Malattia psichica? No, meglio dire "disagio"
rassegna stampa

 

INCONTRO CON VERDIGLIONE - "Il ruolo del terapeuta consiste nell'ascoltare senza interpretare"

Le grandi malattie dell'anima rinnovano l'uomo e ne ampliano gli orizzonti interiori. Parole, riassumibili nel trito detto popolare "genio e sregolatezza", che echeggiano in poeti e pensatori di ogni tempo. Come farebbero loro, Armando Verdiglione, psicanalista, linguista, scrittore e promoter di numerosi congressi internazionali, ripudia il termine "malattia psichica", che preferisce sostituire con "disagio". E non è un mero scambio di termini, ma una chiave per comprendere un modo inusuale d'intendere la salute e la cura. Verdiglione, infatti, cancella con un colpo di spugna ogni pretesa di psichiatri e psicologi di "curare" l'intelletto con gli strumenti della psicanalisi o, peggio ancora, con reiterate somministrazioni di psicofarmaci, che pone sullo stesso piano delle droghe.
E allora, quale cura? Ce ne parla lui stesso, di passaggio in città per presentare un congresso su questo tema che si terrà nella sede della sua associazione cifrematica internazionale, a Senago (Milano) dal 28 al 30 novembre. "Dove il disagio esiste, la cura per affrontarlo dev'essere cura intellettuale — esordisce lo psicanalista calabrese — perché chi patisce il disagio ha un'esigenza intellettuale misconosciuta. Occorre, dunque, trattare la 'malattia' come una virtù e aiutare la persona a individuare la strada su cui dirigerla".

Ma quale sbocco può avere il disagio in quel vivaio di mille nevrosi che è la realtà odierna?
"L'intelletto. La sofferenza è ricerca del vero, e il vero sta nella bellezza, nelle sue molteplici espressioni: l'arte, la musica, la poesia. Per questo ai miei convegni non troverete medici o psichiatri, ma intellettuali di spicco provenienti da ogni parte del mondo. Perché la cura è la ricerca di valori che ognuno compie attraverso un proprio itinerario".

Qual è il suo ruolo di terapeuta all'interno di questo processo?
"Ascoltare l'altro senza interpretare: un'operazione presuntuosa e talvolta rischiosa. Sembra semplice, ma è, invece molto difficile. Così ho sottratto a un triste destino molte persone in balìa di droghe e di psicofarmaci".

Veniamo all'attuale quadro politico, con cui anche la cultura deve fare i conti. Come lo vede?
"Difficile fare cultura in un Paese che si alimenta di pettegolezzi. Basta vedere lo spazio che ogni giorno dedicano a questo argomento i media. Ai politici rimprovero soprattutto la scarsa attenzione ai valori culturali. L'integrazione europea di cui tanto si parla, prima ancora che sull'economia e sulla politica, poggia su queste basi".

Caterina Diemoz, "Messaggeo Veneto", sabato 22 novembre 1997