Padre Roberto Busa: "Il computer? È il nipotino di Dio".
rassegna stampa
 

Questo pomeriggio a Pordenone e domani a Udine il gesuita ottantasettenne parlerà di Internet, del capitale intellettuale nella banca e nell'impresa.

Il computer? È il nipotino di Dio. E Intenet? Va usato nella misura in cui torna utile. Per molti è ancora un "corpo estraneo", ma non durerà a lungo. La pensa così un gesuita di 87 anni che da oltre mezzo secolo vive in mezzo ai calcolatori, un tempo armadi gianteschi, oggi minuscoli oggetti che si possono tenere nel palmo di una mano. "Anche gli uomini con il passare del tempo si rimpiccioliscono, no?", scherza padre Roberto Busa che oggi, alle 17.30 nella sala conferenze del Palazzo Montereale Mantica a Pordenone parlerà di Internet e Dio, con particolare riferimento al capitale intellettuale nella banca e nell'impresa. Domani, altra città, altro tema: alle 18, nella sala consiliare della Provincia di Udine (Palazzo Belgrado), parlerà di informatica, di globalizzazione e di psicanalisi.
E Trieste, città della scienza? "Non ci vengo perché non mi hanno invitato — spiega —. Eppure costo poco". Quanto? "Il biglietto del treno, andata e ritorno da Gallarate, dove abito". Come ci si sente a parlare di informatica con capelli bianchi e tonaca? "Come mi vede io mi trovo benissimo. Alla borsa valori forse potri sembrare una specie di "dromedario". È solo una questione di punti di vista".


Perché il computer è il nipotino di Dio? Perché è un prodotto della sapienza umana e l'uomo è la creatura del Signore". Se lo dice lui nato a Vicenza nel 1913, ordinato sacerdote nel '40 e da lungo tempo studioso e ricercatore (insegna Filosofia scolastica alla facoltà dell'Aloisianum, Linguistica ed ermeneutica computazionale alla Cattolica di Milano e alla Gregoriana di Roma), e che fin dal 49, a New York, ha collaborato con l'IBM, c'è da credergli. In America quest'uomo colto, arguto e spiritoso come pochi altri, non ha assistito solo all'alba dell'informatica, ha trovato anche l'abbrivio per iniziare l'opera della sua vita, ovvero l'analisi computerizzata, attraverso gli ipertesti (Internet ha insegnato a tutti che cosa sono, ma in passato erano fantascienza), degli 11 milioni di parole latine che compongono l'Opera Omnia di San Tommaso d'Aquino.


L'Index Thomisticus, raccolto in ben 56 volumi, dal '92 può essere consultato anche in Cd-rom, grazie alle tecnologie di compressione dei dati oggi disponibili. L'interesse di padre Busa per il linguaggio scritto e per le parole va oltre: spesso si diverte a interpretare in modo suo il significato dei termini oggi sulla bocca di tutti. "Mi diverto a trasformarmi in una specie di juke-box: inserisci una parola, esce fuori uno dei suoi possibili significati".
Qualche esempio. Hacker: sono angeli diventati demoni. Globalizzazione: trasmettere da Trieste (o da Sgonico) un'informazione e ritrovarla dall'altra parte del mondo un istante dopo. Tecnologia: è la scienza che farà aumentare o diminuire il divario fra ricchi e poveri? Tra chi ha il terrore di ingrassare e chi cerca di non morire di fame? Inflazione: termine buffo che significa il contrario di quel che si immagina. Usura: nel Medioevo voleva dire: "mettere il denaro a frutto", oggi ha assunto un significato preoccupante.
Il juke-box potrebbe suonare ancora molto a lungo. Tra tutte però c'è una parola molto cara a Padre Busa: è temperanza, uno dei principi cardine nella filosofia di San Tommaso. "Principio caro anche ad Antonio Fazio — aggiunge il gesuita-informatico — il governatore della Banca d'Italia che ho incontrato a Roccasecca (dove nel 1221 è nato il teologo e filosofo, N. d. R.). Anche lui legge Tommaso d'Aquino".
Non finisce qui. Un anno fa Padre Busa ha avviato a Tblisi, in Georgia, e pochi mesi fa a Tirana, in Albania, studi e ricerche di ermeneutica computerizzata nelle rispettive lingue. "Ho ancora tanto da fare — aggiunge Padre Busa — per concludere il lavoro su San Tommaso devo scrivere ancora cinque libri. Il problema è che mi piace ancora tanto girare e raccontare quel che ho imparato. Dall'umanesimo all'intelligenza artificiale, o viceversa". In fondo è "soltanto" una questione di conoscenza.


Elena Marco, "Il Piccolo", mercoledì 7 febbraio 2001