Il pericolo giallo.

Quale avvenire per l’imprenditore e per l’impresa

 

Pordenone, 12 maggio 2005

 

Antonella Silvestrini Ringrazio ciascuno di essere venuto qui, stasera.

L’incontro con Armando Verdiglione è l’appuntamento più importante del progetto sul capitalismo intellettuale nella famiglia, nella banca e nell’impresa, progetto che ha coinvolto, in una felice combinazione, le istituzioni — il Comune e la Provincia di Pordenone, che ringraziamo — e le aziende — Palazzetti, Enface, Tici, il ristorante F.lli Martin, Executive e Regia. Un ringraziamento particolare alla Banca Popolare FriulAdria con cui collaboriamo per l’organizzazione di alcuni eventi del nostro progetto.

Ringraziamo Armando Verdiglione per aver accolto il nostro invito a intervenire su un tema che pone questioni nodali intorno al nostro avvenire, all’avvenire della nostra impresa e della nostra città.

Inviterei al tavolo per un breve saluto il dottor Sante Merlo della Banca Popolare FriulAdria.

 

Sante Merlo Buona sera a tutti. Io porto i saluti della Direzione Generale della Banca Popolare FriulAdria, in particolare del nostro presidente ragionier Angelo Sette e del nostro amministratore delegato dottor Luigi De Puppi. La nostra banca da sempre presente alle iniziative nel nostro territorio: non solo per le iniziative di natura economica, ma anche per quelle di natura sociale e culturale. Abbiamo aderito volentieri a questo incontro su un tema di attualità che riguarda e che tocca da vicino anche le nostre imprese, per quelli che sono i condizionamenti e i rapporti anche commerciali con il mercato cinese. Ovviamente, in questo momento forse sono più i disagi che sta creando nel nostro contesto economico, ma riteniamo che potranno essere importanti anche le opportunità per sviluppare nuovi mercati da parte delle nostre imprese. È proprio in questo contesto che anche noi, come istituto di credito, abbiamo potenziato l'attività specifica nel settore estero, migliorando i rapporti di collaborazione con banche e istituti esteri vicini e potendo fare affidamento anche sulle sinergie con Banca Intesa che è la nostra controllante, possiamo essere un riferimento importante a sostegno della crescita e dello sviluppo economico e internazionale delle nostre imprese. In questo contesto Banca Intesa ha rapporti operativi anche in Cina con degli sportelli di proprie filiali operative. Noi riteniamo che questo nostro sforzo possa certamente contribuire a migliorare il sostegno alle aziende che operano nel nostro contesto e, indirettamente, migliorare anche il contesto economico locale.

Grazie e buona serata a tutti.

 

A. S. Linguista, scrittore, editore, imprenditore, psicanalista, Armando Verdiglione ha introdotto un movimento artistico, culturale e imprenditoriale che ha la sua icona nella Villa S. Carlo Borromeo, a Milano, sede della Fondazione di cultura internazionale Armando Verdiglione e dell’Università internazionale del secondo rinascimento e, oggi, di un importante Museo e di un bellissimo Hotel dove ciascuna camera, arredata con opere d’arte, è essa stessa un’opera d’arte. L’icona del secondo rinascimento, dell’integrazione tra arte e cultura, icona di un’impresa che non punta al profitto facile o al consumismo ma alla valorizzazione e a quel che resta di ciò che si fa e che si produce.

Dal Museo provengono le opere del maestro Antonio Vagelli di cui inauguriamo una grande mostra a Villa Galvani sabato 21, alle 18, e a cui ciascuno di voi è invitato.

La lettura che Verdiglione compie del rinascimento restituisce a esso il suo carattere originario, non legato a un periodo storico. Ne rileva le acquisizioni rivoluzionarie, dove il manuale non si contrappone all’intellettuale, dove le donne entrano nella parola e nel teatro, dove l’arte e la cultura non sono oggetto di culto e contemplazione, o appannaggio di scolastici e accademici, ma sono l’arte e la cultura del fare, l’arte e la cultura della parola, l’arte e la cultura del ragionamento. E quale imprenditore può consentirsi di delegare il ragionamento?

È in questa accezione che l’arte e la cultura sono l’essenziale dell’industria.

Il secondo rinascimento trova nell’oralità la scrittura dell’esperienza, e si accorge della rivoluzione delle cose e non della staticità postulata dalle categorie del pensiero greco, pensiero che l’occidente ha assunto come giustificazione e come rassicurazione contro la paura dell’altro e dell’inedito.

Se l’arte e la cultura sono arte e cultura del fare, allora l’automazione indispensabile per l’azienda e per la produzione non si accomoda mai nell’automaticismo e si pone, invece, per l’imprenditore e per l’impresa l’eventualità della modernità. Quella modernità che non è legata a un periodo storico e che non tramonta. E ci chiediamo, oggi, se quanto sta accadendo in Cina sia in direzione della modernità.

Nei suoi 19 libri, e con maggior forza negli ultimi due Il manifesto di cifrematica e La rivoluzione cifrematica che presentiamo questa sera, Verdiglione sottolinea che la vita è pulsione in atto e sono vani i tentativi del conformismo di fissare, immobilizzare e rendere statico qualcosa che statico non è. L’impresa, come la poesia, come l’arte e l’invenzione mette in discussione l’idealità della vita. L’impresa che si ferma e si contempla è prossima all’eutanasia, alimenta la paura. Invece, “dissipare la paura”, come scrive Verdiglione, “è il gesto essenziale dell’imprenditore, del poeta, del banchiere, del governante”.

 

Perché mai rispondere alle istanze incalcolabili e inimmaginabili della nostra città, della nostra impresa con il conformismo e con il luogo comune? O con la linearità della convenzione quando le imprese, le avventure, i miracoli, le conquiste della nostra vita provengono proprio dalla contraddizione, dall’inconciliabile e dal paradosso? Perché mai dovremmo applicare all’impresa il sistema, che è sistema della paura, o ricondurla all’uniformità del modello quando l’impresa stessa è fatta di rischio e di scommessa? Ed esige il caso. Proprio qui a Pordenone due anni fa — e la conferenza è stata pubblicata nel Manifesto di cifrematica — Verdiglione diceva che il peggior conformismo è quello verso se stessi, ovvero quello di chi crede di poter conoscere la propria origine, positiva o negativa, e fondarsi su quest’idea di predestinazione. Ciò che muove l’imprenditore non è l’idea di origine. Chi è partito dal Veneto e dal Friuli negli anni cinquanta e ha varcato l’oceano, trovandosi a inventare opere d’ingegno non era certo mosso da un’idea di origine, ma dal vento della memoria. Beato Odorico, frate Francescano nato a Pordenone nel 1265, che nel 1318 si è imbarcato a Venezia per Costantinopoli, e da lì ha attraversato l’Asia giungendo fino in Cina, a Khambaliq (l’odierna Pechino), che idea di limite di sé poteva avere? È questa la santità del viaggiatore: l’assoluta assenza di idea di sé e dell’altro.

 

Proprio per la libertà intellettuale che distingue la sua elaborazione, per l’internazionalismo e l’intersettorialità del suo approccio, per la precisione clinica nella lettura del dettaglio e l’attenzione al tempo stesso alla globalità del ragionamento: per questi motivi e per altri ancora abbiamo invitato Armando Verdiglione a Pordenone questa sera, e lo interpelliamo intorno alla questione del pericolo giallo e a quella che si annuncia come parabola per una trasformazione dell’industria italiana e europea.

 

Armando Verdiglione Amici, buonasera. Ringrazio la dottoressa Antonella Silvestrini, l’avvocato Luigi Rosso e l’associazione cifrematica di Pordenone, per avere organizzato questo avvenimento, il quinto intervento, qui, a Pordenone, da circa dieci anni. Sono contento di questo e ringrazio voi per essere venuti. Proviamo, dunque, a dire qualcosa questa sera.

Dal 10 al 12 giugno, a Milano, alla Villa San Carlo Borromeo, si tiene un forum internazionale (parodiando, abbiamo scritto mondiale) di cifrematica, dal titolo La tolleranza. L’Altro, il tempo, la differenza. Considerando questo titolo e anche il tema di questa sera, sembra quasi che questa sia una conferenza di preparazione a questo forum mondiale di Milano ma, in effetti, è da molto che la questione si enuncia. Da trentadue anni. È la questione intellettuale. È la questione di quello che abbiamo chiamato il secondo rinascimento, ma non perché ce ne sia stato uno chiamato primo, perché è già il secondo come originario. Già Leonardo da Vinci, già Ludovico Ariosto, già Niccolò Machiavelli erano coloro che hanno scritto qualcosa di essenziale, che era già il secondo rinascimento, cioè il rinascimento della parola, la sua industria, la sua qualità, il suo valore. Era già qualcosa intorno a un’altra scienza, alla scienza della vita, scienza della parola originaria, anziché scienza del discorso. Non era più l’episteme, non era più la scienza del discorso come tale. Non era più la scienza degli umanisti. Era l’altra scienza, era la scienza altra. Era, appunto, la scienza della vita, la scienza che era chiamata impossibile da Aristotele, come pure da Platone. Questa scienza impossibile diviene la scienza. È quella in base a cui è sorta, poi, la scienza. Non era sorta prima. Non era sorta ad Atene. Non era sorta, a Roma, prima. È sorta con il rinascimento e è la scienza della vita, originaria.

   Quello che era il discorso come tale e, cioè, il senso, il sapere e la verità come cause, da servire, da cercare, è qualcosa che si è costituito attorno a alcuni postulati, alcuni principi, con Atene e, poi, attraverso l’alessandrinismo, si è imposto con la nozione d’impero. La nozione d’impero era prima a Atene, prima ancora che a Roma.

In che misura l’alessandrinismo, l’aristotelismo è giunto fino all’ebraismo e, poi, fino al cristianesimo? Questa è una questione. Certamente, gli scritti della patristica e gli scritti di sant’Agostino, in larga parte, sfuggono a questo alessandrinismo, sfuggono al discorso occidentale ovvero al discorso della morte. Ci sono alcune figure retoriche, che sono state assunte come principi: principio di non contraddizione, principio di identità, principio del terzo escluso. È questo che viene sospeso con il rinascimento.

Viene sospeso il principio per cui non c’è terzo, per cui non c’è l’Altro. Noi discutiamo proprio di questo. Avevamo fatto già un congresso, nel 1991, a Milano, dal titolo Il pericolo dell’Altro. Discutevo a Parigi, a quell’epoca, con Emmanuel Lévinas, che subito diceva: “Ma, allora, si tratta del nazismo, dello stalinismo, delle grandi dittature”. Queste dittature, costruite su ideologie del diciannovesimo secolo, in effetti sulla scia dell’illuminismo e, cioè, di una mitologia, che è durata per due secoli. Questo lo avevo chiamato il pericolo dell’Altro. È attorno a questo che si è costruito il discorso occidentale e qualcosa che era stata chiamata, a torto, scienza. Ma non era la scienza, quella sorta dal rinascimento in poi.

Questa scienza è sorta in Italia. Il rinascimento, l’industria, è sorta in Italia. È Machiavelli a dire qualcosa che io non mi stanco mai di ripetere: “La ‘ndustria vale più che la natura”. Non c’è più naturalismo. Il naturalismo è proprio del discorso della morte. Non c’è più innatismo. L’industria — l’industria quando ancora non c’era il luogo chiamato industria — esigeva l’ingegno, l’industriosità, l’ingegneria, la poesia, l’arte del fare, la cultura del fare, le arti e le invenzioni industriali. L’industria della vita, l’industria della parola. Questo è uno squarcio, che si schiude con il rinascimento. È l’apertura e lo squarcio. È l’apertura che, in qualche modo, s’inaugura.

Questa apertura era stata negata con il discorso della morte, perché l’interrogazione era interrogazione chiusa. La risposta doveva essere o sì o no. E l’interrogazione condizionava, determinava, fondava, strutturava, conteneva la risposta. Quella era l’interrogazione chiusa. C’è una scienza con l’interrogazione chiusa, che è l’episteme, e c’è una scienza che è propria dell’interrogazione aperta: questa è l’ironia non socratica, l’ironia rinascimentale. Il rinascimento e la sua industria vengono inventati in Italia e, così, vengono venduti, comunicati al pianeta. Non c’è angolo del pianeta, oggi, che non risenta del secondo rinascimento, partito dall’Italia. Ci sono artisti italiani, per esempio, Sandro Trotti, che recentemente sono andati in Cina, perché invitati, con una grandissima accoglienza. E perché? Ci sono per esempio i francesi, che risentono del rinascimento, come risente tutto il pianeta, che sono bene organizzati, attraverso il loro governo e le loro banche. Fanno sistema. Come gl’imprenditori: fanno sistema. Come in Germania: fanno sistema. E vanno in Cina. Però, i cinesi preferiscono gli artisti italiani. Perché? Per il rinascimento. Il valore assoluto è dato dal rinascimento. È questo che l’Italia ha venduto al pianeta.

   In questo senso discutevamo, oltre venti anni fa, nel 1984, in un congresso, a Tokyo, che doveva servire come preparazione di un congresso da tenere a Pechino. Avevamo fatto congressi a Gerusalemme, a Roma, a New York, a Parigi, a Londra, in varie parti del pianeta. Però, Tokyo era qualcosa di veramente importante. Moltissimi viaggi, circa 48 viaggi. Ciascuna volta con un’équipe, con una delegazione a Tokyo, per preparare questo congresso, perché era importante leggere, acquisire l’arte, i libri, la cultura, tutto ciò che faceva parte del Giappone, che risentiva, per quanto riguarda le dottrine e la filosofia, della Cina e dell’India. Abbiamo letto, studiato e analizzato tutto ciò che, dal cinquecento in poi, era stato scritto intorno al Giappone e, in pratica, quello che i giapponesi dicevano degli europei e quello che gli europei dicevano dei giapponesi. Una specie d’immagine speculare che si rimandava e dicevano press’a poco le stesse cose. E cioè non era mai l’Altro, era sempre l’immagine speculare. L’immagine, però, non è speculare. Non c’è immagine speculare. Questo è essenziale. L’immagine è semovente, è altra, è acustica. Mai speculare. Impossibile l’iconoclastia, impossibile l’iconodulia, perché l’immagine non è affatto speculare.

   Ci siamo accorti, lì, che, già allora, dopo il Mediterraneo, dopo l’Atlantico, era il Pacifico il protagonista, perché l’economia ruotava attorno al Pacifico, fra la California, la Cina, il Giappone, l’India, Singapore, l’Indonesia, la Corea. Era già la questione “demografica” che si poneva. Ma porre la questione demografica è non porre la questione intellettuale. Ancora allora, a Tokyo, si discuteva del club di Roma e delle previsioni del club di Roma, basate sulla demografia, una visione demografica dell’avvenire: “Questi sono i dati. Facciamo la crescita esponenziale”. Quindi, facciamo l’algebra dell’avvenire. E tutti gli altri devono eseguire, devono applicare questa algebra dell’avvenire e ne risulta la geometria per ognuno.

Questa è la questione: il rinascimento sospende l’algebra della vita e la geometria della vita. La vita non è algebrica e non è geometrica: non è dominabile, finalizzabile, padroneggiabile. Non è assumibile sotto il discorso della morte, sotto la religione della morte.

Ci eravamo posti, a Tokyo, come già da trentadue anni, la questione del secondo rinascimento: Da dove viene l’oriente, dove va l’Occidente? Questo era il titolo del congresso, ma c’era anche La sessualità. Era in inglese. Tutto il testo era in giapponese, tranne La sessualità, che era in inglese, cioè in latino. Questo significante, coniato da Freud, non c’era assolutamente in Giappone. Ma è come dire che è possibile applicare l’alessandrinismo e quindi il discorso della morte, il discorso di Platone e di Aristotele, cioè è possibile copiare, se c’è questa idea di origine, questa idea di morte. Data l’idea, tutto è mondo, tutto è falso, tutto è demoniaco e tutto può essere copia, brutta copia dell’idea. Bisogna che ci sia il ritorno all’idea. Il cerchio. E tutto diventa animale, tutto diventa uroboro, tutto diventa l’animale che deve divorare la propria coda e, in questo modo, fare cerchio. Questo era da noi messo in discussione.

Il Giappone era partito con le ideologie del diciannovesimo secolo e la sua aspirazione imperiale, che lo aveva coinvolto nella seconda guerra mondiale, si basava su qualcosa che aveva importato dall’Europa. Ma, ora, si trovava con una costituzione differente e si trovava non più a copiare. Cinquant’anni fa, negli anni cinquanta e negli anni sessanta si diceva: il pericolo giapponese. Copiavano tutto. Qualsiasi macchina, qualsiasi congegno veniva copiato e rimandato in Europa e venduto a basso costo. Era così, c’era il pericolo giapponese. Poi, a un certo punto, dal 1969 in poi, i giapponesi non comprano brevetti, o ne comprano pochi. Che significa? Non copiano. Incominciano a inventare brevetti. È importante. Che cosa avviene per il Giappone? Avviene che il confronto con l’Italia e con l’Europa non è più il confronto con l’ideologia illuministicoromantica o l’ideologia del diciannovesimo secolo, un’ideologia di dominio, un’ideologia imperiale, ma avviene il confronto con il rinascimento, con l’Europa, con l’esigenza d’inventare, di rischiare. E solo allora, prima negli anni settanta e sopra tutto negli anni ottanta, il Giappone diviene importante. Noi facciamo questo congresso proprio allora, a Tokyo.

E ci accorgiamo che c’è il mito del Giappone, che è il mito del tempo. Loro sono interessantissimi al tempo, ma questo tempo viene a essere un luogo, una buca, un buco sul terreno. Viene a essere localizzato. Non è spazializzato, non deve finire. Non c’è l’idea della fine del tempo come nel discorso occidentale, come nel discorso della morte, ma viene localizzato. Ma la questione giapponese, come questione del secondo rinascimento, si enuncia quando il tempo non deve più essere localizzato né spazializzato, non è più da pensare a partire dalla sua fine. L’impresa non è da pensare a partire dalla sua fine. Le cose non finiscono, il tempo non finisce a vantaggio della pura spazialità, a vantaggio dell’utopia. Il tempo è squarcio, è taglio, è divisione non algebrica, non geometrica. Questa è la novità assoluta, per il Giappone e il Giappone può arrivare a inventare, a fare arte.

E qual è l’arte giapponese? Andiamo a vedere le mostre di arte giapponese, l’avanguardia giapponese. E, l’avanguardia giapponese, noi la capiamo, la intendiamo. Noi italiani la intendiamo subito, perché ci accorgiamo che nasce dal confronto con il rinascimento e l’interesse per il rinascimento. E dove sta la scrittura, la letteratura, la filosofia giapponese? Dove sono? Negli ultimi cinquanta anni, nascono dal confronto con l’Italia. Il più grande filosofo giapponese, Nakamura, a 52 anni, impara l’italiano per poter leggere Giambattista Vico. Dunque è importante, Giambattista Vico. Non è importante l’illuminismo, è importante Giambattista Vico. Oppure, Yasushi Inoue, lo scrittore, si trova a inventare la sua letteratura, i suoi romanzi, la sua narrativa, perché, a Firenze, vede, nell’Annunciazione, l’angelo di Leonardo da Vinci. C’è uno squarcio assoluto. Vede qualcosa che non aveva mai colto.

Yukio Mishima si accorge della sessualità, soltanto perché si confronta con l’arte in Italia, con l’arte del rinascimento. Non c’era prima. La sessualità è qualcosa che non c’era prima. La sessualità non è l’erotismo. In Giappone c’era l’erotismo, in Cina c’era l’erotismo.

In Cina, non c’è il nudo, non esiste il nudo, non è mai esistito il nudo. Sono dottrine che vietano, sbarrano la strada al nudo e cioè, a che cosa? Alla politica! A quale politica? C’è la politica che è fondata sul discorso della morte e questo è nell’alessandrinismo. Questa politica è arrivata dappertutto. Ma c’è l’altra politica, la politica altra, la politica dell’ospite, la politica dell’Altro, che incomincia con Niccolò Machiavelli, incomincia nel rinascimento. È una politica non fondata sulla logica predicativa, è una politica che procede dall’interrogazione aperta, non dall’interrogazione chiusa. Dalla questione che rimane aperta.

   Questo è qualcosa di quello che entra in questo congresso, tanto che i giapponesi sono un po’ interessati all’immagine del Giappone del terzo millennio. Facciamo un dibattito con Borges, con vari oratori, scrittori, artisti, in margine al congresso, congresso interamente ripreso da Fuji Television e seguito da tutta la stampa giapponese e non solo giapponese, intorno a questo tema: L’immagine del Giappone nel terzo millennio. Ma era l’immagine del Pacifico, era l’immagine del pianeta.

   Quello che allora si diceva, che tutta l’economia si sarebbe spostata, da lì a venti anni, sul Pacifico e che il Pacifico sarebbe diventato la prima potenza da lì a venti anni, sembra attuato oggi. Ma dobbiamo discutere ulteriormente.

C’è questo iato, tra l’alessandrinismo, tra il discorso occidentale arrivato, attraverso l’illuminismo, anche in Giappone e arrivato in Cina, attraverso Mao e Marx, filosofo ebreo tedesco, certamente non cinese, che ha portato il discorso come causa, il discorso imperiale, il discorso della padronanza. Questo ha portato. Che non è la modernità, non è il rinascimento. La questione è qui, anche per quanto riguarda la Cina, la questione dello iato fra la modernità, o il secondo rinascimento, e la religione della morte, la religione della padronanza, la religione imperiale, quella che si è imposta attraverso l’alessandrinismo, e poi, dopo, è proseguita in quello che si è chiamato l’impero romano, che non è la stessa cosa dell’impero di Alessandro, allievo di Aristotele. Non è la stessa cosa, tant’è che ci sono poi, man mano, due imperi, due cristianità o tre monoteismi.

   Alcuni giorni dopo l’11 settembre, che era un martedì, mi pare, il sabato successivo, discutevamo gli scenari dell’avvenire. Sembrava, in quel momento, che l’enorme preoccupazione, come sembra ancora adesso, fosse l’islam, confondendo l’islam con l’islamismo politico, con la sua azione terroristica. Si chiama terrorismo qualsiasi azione che porti la morte, al di fuori di un contesto tra militari e, quindi, la porta anche tra civili, prescindendo da contendenti in guerra. L’azione arriva in un supermercato, persino in una chiesa, in una piazza, dove non ci sono militari, ci sono persone che stanno vivendo la loro vita. Oppure, su un autobus o  su un treno che, dalla Banlieue, dai dintorni, dalla provincia di Madrid sta portando le persone che vanno a lavorare: non sono affatto ricchi, e le bombe colpiscono proprio loro. Questo è il terrorismo. Oppure, le persone che stanno lavorando nelle torri gemelle non sono soldati in guerra. C’è confusione tra islamismo politico, quello che si esercita anche attraverso il terrorismo e l’islam e dicevamo, in quel sabato, che il problema, negli scenari dell’avvenire, non sarebbe stato l’islam, perché comunque l’islam sorge come una variante, una correzione del cristianesimo, in nome del discorso greco. Rammentiamo appena che, con la scuola di Atene, i libri della filosofia greca si disperdono, non ci sono più, né in Grecia né a Roma e si ritrovano a Baghdad e ritornano in Europa attraverso gli arabi.

Quella che l’islam fa, è una correzione, anticipata dall’eresia nestoriana, una correzione del cristianesimo in nome del discorso della morte, in nome della logica predicativa, in nome del discorso di Atene. Un’altra correzione sarà la religione ortodossa, un’altra correzione sarà il protestantesimo. Tutto questo rimane, però, fra il cristianesimo, l’ebraismo, l’islam e il discorso greco. L’ebraismo, l’islam e il cristianesimo, forse, non sono la religione della morte, forse non sono il discorso della morte, forse non sono la logica predicativa. Forse non sono, nel loro testo, fondati sui principi di non contraddizione, del terzo escluso e d’identità. Forse, può instaurarsi un’altra lettura. Ma, a ogni modo, tutto ciò che accade nel Mediterraneo e in Europa fa parte di una stessa “materia” culturale. Ci sono radici culturali e artistiche, istanze culturali e artistiche che sono nell’islam, nel cristianesimo e nell’ebraismo. E, forse, l’epoca illuministicoromantica, che ha tentato di proseguire il discorso greco, il discorso di Platone e di Aristotele, forse questa epoca è scomparsa attorno al 1978, salvo reviviscenze successive.

   La nostra scommessa a partire dal 1973 è una scommessa intellettuale, assolutamente intellettuale e culturale, mentre sembrava che l’ideologia e la mitologia dell’azione fossero le cose più importanti. Infatti, i giovani s’interessavano alla droga o all’azione politica, anche violenta. Noi dicevamo che la nostra scommessa è intellettuale. Siccome la trasformazione culturale era enorme, anche nella cosiddetta Unione Sovietica e questa trasformazione, senza dubbio, era prioritaria e anticipava la trasformazione politica e la trasformazione economica, avevamo detto che l’Unione Sovietica, da lì a vent’anni, non ci sarebbe stata più.

   Tre giorni dopo l’11 settembre, una persona mi chiedeva, in quella conferenza del sabato: “Dopo il problema islamico, quale sarà il problema?”. Il problema islamico non c’è. C’è un problema, in questo momento, di terrorismo. Ci sono disagi che vanno affrontati, assolutamente, in modo culturale. Questo è il modo essenziale in cui va affrontato da parte degli islamici e da parte dei non islamici. Però, la questione è quella della Cina. Non sembrava così, in quel momento, ma oggi sembra così. Oggi, noi parliamo con imprenditori che sono preoccupati. Noi perché parliamo con imprenditori? C’interessiamo agli imprenditori per alcune ragioni.

C’interessiamo agli imprenditori dai venticinque ai quarantacinque anni, che hanno compiuto una certa scelta e hanno una certa cultura imprenditoriale, che hanno un certo fatturato e vanno bene. Sono in crescita, hanno la cultura imprenditoriale, però non hanno la cultura finanziaria per compiere il salto di qualità. Ma hanno ancora davanti venti, trenta anni rispetto alla gestione dell’azienda, alla guida dell’azienda e agli scenari che si devono prospettare, ai programmi da fare. Spesso, la questione è questa: qual è il progetto e qual è il programma per un’azienda.

   Poi, c’interessiamo a altri imprenditori, a coloro che hanno oltre sessanta, sessantacinque anni, che hanno un problema che viene posto male, viene posto come problema della successione. In effetti, anche in quel caso, le aziende vanno bene, l’imprenditore tiene l’azienda, la tiene bene, semplicemente, deve compiere un salto di qualità. Questo salto di qualità può essere compiuto soltanto attraverso la cultura finanziaria che non ha. E, solo in questo modo, l’azienda può proseguire, aumentando non soltanto il fatturato e la qualità della produzione, che assicura il suo avvenire. C’è la questione della cultura finanziaria e quindi quale intervento finanziario fare perché i figli o altri possano intervenire perché l’azienda compia un altro salto di qualità.

Le aziende non sono animali fantastici circolari. Tutte le ideologie che si dicono sulle aziende — che hanno i cicli, che circolano, che hanno alti e bassi, involuzione, evoluzione —, sono assolutamente ideologie che non c’entrano nulla con l’azienda. L’azienda ha una realtà sua e che l’imprenditore soltanto può cogliere ciascuna volta, trovando, è questa la questione, gl’interlocutori: interlocutori finanziari, interlocutori commerciali e, eventualmente, anche i tecnici, ma i tecnici sempre da consultare. Mai fare deleghe. L’imprenditore non può delegare nessuno nel suo statuto d’imprenditore. Non può abdicare assolutamente, e delegare, perché le cose vadano automaticamente. Certamente non vanno automaticamente. In questo caso, la questione che si pone all’imprenditore è quella dell’immortalità.

Ma c’è un’altra questione, cui accennavamo poco fa, e è quella del tempo, la questione dell’eternità del tempo, dell’eternità dell’impresa, dell’eternità del fare e, cioè, il fatto che il rischio non si compie sulla base dell’idea della fine. Il rischio è il rischio della riuscita, il rischio proprio dell’impresa, il rischio che l’azienda possa rivolgersi al valore, al valore intellettuale, al capitale intellettuale e alla qualità intellettuale. È questo quello che importa.

   Oggi si discute di Basilea 2, di IAS. Ma, in effetti, qual è la questione? Noi eravamo abituati a valutare le imprese europee in un certo modo e il risultato era molto inferiore alla valutazione fatta alle imprese anglo-americane. E allora, quali sono i principi internazionali, in base a cui possa essere fatta una valutazione differente dell’impresa, considerando che i suoi asset non possono essere iscritti a valore zero o quasi zero nel bilancio, oppure non possono essere considerati in una logica fallimentare, rispetto l’azienda? L’azienda è viva, ha un programma, una strategia. Quindi la questione è quale sarà il suo valore, quanto varrà in base al programma, qual è il valore dei suoi asset rispetto al programma, rispetto alla redditività. Questo è quello che importa, ma sembrava che l’Europa l’avesse dimenticato. Questa è una delle questioni, che noi stiamo adesso, rapidissimamente, in questo carosello, accennando. Noi ci troviamo con gl’imprenditori a verificare che, spesso, le idee che l’imprenditore si è formato sono quelle che lo frenano. Le ferme convinzioni, le cose a cui lui vuole essere affezionato, sono quelle che lo frenano, quelle che frenano l’impresa. L’idea di origine è quella per cui tutta l’impresa dovrebbe tornare all’idea di origine. Questo è certamente uno sbarramento. L’idea è originaria, non è di origine. L’idea non è quella che l’imprenditore dice di avere, ma quell’idea che interviene man mano che cerca, che fa e man mano che quello che cerca e che fa si scrive, giunge a conclusione, a comunicazione, ai risultati, ai ben noti risultati.

   In questo senso, importano i dispositivi di valore, i dispositivi intellettuali dell’azienda. Si dice: il management, quali sono le persone che lavorano nell’azienda, si dicono le formule assurde, ideologiche, come “risorse umane”, ma sono i dispositivi intellettuali dell’azienda. Sono questi i dispositivi di valore. La valutazione dell’azienda deve tenere conto di questi dispositivi e il valore dell’azienda dipende integralmente da questi dispositivi. Gli asset avranno valore, perché ci sono questi dispositivi intellettuali, in breve perché c’è il cervello. Il cervello come dispositivo intellettuale può valorizzare la memoria anziché cancellarla e giungere al risultato, al prodotto, al capitale intellettuale.

   Abbiamo accennato adesso alla memoria. La memoria non è il ricordo che l’imprenditore può avere di questa o di quella cosa o il confronto con questa o quell’altra cosa. La competizione è tanto esaltata. La competizione è soltanto all’interno di questa religione della morte. Non c’è da competere in nulla. Viene scambiata la competizione con l’emulazione. L’emulazione, sì. L’emulazione, per esempio, in intelligenza. L’emulazione nel mettere a frutto il talento, l’emulazione nel fare, nell’invenzione, nell’arte. L’emulazione seguendo il programma, non semplicemente partendo da un’idea di sé o da un’idea dell’Altro, dalla cura di sé o dalla cura dell’Altro, dall’amore di sé o dall’amore dell’Altro, in definitiva dalla morte di sé e dalla morte dell’Altro. Tutto questo porta a una specie di cannibalismo, il cannibalismo dell’imprenditore, dell’ambiente nei suoi confronti e il cannibalismo della sua stessa impresa o, come si dice, il suicidio.

   Discutevamo, l’altro giorno, con un imprenditore di Bergamo. Diceva che, a un certo punto, nella sua vita, ha conosciuto un momento speciale di crisi, di crollo, perché aveva capito che doveva fare competizione riducendo i prezzi dei prodotti e, in poco tempo, rischiava di fallire. Diceva poi: "No. Io devo investire nella ricerca, devo investire perché questo prodotto sia assolutamente unico”. E, allora, non c’è competizione se è unico. Se l’impresa giunge a qualcosa di unico, non c’è più competizione. Non si può confondere con nessun altro prodotto. Non è questione di prezzo. Il prezzo è sempre qualcosa che interviene in una scommessa e in direzione del valore. Io vendo questo orologio, tu lo compri. Tu compratore e io venditore stiamo investendo su questa cosa, perché questa cosa varrà. Stiamo investendo, perché varrà. Un conto è il prezzo con cui io lo vendo e un conto è che questa cosa varrà e che, una volta acquisita, questa cosa può anche essere un elemento della stessa trasformazione della vita, della direzione.

   La direzione è importante. Quale direzione? La paura non è la paura che bisogna avere dell’Altro o la paura della Cina o la paura dell’avvenire o la paura della finanza, perché sono tutte queste cose che, certamente, si mettono in atto.

   Ieri sera, alla Villa San Carlo Borromeo, c’era il console cinese di Milano e il responsabile finanziario dei cinesi in Italia, colui che stabilisce i rapporti con le banche italiane della comunità cinese: ufficialmente 250.000 cinesi registrati. Ce ne sono molti altri che non sono registrati. Discutevamo anche, con alcuni banchieri, di ciò che loro potevano copiare, che poteva andare bene, se lo copiavano in milioni di copie. Ma, ancora una volta, questa idea della copia, dell’originale e della copia è un’idea che sorge a Atene, non fa parte della tradizione cinese. I cinesi avevano inventato moltissime cose, molto prima di noi. Ma le avevano inventate, per dir così, come giocattoli, a prescindere dalla loro utilità e non c’era questa idea della copia, della moltiplicazione, della clonazione.

Da dove viene questa idea della clonazione, della moltiplicazione, cioè, in fin dei conti, l’idea dell’algebra? Da Atene! È l’idea alessandrina. È l’impero di Alessandro che è arrivato in Cina. Ma c’è un’altra Cina, c’è qualche altra cosa. Infatti, sia il console sia il responsabile finanziario guardavano questa villa di sette secoli, ciascuna stanza differente dall’altra, dal soffitto, agli affreschi, alle opere d’arte, ai mobili antichi e poi alla cucina, i tre vini della sera. Tutte cose che i cinesi non possono copiare. “I vini, noi non sappiamo come farli e, comunque, non li potremmo fare in clonazione. Fare milioni e milioni di esemplari. Sarebbe acqua sporca non sarebbero vini”. C’è qualche altra cosa, la questione dei costi. Si dice che, tra venti anni, quindici anni addirittura, la Cina sarà la prima potenza mondiale. Si fanno queste previsioni. Si dice ancora: “La Cina adesso ha un miliardo e quattrocento milioni, prima aveva un miliardo e cinquecento milioni di abitanti e, da qui a quindici anni, ne avrà un miliardo”. Si ridurrà, perché dal 1978, come voi sapete, c’è una legge in Cina per cui ogni coppia può produrre un solo figlio, maschio o femmina che sia. In caso contrario, viene punita. Per forza la popolazione si riduce. Cinquanta milioni di cinesi sono ricchissimi, sono i comunisti più ricchi del mondo. Poi, duecento milioni sono ricchi. Gli altri non lo sono, ma considerate che duecentocinquanta milioni sono comunque ricchi. E quale paese ha duecentocinquanta milioni di ricchi? Questo perché i costi sociali sono quasi nulli. Ma, man mano, questa situazione potrebbe modificarsi, quindi, fare ragionamenti in base alla demografia — dicendo: “Ci sarà questa crescita, perché il regime comunista resterà sempre tale e quale. Ogni volta che ci sarà qualche rivolta, verrà applicata la pena di morte, oppure l’intervento come la piazza Tien-An-Men” —, tutto questo non è per sempre sostenibile perché, ripeto, c’è una trasformazione culturale che attraversa la Cina stessa. Noi abbiamo incontrato artisti, scrittori, intellettuali, imprenditori e devo dire anche amministratori cinesi incontrati in via privata, che non credono più all’ideologia comunista. I responsabili del partito hanno tutto l’interesse a tenere la loro nomenclatura sempre immortale, però, se man mano il paese sempre meno crede e sempre meno ha questa mentalità e se la trasformazione culturale avviene, questo regime potrebbe cedere. Cederà. Sicuramente cederà, proprio per questo processo. È proprio per questo processo culturale e intellettuale che non è possibile fare previsioni se la Cina rimarrà tutta intera, così come è adesso o se, a un certo punto, non ci saranno più stati. Comunque, è una trasformazione del pianeta. Quello che intendo dire è che la Cina ha due indirizzi.

   Leibniz era arrivato un giorno a Roma. Aveva incontrato dei gesuiti, un certo padre Grimaldi che tornava dalla Cina. Si è messo a consultare documenti, corrispondenze con i gesuiti, e c’erano due approcci. C’erano alcuni gesuiti che dicevano: “Qui c’è l’opera del diavolo”, in Cina, come già diceva un gesuita che era arrivato in Giappone nel cinquecento inoltrato, dopo San Francesco Saverio. “Qui, è arrivato il diavolo e ha copiato tutto”. Ugualmente: “Qui in Cina è tutto opera del diavolo, bisogna che arrivi l’opera di Cristo”. In breve, alcuni gesuiti tentavano di convertire: “La Cina è opera del diavolo, bisogna convertirla”.

   Altri gesuiti, invece, tentavano un altro approccio, tentavano comunque di leggere la cultura, gli scritti, le opere, i monumenti, tutto ciò che c’era in Cina, e di leggerlo per articolarlo, combinarlo. Ma con che cosa? Con il cristianesimo o con Aristotele, attraverso San Tommaso.

Leibniz, invece, aveva un’idea ecumenica: bisogna santificare un po’ la Cina. La sua cultura è una cultura millenaria. E una civiltà millenaria, altrettanto degna della nostra. Dobbiamo accoglierla, studiarla. In fin dei conti, fa parte dello stesso universalismo. Questa differenza, tra i gesuiti e Leibniz, in effetti, era lieve, perché il principio di Leibniz e il principio dei gesuiti era lo stesso: era che i cinesi facevano parte di quell’universalismo, che si fondava su Aristotele, sull’ontologia, sul discorso occidentale. C’era un altro approccio da parte di qualche gesuita, insomma, differente.

   La trasformazione della Cina avviene su due fronti: uno sul fronte ideologico, quindi, come il Giappone, viene a copiare un’ideologia del diciannovesimo secolo, attraverso Marx e attraverso Stalin, che erano i due riferimenti di Mao. In questo modo, tiene un regime ideologico occidentale. È il discorso occidentale. Il partito comunista è un partito occidentale, per definizione. Per l’altro verso c’è una modernità, c’è il rinascimento, che arriva in Cina per altre vie. Tutti coloro che vanno come viaggiatori, in un senso o nell’altro, sempre più s’ispirano al rinascimento.

   Anche ieri sera, questi amici dicevano che l’essenziale per i cinesi è visitare l’Italia, visitarla anche per quindici giorni. In questo senso, ci sono previsioni davvero importanti: loro facevano ipotesi di duecento milioni di cinesi che, nell’arco di quindici anni, verranno almeno per una settimana, almeno per quindici giorni in Italia, per una visita culturale. E questo è nel mito. C’è il mito dell’Italia. E su cosa si basa il mito dell’Italia?

   Una volta, dopo il rinascimento, c’era una divisione dell’Europa: la Francia, la Germania e l’Italia. La Francia si teneva il vero, la Germania il bene e l’Italia il bello. Ciò è vero sicuramente per l’Italia. Il bello. E che cosa vende, l’Italia? Vende il bello. Vende il rinascimento, vende il design. Chi inventa il design? Aristotele? No, per Aristotele è il disegno ideale, è l’idealità, è l’idea che importa, l’idea di origine, non è il disegno, non è il disegno nella sua materialità. Il disegno nella sua materialità viene inventato da Leonardo, non da Aristotele, non dalla geometria e dall’algebra greca. Il disegno, oggi, si dice il design, l’arte, la cultura, la musica, la scienza. Tutto questo si chiama rinascimento. Tutto questo dà una chance all’Italia e all’Europa e agli imprenditori per i prossimi anni. L’Italia e l’Europa hanno questa carta da giocare, che è la carta intellettuale.

   Oggi, sembra che ci siano regimi fondamentalisti, il regime comunista cinese o altri regimi. Anche in Russia, adesso, la libertà è molto limitata: c’è una sola radio che è libera, le televisioni non sono più libere, questo con rammarico anche di Alexandr Jakovlev, colui che aveva inventato la perestrojka, l’ideologo della perestrojka. Ma potrebbe avvenire una specie di “rivalità” tra regimi fondamentalisti, per cui sempre più si riduce la libertà e la democrazia stessa per potere competere tra questi regimi fondamentalisti. Io ritengo che questa sia una visione, ancora una volta, in base al discorso della morte, in base al discorso della padronanza, in base all’idea di impero. Questa idea di impero è tramontata, non c’è più. Noi ci troviamo a toccare la questione cinese ancora con ideologie che non ci sono più, cioè noi ci troviamo a vivere di ricordi. Ma non possiamo affrontare nulla di nuovo sulla base dei ricordi.

I ricordi cancellano la memoria. La memoria è senza ricordi. Torno a ripetere che i ricordi pesano e la memoria non pesa. La memoria è in atto. La memoria è invenzione e arte, la memoria si scrive, la memoria si valorizza. La memoria è ciò che avverrà. La memoria è sempre memoria dell’avvenire, non è passatista.

   Questo un po’ come accenno. Le cose sarebbero davvero molte e interessanti. Noi constatiamo che l’illuminismo da tempo è tramontato e che questa era l’ultima spiaggia del discorso occidentale. Che oggi il pianeta è sempre più in direzione del rinascimento, che questo secolo, anziché essere oscurato nei suoi scenari per l’avvenire dalle nubi minacciose di altri imperi e dei contrasti tra imperi che si potranno costituire, come per esempio tra la Cina e tutto “l’occidente”, tutto questo è soltanto un ricordo e non si può affrontare mai l’altro tempo, la novità, la differenza con il ricordo della guerra precedente. Il ricordo significa che noi abbiamo la testa rivolta all’indietro. Invece, ciò che importa è l’ipotesi dell’avvenire. Ciò che importa è davvero la direzione.

   Come dicevamo venti anni fa, che la questione giapponese era la questione del secondo rinascimento — e questo era certamente un modo di dire qual era la chance del Mediterraneo e dell’Europa —, noi ribadiamo ancora che la questione cinese è anche un altro modo, ancora una volta, di porre la questione dell’esercito invincibile. Che cos’è l’esercito invincibile? È quell’esercito, chiamato così da Machiavelli, dei dispositivi intellettuali dell’azienda, della banca, della compagnia di assicurazione, che siano dispositivi di valore. Le cose procedono dall’apertura, secondo la loro logica e si rivolgono al valore assoluto. Non c’è più da fare ottimismo o pessimismo, perché questo vorrebbe dire sempre trovarsi dinanzi l’alternativa tra il bene e il male e, ancora una volta, sarebbe come trovarsi dinanzi l’alternativa tra vita e morte. Sarebbe sempre la religione della morte. Noi ci troviamo dinanzi, invece, l’avvenire e, ancora dinanzi, la qualità, il valore. Ciascuna valutazione di ciò che noi cerchiamo, di ciò che noi facciamo e dei flussi, i famosi flussi di cassa, deve tenere conto del valore e del valore in base al programma. Qual è il progetto di vita, qual è il programma di vita anche dell’azienda e, quindi, qual è il valore e quale sarà, quindi, il valore. È in direzione del valore che le cose si fanno. Il valore non è più un idealità, è la cifra della vita. Oppure il vero capitale, il capitale intellettuale.

   Questo per dire che prepariamo finalmente, dopo venti anni — avevo mandato una delegazione a Pechino nel giugno del 1985 —, il congresso. Non c’erano le condizioni né in Italia, né in Europa e, sopra tutto, non c’erano in Cina, in tutto questo tempo, per fare il congresso. Oggi, ci sono e, devo dire, nonostante il regime. Ci sono le condizioni e noi organizziamo questo congresso a Pechino, che è una questione, ancora una volta, intellettuale. Dalla collaborazione, dal confronto, rispetto alla Cina, sorgono altri elementi del nostro viaggio. Ma quel che dicevo, ancora venti anni or sono, è che il pianeta è nella parola, è nella parola originaria, è in viaggio. E il pianeta non è sotto l’idea dell’impero, sotto l’idea di morte. Tenendo conto dell’approccio intellettuale, culturale e artistico, e non certamente religioso, che abbiamo dato a questo intervento, il pianeta è cattolico. Cattolico, non rispetto a papa Ratzinger. È cattolico, rispetto alla cultura, all’arte, alla modernità, al rinascimento.

Ecco io invito ciascuno di voi a venire alla Villa San Carlo Borromeo a Senago dove si tengono cose bellissime, mostre, master, che non si fanno né alla Bocconi né allo studio Ambrosetti né in nessuna altra parte e sono master in un’accezione nuovissima. C’è il master del brainworker, il master dell’art ambassador, il master del cifrematico, in questo periodo, e altri, come il congresso di cui abbiamo parlato, in giugno.