cifra, che si trovano impegnate in questo progetto ambizioso, intendono esprimere uno sforzo straordinario per offrire alla città, oltre alla presenza di opere di artisti storici, giovani artisti emergenti nell'ambito internazionale e importanti light designer, un'esperienza unica nel poter vivere l'arte inserita in un contesto pubblico e perciò nel quotidiano di ciascuno.
Signor Antonakos, qual è l'aspetto principale che contraddistingue
il suo lavoro?
"Per quanto riguarda la mia arte, è la pura esperienza visiva assieme
ai suoi aspetti cinetici, emozionali ed intellettuali, che forma il punto principale.
Per raggiungere al meglio questo scopo ho scelto il neon industriale che attribuisce
alle opere policromia e movimento, aumenta le sensazioni dello spettatore al
punto della massima intensità. Esso offre notevoli opportunità
di espressione, non solo nella inaspettata relazione che si viene a formare
tra il colore del neon e il "materiale" della costruzione architettonica,
ma soprattutto nel potente colore della luce stessa che domina lo spazio".
Il
neon: la luce come aspetto principale. Le sue opere si sperimentano perciò
di notte?
"No, anzi è proprio il contrario. Lascio i lavori, le costruzioni
di neon accese giorno e notte, così che le persone possano osservare
i cambiamenti che avvengono. Stupisce molto vedere gli effetti del neon su un
ambiente o un edificio, perché la luce esce dai confini del tubo e sparge
la sua brillantezza attraverso tutto l'insieme dell'installazione. Ancor di
più, al neon si può dare qualsiasi forma si desidera che apre
un ventaglio di espressioni e scopi enorme. Più si lavora con il neon,
più si scoprono nuovi modi di espressione che il neon offre".
Le
sue opere d'arte sono in prima linea nell'ambito d'interventi su spazi pubblici,
in tutto il mondo si trovano le sue installazioni. Come si è trovato
a estendere il lavoro su un contesto così complesso e ogni volta diverso,
dato dall'interazione dello spazio e delle singole situazioni socioculturali?
"L'Arte inserita in spazi pubblici offre certi vantaggi: può essere
vista ripetutamente, da distanze differenti, da angolazioni varie. Diverso da
gran parte dell'arte che si trova nei musei, l'arte installata in contesti urbani
sarà vista e sperimentata, vissuta in modo diverso secondo la differente
quantità e tipologia di luce naturale dell'ambiente durante le 24 ore
del ciclo di un giorno. Così l'esperienza del lavoro si forma da tutti
questi momenti visivi possibili. Mi piace pure l'idea che vedere arte in spazi
pubblici possa divenire parte dell'esperienza quotidiana, non separata dal resto
della vita. Immagino che sia stato così che i grandi capolavori dell'antichità
sono stati visti dai cittadini".
Come
traspone tutti questi concetti nelle sue opere?
"Da un punto di vista formale voglio che tutti gli elementi di un lavoro
interagiscano bene tra di loro, così che il lavoro nell'insieme si trovi
in relazione con il contesto architettonico, e che l'arte e l'architettura coinvolgano
lo spazio intorno. Questo è uno dei motivi per cui amo forme geometriche
incomplete: è così che lo spazio può entrare a far parte
dell'arte. Ed è questo stesso spazio dell'arte che contiene fisicamente
pure gli spettatori. Ciò permette un'interazione cinetica oltre che visuale
con l'opera. Quando gli elementi formali sono nel giusto rapporto, si crea una
tensione tra quanto viene visto e quanto si sa e si conosce — si istaura
una certa apertura. Mai vorrei prescrivere che cosa ognuno dovrebbe sentire
o pensare quando vede il mio lavoro. D'altra parte è molto importante
per me, che qualche tipo di coinvolgimento avvenga tra l'opera e ciò
che le persone hanno dentro di se.
"Se l'opera si limita solo ad un esercizio formale o mentale, allora, nel
mio modo di vedere le cose, c'è qualcosa che manca.
"In tutto il mio lavoro, libri, disegni, panelli, cappelle — e in
tutte le scale — io confido che, come in certe opere dei costruttivisti
russi e pure quelle di Mondrian, l'assestamento sensibile che effettuo di elementi
geometrici molto semplici possa raggiungere la realtà della vita interna".
Brankica Beric, "Il Gazzettino", 17 maggio 2002