|
rassegna stampa |
INTERVISTA A PONTIGGIA - L'oncologo di Pavia, in visita in città, ci spiega una nuova via nella lotta ai tumori
"La termoterapia può essere una soluzione contro il cancro".
"La
malattia che non può essere curata con il ferro può essere curata
con il fuoco" sentenziava Ippocrate più di duemila anni or sono.
Oggi il "fuoco" ippocratico ha un nuovo nome: ipertermia. Una pratica
terapeutica per la cura dei tumori a lungo ignorata dalla medicina ufficiale
ma tornata alla ribalta da una ventina d'anni, grazie a studi condotti in Italia
e all'estero in particolare in Giappone, in Germania e negli Stati Uniti. Ce
ne parla uno dei suoi esperti più qualificati, Paolo Pontiggia, ematologo
e oncologo di fama internazionale giunto giovedì a Pordenone su invito
dell'Associazione psicanalitica di Pordenone la cifra per partecipare a un convegno
sul tema che si è tenuto all'Auditorium della Regione. Termoterapia e
immunoterapia. In cosa consistono queste forme di cura? Nel riscaldare una parte
o la totalità dei tessuti interessati al tumore. Dal 1980, riprendendo
gli studi di alcuni colleghi, ha praticato questo metodo con notevole successo
nel Servizio di oncologia che dirige presso la clinica "Città di
Pavia".
Come funziona? Vari esperimenti hanno dimostrato che temperature superiori a
42 sono capaci di uccidere le cellule neoplastiche quando il tempo di esposizione
al calore è sufficientemente prolungato. La terapia del calore può
insomma distruggere il cancro o ricacciarlo indietro soprattutto potenziando
il sistema immunitario.
Secondo lei è questa l'unica, vera cura?
"Nemmeno per sogno. Oggi si devono proporre varie terapie usando tutti
i metodi a disposizione per migliorare la qualità della vita. Io credo
in prima istanza alla chirurgia, così come alla chemio e alla radioterapia,
ma è dimostrato che la termoterapia potenzia notevolmente la loro azione".
Con quali tipi di tumore funziona di più e con quali risultati?
"Con quelli 'solidi' ovvero che colpiscono gli organi: come i tumori al
polmone, al fegato o al pancreas. Al contrario di questi linfomi e leucemie
sono molto più sensibili ai chemioterapici. In generale si sono riscontrate
reazioni positive al 30% dei casi".
In quanti centri si pratica la termoterapia in Italia e all'estero?
"In Giappone ce ne sono duecento, in Europa sono molto diffusi, in Italia
ne esistono una ventina. Vorrei sottolineare che la terapia è autorizzata
dal Servizio sanitario nazionale ed è praticata anche in enti con esso
convenzionati".
Un suo parere sulla cura Di Bella e sul dibattito che ne è seguito.
"È un caso di follia collettiva in cui politici, medici e giornalisti
si sono spesso comportati in modo dilettantesco. Ciò non toglie che alcuni
aspetti del metodo siano validi, quali l'uso di vitamine ad alto dosaggio e
di antiossidanti. Il caso Di Bella ha comunque avuto il merito di sancire un
diritto: quello di tentare vie nuove e diverse da quelle della medicina ufficiale".
Qualcuno vi ha fatto la guerra?
"No, ma io e i miei colleghi siamo andati contro corrente, inimicandoci
le case farmaceutiche che nei medicamenti anticancro hanno il loro business.
Certo, un mezzo umile come la termoterapia non farà mai arricchire nessuno...".
Lei ha scritto in collaborazione con l'immunologo Georges Mathé un
libro sull'argomento Quel calore che cura i tumori. Che ruolo può avere
il dibattito in corso?
"Quello di aprire un dialogo su queste terapie innovative, visto che l'unica
informazione è avvenuta finora tramite i pazienti che ne hanno tratto
giovamento".
Caterina
Diemoz, "Messaggero Veneto", 5 dicembre 1998.