Conversazione con Tullio Avoledo
Antonella Silvestrini Benvenuti
a questo incontro che abbiamo chiamato Conversazione con Tullio Avoledo,
proprio perché sia una conversazione anche con voi. Questa sarà l'occasione
per presentare il suo terzo romanzo Lo stato dell'unione. Come sapete
nel 2003 è uscito il suo primo lavoro, L'elenco telefonico di Atlantide,
edito da Sironi, quindi Mare di Bering e, poi, a gennaio di quest'anno,
Lo stato dell'unione. A novembre, per Einaudi, uscirà il quarto romanzo
che si intitola Tre sono le cose misteriose, di cui, poi, ci leggerà
qualcosa in anteprima.
È la prima volta che il giardino di
villa Galvani ospita un appuntamento culturale o artistico. È interessante
valorizzare ciascun angolo della nostra città. Forse, ci ha ispirati Antonio
Vangelli le cui opere avete potuto apprezzare all'interno della villa.
Come di consueto, ringraziamo
le istituzioni che hanno collaborato all'avvenimento: la Provincia e, soprattutto,
il Comune di Pordenone. L'assessore Cudin è qui tra noi e a lui va un ringraziamento
particolare. Ringraziamo le molte aziende che sostengono il programma delle
nostre attività: Reale Mutua, Palazzetti, Enface, TICI, il Ristorante Fratelli
Martin, Executive, Regia e Libra.
Trovo di estremo interesse
il caso di Tullio Avoledo, innanzitutto perché mette in discussione qualsiasi
pregiudizio o idealità rispetto alla scrittura o alla letteratura, nel senso
che ci fa constatare che per scrivere come lui scrive, con incredibile respiro
internazionale, senza assolutamente nulla di provinciale, non serve vivere
in una metropoli. Così come non serve fare una vita tranquilla e isolata nella
torre eburnea, lontano da tutto. Quindi non c'è un luogo della scrittura ideale
e non c'è neanche un tempo per la scrittura ideale. Infatti, Tullio Avoledo
non dedica la sua vita, la sua giornata, interamente alla scrittura. Lavora
nell'ufficio legale della Banca Popolare FriulAdria, quindi ha una giornata
ricca di impegni. Ha una bella famiglia,
due bambini piccoli e in questo libro, come negli altri, si ascolta un'assoluta
attenzione al linguaggio dei bambini, alle loro scoperte. E lui tutto questo
lo scrive.
Quindi, la sua lezione
è che non c'è cosa che tolga spazio o tempo a un'altra, anzi, ciascuna cosa
entra nella scrittura, entra nel romanzo, entra nella casa del romanzo e trova
ospitalità. Questo “infinito” senza confini forse piacerebbe a Lucrezio. In
effetti, si ascolta questa libertà della sua giornata nel romanzo in cui la
storia, la politica, la poesia, la letteratura, la musica, ciascuna cosa si
trova intrecciata nella trama in modo assolutamente inedito.
Comincio a porti subito
qualche questione: "Come sei approdato a questo?".
Tullio
Avoledo Grazie per essere venuti
così numerosi. È sempre un piacere tornare a Pordenone anche perché conosco
la strada.
Come si arriva alla
scrittura? Una delle tre cose misteriose che qui posso indicare è che per
scrivere bisogna scrivere. Tanti dicono che vogliono scrivere, ma non compiono
il passo definitivo che è quello di scrivere. Conosco moltissime persone —
alcune mi avvicinano dopo una presentazione o alla Fiera del libro — che mi
dicono: "Anch'io avrei un romanzo strepitoso da scrivere". Io rispondo
che il primo passo è scriverlo. Io ho cominciato proprio così: non avevo scritto
quasi nulla, a parte qualche articolo per giornali o qualche sceneggiatura
per il cinema. Posso dire di aver cominciato a scrivere per il cinema, negli
anni settanta, in un momento in cui praticamente il cinema italiano era morto.
Si produceva pochissimo e quel poco che si produceva non aveva mercato. Quindi
venivo pagato poco ed era frustrante perché facevo sceneggiature per film
che non venivano poi trasferiti sullo schermo. Credo che il talento dello
sceneggiatore mi sia rimasto. Infatti in seguito, anche se non me ne rendevo
conto, mentre scrivevo i primi tre romanzi, in realtà stavo girando dei film.
Questi libri sono di fatto tre film che, anziché su celluloide o su qualche
altro supporto digitale, sono su carta. Però io li considero dei film e credo
che se un regista volesse trarne del materiale, avrebbe il lavoro molto agevolato.
Ho cominciato a scrivere
in un periodo di disastro totale, nel senso che, per una delle sventure che
capitano sempre più di frequente nell'economia italiana, la mia banca è stata
incorporata in un gruppo bancario colossale e, di conseguenza, ho dovuto trascorrere
un lungo periodo di addestramento e formazione a Milano, alloggiando in un
residence.
Vivevo momenti tristissimi
il sabato o la domenica sera, quando dovevo partire. Abbracciavo mio figlio,
aveva 4 anni, e sembrava sempre l'addio di Ettore e Andromaca sulle mura di
Troia, con il piccolo Astianatte. È un'immagine che ricorre nei miei libri
perché mi sembrava veramente di partire per la guerra. Tra l'altro, nonostante
fosse estate, mi sono ammalato, forse per motivi psicosomatici, una bronchite
si è trasformata in broncopolmonite. Invece di stare a casa con la famiglia
a godermi le serate della domenica, quei momenti da assaporare fino all'ultima
goccia, ero costretto a prendere un treno e andare a Milano in un residence
molto spartano. Spartano è un eufemismo: era proprio squallido. Però, avevo
due risorse: molto tempo libero (la sera non mi andava di girare da solo per
Milano), e un computer con il collegamento a internet: favoloso, perché consente
di accedere a moltissime notizie. Per esempio in questo periodo sto leggendo
una biografia di Giulio Verne e ho scoperto che era un uomo molto triste,
faceva una vita squallida in case isolate e buie, e sapete qual è stato il
momento di massima gioia della sua vita? Non quando ha ricevuto la nomina
alla Academie Française, no, quando ha scoperto il Baedeker,
una di quelle famose guide rosse degli Stati Uniti d'America. Così, in uno
stato di totale esaltazione, per giorni e giorni ha scritto agli amici che,
finalmente, non doveva più inventarsi gli orari dei treni. Finalmente sapeva
a che ora un treno partiva da Pittsburg e arrivava a Filadelfia e di quanti
vagoni era composto. Per lui, conoscere queste notizie, era il massimo della
gioia. Io lo capisco. A distanza di 100 anni si è creata una comunicazione
istantanea, strepitosa, tra me e Giulio Verne, perché ho capito il piacere
che provava. Infatti, e qui mi ricollego al computer collegato a internet
nel residence di Milano, dalla mia camera potevo mettermi in contatto con
il mondo intero, cosa che solo dieci anni prima non sarebbe stata possibile.
Avevo a portata di mano una grande quantità di informazioni. Per esempio,
l'altro giorno avevo bisogno di sapere come è fatto il rapporto di un poliziotto
della polizia di San Francisco e ho potuto accedere all'elenco dei distretti
e conoscere i nomi e le carriere dei dirigenti, ho potuto vedere come sono
fatte le loro auto, il loro stemma. Quindi, c'è una libertà estrema, non esiste
più una cella dove è rinchiusa la nostra vita. Oggi abbiamo a disposizione
una palla meccanica che può sfondare tutti i muri, possiamo accedere all'informazione
globale.
Io mi trovavo in una
situazione di clausura, di vita quasi monacale per cinque sere alla settimana
e, nel contempo, avevo il mondo davanti a me. Da lì è nato tutto. In realtà,
l'interesse per lo scrivere, che avevo abbandonato da anni, mi era tornato
qualche mese prima, quando avevo seguito un corso di "scrittura interattiva".
Un corso dove i lettori si incontrano, parlano di libri e si confrontano sulle
loro esperienze di scrittura. In seguito, ho avuto il tempo per scrivere,
ho avuto i mezzi per documentarmi su quello che scrivevo e così è nato L'elenco
telefonico di Atlantide. Per quanto questo mio primo libro sia stato considerato
una congerie di elementi fantastici, sfido chiunque a trovare un dato che
non sia corretto e verificato. Non mi riferisco ai protagonisti immaginari,
ma ai personaggi storici e alle loro vicende, agli elementi geografici. Sono
tutti verificati. È stato un lavoro di fantasia ma, allo stesso tempo, documentato.
In breve, l'ho già affermato altre volte e credo sia la definizione più felice,
per me l'esperienza di scrittura equivaleva allo scavare un tunnel per evadere
dalla prigione della mia vita. In seguito ho aggiunto un corollario: speravo
portasse alla spiaggia dorata di un paradiso fiscale, invece, portava a una
casa editrice. Non è proprio la stessa cosa, comunque mi ha condotto all’evasione
in un momento in cui avevo forte bisogno di respirare. Quindi, sono diventato
scrittore per necessità e un po' per caso.
Antonella Silvestrini E
quando scrivi?
Tullio
Avoledo Per scrivere, come per
giocare a tennis, bisogna evitare gli errori di impostazione. È un errore
stare alla finestra e aspettare l'ispirazione. L'ispirazione ti macina dentro,
ti lavora dentro. Capita che una buona idea mi venga in mente al mattino,
mentre vado al lavoro, oppure alle 11 mentre prendo un caffè, e non la tocco
fino alla sera. Quando la metto sulla carta, alla sera, è già strutturata.
Mi stupisco nel vedere quanta rielaborazione ci sia da parte degli altri scrittori
che conosco. Invece nei miei lavori c'è sì un lavoro di taglio, di asciugatura
ma, in realtà, i dialoghi sono già subito buoni. Penso che tra la prima stesura
di una mia pagina e quella definitiva ci sia solo un 5% di variazione, perché
nasce da una elaborazione che si sviluppa già durante la giornata.
Un altro aspetto è
che talora non scrivo per settimane. In questo periodo non ho scritto per
due settimane e, appena ne ho avuto tempo, ho scritto tre capitoli, di getto,
e, secondo me, buoni. Quindi, importante non è tanto la quantità di tempo,
ma la qualità del tempo che dedico allo scrivere e il fatto di giungere a
lavorare su un testo già elaborato, e, forse, nell'inconscio già decantato.
Mi spiego meglio. Ci sono due modi di lavorare: si può avere una buona idea
alla mattina e scriverla subito. Invece, a me capita, durante la giornata,
di pensare, riflettere, lavorare mentalmente sul testo e trovare già delle
soluzioni valide ancora prima di stenderlo sulla pagina. Il dramma, piuttosto,
è quando alle 11 di sera, mentre avrei voglia di andare dormire, mi ritrovo
alcune pagine da scrivere e non ho tempo per farlo. Però, quella pagina, magari,
si ripresenta pronta il giorno dopo.
Questa modalità potrebbe
far credere che io sia uno scrittore molto veloce. In realtà, sono lento.
Esco con due libri all’anno e poi, per un anno, non scrivo nulla. Come se
avessi bisogno di un anno di pausa per lavorare ai due libri dell'anno successivo.
Poi, magari, non scrivo per tre anni perché non ho niente di importante da
dire. È un metodo di lavoro bizzarro. Dovrei essere sempre attaccato al computer
per sfornare libri, invece, ho questi tempi strani, seppur logici per la mia
particolarità e anomalia.
Antonella Silvestrini
E i personaggi? Tu pensi a una trama, a una storia e nella giornata arricchisci
i vari elementi, oppure...
Tullio
Avoledo No, no. Magari! Per
esempio, quando ho scritto L'elenco telefonico di Atlantide, a un certo
punto c'erano dei protagonisti che entravano nel testo e non riuscivo a capire
perché. Con Il mare di Bering è successa una cosa ancora più strana:
sono partito dall'immagine di un ragazzo che viaggia su un'automobile scassata,
in un paesaggio di nuvole e montagne e, procedendo, questo personaggio cominciava
a parlarmi. Io non lo inventavo, lo raccontavo mentre lui mi parlava. È una
cosa abbastanza strana, in realtà, i miei personaggi non sono inventati e,
probabilmente, si alimentano di vita propria. Vivono, mi dicono cosa fanno,
come si vestono. Rabo Mishkin, per esempio, è talmente prepotente che ho dovuto
farlo entrare anche nel terzo libro, si è inventato da solo. Non serviva all'economia
del libro ma, a un certo punto è arrivato, si è piantato lì e ho dovuto dedicargli
attenzione, scrivere delle pagine su di lui, è un personaggio di una prepotenza
incredibile. Certe volte mi trovo cavalcato dagli spiriti, come nel voodoo
indiano. Mi ero quasi convinto di dover entrare in terapia per questo fatto
quando poi, leggendo l’autobiografia di Martin Amis, uno scrittore che mi
piace moltissimo, anche se ultimamente in declino, ho scoperto, con grande
felicità, che suo padre, Kingsley Amis, anch’egli scrittore e sicuramente
più bravo del figlio, aveva le stesse modalità. Lui diceva, al mattino, mentre
scendeva per fare colazione "Ah, Martin, finalmente! Ieri notte ho capito
perché quel personaggio ha detto quella cosa. Ho capito perché quella signora
è comparsa in quel momento". Quindi, anche lui, non aveva il controllo
totale dei personaggi. Io trovo che i libri in cui l'autore ha il controllo
totale sulle trame e sui personaggi siano libri molto artificiali; non hanno
l'alone della verità, neanche della verosimiglianza. Ken Follet, per esempio,
è uno scrittore dalla tecnica sopraffina: introduce un determinato personaggio
a un certo punto della trama perché dovrà servirgli in un capitolo successivo.
Questo denota una bravura mostruosa, però è un metodo di lavoro diverso. Io
lascio più libertà ai personaggi e alle trame, se poi riescono un po' sconclusionate,
pazienza.
Antonella Silvestrini John
Fowles nel The French Lieutenant’s Woman, L'amante del tenente francese,
a un certo punto interviene come autore e dice che i personaggi che lui avrebbe
voluto facessero una certa cosa, invece, si sono imposti e ne hanno fatta
un'altra. Ma, del resto, questa è l’umiltà dello scrittore, che accoglie ciò
che arriva. Non c'è una facoltà dello scrittore se non l'umiltà e l'abilità
di accogliere quello che arriva e di raccontarlo. Mi piace molto quello che
dici e lo si può leggere anche nelle pagine di ringraziamento. In fondo
a tutti e tre i libri, Tullio Avoledo ha scritto pagine di ringraziamento
molto belle. Leggo quella da Lo stato dell'unione, che mi è piaciuta
molto. Capirete perché ho parlato di umiltà, che non ha niente a che fare
con la modestia.
Questo è il mio terzo libro. Come passa il tempo.
Tre libri sono tanti? Sono pochi? Dipende. Per me sono state
altrettante tappe di un viaggio in un mondo che non conoscevo e in cui facilmente
avrei potuto perdermi, da solo. Fortunatamente ho potuto contare sull'aiuto
di persone straordinarie, alcune delle quali considero ormai degli amici.
Un grazie va alla mia famiglia, che ha accettato di dividermi con la
letteratura. Comincio a sdebitarmi come posso con loro dedicando questo libro
a mio figlio Francesco, grande amico e grande narratore, a cui devo diverse
battute pronunciate dai bambini in questo libro, nonché l'utilissimo aggettivo
"zeresimo".
Tullio
Avoledo A un certo punto un
bambino dice: "Lo zeresimo momento".
Antonella Silvestrini Grazie a Chuck Palahniuk per la più bella lettera che un
autore alla prima pubblicazione possa aspettarsi di ricevere dal suo scrittore
preferito. E per le spille di plastica argentata, i tatuaggi temporanei, le
bustine di semi, i denti da vampiro e tutto il resto…
Grazie a Marco Mancassola per avermi fatto ascoltare per la prima volta
Take your time di B. Fleischmann. A Giulio Mozzi, per avermi prestato
ancora una volta L'ispettore Dalcielo (oltre che per tutto il resto),
a Joseph O'Connor per la sua disponibilità e per l'esilarante racconto di
una gita fuori stagione a Torcello, a Giuseppe Genna, per un sacco di buoni
motivi, a Giorgio e Roberta Faletti per la loro amicizia.
Grazie infine a Paola Borgonovo, impeccabile editor, senza la quale
Aurelia sarebbe scesa troppe volte dall'auto, un sabato si sarebbe trasformato
di colpo in domenica e certi personaggi avrebbero avuto tre mani. Grazie,
insomma, per avere impedito che questo romanzo sembrasse ambientato nel mondo
di Harry Potter.
Gli oceani si saranno asciugati e l'Everest sarà diventato piatto come
una tavola prima che io abbia potuto ripagare il mio debito di gratitudine
verso la vita e verso tutte le persone che l'hanno resa possibile e bella.
Tullio
Avoledo Va detto che fin da
quando ero “piccolo” avrei voluto pubblicare un libro, però anch'io ero tra
quelli che non si decidevano a scriverlo. Quindi arrivare a 40 anni a coronare
un sogno d'infanzia è stata veramente una cosa bellissima. A proposito di
questi ringraziamenti devo dire poi che, di solito, non si ringrazia l'editor.
È un peccato, perché l'editor è una delle persone veramente indispensabili.
Si arriva a un momento in cui, dopo aver lavorato per un anno su di un libro,
dopo averlo rivisto 7 o 8 volte, magari quel testo non ti piace più. Finché
non è stampato, ogni volta che guardi il dattiloscritto provi un senso di
repulsione. Subentra una dinamica per cui accetti veramente tutto da quel
testo. La repulsione è tale che non hai più voglia di toccarlo e dici: "Vai
benissimo così!". Il fatto delle tre mani era successo anche a Dumas
padre: un personaggio con la destra dava un colpo di spada, con la sinistra
reggeva lo scudo, con la terza si faceva strada in mezzo ai nemici.
I giorni, poi, sono
terribili, soprattutto quando si complica la trama con i flashback, una tecnica
che io adotto spesso. Capita di saltare un giorno o di avere una settimana
con due venerdì. Per evitare questi errori il lavoro dell'editor è fondamentale,
ma nessuno lo ringrazia perché si dice: " Ha fatto solo il suo lavoro".
Ma è un lavoro importantissimo perché impedisce di fare brutte figure.
Ho imparato ad apprezzare talmente il lavoro dell'editor che posso affermare:
se rinasco, invece dello scrittore farò l'editor. È un lavoro bello e socialmente
utile. Non mi stancherò mai di ringraziare l'editor a meno che non diventi
spocchioso fuori misura. Intanto, già i ringraziamenti si riducono di volta
in volta fino, forse, al momento in cui uno ringrazia solo se stesso perché
"è il miglior scrittore del mondo". Spero di non arrivare mai a
questo, ma temo che il rischio sia sempre in agguato.
Antonella Silvestrini Adesso
parliamo de Lo Stato dell'unione, il libro che presentiamo questa
sera. Tu certamente sei un grande lettore di letteratura americana, inglese,
francese...
Tullio
Avoledo Anche australiana e
islandese.
Antonella Silvestrini E
comunque i tuoi libri sono molto ricchi di fantascienza, di riferimenti a
mondi paralleli, tecnologie, ecc. Ho letto qualche tua intervista in cui tu
affermi che non ci sono messaggi didattici, non c'è finalismo nei tuoi libri.
Tuttavia, questo libro reca un messaggio importante. Al di là dei riferimenti
storici o politici, che possono non essere per forza realistici, c'è comunque
un messaggio, ed è la parodia dell'idea di trovare la propria origine, che
sarebbe la via facile per fondare un'identità e, quindi, arrogarsi il diritto
di dire e di fare quel che si vuole: la base del potere. Leggevo in un articolo
sul "Sole 24ore" che alcuni scienziati affermano che il primo uomo
non viene dall'Africa, bensì dalla Cina e il nazionalismo cinese sta sostenendo
a gran voce questa teoria. Questo capita spesso: quando uno ritiene di sapere
da dove viene e che la sua origine sia buona o cattiva, vive senza umiltà.
Tullio
Avoledo In realtà, ne Lo
Stato dell'unione i messaggi sono molti e nessuno, nel senso che non
volevo dire nulla. Se avessi voluto mandare un messaggio avrei scritto un
pamphlet politico o un articolo. Tuttavia, ho voluto stuzzicare sia
me stesso che il lettore su alcuni punti interessanti. La più grande soddisfazione
me l'ha fornita un giornalista di sinistra che mi ha detto: "Sai, devo
dirti che mi hai spaventato, perché, a un certo punto, mi sono trovato a pensare
che ha ragione la Martinelli". In effetti, bisogna spiazzare il lettore
portandolo un po' a spasso, finché si dimentica che sta leggendo un libro
e, all'improvviso, toccare le sue corde sensibili con un “colpo” che lo conduca
a riflettere.
Antonella Silvestrini
Come i paradossi di Swift.
Tullio
Avoledo Esatto. Quando,
per esempio, uno scrittore inglese consiglia agli irlandesi di mangiare i
loro bambini per risolvere il problema della carestia, dice una scelleratezza
talmente paradossale che fa riflettere: ti mette a gambe all'aria e ti costringe
a guardare il mondo da una prospettiva diversa.
Ma torniamo ai messaggi
di questo libro e facciamo riferimento ai cinesi. Gli esperimenti nucleari
cinesi vengono fatti in un deserto ai confini con la Mongolia e non a caso.
Li fanno in una zona dove alcuni ritrovamenti archeologici hanno rilevato
la presenza di sepolcri di uomini di razza bianca, con caratteristiche somatiche
caucasiche, come dicono gli americani. Io penso, allora, che gli esperimenti
vengono fatti per nascondere eventuali tracce di razza bianca perché il nazionalismo
piace a qualunque paese. La crisi economica porta un tasso di intolleranza
e di avversione per il nemico che definirei fisiologica. Ogni regime si fonda
sull'odio di qualcuno verso qualcuno altro, sull’eliminazione di qualcuno
dal corpo sociale, dopo aver evidenziato il bubbone del male. Già lo facevano
i monatti al tempo delle pestilenze. In seguito, i nazisti lo hanno fatto
con gli ebrei. Questo mi fa paura. Per esempio, in questo momento, sono ancora
sotto l'influsso di un libro di uno scrittore argentino, un economista, forse
di origine italiana, Walter Graziano; un libro dal titolo tremendo: Hitler
ha vinto la guerra. Si può pensare che sia un libro di fantascienza, in
realtà introduce e analizza alcuni argomenti che fanno rabbrividire.
Attraverso l'analisi di questi argomenti si comincia a leggere i giornali
in maniera un po' più attenta. Avete notato quanti segnali di odio verso i
cinesi ci sono sui giornali ultimamente? Sul "Magazine" del
"Corriere della sera" di giovedì scorso era scritto: "I cinesi
invadono l'Europa con sciami di informatori". Come se ogni cinese che
troviamo al ristorante fosse venuto qui per raccogliere informazioni. È il
"pericolo giallo" di Mussolini. È una cosa che nasce così, dal nulla?
Le redazioni dei giornali, di punto in bianco, si sono accorte dei cinesi?
No! Leggendo Hitler ha vinto la guerra mi sono reso conto che ci sono
delle manipolazioni. Bisognerebbe leggere le notizie dieci anni dopo, per
vedere quale uso ne è stato fatto. E allora qualche scienziato, qualche politico,
qualche militare che dieci anni prima, in America, puntava il dito su qualcuno,
dieci anni dopo, lui stesso è vittima di guerre, di aggressione o di un attentato.
In questo momento credo di aver capito che, nel giro di cinque o sei anni,
dovremo prepararci a fare la guerra alla Cina, o ad assistere gli Stati Uniti
che fanno guerra alla Cina. Fantascienza? Non lo so. Ne riparleremo fra cinque
anni. Però, quando si analizza il fatto che alcune teorie economiche promulgate
da università americane, già demolite dagli economisti trent'anni fa, vengono
ancora applicate in paesi del terzo mondo come l'Argentina o in un paese che
rischiava di diventare del terzo mondo come l'Inghilterra di Margaret Thatcher,
si comincia a riflettere e a pensare che, per esempio, le teorie economiche
non sono neutre, asettiche, accademiche, sono invece teorie che provocano
morte e distruzione.
Con questo libro mi
interessa dire che la storia non è innocua. Ci sono periodi storici che andrebbero
trattati come si trattano le scorie radioattive, cioè manipolati solamente
da persone in grado di farlo. Vorrei citare Hitler. Appena è salito al potere,
ha subito provveduto a curare l'estetica delle SS e delle SA, a curare la
scenografia e l'iconografia, ha compiuto un capolavoro di estetica rivolgendosi
ai più bravi stilisti dell'epoca. Un’estetica dietro alla quale si sono commesse
atrocità. Ha organizzato quelle che all'epoca apparivano carnevalate, come
le parate in costume per le vie di Monaco e di Norimberga, con i cavalieri
teutonici di cartone che reggevano le svastiche. Tutte cose che all'epoca
facevano ridere. Non così dieci anni dopo. Io cito sempre, come esempio, un'enciclopedia
tedesca che nel 1928 riportava alla voce Adolf Hitler: “Agitatore austriaco
arrestato dopo un tentativo fallito di colpo di stato”. Potete immaginarvi
cosa c'era scritto nella stessa enciclopedia nel 1933, con Hitler al potere:
tutt’ altra musica.
Quindi, non ci sono
messaggi veri e propri in questo libro, però, quello che vorrei che il lettore
tenesse presente è la pericolosità di certi fatti apparentemente folkloristici.
Niente di quello che viene fatto è innocuo e, al tempo stesso, si può convincere
l'opinione pubblica di qualsiasi cosa. Abbiamo fatto una guerra in Iraq su
presupposti fasulli, alla ricerca di armi di distruzione di massa che non
c'erano. Si può inventare di tutto e, poi, convincere. Basta avere denaro,
tempo e contare sull'assenza di memoria delle persone.
Antonella Silvestrini Basta
che sia rassicurante. Come dice a un certo punto un personaggio del libro:
“È chiaro che avrà successo, questa iniziativa, perché è molto rassicurante”.
Rassicurante sarebbe
avere un punto fisso, un'origine comune, in questo caso sarebbe l'origine
celtica, da cui uno ritiene di essere partito, senza discussione.
Leggendo i tuoi libri
ci si accorge di un grande talento per i dialoghi, per la conversazione. In
quest'ultimo libro ci sono più battute, forse, che negli altri, con ritmo
più serrato. Chi sono i tuoi maestri in merito a questo?
Tullio
Avoledo Ve li presento. Sono
il maestro di destra e il maestro di sinistra: le mie orecchie, che conosco
da tanti anni e sono diventate fedeli compagne. Mi aiutano moltissimo, basta
tenerle bene aperte per cogliere elementi interessanti. Tutto qui. Quando
leggo i libri della concorrenza, noto che ci sono dialoghi lunghi cinque o
sei righe, dialoghi perfetti, con i congiuntivi al posto giusto. Sfido chiunque
a sostenere questi dialoghi nella vita di tutti i giorni. Una volta ho detto
a uno scrittore che conosco: “Se il tuo personaggio avesse pronunciato quella
frase sarebbe morto d'infarto prima di terminarla o gli sarebbe mancato il
fiato”.
Io, quando scrivo i
dialoghi, prima li asciugo da ogni lungaggine, poi li rileggo ad alta voce
cronometrandoli.
Una signora simpaticissima
che ho conosciuto a Milano a una fiera mi ha detto: "Ah, doveva vedere
cosa c'era qui fino all'altro giorno. Un caos, con gli elettricisti che mettevano
a posto lo stand, era un vero “Circolo Barlum”. Da "Circo Barnum"
a "Circolo Barlum". Una simile chicca andrebbe pagata. Avrei dovuto
dare alla signora 20 euro e ringraziarla, perché "Circolo Barlum"
mi piace proprio. Prima o poi lo inserirò in un libro.
Ci sono conversazioni
surreali tra "morosi" alla stazione, mentre aspettano un treno,
masticano una cicca e parlano senza guardarsi, fissando il vuoto: "Allora,
quanto manca?". "Hai mandato l'sms?". Si colgono solamente
ascoltando. Se io dovessi pagare i diritti d'autore per tutte le battute che
ho rubato per strada sarei povero in canna. Le modifico, le limo un po', come
il numero di matricola di un'auto rubata. Però, penso che, alla fine, chi
le pronuncia possa riconoscersi. C'è stato un periodo in cui, mentre scrivevo
questo libro, non mi invitavano più alle riunioni aziendali. Probabilmente,
i colleghi avevano paura di dire qualcosa che sarebbe finito nel testo.
Ho viaggiato in auto
nel lungo tratto Torino-Verona con un concessionario della BMW che era esilarante
per il modo in cui imbrogliava la gente al telefono. Ignaro del fatto che
io scrivessi diceva: "Sì, quella macchina lì. Perfetta! Mai incidentata!".
E, nel frattempo, faceva un segno di intesa alla segretaria che lo accompagnava.
E poi: "Come? Suo figlio ha visto quella macchina lì? Ma è la stessa!
Guardi, uguale spiaccicata!". Quell’uguale spiaccicata! vale perlomeno
35 euro. Lo userò, perché, in effetti, un’auto spiaccicata!
è un'immagine potente. Era un personaggio. Neanche a descriverlo in un libro
potreste credere che esista un personaggio del genere. Io, da quel giorno,
prima di comprare un'auto nuova, ci penso su.
Quindi, i dialoghi
nascono dal contributo di questi miei aiutanti, l'orecchio destro e sinistro.
Non serve inventarli. In alcuni libri ci sono bellissime battute ma, se sono
inventate, te ne accorgi. In un libro di Raymond Chandler — se lo avessi conosciuto
gli avrei detto che quella battuta non ci stava —, a un certo punto un personaggio
dice: "Signora, calmatevi. Siete bianca come una vergine che ha passato
una notte con i marinai ubriachi di un peschereccio". È una battuta anche
bella da leggere, ma che nessuno pronuncerebbe mai. È troppo curata. Invece,
si può buttare lì: "Signora, cazzo, quanto siete pallida! Avete passato
la notte con i marinai ubriachi di un peschereccio?". In effetti, la
battuta si può salvare, si può recuperare. Il bravo editor interviene qui.
Purtroppo, i bravi editor stanno scomparendo. Io ho avuto la fortuna di trovarne
due sicuramente bravi e uno che sto collaudando.
Antonella Silvestrini Tuttavia
nei tuoi romanzi c'è molta poesia. Si sente che sei un lettore anche di poesia.
Tullio
Avoledo Sì. Io sarei uno scrittore
di poesie, se fossi capace di scrivere delle poesie decenti. Però, non è facile,
anche se la poesia mi piace. Il fatto che ci siano dei poeti mi rallegra perché,
per quanto male possa andare un mio libro, a un poeta va sempre peggio. Un
libro che va male a me vende 100 volte tanto quello di un poeta che va alla
grande. Comunque, io sono un lettore di poesia e ci sono degli ottimi poeti.
Ne cito qualcuno: Costantino Kavafis, poeta greco moderno nato ad Alessandria
d'Egitto, ingiustamente trascurato. Ha scritto, secondo me, alcune tra le
più belle poesie. Ce n'è una in cui descrive le sensazioni di una coppia che
si trova in una stanza sopra una taverna di pomeriggio. Vi assicuro che anche
leggendo la traduzione, splendida, uno si sente lì. Sente il rumore, il fresco
delle lenzuola, il caldo al di fuori delle veneziane, il vociare dei marinai
che giocano a carte. Si è trasportati in un'altra dimensione. La poesia fa
di questi miracoli. Ci sono alcune poesie di Tony Harrison, dedicate al padre
o alla madre, che fanno miracoli. In dieci righe riescono a mostrare un mondo.
Il romanzo non ce la fa. Non ha gli stessi tempi, non ha la stessa capacità.
La poesia è uno strumento dalla potenza incredibile, molto spesso viene usato
per scopi banali, ma quando viene usato bene, è meraviglioso. Ci sono poeti
che, con due parole, cinque righe, un'assonanza, aprono dei mondi. È un dono.
Proprio per questo motivo io mi nutro di poesia.
Un poeta che non mi
stanco mai di citare, perché vorrei che fosse riscoperto, è François Villon.
È straordinario. La leggenda vuole che fosse un delinquente francese del XV
secolo morto impiccato. In realtà, non è così. Mi piace il modo in cui mescolava
i toni alti e i toni bassi. Era capace di dedicare sonetti a una prostituta
con la stessa bravura con cui i cortigiani dell'epoca dedicavano sonetti alla
Vergine. Era un Caravaggio della poesia: uno straordinario accostatore di
temi alti e temi bassi. È questa anche la chiave del mio modo di scrivere:
quindi, non potrei vivere senza la poesia, come non potrei vivere senza leggere
romanzi.
Antonella Silvestrini Cosa
pensi di Emily Dickinson? Tu concludi Lo stato dell'unione con le parole
di Emily Dickinson. Dici che sono le ultime parole.
Tullio
Avoledo Emily Dickinson ha dimostrato
che si può volare molto lontano, molto in alto senza muoversi mai da quattro
mura domestiche. Noi crediamo che sia importante viaggiare girando per il
mondo. In realtà, uno può fare esplorazioni straordinarie anche senza mai
muoversi da una vita molto ordinata. La Dickinson viveva una vita quasi monacale.
Io sono affascinato dalla vita monacale, dal patrimonio che ci viene dai chiostri
del medioevo. La Dickinson lo ha fatto in tempi molto più vicini a noi e poi
era una scrittrice che sapeva distillare molto bene le parole. Arrivava a
una precisione e a una densità di parole non comuni. Ci sono vari modi di
scrivere poesie. Ci sono poeti che affascinano. Montale affascina perché è
un giocoliere della parola. Anche poeti che hanno avuto un momento di gloria,
come Quasimodo e come Neruda, sono giocolieri della parola, però, riuscire
a distillare le parole e condensarle in versi che, secondo me, avranno un
valore anche per i prossimi duemila o tremila anni, se si leggerà ancora poesia,
non è da tutti. La Dickinson ce la fa, come altri poeti del passato. Non tutti
ce la fanno. Ci sono poeti che hanno un successo limitato nel tempo. Chi di
noi, oggi, andrebbe a rileggersi Quasimodo? Eppure, ha vinto il Nobel. Vi
rendete conto? Chi era? Provate a leggere le poesie di Quasimodo! Non credo
che Quasimodo, come Montale, verrà letto ancora fra un secolo. La Dickinson,
sì, invece.
Antonella Silvestrini
E i tuoi preferiti tra i poeti italiani?
Tullio
Avoledo Tra i poeti italiani
viventi io adoro Benedetti e Milo De Angelis. Poi, ci sono poeti morti, poeti
morenti, poeti decrepiti. Ho avuto un pessimo rapporto con i poeti del passato
perché la scuola me li ha fatti odiare. A scuola ho dovuto imparare a memoria
Il sabato del villaggio e certe poesie di Carducci: poesie che si imparano
a memoria e che non lasciano nulla, anzi fanno disamorare della poesia. A
scuola ho dovuto imparare a memoria un canto dell'Iliade nella traduzione
di Vincenzo Monti. Credo di poterlo ancora recitare a memoria, ma non ne vado
fiero. I poeti italiani classici, purtroppo, mi sono venuti in odio per questo
motivo però, salvo De Angelis, straordinario. Salvo Giovanni Giudici e qualcosa
di Mario Luzi. Sono poeti che ho letto fino agli anni settanta. Non conosco
la produzione successiva.
Antonella Silvestrini Ci
sono pagine bellissime ne Lo Stato dell'unione in cui tu descrivi l'assurdo
funzionamento, quindi il non funzionamento della segnaletica del palazzo della
Regione. Sono pagine forse secondarie rispetto alla trama, però, di una precisione
clinica incredibile. Sono scritte benissimo. Una pennellata. Altrettanto belle
sono le pagine in cui racconti l'incontro su un aereo del protagonista, Alberto
Mendini, con la moglie. Ora, ti faccio una domanda un po' provocatoria: perché
ricorri alla fantascienza? Da queste pagine mi sembra che ci sia il talento
per una trama che non ha bisogno della fantascienza o dei mondi paralleli.
Tullio
Avoledo Nel mio quarto libro
non c'è fantascienza. La trama è completamente realistica, anche troppo. Però,
devo dire che mi sono divertito di meno a scriverlo perché sentivo che mi
mancava un ingrediente. Non è che nei miei libri ci sia molta fantascienza,
è il mondo talmente pieno di meraviglie che è difficile capire cosa sia reale
e cosa non lo sia. Lo dice un personaggio de Il signore degli anelli. Se
era difficile a quel tempo, oggi lo è ancora di più. Ci sono cose che per
mio nonno erano fantascientifiche e adesso non lo sono più. Ogni tanto faccio
questo esercizio: leggo un giornale di oggi pensando di essere una persona
degli anni ottanta, con la mentalità e il background culturale di quegli anni
e mi trovo in un mondo fantascientifico: la
manipolazione genetica, il papa tedesco, certe tecnologie...
In realtà, la fantascienza
non mi interessa come genere letterario, però, mi piace il senso di spiazzamento
che può dare al lettore. Se parlo di un mondo realistico, il lettore ha un
controllo maggiore su quello che legge, quindi è meno facile da spiazzare.
Invece, se descrivo un mondo meno realistico, prima di tutto evito molte querele,
in secondo luogo introduco elementi per cui il lettore sospende la sua credulità
ed è più facile farlo viaggiare, libero di accettare input non banali. Cerco
di inserire più elementi possibile per incuriosire il lettore. Sono come un
prestigiatore, un guitto che deve tenere desta l'attenzione del lettore usando
ogni trucco possibile per farlo arrivare alla fine del libro. Non sono talmente
bravo da riuscire a scrivere un libro che si regge sullo stile o sulla suspense.
Non mi interessa scrivere romanzi gialli. È un genere che ha fatto il suo
tempo. La fantascienza, invece, non ha ancora fatto il suo tempo, interessa
ancora al lettore. Nonostante questo, pochissimi scrittori italiani leggono
buona fantascienza. Asimov, Clarke sono autori comunque privi di fascino letterario.
Uno di questi Cordwainer Smith, pseudonimo di un nome ancora più complicato,
era un agente americano consigliere di Chiang Kai-shek. Ha scritto negli anni
quaranta il cosiddetto ciclo della Strumentalità, racconti apparentemente
incomprensibili, di notevole intensità linguistica. Sono racconti di fantascienza?
Sì e no! È un racconto di fantascienza 1984? Non credo. Però, 1984
è presente nei miei primi tre libri, e anche nel quarto. La fantascienza,
quindi, dà un elemento in più. L'ho abbandonata nel quarto libro perché non
è essenziale, ma la recupererò.
Antonella Silvestrini
Chi sono, se si può dire, i tuoi lettori? Tu hai presentato in varie città
d'Italia il tuo libro. È un pubblico particolare o è assolutamente indefinibile?
Tullio
Avoledo Non ne ho idea. È un
pubblico eterogeneo: lettori giovani, lettori di una certa età. Una cosa che
mi fa piacere è che il mio stile non è considerato ostico, quindi, tra i miei
lettori ci sono anche persone che hanno difficoltà ad affrontare stili difficili.
Mi fa piacere che i miei romanzi siano affrontabili anche da un lettore con
basso livello di scolarità, non mi sembra un difetto. Tra breve uscirà il
mio prossimo libro edito da Einaudi, e ci sarà la possibilità di fare una
verifica statistica per segmenti di età che potrà tornarmi utile per un libro
successivo.
Antonella Silvestrini Ne
Lo Stato dell'unione ho notato un elemento particolare.
Ogni capitolo inizia con le ultime parole del capitolo precedente. Le ultime
parole di un capitolo fanno da titolo e da incipit del capitolo successivo.
È una costruzione letteraria?
Tullio
Avoledo È una cosa che mi divertiva
fare, puramente futile, senza finalità. Il libro è una cosa curiosa. All'inizio
è solo tuo, poi è un gioco tra te e un lettore anonimo, che non vedi. In seguito,
però, diventa una cosa di cui si impossessano i critici. Un lettore, che è
anche critico, ha detto: “Tu hai usato l'espediente del coblas capfinidas,
un espediente della poesia provenzale, per cui la poesia successiva iniziava
con l'ultimo concetto della poesia precedente”. Non è così, non lo conoscevo,
pensavo che il coblas capfinidas fosse un dessert catalano. È stato
solo un gioco divertente. Nel prossimo libro, mi sono divertito ad usare la
tecnica cinematografica di un regista che amo, John Milius, in Conan il
barbaro con Arnold Schwarzenegger: una tecnica per cui ci sono
capitoli che hanno false partenze. Ci sono le stesse partenze in capitoli
successivi. Sono dei gesti ripetuti che, secondo me, sono piacevoli, creano
degli effetti di ripetizione della scena molto efficaci. Mi piace la tecnica,
ma questo gioco è nato per caso: avevo sbagliato a fare un "copia e incolla",
attaccando la stessa frase all'inizio di due capitoli successivi. Mi è piaciuto
e l’ho lasciato così.
Antonella Silvestrini
Dicevi che i tuoi libri sono dei film. In effetti, un regista non dovrebbe
fare un grande lavoro per trasportarli su pellicola. Ci sono tutte le note
di regia. Vi si trova il racconto dei movimenti della telecamera. Ci sono
progetti in tal senso?
Tullio
Avoledo I diritti dell'Elenco
telefonico di Atlantide sono giàvenduti da un anno e mezzo. Ho trovato
un produttore e uno sceneggiatore che ha fatto un buon lavoro, però il problema
è trovare qualcuno che abbia i soldi per fare qualcosa che attiri il pubblico.
Ci siamo trovati nella hall di un albergo a Firenze, per una presentazione,
e mi ha detto: "Sì, il libro è bello, però manca una cosa: un inseguimento
e qualche morto ammazzato sui tetti". Ma la trama del libro si svolge
nei sotterranei, non ci sono molti tetti. Allora, io, provocatoriamente, ho
esagerato. Ho introdotto tre inseguimenti sui tetti, un agente della Cia,
un dirigibile. Ho voluto essere sarcastico per fargli capire che lo stavo
prendendo in giro. E lui ha replicato: "Non è male, però ci sono troppi
inseguimenti sui tetti. Ne bastava uno. E poi, il dirigibile costa".
Non ha capito la provocazione e che, aggiustato così, non sarebbe più il mio
libro. Io scrivo in modo tale che qualsiasi regista comprenda che non c'è
da aggiungere nulla, nessun inseguimento sui tetti. Purtroppo, se non è difficile
trovare un regista che si innamori del tuo lavoro, è difficile trovare un
produttore che finanzi il film. E, a quanto pare, produttori intelligenti
ce ne sono pochi. Comunque, non è indispensabile realizzare film dai miei
libri, anche se economicamente renderebbe molto. Non ho questa ambizione.
I miei libri sono già, del resto, dei film.
Antonella Silvestrini
Qual è il tuo capolavoro?
Tullio
Avoledo Il mio capolavoro sono
i miei figli. Non sono l'unico a dirlo perché li porto in giro e vedo che
la gente li ammira e li considera dei bei bambini. Belli è un po' riduttivo.
Sono dei bambini ben riusciti, per il momento. Sul piano letterario, il mio
capolavoro sto cercando di scriverlo. È una sfida tra me e uno scrittore pordenonese,
Alberto Garlini. Lui ha scommesso che non sarei riuscito a scrivere un bestseller
da 500.000 copie. Ci sto lavorando un poco per volta e, sarà, forse, il mio
capolavoro. È un libro puramente tecnico, con personaggi e situazioni ben
studiati, un libro difficile che però mi piace scrivere. Penso di finirlo
per il 2007. Sarà, forse, il sesto, settimo libro. Chi lo sa?
In
realtà, l'autore non sa se sta scrivendo un capolavoro. Non tocca all'autore
giudicare i propri lavori. Io, per esempio, sono innamorato di Mare di
Bering, il libro che ha avuto meno successo degli altri, perché racconta
una storia per me necessaria, più importante delle altre. Capolavori non ne
ho scritti. Vorrei scrivere, questo sì, un grande romanzo americano. Sarebbe
un bel confronto con il primo colosso mondiale. Ci sto lavorando, vedremo
i risultati.
Antonella Silvestrini
Vuoi parlarci del tuo prossimo libro?
Tullio
Avoledo Il prossimo libro, che
dovrebbe uscire a novembre, si intitola Tre sono le cose misteriose.
Mi sono accorto che è un titolo scellerato. Se io fossi un critico prevenuto
nei confronti di Avoledo, direi: "Tre sono le cose misteriose: come ha
fatto Avoledo a scrivere tre libri buoni e poi una simile puttanata?".
Oppure: "Tre sono le cose misteriose: come mai Avoledo si è messo a scrivere,
come mai ha venduto tanto, come mai continuano a permettergli di scrivere".
Quando uno sceglie i titoli deve stare attento a non consentire giochi di
parole. Con questo titolo, purtroppo, mi rendo conto che darò agio ai critici
malevoli — ce ne sono due o tre che mi aspettano al varco — di impallinarmi.
È un libro molto diverso dagli altri tre, prima di tutto perché è un romanzo
lineare, la trama ha un inizio e una fine, si svolge in tre giorni. È fatto
di dialoghi, inizia e finisce in una casa che è anche una prigione per i protagonisti.
Il protagonista è un procuratore militare chiamato a formulare l'accusa, in
un processo internazionale per crimini di guerra, a un imputato che assomiglia
molto a Slobodan Milosevic. Narra il fine settimana di questo procuratore
che, in realtà, è un sostituto procuratore. Nathan è il suo maestro, il saggio,
il padre, la persona che tiene in equilibrio la sua vita, completamente scardinata.
Vive sotto protezione, con la moglie e il figlio adottivo, da quando il suo
amico è stato ucciso in un attentato. Questi tre giorni, questo fine settimana,
precedono il momento in cui dovrà affrontare l'imputato, una persona che non
ha mai incontrato, ma ha conosciuto solo attraverso i verbali degli interrogatori
e i filmati che lo riprendono in cella o durante l'ora d'aria. In questo libro
il protagonista "cattivo" non si vede mai, se non filtrato attraverso
verbali e filmati. In questi tre giorni il procuratore non si sente all'altezza
del ruolo, che è chiamato a svolgere e vive una crisi: è americano, appartiene a una nazione che si è dichiarata
intoccabile, decidendo che i suoi militari non vengano giudicati dai tribunali
internazionali, eppure si trova costretto a giudicare. Una situazione paradossale
che, se vogliamo, è stata il punto critico di tutti i processi per crimini
di guerra da Norimberga in poi. In questi tre giorni lui deve mettere in gioco
tutta la sua vita, deve riallacciare i rapporti con il figlio, deve reinventare
un mestiere che non sente più suo. È un romanzo molto intenso, diverso dai
precedenti. Io temo che i lettori dei primi tre possono sentirsi spiazzati
leggendo quest’ultimo. Ho scritto in una precedente recensione: "Non
fidatevi della recensione, non fidavi della fascetta di copertina. Entrate
in libreria, aprite e sfogliate il libro, leggete una pagina. Se vi piace,
leggetene un'altra. Se, alla fine, pensate che sia un libro per voi, compratelo
e leggetelo tutto".
Credo che utilizzerò
questa formula anche per la recensione di questo libro.
Antonella Silvestrini Ci
sono domande, curiosità da parte del pubblico?
Dal pubblico Perché continua
a lavorare in banca?
Tullio
Avoledo Perché mi pagano! La
domanda è interessante. La risposta, in realtà, è questa: perché lavoro in
banca dal 1991 e scrivo solo dal 2000, quindi, con la scrittura sono ancora
in rodaggio. Poi c'è un motivo molto più convincente: uno scrittore a tempo
pieno dipende dal capriccio dei lettori. Alexander Pope era un poeta di corte
degli inizi del settecento e tra i suoi compiti c'era anche quello di acchiappare
tre topi al mese. Io, al momento, sono un legale di banca, quindi faccio un
lavoro per cui ho studiato tanti anni, anche troppi, e non vorrei mai diventare
uno scrittore che, per ogni libro pubblicato, si preoccupa di come sarà accolto
dai lettori. Dipendere dai lettori per vivere mi darebbe un senso d'angoscia.
Poi c'è anche un terzo motivo, forse il più valido: se mi vanno male le cose
al lavoro, posso dire che mi vanno bene nella scrittura, se mi va male nella
scrittura, posso dire che ho sempre un lavoro. Il massimo sarebbe che andasse
bene in entrambi i campi, sarebbe un dramma il contrario. In questo caso penso
che mi cercherei un altro lavoro. Io sono ottimista. Comunque, è pur vero
che il lavoro in banca e la scrittura non si conciliano, quindi, prima o poi,
una cosa o l'altra dovrò lasciarla. Lascerò la scrittura, ovviamente.
Luigi Rosso Come interviene
la musica nei tuoi romanzi?
Tullio
Avoledo La musica è fondamentale.
La musica diventa un ingrediente della scrittura, nel senso che il genere
di musica che ascolto mentre scrivo entra come ritmo nella scrittura. Se ascolto
musica rock la pagina non è uguale a quella che scrivo quando ascolto un quartetto
per archi. La musica detta il ritmo della pagina. Non riuscirei a scrivere
senza ascoltare musica, devo crearmi la mia colonna sonora. Ho scritto un
racconto di fantascienza, non pubblicato, in cui immaginavo una città del
futuro, una Bombay, una città indiana, dove le persone dormono all'aperto,
in scatole di cartone, pagando un affitto, si svegliano al mattino, escono
dalle scatole perfettamente vestiti, trovano un barbiere che li sbarba, vanno
a lavorare in palazzi dove fanno i programmatori. Mi è capitato di rivolgermi
alla Microsoft per un problema informatico e di parlare con un indiano. Ho
immaginato questo programmatore del futuro in un mondo in cui la gente non
parla più, ognuno ha un microchip che gli fornisce la colonna sonora della
giornata. I protagonisti di questo racconto vivono in un mondo dove non ci
sono più parole, ma una continua colonna sonora ed è un mondo in cui non mi
dispiacerebbe affatto vivere. Durante la giornata, cerco di crearmi la mia
colonna sonora; non sempre posso farlo, ma la musica influenza il mood della
giornata e anche la scrittura.
Antonella Silvestrini
Questo lo fa l'inconscio.
Tullio
Avoledo Grande lavoratore, l'inconscio.
Antonella Silvestrini Grande
lavoratore, esatto. Anche Freud lo dice. Ci sono altre domande?
Monica Fedeli Qual è il
motivo della copertina de Lo Stato dell'unione?
Tullio
Avoledo La copertina non è decisa
dall'autore. A me sarebbe piaciuta una copertina bianca come certi libri rilegati
francesi degli anni settanta, con nome dell'autore, titolo e casa editrice,
bordino con qualche decorazione stile liberty, pagine ancora attaccate, da
tagliare, in modo che quando qualcuno viene a chiederti l'autografo si capisce
se ha letto o no il libro. Oggi questo è improponibile. Io non ho avuto voce
in capitolo su questa copertina. Antonio Odorico mi ha detto: "Il libro
è buono, ma la copertina fa schifo!". Il titolo è mio e su quello accetto
critiche e complimenti, ma sulla copertina... Questo simbolo, mi hanno detto,
è un simbolo celtico che dovrebbe evidenziare la matrice celtica. Io avevo
immaginato una copertina tipo pagina di un quotidiano messa sghemba, con comparsa
di articoli, di vari titoli che riprendono varie trame del libro, tipo: "I
morti possono comunicare coi vivi?". Mi hanno detto che non avrebbe funzionato.
La casa editrice ha deciso per una copertina di impatto. Ma la vera sciagura,
di questo libro, non è la copertina, bensì il titolo. L'agente australiana
incaricata di vendere il libro all'estero mi ha detto che con questo titolo
il libro non si venderà, perché fa pensare a un libro di politica e la politica
ha stufato la gente nel mondo anglosassone. Non credo sarà possibile cambiare
titolo. Questo è un grosso handicap che mi sono cercato con le mie mani.
Antonella Silvestrini Un'ultima
domanda?
Dal pubblico Quali rapporti
ci sono fra gli scrittori pordenonesi, che stanno vivendo un momento particolarmente
felice?
Tullio
Avoledo Mauro Covacich ha rischiato
di coprirsi di ridicolo quando ha detto che noi ci ritroviamo per discutere
dei destini del mondo e dell'umanità intorno a una pizza. Sì, lo si fa. Frequento
gli altri scrittori di Pordenone, peraltro, più fuori Pordenone che in Pordenone.
Ci incontriamo, però abbiamo stili talmente diversi e anche gusti in materia
di lettura talmente diversi che ci si racconta più spesso barzellette piuttosto
che parlare di letteratura. È nato un mito per cui si sarebbe creata una scuola
a Pordenone. Facciamo l'ipotesi che fra cent'anni si parli della scuola di
Pordenone. Qualcuno dirà: "Tullio Avoledo e Mario Covacich vivevano nello
stesso stabile e ogni sera si trovavano, discutevano di letteratura, tenevano
dei simposi". Non è vero. Ci si trova come con chiunque altro e si parla
un po' di tutto, non necessariamente di libri. Piuttosto, c'è da dire che
fa molto agio che gli editori di Milano, credano che ci sia una scuola a Pordenone.
Ma non fa agio a noi, bensì ad altri scrittori di Pordenone che, eventualmente,
dovessero proporsi. Infatti, qualcuno mi ha chiesto: "Come mai tanti
scrittori a Pordenone in questo periodo?". Io ho risposto: "Per
caso!", ma la risposta non andava bene, avrei dovuto dire che è grazie
all'acqua miracolosa del condominio Nobile. Questa è una risposta che avrebbero
voluto sentirsi dire.
Comunque, si tratta
di un caso. Piuttosto, devo dire che è stato molto importante per me l'incontro
con Mauro Covacich e Gian Mario Villalta nel 2000, incontro da cui è nato
qualcosa di importante. Non c'è una mafia pordenonese degli scrittori, né
un cenacolo. Incontro più spesso scrittori padovani che pordenonesi. Ho detto
a Mauro che se per caso diventiamo famosi veramente, tra cent'anni il comune
di Pordenone risparmierà sulle targhe, perché potrà metterne una sola: "Qui
vissero Mauro Covacich e Tullio Avoledo".
Antonella Silvestrini Ringraziamo
Tullio Avoledo. Aspettiamo di leggere Tre sono le cose misteriose,
a novembre. Ci vediamo al prossimo appuntamento.
Tullio
Avoledo Grazie a voi.