Scrivere a rotella libera |
rassegna stampa |
“Stamane
ho comprato un quaderno alla papeterie di Saint-Germain-des-Prés. Voglio
scrivere il mio diario. Massimo Pini delle edizioni Sugar a Milano mi ha chiesto
di scrivere la mia autobiografia”. È il 31 maggio del 1966 quando
Mimmo Rotella, nato a Catanzaro nel 1918 e riconosciuto artista dell’anno
da cento critici italiani nel 2003, inizia a scrivere un lungo e affascinante
racconto, i cui tomi principali sono Autorotella (Sugar, 1972) e L’ora
della lucertola (Spirali/Vel, 2002). Nel maggio del 1966 Rotella è un
affermatissimo artista di rango internazionale. Sono lontani gli esordi romani
del dopoguerra, con una “specie di pittura neogeometrica, un po’
Kandinskij, un po’ Mondrian”, l’invenzione (1949) dei poemi
epistaltici perché così come il pittore anche il poeta può
“esprimersi con parole e suoni inventati”, la prima mostra nel 1951,
il primo viaggio artistico oltreoceano all’università di Kansas
City come “artist in residence”, la crisi durata un paio di anni
(“non volevo più dipingere”), “la scoperta, l’illuminazione,
la folgorazione” nel 1953, annunciata da un giovane Emilio Villa che osservando
nello studio i manifesti pubblicitari strappati di cui l’artista si appropriava
girando per la città di sera, vi noterà le tracce di un linguaggio
oltre la pittura, di una nuova spazialità simile a quel che veniva cercando
Fontana “con i suoi buchi e i tagli”.
Il decennio successivo è costellato da una serie crescente di impegni
internazionali: numerose mostre personali e collettive, l’interesse del
grande collezionismo, della stampa. L’invito di Pierre Restany nei primissimi
anni sessanta a partecipare al nuovo movimento artistico — il Nouveau
Réalisme — inaugura una collaborazione che non verrà mai
meno negli anni a venire. Un ultimo testo del critico e teorico francese recentemente
scomparso compare nel catalogo redatto per la “China Exhibition”
a Pechino dell’artista italiano (aprile/maggio c.a).
Nel 1964 vi è l’episodio che segna in negativo la vita di Rotella.
L’artista, da anni uno dei protagonisti della dolce vita romana, in quell’anno
invitato a partecipare alla Biennale dove verrà premiato Robert Rauschenberg
— riconoscendo così l’istituzione veneziana la forza del
mutamento in atto nelle arti dell’Atlantico — trascorre un periodo
di cinque mesi in carcere a Regina Coeli per presunta detenzione e spaccio di
droghe (marijuana) e detenzione di materiale pornografico (fotografie di modelle).
L’episodio che costituisce un vero e proprio racconto nel ritmo diaristico
di Autorotella, interrompe lo scorrere degli avvenimenti mondani e di lavoro,
i molti viaggi, gli amori, rivelando a quale rischio di condanna, non solo moralistica,
era esposto chi viveva pienamente il clima di grande libertà che ha contraddistinto
i primi anni sessanta. La distaccata, limpida prosa di Rotella è una
testimonianza rara di un modo di vivere reso possibile dall’arte: incontri
continui sul piano internazionale con operatori che avrebbero segnato la creatività
del novecento (da Warhol a Leo Castelli, da Oldenburg a Christo, da Sidney Janis
a Fellini); luoghi di elezione quali Parigi, Roma, la Costa Azzurra, New York,
e poi nei primissimi anni settanta l’India; uno stupefacente inanellarsi
di esperienze erotiche, risolte non di rado in una forma di happening-verité
dal sapore surrealista. La superficie scintillante della vita nei primi anni
sessanta, ritmata visivamente dai grandi manifesti cinematografici e pubblicitari
di una società in rapida espansione economica, Rotella l’ha attraversata
da protagonista, e allo stesso tempo da osservatore. Le sue pagine riportano
l’atteggiamento di chi vive con la massima intensità senza per
questo mai smettere di osservare, sé stesso e gli altri. Non vi è
mai esercizio di introspezione nella prosa di Rotella, il suo è un descrivere
fenomenologico di quello che (gli) accade. E così non vi sono precisi
nessi causali fra gli avvenimenti che si succedono nelle pagine, compresi quelli
ad alta intensità erotica: che si “producono” e accadono
con la stessa naturalezza e bellezza del rumore delle onde o del canto degli
uccelli mentre si passeggia lungo un’immensa spiaggia di Ceylon o si assiste
alla sera, in un centro turistico vicino all’hotel, alla “danza
del diavolo”. “Sembrava uno spettacolo surrealista. Uomini, vestiti
da animali feroci in nero con torce in mano, danzavano una danza rituale d’una
magia non comune”.
Rotella cerca e osserva le espressioni di culture diverse in anni nei quali
queste già si trasmutano in attrazioni turistiche, e guarda dalla finestra
lo scatenarsi di uragani in paesi esotici, come osserva il mutare dell’atmosfera
nelle strade di una New York, dove nella calma sospesa, — mentre a Washington
e a Chicago “i neri hanno bruciato e distrutto parecchi centri abitati”
reagendo all’assassinio del reverendo M.L. King — ci si può
comunque imbattere in una incombente emarginazione sociale: “...S’incontrano
molti malati. Gente ubriaca, tubercolotici che sputano sangue, drogati, esibizionisti
e maniaci sessuali d’ogni genere”. A Times Square il sogno americano
sta diventando un inferno. Rotella vede al contempo lo splendore e la libertà
connesse a una stagione di grande espansione e le trame inquietanti che trapelano
sotto la superficie. I volti delle star amate, quello della Monroe in primis,
sorridono fra strati di altre immagini, come una pelle che si desquami progressivamente.
La scrittura accompagna il suo gesto artistico, e non cede mai ad alcuna forma
di giudizio. La sua è una lucida analisi della superficie di una realtà
in rapidissima mutazione e l’unico ancoraggio sembra essere paradossalmente
rappresentato da una terra e da affetti a cui far periodicamente ritorno: la
Calabria della gioventù e della più stretta cerchia dei legami
famigliari, dove, come la lucertola che nelle ore bruciate dal sole cerca i
residui d’ombra fra le pietre, sembra egli stesso raccogliersi.
Riccardo Caldura, “Il Gazzettino”, 14 settembre 2003