Conversazione con Tullio Avoledo

 

Antonella Silvestrini Benvenuti a questo incontro che abbiamo chiamato Conversazione con Tullio Avoledo, proprio perché sia una conversazione anche con voi. Questa sarà l'occasione per presentare il suo terzo romanzo Lo stato dell'unione. Come sapete nel 2003 è uscito il suo primo lavoro, L'elenco telefonico di Atlantide, edito da Sironi, quindi Mare di Bering e, poi, a gennaio di quest'anno, Lo stato dell'unione. A novembre, per Einaudi, uscirà il quarto romanzo che si intitola Tre sono le cose misteriose, di cui, poi, ci leggerà qualcosa in anteprima.

            È la prima volta che il giardino di villa Galvani ospita un appuntamento culturale o artistico. È interessante valorizzare ciascun angolo della nostra città. Forse, ci ha ispirati Antonio Vangelli le cui opere avete potuto apprezzare all'interno della villa.

            Come di consueto, ringraziamo le istituzioni che hanno collaborato all'avvenimento: la Provincia e, soprattutto, il Comune di Pordenone. L'assessore Cudin è qui tra noi e a lui va un ringraziamento particolare. Ringraziamo le molte aziende che sostengono il programma delle nostre attività: Reale Mutua, Palazzetti, Enface, TICI, il Ristorante Fratelli Martin, Executive, Regia e Libra.

            Trovo di estremo interesse il caso di Tullio Avoledo, innanzitutto perché mette in discussione qualsiasi pregiudizio o idealità rispetto alla scrittura o alla letteratura, nel senso che ci fa constatare che per scrivere come lui scrive, con incredibile respiro internazionale, senza assolutamente nulla di provinciale, non serve vivere in una metropoli. Così come non serve fare una vita tranquilla e isolata nella torre eburnea, lontano da tutto. Quindi non c'è un luogo della scrittura ideale e non c'è neanche un tempo per la scrittura ideale. Infatti, Tullio Avoledo non dedica la sua vita, la sua giornata, interamente alla scrittura. Lavora nell'ufficio legale della Banca Popolare FriulAdria, quindi ha una giornata ricca di impegni.  Ha una bella famiglia, due bambini piccoli e in questo libro, come negli altri, si ascolta un'assoluta attenzione al linguaggio dei bambini, alle loro scoperte. E lui tutto questo lo scrive.

            Quindi, la sua lezione è che non c'è cosa che tolga spazio o tempo a un'altra, anzi, ciascuna cosa entra nella scrittura, entra nel romanzo, entra nella casa del romanzo e trova ospitalità. Questo “infinito” senza confini forse piacerebbe a Lucrezio. In effetti, si ascolta questa libertà della sua giornata nel romanzo in cui la storia, la politica, la poesia, la letteratura, la musica, ciascuna cosa si trova intrecciata nella trama in modo assolutamente inedito.

            Comincio a porti subito qualche questione: "Come sei approdato a questo?".

 

Tullio Avoledo Grazie per essere venuti così numerosi. È sempre un piacere tornare a Pordenone anche perché conosco la strada.

            Come si arriva alla scrittura? Una delle tre cose misteriose che qui posso indicare è che per scrivere bisogna scrivere. Tanti dicono che vogliono scrivere, ma non compiono il passo definitivo che è quello di scrivere. Conosco moltissime persone — alcune mi avvicinano dopo una presentazione o alla Fiera del libro — che mi dicono: "Anch'io avrei un romanzo strepitoso da scrivere". Io rispondo che il primo passo è scriverlo. Io ho cominciato proprio così: non avevo scritto quasi nulla, a parte qualche articolo per giornali o qualche sceneggiatura per il cinema. Posso dire di aver cominciato a scrivere per il cinema, negli anni settanta, in un momento in cui praticamente il cinema italiano era morto. Si produceva pochissimo e quel poco che si produceva non aveva mercato. Quindi venivo pagato poco ed era frustrante perché facevo sceneggiature per film che non venivano poi trasferiti sullo schermo. Credo che il talento dello sceneggiatore mi sia rimasto. Infatti in seguito, anche se non me ne rendevo conto, mentre scrivevo i primi tre romanzi, in realtà stavo girando dei film. Questi libri sono di fatto tre film che, anziché su celluloide o su qualche altro supporto digitale, sono su carta. Però io li considero dei film e credo che se un regista volesse trarne del materiale, avrebbe il lavoro molto agevolato.

            Ho cominciato a scrivere in un periodo di disastro totale, nel senso che, per una delle sventure che capitano sempre più di frequente nell'economia italiana, la mia banca è stata incorporata in un gruppo bancario colossale e, di conseguenza, ho dovuto trascorrere un lungo periodo di addestramento e formazione a Milano, alloggiando in un residence.

            Vivevo momenti tristissimi il sabato o la domenica sera, quando dovevo partire. Abbracciavo mio figlio, aveva 4 anni, e sembrava sempre l'addio di Ettore e Andromaca sulle mura di Troia, con il piccolo Astianatte. È un'immagine che ricorre nei miei libri perché mi sembrava veramente di partire per la guerra. Tra l'altro, nonostante fosse estate, mi sono ammalato, forse per motivi psicosomatici, una bronchite si è trasformata in broncopolmonite. Invece di stare a casa con la famiglia a godermi le serate della domenica, quei momenti da assaporare fino all'ultima goccia, ero costretto a prendere un treno e andare a Milano in un residence molto spartano. Spartano è un eufemismo: era proprio squallido. Però, avevo due risorse: molto tempo libero (la sera non mi andava di girare da solo per Milano), e un computer con il collegamento a internet: favoloso, perché consente di accedere a moltissime notizie. Per esempio in questo periodo sto leggendo una biografia di Giulio Verne e ho scoperto che era un uomo molto triste, faceva una vita squallida in case isolate e buie, e sapete qual è stato il momento di massima gioia della sua vita? Non quando ha ricevuto la nomina alla Academie Française, no, quando ha scoperto il Baedeker, una di quelle famose guide rosse degli Stati Uniti d'America. Così, in uno stato di totale esaltazione, per giorni e giorni ha scritto agli amici che, finalmente, non doveva più inventarsi gli orari dei treni. Finalmente sapeva a che ora un treno partiva da Pittsburg e arrivava a Filadelfia e di quanti vagoni era composto. Per lui, conoscere queste notizie, era il massimo della gioia. Io lo capisco. A distanza di 100 anni si è creata una comunicazione istantanea, strepitosa, tra me e Giulio Verne, perché ho capito il piacere che provava. Infatti, e qui mi ricollego al computer collegato a internet nel residence di Milano, dalla mia camera potevo mettermi in contatto con il mondo intero, cosa che solo dieci anni prima non sarebbe stata possibile. Avevo a portata di mano una grande quantità di informazioni. Per esempio, l'altro giorno avevo bisogno di sapere come è fatto il rapporto di un poliziotto della polizia di San Francisco e ho potuto accedere all'elenco dei distretti e conoscere i nomi e le carriere dei dirigenti, ho potuto vedere come sono fatte le loro auto, il loro stemma. Quindi, c'è una libertà estrema, non esiste più una cella dove è rinchiusa la nostra vita. Oggi abbiamo a disposizione una palla meccanica che può sfondare tutti i muri, possiamo accedere all'informazione globale.

            Io mi trovavo in una situazione di clausura, di vita quasi monacale per cinque sere alla settimana e, nel contempo, avevo il mondo davanti a me. Da lì è nato tutto. In realtà, l'interesse per lo scrivere, che avevo abbandonato da anni, mi era tornato qualche mese prima, quando avevo seguito un corso di "scrittura interattiva". Un corso dove i lettori si incontrano, parlano di libri e si confrontano sulle loro esperienze di scrittura. In seguito, ho avuto il tempo per scrivere, ho avuto i mezzi per documentarmi su quello che scrivevo e così è nato L'elenco telefonico di Atlantide. Per quanto questo mio primo libro sia stato considerato una congerie di elementi fantastici, sfido chiunque a trovare un dato che non sia corretto e verificato. Non mi riferisco ai protagonisti immaginari, ma ai personaggi storici e alle loro vicende, agli elementi geografici. Sono tutti verificati. È stato un lavoro di fantasia ma, allo stesso tempo, documentato. In breve, l'ho già affermato altre volte e credo sia la definizione più felice, per me l'esperienza di scrittura equivaleva allo scavare un tunnel per evadere dalla prigione della mia vita. In seguito ho aggiunto un corollario: speravo portasse alla spiaggia dorata di un paradiso fiscale, invece, portava a una casa editrice. Non è proprio la stessa cosa, comunque mi ha condotto all’evasione in un momento in cui avevo forte bisogno di respirare. Quindi, sono diventato scrittore per necessità e un po' per caso.

 

Antonella Silvestrini E quando scrivi?

 

Tullio Avoledo Per scrivere, come per giocare a tennis, bisogna evitare gli errori di impostazione. È un errore stare alla finestra e aspettare l'ispirazione. L'ispirazione ti macina dentro, ti lavora dentro. Capita che una buona idea mi venga in mente al mattino, mentre vado al lavoro, oppure alle 11 mentre prendo un caffè, e non la tocco fino alla sera. Quando la metto sulla carta, alla sera, è già strutturata. Mi stupisco nel vedere quanta rielaborazione ci sia da parte degli altri scrittori che conosco. Invece nei miei lavori c'è sì un lavoro di taglio, di asciugatura ma, in realtà, i dialoghi sono già subito buoni. Penso che tra la prima stesura di una mia pagina e quella definitiva ci sia solo un 5% di variazione, perché nasce da una elaborazione che si sviluppa già durante la giornata.

            Un altro aspetto è che talora non scrivo per settimane. In questo periodo non ho scritto per due settimane e, appena ne ho avuto tempo, ho scritto tre capitoli, di getto, e, secondo me, buoni. Quindi, importante non è tanto la quantità di tempo, ma la qualità del tempo che dedico allo scrivere e il fatto di giungere a lavorare su un testo già elaborato, e, forse, nell'inconscio già decantato. Mi spiego meglio. Ci sono due modi di lavorare: si può avere una buona idea alla mattina e scriverla subito. Invece, a me capita, durante la giornata, di pensare, riflettere, lavorare mentalmente sul testo e trovare già delle soluzioni valide ancora prima di stenderlo sulla pagina. Il dramma, piuttosto, è quando alle 11 di sera, mentre avrei voglia di andare dormire, mi ritrovo alcune pagine da scrivere e non ho tempo per farlo. Però, quella pagina, magari, si ripresenta pronta il giorno dopo.

            Questa modalità potrebbe far credere che io sia uno scrittore molto veloce. In realtà, sono lento. Esco con due libri all’anno e poi, per un anno, non scrivo nulla. Come se avessi bisogno di un anno di pausa per lavorare ai due libri dell'anno successivo. Poi, magari, non scrivo per tre anni perché non ho niente di importante da dire. È un metodo di lavoro bizzarro. Dovrei essere sempre attaccato al computer per sfornare libri, invece, ho questi tempi strani, seppur logici per la mia particolarità e anomalia.

 

Antonella Silvestrini E i personaggi? Tu pensi a una trama, a una storia e nella giornata arricchisci i vari elementi, oppure...

 

Tullio Avoledo No, no. Magari! Per esempio, quando ho scritto L'elenco telefonico di Atlantide, a un certo punto c'erano dei protagonisti che entravano nel testo e non riuscivo a capire perché. Con Il mare di Bering è successa una cosa ancora più strana: sono partito dall'immagine di un ragazzo che viaggia su un'automobile scassata, in un paesaggio di nuvole e montagne e, procedendo, questo personaggio cominciava a parlarmi. Io non lo inventavo, lo raccontavo mentre lui mi parlava. È una cosa abbastanza strana, in realtà, i miei personaggi non sono inventati e, probabilmente, si alimentano di vita propria. Vivono, mi dicono cosa fanno, come si vestono. Rabo Mishkin, per esempio, è talmente prepotente che ho dovuto farlo entrare anche nel terzo libro, si è inventato da solo. Non serviva all'economia del libro ma, a un certo punto è arrivato, si è piantato lì e ho dovuto dedicargli attenzione, scrivere delle pagine su di lui, è un personaggio di una prepotenza incredibile. Certe volte mi trovo cavalcato dagli spiriti, come nel voodoo indiano. Mi ero quasi convinto di dover entrare in terapia per questo fatto quando poi, leggendo l’autobiografia di Martin Amis, uno scrittore che mi piace moltissimo, anche se ultimamente in declino, ho scoperto, con grande felicità, che suo padre, Kingsley Amis, anch’egli scrittore e sicuramente più bravo del figlio, aveva le stesse modalità. Lui diceva, al mattino, mentre scendeva per fare colazione "Ah, Martin, finalmente! Ieri notte ho capito perché quel personaggio ha detto quella cosa. Ho capito perché quella signora è comparsa in quel momento". Quindi, anche lui, non aveva il controllo totale dei personaggi. Io trovo che i libri in cui l'autore ha il controllo totale sulle trame e sui personaggi siano libri molto artificiali; non hanno l'alone della verità, neanche della verosimiglianza. Ken Follet, per esempio, è uno scrittore dalla tecnica sopraffina: introduce un determinato personaggio a un certo punto della trama perché dovrà servirgli in un capitolo successivo. Questo denota una bravura mostruosa, però è un metodo di lavoro diverso. Io lascio più libertà ai personaggi e alle trame, se poi riescono un po' sconclusionate, pazienza.

 

Antonella Silvestrini John Fowles nel The French Lieutenant’s Woman, L'amante del tenente francese, a un certo punto interviene come autore e dice che i personaggi che lui avrebbe voluto facessero una certa cosa, invece, si sono imposti e ne hanno fatta un'altra. Ma, del resto, questa è l’umiltà dello scrittore, che accoglie ciò che arriva. Non c'è una facoltà dello scrittore se non l'umiltà e l'abilità di accogliere quello che arriva e di raccontarlo. Mi piace molto quello che dici e lo si può leggere anche nelle pagine di ringraziamento. In fondo a tutti e tre i libri, Tullio Avoledo ha scritto pagine di ringraziamento molto belle. Leggo quella da Lo stato dell'unione, che mi è piaciuta molto. Capirete perché ho parlato di umiltà, che non ha niente a che fare con la modestia.

 

            Questo è il mio terzo libro. Come passa il tempo.

            Tre libri sono tanti? Sono pochi? Dipende. Per me sono state altrettante tappe di un viaggio in un mondo che non conoscevo e in cui facilmente avrei potuto perdermi, da solo. Fortunatamente ho potuto contare sull'aiuto di persone straordinarie, alcune delle quali considero ormai degli amici.

            Un grazie va alla mia famiglia, che ha accettato di dividermi con la letteratura. Comincio a sdebitarmi come posso con loro dedicando questo libro a mio figlio Francesco, grande amico e grande narratore, a cui devo diverse battute pronunciate dai bambini in questo libro, nonché l'utilissimo aggettivo "zeresimo". 

 

Tullio Avoledo A un certo punto un bambino dice: "Lo zeresimo momento".

 

Antonella Silvestrini Grazie a Chuck Palahniuk per la più bella lettera che un autore alla prima pubblicazione possa aspettarsi di ricevere dal suo scrittore preferito. E per le spille di plastica argentata, i tatuaggi temporanei, le bustine di semi, i denti da vampiro e tutto il resto…

            Grazie a Marco Mancassola per avermi fatto ascoltare per la prima volta Take your time di B. Fleischmann. A Giulio Mozzi, per avermi prestato ancora una volta L'ispettore Dalcielo (oltre che per tutto il resto), a Joseph O'Connor per la sua disponibilità e per l'esilarante racconto di una gita fuori stagione a Torcello, a Giuseppe Genna, per un sacco di buoni motivi, a Giorgio e Roberta Faletti per la loro amicizia.

            Grazie infine a Paola Borgonovo, impeccabile editor, senza la quale Aurelia sarebbe scesa troppe volte dall'auto, un sabato si sarebbe trasformato di colpo in domenica e certi personaggi avrebbero avuto tre mani. Grazie, insomma, per avere impedito che questo romanzo sembrasse ambientato nel mondo di Harry Potter.

            Gli oceani si saranno asciugati e l'Everest sarà diventato piatto come una tavola prima che io abbia potuto ripagare il mio debito di gratitudine verso la vita e verso tutte le persone che l'hanno resa possibile e bella.

 

Tullio Avoledo Va detto che fin da quando ero “piccolo” avrei voluto pubblicare un libro, però anch'io ero tra quelli che non si decidevano a scriverlo. Quindi arrivare a 40 anni a coronare un sogno d'infanzia è stata veramente una cosa bellissima. A proposito di questi ringraziamenti devo dire poi che, di solito, non si ringrazia l'editor. È un peccato, perché l'editor è una delle persone veramente indispensabili. Si arriva a un momento in cui, dopo aver lavorato per un anno su di un libro, dopo averlo rivisto 7 o 8 volte, magari quel testo non ti piace più. Finché non è stampato, ogni volta che guardi il dattiloscritto provi un senso di repulsione. Subentra una dinamica per cui accetti veramente tutto da quel testo. La repulsione è tale che non hai più voglia di toccarlo e dici: "Vai benissimo così!". Il fatto delle tre mani era successo anche a Dumas padre: un personaggio con la destra dava un colpo di spada, con la sinistra reggeva lo scudo, con la terza si faceva strada in mezzo ai nemici.

            I giorni, poi, sono terribili, soprattutto quando si complica la trama con i flashback, una tecnica che io adotto spesso. Capita di saltare un giorno o di avere una settimana con due venerdì. Per evitare questi errori il lavoro dell'editor è fondamentale, ma nessuno lo ringrazia perché si dice: " Ha fatto solo il suo lavoro".  Ma è un lavoro importantissimo perché impedisce di fare brutte figure. Ho imparato ad apprezzare talmente il lavoro dell'editor che posso affermare: se rinasco, invece dello scrittore farò l'editor. È un lavoro bello e socialmente utile. Non mi stancherò mai di ringraziare l'editor a meno che non diventi spocchioso fuori misura. Intanto, già i ringraziamenti si riducono di volta in volta fino, forse, al momento in cui uno ringrazia solo se stesso perché "è il miglior scrittore del mondo". Spero di non arrivare mai a questo, ma temo che il rischio sia sempre in agguato.

 

Antonella Silvestrini Adesso parliamo de Lo Stato dell'unione, il libro che presentiamo questa sera. Tu certamente sei un grande lettore di letteratura americana, inglese, francese...

 

Tullio Avoledo Anche australiana e islandese.

 

Antonella Silvestrini E comunque i tuoi libri sono molto ricchi di fantascienza, di riferimenti a mondi paralleli, tecnologie, ecc. Ho letto qualche tua intervista in cui tu affermi che non ci sono messaggi didattici, non c'è finalismo nei tuoi libri. Tuttavia, questo libro reca un messaggio importante. Al di là dei riferimenti storici o politici, che possono non essere per forza realistici, c'è comunque un messaggio, ed è la parodia dell'idea di trovare la propria origine, che sarebbe la via facile per fondare un'identità e, quindi, arrogarsi il diritto di dire e di fare quel che si vuole: la base del potere. Leggevo in un articolo sul "Sole 24ore" che alcuni scienziati affermano che il primo uomo non viene dall'Africa, bensì dalla Cina e il nazionalismo cinese sta sostenendo a gran voce questa teoria. Questo capita spesso: quando uno ritiene di sapere da dove viene e che la sua origine sia buona o cattiva, vive senza umiltà.

 

Tullio Avoledo In realtà, ne Lo Stato dell'unione i messaggi sono molti e nessuno, nel senso che non volevo dire nulla. Se avessi voluto mandare un messaggio avrei scritto un pamphlet politico o un articolo. Tuttavia, ho voluto stuzzicare sia me stesso che il lettore su alcuni punti interessanti. La più grande soddisfazione me l'ha fornita un giornalista di sinistra che mi ha detto: "Sai, devo dirti che mi hai spaventato, perché, a un certo punto, mi sono trovato a pensare che ha ragione la Martinelli". In effetti, bisogna spiazzare il lettore portandolo un po' a spasso, finché si dimentica che sta leggendo un libro e, all'improvviso, toccare le sue corde sensibili con un “colpo” che lo conduca a riflettere.

 

Antonella Silvestrini Come i paradossi di Swift.

 

Tullio Avoledo Esatto. Quando, per esempio, uno scrittore inglese consiglia agli irlandesi di mangiare i loro bambini per risolvere il problema della carestia, dice una scelleratezza talmente paradossale che fa riflettere: ti mette a gambe all'aria e ti costringe a guardare il mondo da una prospettiva diversa.

            Ma torniamo ai messaggi di questo libro e facciamo riferimento ai cinesi. Gli esperimenti nucleari cinesi vengono fatti in un deserto ai confini con la Mongolia e non a caso. Li fanno in una zona dove alcuni ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di sepolcri di uomini di razza bianca, con caratteristiche somatiche caucasiche, come dicono gli americani. Io penso, allora, che gli esperimenti vengono fatti per nascondere eventuali tracce di razza bianca perché il nazionalismo piace a qualunque paese. La crisi economica porta un tasso di intolleranza e di avversione per il nemico che definirei fisiologica. Ogni regime si fonda sull'odio di qualcuno verso qualcuno altro, sull’eliminazione di qualcuno dal corpo sociale, dopo aver evidenziato il bubbone del male. Già lo facevano i monatti al tempo delle pestilenze. In seguito, i nazisti lo hanno fatto con gli ebrei. Questo mi fa paura. Per esempio, in questo momento, sono ancora sotto l'influsso di un libro di uno scrittore argentino, un economista, forse di origine italiana, Walter Graziano; un libro dal titolo tremendo: Hitler ha vinto la guerra. Si può pensare che sia un libro di fantascienza, in realtà introduce e analizza alcuni argomenti che fanno rabbrividire. Attraverso l'analisi di questi argomenti si comincia a leggere i giornali in maniera un po' più attenta. Avete notato quanti segnali di odio verso i cinesi ci sono sui giornali ultimamente? Sul "Magazine" del "Corriere della sera" di giovedì scorso era scritto: "I cinesi invadono l'Europa con sciami di informatori". Come se ogni cinese che troviamo al ristorante fosse venuto qui per raccogliere informazioni. È il "pericolo giallo" di Mussolini. È una cosa che nasce così, dal nulla? Le redazioni dei giornali, di punto in bianco, si sono accorte dei cinesi? No! Leggendo Hitler ha vinto la guerra mi sono reso conto che ci sono delle manipolazioni. Bisognerebbe leggere le notizie dieci anni dopo, per vedere quale uso ne è stato fatto. E allora qualche scienziato, qualche politico, qualche militare che dieci anni prima, in America, puntava il dito su qualcuno, dieci anni dopo, lui stesso è vittima di guerre, di aggressione o di un attentato. In questo momento credo di aver capito che, nel giro di cinque o sei anni, dovremo prepararci a fare la guerra alla Cina, o ad assistere gli Stati Uniti che fanno guerra alla Cina. Fantascienza? Non lo so. Ne riparleremo fra cinque anni. Però, quando si analizza il fatto che alcune teorie economiche promulgate da università americane, già demolite dagli economisti trent'anni fa, vengono ancora applicate in paesi del terzo mondo come l'Argentina o in un paese che rischiava di diventare del terzo mondo come l'Inghilterra di Margaret Thatcher, si comincia a riflettere e a pensare che, per esempio, le teorie economiche non sono neutre, asettiche, accademiche, sono invece teorie che provocano morte e distruzione.

            Con questo libro mi interessa dire che la storia non è innocua. Ci sono periodi storici che andrebbero trattati come si trattano le scorie radioattive, cioè manipolati solamente da persone in grado di farlo. Vorrei citare Hitler. Appena è salito al potere, ha subito provveduto a curare l'estetica delle SS e delle SA, a curare la scenografia e l'iconografia, ha compiuto un capolavoro di estetica rivolgendosi ai più bravi stilisti dell'epoca. Un’estetica dietro alla quale si sono commesse atrocità. Ha organizzato quelle che all'epoca apparivano carnevalate, come le parate in costume per le vie di Monaco e di Norimberga, con i cavalieri teutonici di cartone che reggevano le svastiche. Tutte cose che all'epoca facevano ridere. Non così dieci anni dopo. Io cito sempre, come esempio, un'enciclopedia tedesca che nel 1928 riportava alla voce Adolf Hitler: “Agitatore austriaco arrestato dopo un tentativo fallito di colpo di stato”. Potete immaginarvi cosa c'era scritto nella stessa enciclopedia nel 1933, con Hitler al potere: tutt’ altra musica.

            Quindi, non ci sono messaggi veri e propri in questo libro, però, quello che vorrei che il lettore tenesse presente è la pericolosità di certi fatti apparentemente folkloristici. Niente di quello che viene fatto è innocuo e, al tempo stesso, si può convincere l'opinione pubblica di qualsiasi cosa. Abbiamo fatto una guerra in Iraq su presupposti fasulli, alla ricerca di armi di distruzione di massa che non c'erano. Si può inventare di tutto e, poi, convincere. Basta avere denaro, tempo e contare sull'assenza di memoria delle persone.

 

Antonella Silvestrini Basta che sia rassicurante. Come dice a un certo punto un personaggio del libro: “È chiaro che avrà successo, questa iniziativa, perché è molto rassicurante”.

            Rassicurante sarebbe avere un punto fisso, un'origine comune, in questo caso sarebbe l'origine celtica, da cui uno ritiene di essere partito, senza discussione.

            Leggendo i tuoi libri ci si accorge di un grande talento per i dialoghi, per la conversazione. In quest'ultimo libro ci sono più battute, forse, che negli altri, con ritmo più serrato. Chi sono i tuoi maestri in merito a questo?

 

Tullio Avoledo Ve li presento. Sono il maestro di destra e il maestro di sinistra: le mie orecchie, che conosco da tanti anni e sono diventate fedeli compagne. Mi aiutano moltissimo, basta tenerle bene aperte per cogliere elementi interessanti. Tutto qui. Quando leggo i libri della concorrenza, noto che ci sono dialoghi lunghi cinque o sei righe, dialoghi perfetti, con i congiuntivi al posto giusto. Sfido chiunque a sostenere questi dialoghi nella vita di tutti i giorni. Una volta ho detto a uno scrittore che conosco: “Se il tuo personaggio avesse pronunciato quella frase sarebbe morto d'infarto prima di terminarla o gli sarebbe mancato il fiato”.

            Io, quando scrivo i dialoghi, prima li asciugo da ogni lungaggine, poi li rileggo ad alta voce cronometrandoli.

            Una signora simpaticissima che ho conosciuto a Milano a una fiera mi ha detto: "Ah, doveva vedere cosa c'era qui fino all'altro giorno. Un caos, con gli elettricisti che mettevano a posto lo stand, era un vero “Circolo Barlum”. Da "Circo Barnum" a "Circolo Barlum". Una simile chicca andrebbe pagata. Avrei dovuto dare alla signora 20 euro e ringraziarla, perché "Circolo Barlum" mi piace proprio. Prima o poi lo inserirò in un libro.

            Ci sono conversazioni surreali tra "morosi" alla stazione, mentre aspettano un treno, masticano una cicca e parlano senza guardarsi, fissando il vuoto: "Allora, quanto manca?". "Hai mandato l'sms?". Si colgono solamente ascoltando. Se io dovessi pagare i diritti d'autore per tutte le battute che ho rubato per strada sarei povero in canna. Le modifico, le limo un po', come il numero di matricola di un'auto rubata. Però, penso che, alla fine, chi le pronuncia possa riconoscersi. C'è stato un periodo in cui, mentre scrivevo questo libro, non mi invitavano più alle riunioni aziendali. Probabilmente, i colleghi avevano paura di dire qualcosa che sarebbe finito nel testo.

            Ho viaggiato in auto nel lungo tratto Torino-Verona con un concessionario della BMW che era esilarante per il modo in cui imbrogliava la gente al telefono. Ignaro del fatto che io scrivessi diceva: "Sì, quella macchina lì. Perfetta! Mai incidentata!". E, nel frattempo, faceva un segno di intesa alla segretaria che lo accompagnava. E poi: "Come? Suo figlio ha visto quella macchina lì? Ma è la stessa! Guardi, uguale spiaccicata!". Quell’uguale spiaccicata! vale perlomeno 35 euro. Lo userò, perché, in effetti, un’auto spiaccicata! è un'immagine potente. Era un personaggio. Neanche a descriverlo in un libro potreste credere che esista un personaggio del genere. Io, da quel giorno, prima di comprare un'auto nuova, ci penso su.

            Quindi, i dialoghi nascono dal contributo di questi miei aiutanti, l'orecchio destro e sinistro. Non serve inventarli. In alcuni libri ci sono bellissime battute ma, se sono inventate, te ne accorgi. In un libro di Raymond Chandler — se lo avessi conosciuto gli avrei detto che quella battuta non ci stava —, a un certo punto un personaggio dice: "Signora, calmatevi. Siete bianca come una vergine che ha passato una notte con i marinai ubriachi di un peschereccio". È una battuta anche bella da leggere, ma che nessuno pronuncerebbe mai. È troppo curata. Invece, si può buttare lì: "Signora, cazzo, quanto siete pallida! Avete passato la notte con i marinai ubriachi di un peschereccio?". In effetti, la battuta si può salvare, si può recuperare. Il bravo editor interviene qui. Purtroppo, i bravi editor stanno scomparendo. Io ho avuto la fortuna di trovarne due sicuramente bravi e uno che sto collaudando.

 

Antonella Silvestrini Tuttavia nei tuoi romanzi c'è molta poesia. Si sente che sei un lettore anche di poesia.

 

Tullio Avoledo Sì. Io sarei uno scrittore di poesie, se fossi capace di scrivere delle poesie decenti. Però, non è facile, anche se la poesia mi piace. Il fatto che ci siano dei poeti mi rallegra perché, per quanto male possa andare un mio libro, a un poeta va sempre peggio. Un libro che va male a me vende 100 volte tanto quello di un poeta che va alla grande. Comunque, io sono un lettore di poesia e ci sono degli ottimi poeti. Ne cito qualcuno: Costantino Kavafis, poeta greco moderno nato ad Alessandria d'Egitto, ingiustamente trascurato. Ha scritto, secondo me, alcune tra le più belle poesie. Ce n'è una in cui descrive le sensazioni di una coppia che si trova in una stanza sopra una taverna di pomeriggio. Vi assicuro che anche leggendo la traduzione, splendida, uno si sente lì. Sente il rumore, il fresco delle lenzuola, il caldo al di fuori delle veneziane, il vociare dei marinai che giocano a carte. Si è trasportati in un'altra dimensione. La poesia fa di questi miracoli. Ci sono alcune poesie di Tony Harrison, dedicate al padre o alla madre, che fanno miracoli. In dieci righe riescono a mostrare un mondo. Il romanzo non ce la fa. Non ha gli stessi tempi, non ha la stessa capacità. La poesia è uno strumento dalla potenza incredibile, molto spesso viene usato per scopi banali, ma quando viene usato bene, è meraviglioso. Ci sono poeti che, con due parole, cinque righe, un'assonanza, aprono dei mondi. È un dono. Proprio per questo motivo io mi nutro di poesia.

            Un poeta che non mi stanco mai di citare, perché vorrei che fosse riscoperto, è François Villon. È straordinario. La leggenda vuole che fosse un delinquente francese del XV secolo morto impiccato. In realtà, non è così. Mi piace il modo in cui mescolava i toni alti e i toni bassi. Era capace di dedicare sonetti a una prostituta con la stessa bravura con cui i cortigiani dell'epoca dedicavano sonetti alla Vergine. Era un Caravaggio della poesia: uno straordinario accostatore di temi alti e temi bassi. È questa anche la chiave del mio modo di scrivere: quindi, non potrei vivere senza la poesia, come non potrei vivere senza leggere romanzi.

 

Antonella Silvestrini Cosa pensi di Emily Dickinson? Tu concludi Lo stato dell'unione con le parole di Emily Dickinson. Dici che sono le ultime parole.

 

Tullio Avoledo Emily Dickinson ha dimostrato che si può volare molto lontano, molto in alto senza muoversi mai da quattro mura domestiche. Noi crediamo che sia importante viaggiare girando per il mondo. In realtà, uno può fare esplorazioni straordinarie anche senza mai muoversi da una vita molto ordinata. La Dickinson viveva una vita quasi monacale. Io sono affascinato dalla vita monacale, dal patrimonio che ci viene dai chiostri del medioevo. La Dickinson lo ha fatto in tempi molto più vicini a noi e poi era una scrittrice che sapeva distillare molto bene le parole. Arrivava a una precisione e a una densità di parole non comuni. Ci sono vari modi di scrivere poesie. Ci sono poeti che affascinano. Montale affascina perché è un giocoliere della parola. Anche poeti che hanno avuto un momento di gloria, come Quasimodo e come Neruda, sono giocolieri della parola, però, riuscire a distillare le parole e condensarle in versi che, secondo me, avranno un valore anche per i prossimi duemila o tremila anni, se si leggerà ancora poesia, non è da tutti. La Dickinson ce la fa, come altri poeti del passato. Non tutti ce la fanno. Ci sono poeti che hanno un successo limitato nel tempo. Chi di noi, oggi, andrebbe a rileggersi Quasimodo? Eppure, ha vinto il Nobel. Vi rendete conto? Chi era? Provate a leggere le poesie di Quasimodo! Non credo che Quasimodo, come Montale, verrà letto ancora fra un secolo. La Dickinson, sì, invece.

 

Antonella Silvestrini E i tuoi preferiti tra i poeti italiani?

 

Tullio Avoledo Tra i poeti italiani viventi io adoro Benedetti e Milo De Angelis. Poi, ci sono poeti morti, poeti morenti, poeti decrepiti. Ho avuto un pessimo rapporto con i poeti del passato perché la scuola me li ha fatti odiare. A scuola ho dovuto imparare a memoria Il sabato del villaggio e certe poesie di Carducci: poesie che si imparano a memoria e che non lasciano nulla, anzi fanno disamorare della poesia. A scuola ho dovuto imparare a memoria un canto dell'Iliade nella traduzione di Vincenzo Monti. Credo di poterlo ancora recitare a memoria, ma non ne vado fiero. I poeti italiani classici, purtroppo, mi sono venuti in odio per questo motivo però, salvo De Angelis, straordinario. Salvo Giovanni Giudici e qualcosa di Mario Luzi. Sono poeti che ho letto fino agli anni settanta. Non conosco la produzione successiva.

 

Antonella Silvestrini Ci sono pagine bellissime ne Lo Stato dell'unione in cui tu descrivi l'assurdo funzionamento, quindi il non funzionamento della segnaletica del palazzo della Regione. Sono pagine forse secondarie rispetto alla trama, però, di una precisione clinica incredibile. Sono scritte benissimo. Una pennellata. Altrettanto belle sono le pagine in cui racconti l'incontro su un aereo del protagonista, Alberto Mendini, con la moglie. Ora, ti faccio una domanda un po' provocatoria: perché ricorri alla fantascienza? Da queste pagine mi sembra che ci sia il talento per una trama che non ha bisogno della fantascienza o dei mondi paralleli.

 

Tullio Avoledo Nel mio quarto libro non c'è fantascienza. La trama è completamente realistica, anche troppo. Però, devo dire che mi sono divertito di meno a scriverlo perché sentivo che mi mancava un ingrediente. Non è che nei miei libri ci sia molta fantascienza, è il mondo talmente pieno di meraviglie che è difficile capire cosa sia reale e cosa non lo sia. Lo dice un personaggio de Il signore degli anelli. Se era difficile a quel tempo, oggi lo è ancora di più. Ci sono cose che per mio nonno erano fantascientifiche e adesso non lo sono più. Ogni tanto faccio questo esercizio: leggo un giornale di oggi pensando di essere una persona degli anni ottanta, con la mentalità e il background culturale di quegli anni e mi trovo in un mondo fantascientifico:  la manipolazione genetica, il papa tedesco, certe tecnologie...

            In realtà, la fantascienza non mi interessa come genere letterario, però, mi piace il senso di spiazzamento che può dare al lettore. Se parlo di un mondo realistico, il lettore ha un controllo maggiore su quello che legge, quindi è meno facile da spiazzare. Invece, se descrivo un mondo meno realistico, prima di tutto evito molte querele, in secondo luogo introduco elementi per cui il lettore sospende la sua credulità ed è più facile farlo viaggiare, libero di accettare input non banali. Cerco di inserire più elementi possibile per incuriosire il lettore. Sono come un prestigiatore, un guitto che deve tenere desta l'attenzione del lettore usando ogni trucco possibile per farlo arrivare alla fine del libro. Non sono talmente bravo da riuscire a scrivere un libro che si regge sullo stile o sulla suspense. Non mi interessa scrivere romanzi gialli. È un genere che ha fatto il suo tempo. La fantascienza, invece, non ha ancora fatto il suo tempo, interessa ancora al lettore. Nonostante questo, pochissimi scrittori italiani leggono buona fantascienza. Asimov, Clarke sono autori comunque privi di fascino letterario. Uno di questi Cordwainer Smith, pseudonimo di un nome ancora più complicato, era un agente americano consigliere di Chiang Kai-shek. Ha scritto negli anni quaranta il cosiddetto ciclo della Strumentalità, racconti apparentemente incomprensibili, di notevole intensità linguistica. Sono racconti di fantascienza? Sì e no! È un racconto di fantascienza 1984? Non credo. Però, 1984 è presente nei miei primi tre libri, e anche nel quarto. La fantascienza, quindi, dà un elemento in più. L'ho abbandonata nel quarto libro perché non è essenziale, ma la recupererò.

 

Antonella Silvestrini Chi sono, se si può dire, i tuoi lettori? Tu hai presentato in varie città d'Italia il tuo libro. È un pubblico particolare o è assolutamente indefinibile?

 

Tullio Avoledo Non ne ho idea. È un pubblico eterogeneo: lettori giovani, lettori di una certa età. Una cosa che mi fa piacere è che il mio stile non è considerato ostico, quindi, tra i miei lettori ci sono anche persone che hanno difficoltà ad affrontare stili difficili. Mi fa piacere che i miei romanzi siano affrontabili anche da un lettore con basso livello di scolarità, non mi sembra un difetto. Tra breve uscirà il mio prossimo libro edito da Einaudi, e ci sarà la possibilità di fare una verifica statistica per segmenti di età che potrà tornarmi utile per un libro successivo.

 

Antonella Silvestrini Ne Lo Stato dell'unione ho notato un elemento particolare. Ogni capitolo inizia con le ultime parole del capitolo precedente. Le ultime parole di un capitolo fanno da titolo e da incipit del capitolo successivo. È una costruzione letteraria?

 

Tullio Avoledo È una cosa che mi divertiva fare, puramente futile, senza finalità. Il libro è una cosa curiosa. All'inizio è solo tuo, poi è un gioco tra te e un lettore anonimo, che non vedi. In seguito, però, diventa una cosa di cui si impossessano i critici. Un lettore, che è anche critico, ha detto: “Tu hai usato l'espediente del coblas capfinidas, un espediente della poesia provenzale, per cui la poesia successiva iniziava con l'ultimo concetto della poesia precedente”. Non è così, non lo conoscevo, pensavo che il coblas capfinidas fosse un dessert catalano. È stato solo un gioco divertente. Nel prossimo libro, mi sono divertito ad usare la tecnica cinematografica di un regista che amo, John Milius, in Conan il barbaro con Arnold Schwarzenegger: una tecnica per cui ci sono capitoli che hanno false partenze. Ci sono le stesse partenze in capitoli successivi. Sono dei gesti ripetuti che, secondo me, sono piacevoli, creano degli effetti di ripetizione della scena molto efficaci. Mi piace la tecnica, ma questo gioco è nato per caso: avevo sbagliato a fare un "copia e incolla", attaccando la stessa frase all'inizio di due capitoli successivi. Mi è piaciuto e l’ho lasciato così.

 

Antonella Silvestrini Dicevi che i tuoi libri sono dei film. In effetti, un regista non dovrebbe fare un grande lavoro per trasportarli su pellicola. Ci sono tutte le note di regia. Vi si trova il racconto dei movimenti della telecamera. Ci sono progetti in tal senso?

 

Tullio Avoledo I diritti dell'Elenco telefonico di Atlantide sono giàvenduti da un anno e mezzo. Ho trovato un produttore e uno sceneggiatore che ha fatto un buon lavoro, però il problema è trovare qualcuno che abbia i soldi per fare qualcosa che attiri il pubblico. Ci siamo trovati nella hall di un albergo a Firenze, per una presentazione, e mi ha detto: "Sì, il libro è bello, però manca una cosa: un inseguimento e qualche morto ammazzato sui tetti". Ma la trama del libro si svolge nei sotterranei, non ci sono molti tetti. Allora, io, provocatoriamente, ho esagerato. Ho introdotto tre inseguimenti sui tetti, un agente della Cia, un dirigibile. Ho voluto essere sarcastico per fargli capire che lo stavo prendendo in giro. E lui ha replicato: "Non è male, però ci sono troppi inseguimenti sui tetti. Ne bastava uno. E poi, il dirigibile costa". Non ha capito la provocazione e che, aggiustato così, non sarebbe più il mio libro. Io scrivo in modo tale che qualsiasi regista comprenda che non c'è da aggiungere nulla, nessun inseguimento sui tetti. Purtroppo, se non è difficile trovare un regista che si innamori del tuo lavoro, è difficile trovare un produttore che finanzi il film. E, a quanto pare, produttori intelligenti ce ne sono pochi. Comunque, non è indispensabile realizzare film dai miei libri, anche se economicamente renderebbe molto. Non ho questa ambizione. I miei libri sono già, del resto, dei film.

 

Antonella Silvestrini Qual è il tuo capolavoro?

 

Tullio Avoledo Il mio capolavoro sono i miei figli. Non sono l'unico a dirlo perché li porto in giro e vedo che la gente li ammira e li considera dei bei bambini. Belli è un po' riduttivo. Sono dei bambini ben riusciti, per il momento. Sul piano letterario, il mio capolavoro sto cercando di scriverlo. È una sfida tra me e uno scrittore pordenonese, Alberto Garlini. Lui ha scommesso che non sarei riuscito a scrivere un bestseller da 500.000 copie. Ci sto lavorando un poco per volta e, sarà, forse, il mio capolavoro. È un libro puramente tecnico, con personaggi e situazioni ben studiati, un libro difficile che però mi piace scrivere. Penso di finirlo per il 2007. Sarà, forse, il sesto, settimo libro. Chi lo sa?

            In realtà, l'autore non sa se sta scrivendo un capolavoro. Non tocca all'autore giudicare i propri lavori. Io, per esempio, sono innamorato di Mare di Bering, il libro che ha avuto meno successo degli altri, perché racconta una storia per me necessaria, più importante delle altre. Capolavori non ne ho scritti. Vorrei scrivere, questo sì, un grande romanzo americano. Sarebbe un bel confronto con il primo colosso mondiale. Ci sto lavorando, vedremo i risultati.

 

Antonella Silvestrini Vuoi parlarci del tuo prossimo libro?

 

Tullio Avoledo Il prossimo libro, che dovrebbe uscire a novembre, si intitola Tre sono le cose misteriose. Mi sono accorto che è un titolo scellerato. Se io fossi un critico prevenuto nei confronti di Avoledo, direi: "Tre sono le cose misteriose: come ha fatto Avoledo a scrivere tre libri buoni e poi una simile puttanata?". Oppure: "Tre sono le cose misteriose: come mai Avoledo si è messo a scrivere, come mai ha venduto tanto, come mai continuano a permettergli di scrivere". Quando uno sceglie i titoli deve stare attento a non consentire giochi di parole. Con questo titolo, purtroppo, mi rendo conto che darò agio ai critici malevoli — ce ne sono due o tre che mi aspettano al varco — di impallinarmi. È un libro molto diverso dagli altri tre, prima di tutto perché è un romanzo lineare, la trama ha un inizio e una fine, si svolge in tre giorni. È fatto di dialoghi, inizia e finisce in una casa che è anche una prigione per i protagonisti. Il protagonista è un procuratore militare chiamato a formulare l'accusa, in un processo internazionale per crimini di guerra, a un imputato che assomiglia molto a Slobodan Milosevic. Narra il fine settimana di questo procuratore che, in realtà, è un sostituto procuratore. Nathan è il suo maestro, il saggio, il padre, la persona che tiene in equilibrio la sua vita, completamente scardinata. Vive sotto protezione, con la moglie e il figlio adottivo, da quando il suo amico è stato ucciso in un attentato. Questi tre giorni, questo fine settimana, precedono il momento in cui dovrà affrontare l'imputato, una persona che non ha mai incontrato, ma ha conosciuto solo attraverso i verbali degli interrogatori e i filmati che lo riprendono in cella o durante l'ora d'aria. In questo libro il protagonista "cattivo" non si vede mai, se non filtrato attraverso verbali e filmati. In questi tre giorni il procuratore non si sente all'altezza del ruolo, che è chiamato a svolgere e vive una crisi: è americano,  appartiene a una nazione che si è dichiarata intoccabile, decidendo che i suoi militari non vengano giudicati dai tribunali internazionali, eppure si trova costretto a giudicare. Una situazione paradossale che, se vogliamo, è stata il punto critico di tutti i processi per crimini di guerra da Norimberga in poi. In questi tre giorni lui deve mettere in gioco tutta la sua vita, deve riallacciare i rapporti con il figlio, deve reinventare un mestiere che non sente più suo. È un romanzo molto intenso, diverso dai precedenti. Io temo che i lettori dei primi tre possono sentirsi spiazzati leggendo quest’ultimo. Ho scritto in una precedente recensione: "Non fidatevi della recensione, non fidavi della fascetta di copertina. Entrate in libreria, aprite e sfogliate il libro, leggete una pagina. Se vi piace, leggetene un'altra. Se, alla fine, pensate che sia un libro per voi, compratelo e leggetelo tutto".

            Credo che utilizzerò questa formula anche per la recensione di questo libro.

 

Antonella Silvestrini Ci sono domande, curiosità da parte del pubblico?

 

Dal pubblico Perché continua a lavorare in banca?

 

Tullio Avoledo Perché mi pagano! La domanda è interessante. La risposta, in realtà, è questa: perché lavoro in banca dal 1991 e scrivo solo dal 2000, quindi, con la scrittura sono ancora in rodaggio. Poi c'è un motivo molto più convincente: uno scrittore a tempo pieno dipende dal capriccio dei lettori. Alexander Pope era un poeta di corte degli inizi del settecento e tra i suoi compiti c'era anche quello di acchiappare tre topi al mese. Io, al momento, sono un legale di banca, quindi faccio un lavoro per cui ho studiato tanti anni, anche troppi, e non vorrei mai diventare uno scrittore che, per ogni libro pubblicato, si preoccupa di come sarà accolto dai lettori. Dipendere dai lettori per vivere mi darebbe un senso d'angoscia. Poi c'è anche un terzo motivo, forse il più valido: se mi vanno male le cose al lavoro, posso dire che mi vanno bene nella scrittura, se mi va male nella scrittura, posso dire che ho sempre un lavoro. Il massimo sarebbe che andasse bene in entrambi i campi, sarebbe un dramma il contrario. In questo caso penso che mi cercherei un altro lavoro. Io sono ottimista. Comunque, è pur vero che il lavoro in banca e la scrittura non si conciliano, quindi, prima o poi, una cosa o l'altra dovrò lasciarla. Lascerò la scrittura, ovviamente.

 

Luigi Rosso Come interviene la musica nei tuoi romanzi?

 

Tullio Avoledo La musica è fondamentale. La musica diventa un ingrediente della scrittura, nel senso che il genere di musica che ascolto mentre scrivo entra come ritmo nella scrittura. Se ascolto musica rock la pagina non è uguale a quella che scrivo quando ascolto un quartetto per archi. La musica detta il ritmo della pagina. Non riuscirei a scrivere senza ascoltare musica, devo crearmi la mia colonna sonora. Ho scritto un racconto di fantascienza, non pubblicato, in cui immaginavo una città del futuro, una Bombay, una città indiana, dove le persone dormono all'aperto, in scatole di cartone, pagando un affitto, si svegliano al mattino, escono dalle scatole perfettamente vestiti, trovano un barbiere che li sbarba, vanno a lavorare in palazzi dove fanno i programmatori. Mi è capitato di rivolgermi alla Microsoft per un problema informatico e di parlare con un indiano. Ho immaginato questo programmatore del futuro in un mondo in cui la gente non parla più, ognuno ha un microchip che gli fornisce la colonna sonora della giornata. I protagonisti di questo racconto vivono in un mondo dove non ci sono più parole, ma una continua colonna sonora ed è un mondo in cui non mi dispiacerebbe affatto vivere. Durante la giornata, cerco di crearmi la mia colonna sonora; non sempre posso farlo, ma la musica influenza il mood della giornata e anche la scrittura.

 

Antonella Silvestrini Questo lo fa l'inconscio.

 

Tullio Avoledo Grande lavoratore, l'inconscio.

 

Antonella Silvestrini Grande lavoratore, esatto. Anche Freud lo dice. Ci sono altre domande?

 

Monica Fedeli Qual è il motivo della copertina de Lo Stato dell'unione?

 

Tullio Avoledo La copertina non è decisa dall'autore. A me sarebbe piaciuta una copertina bianca come certi libri rilegati francesi degli anni settanta, con nome dell'autore, titolo e casa editrice, bordino con qualche decorazione stile liberty, pagine ancora attaccate, da tagliare, in modo che quando qualcuno viene a chiederti l'autografo si capisce se ha letto o no il libro. Oggi questo è improponibile. Io non ho avuto voce in capitolo su questa copertina. Antonio Odorico mi ha detto: "Il libro è buono, ma la copertina fa schifo!". Il titolo è mio e su quello accetto critiche e complimenti, ma sulla copertina... Questo simbolo, mi hanno detto, è un simbolo celtico che dovrebbe evidenziare la matrice celtica. Io avevo immaginato una copertina tipo pagina di un quotidiano messa sghemba, con comparsa di articoli, di vari titoli che riprendono varie trame del libro, tipo: "I morti possono comunicare coi vivi?". Mi hanno detto che non avrebbe funzionato. La casa editrice ha deciso per una copertina di impatto. Ma la vera sciagura, di questo libro, non è la copertina, bensì il titolo. L'agente australiana incaricata di vendere il libro all'estero mi ha detto che con questo titolo il libro non si venderà, perché fa pensare a un libro di politica e la politica ha stufato la gente nel mondo anglosassone. Non credo sarà possibile cambiare titolo. Questo è un grosso handicap che mi sono cercato con le mie mani.

 

Antonella Silvestrini Un'ultima domanda?

 

Dal pubblico Quali rapporti ci sono fra gli scrittori pordenonesi, che stanno vivendo un momento particolarmente felice?

 

Tullio Avoledo Mauro Covacich ha rischiato di coprirsi di ridicolo quando ha detto che noi ci ritroviamo per discutere dei destini del mondo e dell'umanità intorno a una pizza. Sì, lo si fa. Frequento gli altri scrittori di Pordenone, peraltro, più fuori Pordenone che in Pordenone. Ci incontriamo, però abbiamo stili talmente diversi e anche gusti in materia di lettura talmente diversi che ci si racconta più spesso barzellette piuttosto che parlare di letteratura. È nato un mito per cui si sarebbe creata una scuola a Pordenone. Facciamo l'ipotesi che fra cent'anni si parli della scuola di Pordenone. Qualcuno dirà: "Tullio Avoledo e Mario Covacich vivevano nello stesso stabile e ogni sera si trovavano, discutevano di letteratura, tenevano dei simposi". Non è vero. Ci si trova come con chiunque altro e si parla un po' di tutto, non necessariamente di libri. Piuttosto, c'è da dire che fa molto agio che gli editori di Milano, credano che ci sia una scuola a Pordenone. Ma non fa agio a noi, bensì ad altri scrittori di Pordenone che, eventualmente, dovessero proporsi. Infatti, qualcuno mi ha chiesto: "Come mai tanti scrittori a Pordenone in questo periodo?". Io ho risposto: "Per caso!", ma la risposta non andava bene, avrei dovuto dire che è grazie all'acqua miracolosa del condominio Nobile. Questa è una risposta che avrebbero voluto sentirsi dire.

            Comunque, si tratta di un caso. Piuttosto, devo dire che è stato molto importante per me l'incontro con Mauro Covacich e Gian Mario Villalta nel 2000, incontro da cui è nato qualcosa di importante. Non c'è una mafia pordenonese degli scrittori, né un cenacolo. Incontro più spesso scrittori padovani che pordenonesi. Ho detto a Mauro che se per caso diventiamo famosi veramente, tra cent'anni il comune di Pordenone risparmierà sulle targhe, perché potrà metterne una sola: "Qui vissero Mauro Covacich e Tullio Avoledo".

 

Antonella Silvestrini Ringraziamo Tullio Avoledo. Aspettiamo di leggere Tre sono le cose misteriose, a novembre. Ci vediamo al prossimo appuntamento.

 

Tullio Avoledo Grazie a voi.