I nuovi orizzonti della psicanalisi
rassegna stampa

 

Il debutto dell'Associazione la cifra con l'intervento di Armando Verdiglione

Occorre sfrondare la psicanalisi di ogni velleità scientifica e genericamente terapeutica perché non si può cristallizzare ciò che è fluido, né ingabbiare in assiomi quanto sfugge a ogni pretesa sistematica, vale a dire l'interiorità di ciascuno. Ne è convinto Armando Verdiglione, 53 anni, esploratore solitario del maestro viennese. Venerdì sera era al Ritotto del Verdi, su invito dell'Associazione psicanalitica di Pordenone la cifra, per tratteggiare un identikit della "sua" psicanalisi. Lo ha fatto con parole incastonate in frasi dal sapore sibillino e dalla struttura ridotta all'osso, spesso prive di legami evidenti con l'enunciato successivo: probabilmete dettate dal suo rifiuto d'imprigionare in un discorso sistematico quella che considera l'unicità e specificità della parola.
Così abbiamo raggranellato alcuni "flash" dello studioso calabrese che si definisce di "formazione cattolica e appartenente alla razza dei fondatori" senza tuttavia spirare a far parte della "casta laicista degli intellettuali". Ma un'altra "casta" è particolarmente invisa a Verdiglione: quella "degli psichiatri e psicologi che trattano il disagio come malattia mentale": perché il disagio non va soffocato in quanto "è il primo indizio di un personale cammino che ciascuno deve percorrere".

Respinge l'accusa di usare un linguagugio critico, accessibile a un esclusivo circolo d'iniziati: "La mia non è una religione perché non ho la pretesa di dettare la verità a nessuno — afferma —. Ciascuno deve trovare la sua strada attraverso una ricerca personale. Inoltre i concetti facili sono pericolosi e, come la pubblicità è il luogo comune, rappresentano la morte dello spirito". Verdiglione lascia poi cadere verdetti corrucciati sull'epoca odierna che definisce "della morte bianca, avversa all'intellettualità e all'intelligenza" e anche qualche doccia fredda: a esempio, l'abolizione dei manicomi per lui non è che "il sintomo della riduzione del mondo a un grande ospedale psichiatrico".
Non manca neppure un accenno al sessantotto, assurto ormai a simbolo di ogni rottura col passato. Cosa ci si poteva attendere da Verdiglione se non il capovolgimernto a 180 gradi di questo assioma? Così da ventata di novità diviene "grande reviviscenza di ricordi", rigurgito di "colpi di Stato" quali furono per lui le rivoluzioni francese e sovietica. Dalla desolazione sessantottesca all'inevitabile "implosione" degli anni Ottanta "segnata dalla droga" e dalla massificazione televisiva.

Ma sarebbe ingiusto dimenticare che Verdiglione è riuscito a riunire intorno ai tavoli dei suoi convegni il Gotha della cultura internazionale. Ci limitiamo a citare Eugène Ionesco e Jorge Luis Borges. Il filosofo Vittorio Mathieu e il dissidente sovietico Vladimir Bukovskij.

Che dire poi del processo dell'86 in cui fu condannato a quattro anni di carcere sotto l'accusa di estorsione e circonvenzione d'incapace? "La circonvenzione è un delitto inesistente — è la risposta di Verdiglione — perché lo è la pretesa di condannare l'influenza della parola. In realtà il mio fu un processo d'ispirazione ideologica, preceduto da una campagna di stampa ostile che anticipò tutti i capi d'accusa che mi furono successivamente rivolti".

Caterina Diemoz, "Messaggero Veneto", domenica 11 maggio 1997