La libertà, i giovani, la città

Azzano Decimo, 20 gennaio, 2 e 7 febbraio

Il gatto con gli stivali : il cervello dell’impresa

 

Erik Battiston Ci apprestiamo al terzo appuntamento di questo corso. I suggerimenti, gli indizi che abbiamo raccolto ascoltando il racconto di Antonella Silvestrini, la testimonianza di Federica Guerra e le domande del pubblico ci inducono a ascoltare l’emergenza di una seconda vita, la vita senza uniforme, la vita che debutta costantemente con le sue prove incessanti.

E a contemplare
non ci attardiamo più
lo scorrere bianco delle acque.

Luna — sonno lungo di sabbia.
Resto di pietra
d’eterna memoria.

Abbiamo parlato di impresa, di sessualità, di patrimonio e di matrimonio. All’impresa e alla sessualità ognuno reagisce. Indifferenza, arroganza o modestia fanno da sbarramento alla novità. Con l’analisi delle fiabe abbiamo introdotto un altro getto, estremo, perché ciascuno non indugi più nel domestico, nel familiare, nel conosciuto. I corsi proseguiranno in aprile, a Pordenone, al convento di San Francesco. E entreremo proprio nel dettaglio, con altre fiabe e altre favole distinguendo le logiche della parola, i contrappassi e i contropiedi che attestano l’impossibile ribellione alla precisione della parola. Noi siamo abitati dalla parola. È la casa da cui nessuno ci può sfrattare. È l’albergo ove accogliere l’ospite sconosciuto. È la galassia dove giocare e lavorare. Il nostro compito sta nello sfruttare la parola, nel cogliere i frutti che non sono più proibiti né censurati né vietati. Non c’è più il mio o il tuo frutto. Non spetta a noi decidere a chi darlo o a chi non darlo, né se riceverlo o rifiutarlo. Abbiamo bisogno di prove, di debuttare alla vita e non dell’invischiamento e delle facilitazioni proprie dell’epoca. Abbiamo bisogno della soddisfazione che è dinanzi e eterna, e che nessuno ci può confiscare per sottoporci al regno della pena. Abbiamo bisogno di restituire i millenni di civiltà per approdare all’incommensurabile ricchezza.

La vita è un’anomalia inverificabile secondo i criteri standard. Non può essere ridotta al minimo comune. Il resto della vita è l’altrove della scrittura, è la poesia di ciascun giorno. Noi combattiamo senza scagliarci contro il vento, senza arrabbiarci contro la tempesta. Combattiamo anche dormendo. Per questo non dobbiamo più svegliare chi dorme perché sia incitato alla lotta. Ciascun giorno incontriamo chi sembra impedire il nostro viaggio, chi ci infastidisce, chi sembra fare il pazzo. In ciascun caso la prova è senza pena perché nulla è stato prima. Nulla è già dato. Sempre nuovi i dispositivi da inventare, senza più l’idea di guarigione. L’epoca insegna a salvarci, a proteggerci e a non rischiare. L’epoca consiglia di abbandonarci, di lasciarci andare perché, comunque, c’è sempre tempo. Ma non c’è alternativa alla vita né c’è il tempo largo a nostra disposizione.

Questo corso è una scommessa a proseguire, a fare e a industriarsi. È una scommessa perché Azzano Decimo divenga una città sempre più importante, sempre più bella: una città del secondo rinascimento.

Ora ascoltiamo Pierangela Quaia, insegnante delle scuole per l’infanzia che ci darà testimonianza del suo lavoro sulle fiabe con i bambini. Poi Antonella Silvestrini.

Pierangela Quaia Buonasera. Come ha detto il signor Battiston, lavoro alla scuola dell’infanzia a Fontanafredda. Già da anni la nostra scuola ha scelto di avvalersi, come molte altre scuole che hanno compiuto un percorso di innovazione e di studio, di quello che viene chiamato lo "sfondo integratore". Noi possiamo darne una definizione, una lettura nuova e diversa definendolo il terreno dell’integrazione dove germogliano e si combinano le cose. Gioco, teatro, disegno e musica. Dove accade la novità? Nel terreno in cui si integrano il racconto, la narrazione, la lingua di ciascun bambino affinché incontri, facendo, i propri talenti e li metta in gioco.

Fiabe e favole hanno sempre caratterizzato i momenti educativi nella scuola dell’infanzia. Ci stiamo sforzando anche di trovare nuove strade. Quindi, non solo la fiaba come morale nell’intento di veicolare gli insegnamenti. Non solo come svago oppure riempitivo di vari momenti vuoti della giornata. L’integrazione dei vari aspetti dell’esperienza, linguistici, musicali, dell’arte, del teatro, offre moltissimi elementi per un’altra lettura dei testi. La lettura che, poi, ne fanno i bambini è decisamente nuova e diversa. Così è stato, per esempio, quando abbiamo letto Pinocchio, o l’Odissea in versione narrativa. A fine anno, è stato proposto ai bambini l’ascolto di alcuni brani dell’Odissea in poesia, anche per far sentire loro questo diverso modo dell’espressione. I bambini intendevano incredibilmente, apprezzavano e ricordano nel tempo. In ciascun dispositivo si tiene conto di entrambi gli aspetti dell’esperienza: gioco e lavoro, l’aspetto manuale e l’aspetto intellettuale.

Nella scuola, invece, la vita del bambino viene considerata divisa nei due tipi di esperienza: quella del gioco come momento di libertà, svago, distensione e quella dell’attività in cui verrebbe richiesto un impegno particolarmente importante, dopo il quale c’è la necessità di andare a sfogarsi, a correre sfrenatamente. Invece, nei dispositivi avviati nella nostra scuola non c’è più questa distinzione e non si crede al limite di sé del bambino: "Posso", "Non posso", "So fare", "Non so fare". Si giunge, quindi, a una lettura nuova sia delle fiabe sia di tutta l’esperienza del bambino alla scuola dell’infanzia. Queste acquisizioni, del tutto inedite, giunte lungo questa ricerca, mi hanno consentito di introdurre delle variazioni. E spero di proseguire perché ho notato che gli effetti sui bambini sono veramente molto interessanti e consentono cose che un tempo sembravano difficilissime.

A proposito della distinzione tra gioco e attività, recentemente ho introdotto il fatto di non dire più ai bambini: "Ah bene, dopo l’attività andiamo a giocare". Per i bambini si tratta di uscire, in salone o in giardino, per questa pausa di libertà in assenza di norme e regole. Ho cominciato a dire loro: "Ecco, adesso c’è il momento delle attività di gioco", e introdurre così questo altro momento della giornata in cui il bambino può cogliere cose e indicazioni diverse dal consueto: "Finalmente mi sono liberato del giogo dell’impegno". Questo per intendere che anche i momenti del gioco hanno norme, regole, progetti, programmi. Il bambino è incredibilmente impegnato. Quando gioca è molto serio. Fiabe e favole entrano nel racconto della nostra scuola e diventano materiale indispensabile per l’educazione.

Quest’anno il romanzo che stiamo leggendo è Il mago di Oz, dello statunitense Frank Baum che non è uno scrittore di professione, si è trovato per caso a scrivere questo romanzo. L’occasione di questo corso mi ha offerto l’input per alcune riflessioni, una lettura nuova. La vicenda vede protagonista una bimba, Dorothy che un violento ciclone strappa alla sua famiglia e la trasporta in una terra lontanissima, sconosciuta, dalla quale sembrerebbe impossibile far ritorno. La bimba non ha genitori, vive nel Kansas con gli zii. Una soluzione viene prospettata come apparentemente facile: le viene suggerito di recarsi dal terribile e potente mago di Oz per chiedergli di ritornare a casa. Solo lui la potrà aiutare. Anche se l’intervento di questo mago viene immaginato come salvifico, il cammino per raggiungerlo, invece, viene rappresentato come molto lungo, pieno di pericoli e insidie. Anche quello che sembra un itinerario salvifico diventa, poi, l’esca per una prova di vita e la salvezza rimane nell’immaginario. Dorothy, infatti, accoglie questa prova e parte, inizia il suo viaggio.

A mano a mano che procede incontra altri compagni, altri amici: lo spaventapasseri, il boscaiolo di stagno e il leone codardo. Ciascuno dei nuovi compagni enuncia una mancanza: lo spaventapasseri quella del cervello, il boscaiolo di stagno del cuore e il leone codardo del coraggio. Essi affiancano la bimba nel suo viaggio alla ricerca di Oz, il solo che potrebbe idealmente colmare anche le loro mancanze. È talmente grande e potente questo mago che sicuramente acconsentirà a dare loro il pezzettino mancante. Questa mancanza sembrerebbe, nella loro idea, l’impedimento a raggiungere la qualità nella propria vita. Quindi, lo spaventapasseri non potrebbe essere intelligente, il leone non potrebbe essere il re degli animali. Ciascuno di loro crede che proprio la mancanza di quella cosa lo impedisca. Invece, nei vari dispositivi che poi si avviano, man mano che il racconto procede, essi si accorgono che le loro fantasie non trovano fondamento e che le cose facendo si dispongono, si svolgono e indicano, quindi, la traversata che occorre fare. E così lo spaventapasseri stupido trova sempre soluzioni ingegnosissime nelle varie situazioni e il leone codardo vince le sue battaglie. Quando giungono da Oz e scoprono che lui è solo un uomo del circo, quindi assolutamente senza alcun potere magico rispetto alle loro questioni, svanisce l’idea di via facile prospettata all’inizio del romanzo. Potremmo dire che il mago interviene con la parola perché, in effetti, il suo contributo è fittizio. Quindi, anche questa fiaba mette in discussione quella che spesso sembra essere l’idea che ciascuno ha della propria mancanza e di quello che ha ritenuto necessario per la propria salvezza, mentre in realtà è l’esca perché ciascuno faccia fruttare il proprio genio nelle situazioni.

Antonella Silvestrini Dorothy e i suoi amici fanno la traversata del brutto anatroccolo. A volte noi pensiamo di potere o dovere sapere bene quello che ci manca, sapere bene quali sono i nostri difetti per poi poter organizzarci e far fronte. Invece, quest’idea del negativo di sé è il limite, ciò che si pone a sbarramento nel viaggio. Sembra svolta questa questione. La miseria, la mancanza di sé sono un fantasma. Non sono realistiche. Veniamo a Il brutto anatroccolo.

Com’era bello, fuori, in campagna! Era estate! Il grano era giallo, l’avena verde, il fieno era stato raccolto in mucchi nei prati, dove la cicogna passeggiava con le sue lunghe zampe rosse biascicando egiziano, la lingua che le aveva insegnato sua madre.

La fiaba comincia con una cicogna che parla egiziano.

Intorno ai campi e al prato c’erano grandi boschi, e in mezzo ai boschi, laghi profondi; certo, la campagna era d’una meravigliosa bellezza. C’era là un vecchio castello, bagnato dal sole, circondato di profondi fossati, e tra il muro fin giù nell’acqua crescevano grandi piante di farfaraccio, così alte che i bambini piccoli potevano stare in piedi sotto le foglie più alte.

Buon metodo di misura, il bambino.

Quel luogo era selvaggio come un fitto bosco, e lì stava un’anatra sul nido, a covare i suoi piccoli, ma ormai era quasi stufa, perché ci voleva tanto tempo e di rado aveva visite; le altre anatre preferivano sguazzare nei canali piuttosto che venire sotto le foglie di farfaraccio a ciarlare con lei.

C’è una mamma che sta lì a covare i suoi piccoli ed è stufa, stanca, non ne può più. Avete mai incontrato una mamma che non dica di essere stufa? Ciascuna volta che uno dice "sono stufo" si pone come mamma; non solo dei suoi bambini, ma della vita, dei colleghi, dei collaboratori, dei genitori, dei fratelli, delle persone che si incontrano. La mamma è stufa. Questi piccoli sono già il suo limite, il suo impedimento perché lei preferiva starnazzare e sguazzare nei canali.

Finalmente le uova si ruppero, una dopo l’altra. — Pip! pip! — si sentì, tutti i gialli d’uovo erano diventati vivi e tiravano fuori la testa. — Qua, qua — faceva essa, e anche loro cominciarono a schiamazzare come potevano e si guardavano intorno sotto le foglie verdi, e la madre lasciava che guardassero quanto volevano perché il verde fa bene agli occhi.

Ecco la madre farmacista: sa cos’è bene, cos’è male, le cose buone da fare. Quindi, sa cosa fa bene ai figli e sa benissimo cosa farebbe male a lei, per esempio il non poter andare a sguazzare nei canali.

— Ma com’è grande il mondo! — dissero tutti i piccoli; adesso stavano ben più larghi di quando erano chiusi nell’uovo.— Se credete che il mondo sia tutto qui! — disse la madre, — arriva lontano, oltre la fine del giardino, sino al prato del pastore! ma non ci sono mai stata laggiù!

Come dire: "Non credete che il mondo sia tutto qui, va fino a lì". È un’altra idea del mondo. Il mondo che cos’è se non l’addomesticamento dell’avvenire? Ciascuno ha la sua idea di mondo. Anche le sirenette, vi ricordate? In fondo al mare, ognuna aveva il suo giardinetto in cui coltivava quello che voleva, secondo la sua idea domestica delle cose. Chiaramente questo è il mondo a sua misura.

Allora, vediamo, ci siete tutti? — e si alzò. — No, non ci siete tutti! l’uovo più grosso è ancora qui, quanto durerà?...

Di nuovo il tempo come durata. Quanto dura?

…ormai sono quasi stufa! — e si rimise a covare.

C’è questa questione dell’essere stufi. Quand’è che si è stufi? Quando nella giornata le cose sono messe in una linea e sommate. Sono una, più una, più una, più una, più una, all’infinito. Questa somma comporta la stanchezza. Questa somma non è detto che debba essere di cose spiacevoli. Anche se è una somma di cose apparentemente dello svago diventa una somma e come tale pesa e comporta la stanchezza. Quando lasciamo le cose come tali, quindi le subiamo, queste cose messe lì in quanto tali, non si espongono all’eventualità di una trasformazione, non vengono restituite in qualcosa che non c’era prima. In quanto tali pesano; si sommano e pesano.

— Ebbene, come va? — chiese una vecchia anatra, venuta a farle visita.

Compare la comare.

— è tanto tempo che covo quest’uovo! — disse l’anatra che covava; — ancora non si vede una screpolatura! Ma vieni a vedere gli altri! sono gli anatroccoli più belli che io abbia mai visto! somigliano tutti al padre, quel briccone, che non c’è caso che venga una volta a trovarmi!

La questione è: questo non va perché ancora non nasce, gli altri invece sono belli. È un modo di negare "questo" e "gli altri". "Somigliano tutti al padre". Abbiamo una madre triste e stanca e un padre briccone: questa è la famiglia modello. Ci sono tutti gli ingredienti: padre assente e madre stufa. Un vivaio di nevrosi.

— Fammi vedere l’uovo che non si vuol rompere! — disse la vecchia —…

Ecco qui un’altra consulente.

…Scommetto che è un uovo di tacchina!...

La comare dice all’altra donna.

…Anche a me, una volta, giocarono un simile tiro, con tutto il da fare che avevo, perché i piccoli, capirai, avevano una tal paura dell’acqua! non riuscii a farlo venir fuori! schiamazzai e beccai, ma non servì a nulla! Fammi vedere l’uovo! sì, è proprio uovo di tacchina! lascialo stare, e insegna a nuotare agli altri piccoli!

C’è questa fantasia di aborto che si enuncia subito. La enuncia l’anatra quando dice "sono quasi stufa". La fantasia, però, non si realizza, perché dice "quasi". In questo "quasi" c’è la grandiosità della pulsione, della forza, della parola, di quel che non cede. Certamente la fantasia di aborto è del brutto anatroccolo. Il brutto anatroccolo attribuisce alla madre, all’anatra, una fantasia di aborto. Chi può dire di avere veramente elaborato questa questione? È molto comune pensare che la propria mamma avrebbe potuto abortire, avrebbe avuto una fantasia di aborto. Questa è una questione di chi la enuncia, non è realistica. La fantasia della madre infanticida va elaborata da chi la enuncia. La consulente dice: "Anche a me una volta giocarono un simile tiro". Quando uno dice: "Anche a me…", "Anch’io una volta…"... Certamente, a volte, questi sono modi narrativi per introdurre un altro racconto, una testimonianza, un aneddoto ma, molto spesso, questo "anche a me" è un modo dell’omologazione, di dire che la mia esperienza è come la tua. "Anche a me è capitato così", "È toccato anche a me di fare questo". Allora uno si giustifica. Mal comune, mezzo gaudio. A noi non interessa il mezzo gaudio. Non ha nessun senso.

Dice: "Schiamazzai e beccai, ma non servì a nulla. Fammi vedere l’uovo". E guarda. L’occhio clinico e subito la diagnosi: no, no, è un uovo di tacchina. Benissimo. Lascialo lì, come dire: abortisci.

— Eppure voglio covarlo ancora un po’! — disse l’anatra — ho covato tanto che, visto che ho fatto trenta, faccio trentuno! — Fai pure! — disse l’anatra vecchia, e andò via.

La chance di questa anatra è proprio questa: faccio trenta e faccio trentuno. Questo trentuno, questo uno è veramente la svolta. Questo trenta e uno. Questo uno è l’ammissione del figlio. Trenta e uno. È la questione dell’uno, dell’ammissione dell’uno e dell’ammissione del figlio. Figlio unigenito. Cristo ha introdotto la questione dell’uno. Questo è interessantissimo. Come sempre nelle fiabe c’è un’oscillazione tra un fantasma e la sua dissipazione.

Finalmente l’uovo grosso si ruppe. — Pip! Pip! — fece il piccolo, e ruzzolò fuori; era molto grande e brutto. L’anatra lo guardò: — è grosso in un modo spaventoso, questo anatroccolo! — disse; — non somiglia a nessuno degli altri! che non sia davvero un pulcino di tacchina!

Ecco che ha fatto suo il pettegolezzo della comare.

Uhm! Lo sapremo subito! in acqua lo voglio vedere, dovessi buttarcelo dentro a calci!
Il giorno dopo era un tempo magnifico; il sole splendeva sulle foglie verdi di farfaraccio. Madre anatra uscì con tutta la famiglia nel canale, "plonff!" saltò in acqua: — Qua, qua! — chiamò, e uno dopo l’altro tutti gli anatroccoli si tuffarono, l’acqua si chiuse loro sul capo, ma tornarono subito a galla, e si lasciarono galleggiare dolcemente; le gambe si muovevano da sole e tutti c’erano, anche il piccolo brutto e grigio nuotava.

Anche quello.

— No, non è proprio un tacchino! — disse. — Guarda come muove bene le gambe, come si tiene dritto! È mio, decisamente! A guardarlo bene, in fondo, è anche bello! qua, qua! venite con me, vi condurrò nel mondo, e vi presenterò al pollaio, […]

Ce l’ha con questo mondo l’anatra, e del resto tutte le mamme ce l’hanno col mondo. "Devi andare nel mondo!", "Tu devi ancora vedere il mondo!", "Vedrai il mondo!", "Quando ti troverai nel mondo". Questo mondo corrisponde a un’idea confezionata che esse hanno delle cose. Il mondo non è il pianeta, né l’avvenire.

[…] ma statemi sempre vicini perché nessuno vi faccia male, e fate attenzione al gatto!

C’è subito il pericolo. Nel mondo ci sono le relazioni sociali. Chiaramente c’è la gerarchia, ci sono le cose che si devono o non si devono fare, ci sono i nemici da cui guardarsi. Quindi questi anatroccoli dovevano essere già istruiti alla nevrosi. Nessuna ingenuità, devono essere già a conoscenza del bene e del male.

Entrarono nel pollaio. Si sentiva un chiasso tremendo là dentro, c’erano due famiglie che si disputavano una testa d’anguilla, che poi andò a finire in bocca al gatto.
— Ecco cosa succede al mondo! — disse madre anatra leccandosi il becco, perché anche lei avrebbe voluto la testa d’anguilla.

Questo mondo è sempre fondato sul ricordo che uno ha della truffa, del dispiacere, del furto. Questo mondo è il ricordo.

— Muovete le gambe! un po’ più svelti se potete, e chinate il collo davanti alla vecchia anatra laggiù!

Le relazioni sociali.

[…] è la più distinta di tutti, qui! è di sangue spagnolo, per questo è così pesante! vedete lo straccetto rosso che porta alla gamba? è una cosa assolutamente fuor del comune, la massima decorazione che si possa accordare a un’anatra; significa che non ci si vuol separare da essa, e che dev’essere rispettata dagli animali e dagli uomini!

Ecco qui la società conformista, con le persone da ossequiare e i nemici da temere. Tutta l’araldica nel segno di questo "straccetto", quindi il rispetto dovuto. Sembra proprio una società conformista.

Spicciatevi! Non tenete i piedi in dentro! Un anatrino beneducato tiene le zampe larghe, come il babbo e la mamma! così, vedete? e ora chinate il collo e fate: qua!
Ubbidirono; ma le altre anatre intorno li guardarono e dissero ad alta voce: — Guarda! guarda! ora ci arriva tutta la processione! come se non fossimo già abbastanza! che orrore! com’è brutto uno degli anatrini! quello non lo vogliamo tra noi! — e subito un’anatra volò su di lui e lo beccò alla nuca.
— Lascialo stare! — disse la madre, — non ha fatto niente a nessuno!

Sarebbe stata giustificata se avesse fatto qualcosa, ma lui non ha fatto niente a nessuno!

— Già, ma è troppo grosso e strano! — disse l’anatra che aveva beccato, — dovrà prenderne tante!

Qui, anziché l’uno, l’ammissione dell’uno, c’è subito il meno uno, cioè il capro espiatorio, indispensabile perché ci sia la comunità degli uguali. L’omologazione perché ci sia la giustificazione reciproca. Allora bisogna basarsi sul meno uno: su quello che è troppo grosso, troppo brutto.

Sono belli, i piccoli di madre anatra! — disse quella che aveva lo straccetto alla gamba; — tutti belli, salvo uno che le è riuscito male! vorrei che potesse rifarlo da capo!

"Salvo uno che le è riuscito male." La funzione materna è l’idea che la madre "faccia" il figlio. La madre fattrice. Andersen è protestante, quindi il mito di Maria a lui non dice nulla. Nel mito di Maria noi abbiamo un’altra madre che non è proprio la fattrice. L’Immacolata, ovvero non c’è più concezione. Maria non concepisce, quindi non è la fattrice. C’è l’annunciazione, poi le cose si avviano. È un enigma. Non è proprio animale, Maria. Nel Vangelo c’è un altro processo intellettuale.

Non è possibile, Vostra Grazia! — disse madre anatra, — bello non è, ma ha un’indole molto buona, nuota benissimo, come nessuno degli altri figli, forse un po’ meglio, direi! penso che crescendo si farà più bello, e forse, col tempo, non sarà più così grosso! non è nato normale di corpo, perché è rimasto troppo a lungo nell’uovo! — e col becco lo grattò nella nuca e gli lisciò le piume.

Come dire: "è un po’ disgraziatello! Si farà!". In Veneto "coi ani se fa i cristiani". Ovvero, incontrerà questa metamorfosi. Quando noi diciamo così di qualcuno vuol dire che abbiamo già l’idea di parlare di un deficiente. Non c’è nessuna chance nel dire: "si farà, crescerà!". Un conto è intendere che le cose incontrano la trasformazione e si qualificano; altro conto è riferirci a qualcuno come se fosse una pera che a certo punto matura e casca dall’albero. Da questo discorso della madre anatra, intendiamo che non c’è molta stima, non c’è una scommessa di vita. A quest’anatra non è andato tanto giù di essersi trovata un figlio così e, quindi, cerca di fare buon viso a cattiva sorte, dicendo: "Ma no, va bene, a nuotare è meglio degli altri! si farà! con gli anni si fanno i cristiani!". Non è proprio un’elaborazione, non è proprio l’ammissione del figlio. Infatti cosa aggiunge:

— Poi è un maschio, — disse — perciò poco importa!...

Che sia brutto!

…penso che diventerà molto robusto e riuscirà a farsi strada!

In effetti questo è un luogo comune. Uno è brutto, però se è un maschio se la cava. Se è una femmina è un po’ diverso, noi abbiamo solo quello da vendere. Questa sarebbe l’idea di bellezza comune e canonica, l’attributo fallico della donna. La volta scorsa, invece, dicevamo che la questione non è quella della più bella. È della bella. La bella non è la bellezza canonica ma è la bella nella parola. Quindi l’eleganza è l’eleganza intellettuale. Questa è la bella.

Gli altri anatrini sono graziosissimi! — disse la vecchia anatra,…

Come dire: "tirati su! in fondo sei stata ripagata con questi".

…e ora fate come se foste a casa vostra, e se trovate una testa d’anguilla portatemela pure.
E si considerarono come a casa loro.
Ma il povero anatroccolo che era uscito per ultimo dall’uovo ed era tanto brutto, venne morso, preso a spinte, deriso, sia dalle anatre che dalle galline. — è troppo grosso! — dicevano tutti, e il tacchino che era nato con gli speroni e credeva quindi di essere imperatore, si gonfiò come un bastimento dalle vele spiegate e partì contro di lui, gorgogliando di collera e con la testa tutta rossa. Il povero anatroccolo non sapeva dove stare né dove andare, era tristissimo, perché era brutto e perché era lo zimbello di tutto il pollaio.

La fantasia del brutto anatroccolo è quella di credere, come dicevamo, di essere il brutto anatroccolo. Recita un po’ la parte dello zimbello ed ecco che i fratelli sono cattivi con lui, e gli dicono: "Magari ti prendesse il gatto!". E poi le anatre lo mordevano, le galline lo beccavano, addirittura anche la serva che portava da mangiare alle bestie gli dava calci.

Un bel giorno scappò, volando oltre la siepe; gli uccellini tra i cespugli, spaventati, si alzarono a volo. "Sono scappati perché sono tanto brutto!", pensò l’anatroccolo, e chiuse gli occhi, ma continuò a scappare!...

Lui va oltre la siepe, oltre lo steccato, non dà quello come mondo già stabilito: parte, si mette in viaggio. Se, invece, una cosa nuova viene immaginata o sperata come un riscatto, come una fuga, se il viaggio è una fuga dal negativo, per andare incontro al positivo, non si può che continuare a professare il ricordo, e a imbattersi l’ideologia della comunità. Alcuni tra i pionieri o gli emigranti che sono andati a vivere e lavorare negli Stati Uniti, in Canada, in Sud America, in Francia, in Inghilterra, continuano a professare la dottrina della loro comunità. Anziché intendere la portata del loro viaggio, lo pensano come un riscatto e pertanto non fanno altro che propagandare il pregiudizio della loro provincia, della loro piccola comunità.

E così, quando coloro che incontra si spaventano, il brutto anatroccolo legge l’episodio secondo il suo ricordo: si spaventano perché sono tanto brutto. L’essere brutto gli fornisce la spiegazione per tutto ciò che gli accade.

…Arrivò nella grande palude,…

Con l’idea di riscatto si passa "dalla padella alla brace" e, infatti, l’anatroccolo si trova nella palude.

…dove abitavano le anatre selvatiche.

Le quali, ovviamente gli dicono:

— Sei infinitamente brutto…

Si conferma, quindi, la fantasia,

…ma per noi fa lo stesso, purché non ti sposi nella nostra famiglia!

Un altro fantasma molto diffuso. Lui, che non pensava a sposarsi, prosegue. Sta via due giorni, poi incontra due paperi.Allora questi dicono:

— Sei tanto brutto che ci piaci! Vuoi venire con noi e diventare uccello di passo? Non lontano di qui, in un’altra palude, abitano alcune oche selvatiche, amabili e belle, tutte signorine, che dicono "qua!" Tu potrai aver fortuna, con la tua bruttezza!
— Pum ! pam! — si sentì a un tratto, e i due paperi selvatici caddero morti tra i giunchi…

Gli unici che gli avevano prospettato qualcosa... morti!

…e l’acqua si fece rossa di sangue;…

Si indugia nei dettagli: "l’acqua si fece rossa di sangue".

— pum! pam! — si udì ancora sparare e interi stormi di oche selvatiche si alzarono a volo dai giunchi;…

Capisce, quindi, che si tratta di una grande battuta di caccia; i cacciatori si erano sparpagliati per la palude, altri stavano appostati fra i rami, eccetera. A un certo punto l’anatroccolo

…rigirò il capo per ficcarselo sotto l’ala, ma proprio in quell’istante apparve vicinissimo a lui un cane enorme: la lingua gli penzolava lunghissima dalla bocca e gli occhi fiammeggiavano in un modo orrendo; accostò il muso all’anatroccolo, mostrò i denti aguzzi e platsch! si allontanò senza morderlo.
— Dio, sia lodato! — sospirò l’anatroccolo — sono tanto brutto che perfino il cane non ha voglia di mordermi!".

Per ognuno il proprio luogo comune, domestico, è il passepartout per ogni evenienza. Per l’anatroccolo è la bruttezza.

Rimase così tranquillo, mentre le palle di piombo fischiavano tra i giunchi e gli spari si susseguivano ininterrotti.

Va avanti.

Verso sera raggiunse una povera capannuccia di contadini, così misera che non sapeva essa stessa da qual parte cadere, perciò restava in piedi; il vento soffiava con tal furia che il povero anatroccolo dovette sedersi sul didietro per resistere, ma diventava sempre peggio; notò allora che la porta della capanna era uscita da uno dei cardini e stava obliqua, in modo che lui poteva, attraverso la fessura, infilarsi nella stanza, e così fece.
Qui abitava una vecchia con un gatto e una gallina; il gatto, che lei chiamava Pupo, sapeva inarcare la schiena, far le fusa, e perfino sprizzare scintille, ma per questo occorreva carezzarlo contropelo;…

Anche qui, un altro regno, con altre regole. Un altro regolamento condominiale!

…la gallina aveva le zampe corte e perciò si chiamava Gambacorta Coccodè: deponeva bene le uova e la vecchia l’amava come fosse stata sua figlia.
Al mattino l’anatroccolo estraneo fu subito notato, e il gatto cominciò a far le fusa e la gallina a chiocciare.
— Che succede? — disse la vecchia guardandosi intorno, ma non ci vedeva bene, e immaginò che l’anatroccolo fosse un’anatra grassa che si era smarrita. — Ci è caduta dal cielo! — disse, — adesso avremo uova d’anatra, purché non sia un maschio! Lo metterò alla prova!

Anche la mamma, per vedere se era un tacchino, lo aveva messo alla prova nell’acqua.

Così l’anatroccolo fu assunto in prova per tre settimane, ma non uscì nessun uovo; il gatto era il padrone di casa, la gallina era la padrona, e dicevano sempre: — Noi e il mondo!

Anche qui c’è un’idea di mondo; una variante del teatrino che lui ha lasciato.

L’anatroccolo era del parere che si poteva anche avere un’opinione diversa, ma questo la gallina non lo tollerava. Erano convinti di essere la metà del mondo, la migliore per giunta.
— Sai fare l’uovo? — gli chiese.
— No!
— Allora, non avere opinioni quando le persone ragionevoli parlano.
L’anatroccolo si mise in un cantuccio, di cattivo umore; poi gli venne da pensare all’aria fresca e al sole. Ebbe una tal voglia di stare a galla sull’acqua, che infine non poté trattenersi, dovette dirlo alla gallina.
— Che ti prende? — gli disse — non hai nulla da fare, per questo ti vengono le fantasie! fai le uova oppure fai le fusa, così ti passa!

Ci sono due mestieri: o fare le uova o fare le fusa. Non c’è verso. Per cui uno, soprattutto se parte dall’idea di limite di sé, non può che imparare uno dei due mestieri. Gli è andata bene che erano due! Sembra proprio la Repubblica di Platone. Il soggetto è predestinato a fare quello che faceva chi è nato prima di lui senza nessuna chance, nessun caso dell’unicum, nessun caso di particolarità, di qualità. Nulla.

— Ma è tanto bello stare a galla sull’acqua! — disse l’anatroccolo — è tanto bello sentirsela passare sulla testa e tuffarsi giù fino al fondo!

La questione è se questi enunciati dell’anatroccolo siano ancora enunciati che ci dicono qualcosa della particolarità oppure siano gli enunciati del soggetto. Lui qui incontra qualcuno che gli dice: "Stare là a nuotare è proprio una cosa insulsa che non serve a niente. Devi fare le uova o le fusa! non si nuota in questa capanna!". Però l’anatroccolo enuncia la sua chance, come fosse un desiderio realistico: "Io ho voglia di andare in acqua!". A volte accade, anche nelle famiglie, nelle aziende, nelle istituzioni, a scuola, che ci sia chi enuncia qualcosa: un particolare interesse per il disegno, per uno sport, oppure per la letteratura, per la matematica o per qualcosa che non è assolutamente compreso tra le cose da fare. Occorre che chi enuncia questo se ne assuma la responsabilità. Non è che basti dire: "Ma io voglio andare in acqua!". Non è nel possibilismo che si avvia un itinerario che procede dalla particolarità. Ci sono persone che dicono: "Io, nella mia vita, avrei voluto fare lettere e invece mi hanno costretto a fare medicina". Oppure: "Io avrei fatto medicina, invece sono stato costretto a fare l’avvocato". Magari ci sono contesti in cui c’è una rappresentazione di questo tipo. Dobbiamo, però, chiederci: "Questa persona che cosa ha fatto, come si è messa in gioco per avviare quell’itinerario?". è troppo facile dire: "Sono stato costretto perché non c’era alternativa, dovevo fare solo quello, ho smesso la scuola perché bisognava lavorare". Occorre sempre assumersi la responsabilità. Non basta dire: "A me piacerebbe...", "Vorrei...". Come assumersi la responsabilità, finché c’è l’idea del brutto anatroccolo, del limite di sé? Se c’è il soggetto non c’è responsabilità.

— Oh! dev’essere un bel divertimento! — disse la gallina — sei ammattito, sul serio! chiedi al gatto, è la persona più intelligente che conosco; chiedigli se gli piace stare a galla sull’acqua o tuffarsi; quanto a me, non ne parliamo neppure! puoi andare tu stesso a domandare alla nostra padrona, la vecchia; più intelligente di lei non c’è nessuno al mondo! credi tu che abbia voglia di stare a galla e di sentirsi passare l’acqua sulla testa?
— Voi non mi capite! — disse l’anatroccolo.
— Ah! Noi non ti capiamo! chi ti capisce, allora! non pretenderai d’essere più intelligente del gatto e della padrona; di me non ne parliamo neppure! non darti delle arie, piccolo! e ringrazia il Creatore per il bene che ti è stato fatto! non hai trovato qui una stanza calda e una compagnia, dalla quale hai tutto da imparare? ma tu sei strambo, non è divertente stare con te! credi pure a me! se ti dico cose spiacevoli, lo faccio per il tuo bene, è così che si riconoscono gli amici veri! ascoltami, mettiti a far le uova, e impara a far le fusa, oppure a sprizzare scintille!

Questo sarebbe l’intervento salvifico della gallina che si pone l’obiettivo di dare una lezione. Lei intende dare una lezione. è un altro fantasma.

— Credo che me ne andrò per il mondo! — disse l’anatroccolo.
— Fai pure! — disse la gallina.
E l’anatroccolo se ne andò; galleggiò sull’acqua, si tuffò giù fino al fondo, ma per quella sua bruttezza era trascurato da tutti gli animali.

Fa quello che vuole e mantiene l’idea di sé.

Arrivò l’autunno, le foglie del bosco diventarono gialle e marroni, il vento le afferrò facendole turbinare intorno e su in alto, l’aria aveva un colore gelido!

Arrivò il freddo.

Una sera che il sole calava più bello che mai, sbucò dai cespugli uno stormo di grandi uccelli, stupendi; mai l’anatroccolo aveva visto uccelli così belli. Erano d’un bianco abbagliante, con lunghi colli flessuosi; erano cigni. Essi mandarono un grido bizzarro, aprirono le stupende, grandi ali, e dalla fredda regione si allontanarono a volo verso paesi più caldi, verso il libero mare! Si alzarono alti, altissimi, e il piccolo, brutto anatroccolo sentì una strana nostalgia nel cuore, cominciò a rotolare nell’acqua come una ruota, tese il collo in aria verso di loro e mandò un grido così acuto e strano che ne ebbe paura lui stesso. Ah! non riusciva a dimenticare i begli uccelli! quegli uccelli felici! E quando non li vide più si immerse nel fondo dell’acqua, e tornato in superficie, era come fuori di sé. Non sapeva che nome avessero quegli uccelli, né dove volassero, eppure li amava come non aveva mai amato nessuno; non li invidiava per nulla, come poteva sognarsi di desiderare una tale bellezza! Se soltanto le anatre lo avessero tollerato tra loro, sarebbe stato molto contento! Povera creatura brutta!

Rimane lì. A un certo punto si accorge, riconosce i cigni e rispetto a questo riconoscimento inaugura qualcosa, comincia qualcosa. Non subito, perché l’inverno fu molto rigido. C’è una rappresentazione della chiusura sia nel pollaio sia con gli altri protagonisti nella capanna. Adesso lui è da solo nel bosco e c’è la descrizione del viaggio, e sembra esserci un’altra strozzatura, un’altra chiusura.

L’inverno fu molto, molto rigido; l’anatroccolo doveva muoversi di continuo nell’acqua, perché l’acqua non gelasse del tutto; ma ogni notte che passava, lo spazio in cui nuotava si faceva sempre più stretto; faceva così freddo che lo spessore di ghiaccio scricchiolava; l’anatroccolo doveva agitare di continuo le zampe, perché il cerchio d’acqua non gli si chiudesse intorno; infine fu esausto, rimase fermo e restò preso nel ghiaccio.

C’è la traversata di una fantasmatica. È inutile che dia la colpa all’anatra madre, all’anatra con "straccetto", alle anatre selvatiche, ai paperi, al cane, alla capanna. Che senso ha? Poi, al mattino presto arrivò un contadino che lo portò a casa. A casa i bambini volevano giocare con lui, ma l’anatroccolo credeva che volessero fargli del male. C’è sempre quest’idea del brutto anatroccolo. Per la paura andò in un secchio del latte, il latte schizzò nella stanza, la donna si mise a gridare e a agitare le braccia, lui allora volò nel mastello del burro, e di lì nel barile della farina: insomma un gran disastro! Per cui alla fine scappò via:

…volò fuori tra i cespugli, in mezzo alla neve caduta di fresco, e li restò, mezzo stordito.
Dopo un po’ passò il duro inverno e a un certo punto arrivò la bella primavera. Allora sollevò di colpo le ali, che frusciarono forte in modo insolito e lo sostennero con vigore; senza nemmeno accorgersene, si trovò in un grande giardino, dove i meli erano in fiore e i cespugli di lillà odoravano e piegavano i lunghi rami verdi fino all’acqua del canale serpeggiante.

Abbiamo lasciato la palude, infernale. C’è il giardino. Il giardino è il paradiso.

Che bel luogo, e che frescura primaverile! Dal folto delle piante, proprio davanti a lui, sbucarono tre stupendi cigni bianchi; con un frullo di piume galleggiavano dolcemente sull’acqua. L’anatroccolo riconobbe i magnifici uccelli e si sentì invadere da una strana tristezza.

La malinconia è sempre una sentinella dell’autorità, dell’incominciamento. Lui sente questa malinconia e al tempo stesso riconosce il cigno. La questione del riconoscimento è la questione dell’autorità. Poi, nel giardino, interviene la dimenticanza, svanisce il ricordo e accade il miracolo.

— Io voglio andare da quegli uccelli reali! Ah! mi uccideranno a forza di beccate, perché brutto come sono oso avvicinarmi ad essi! ma non importa!...

Ecco: "Ma non importa!". C’è un’idea di limite, ma non importa. Il fantasma è il pensiero. Non è negativo di per sé. E il pensiero è l’operatore, ciò che, operando, comporta che noi facciamo, viviamo, viaggiamo, leggiamo. Il problema si pone quando questo fantasma è materno, ovvero quando lo significhiamo. Il fantasma è materno quando presumiamo che sia realistico. Quindi rispetto a questa idea di sapere, non riusciamo a procedere nel nostro viaggio. Con la dimenticanza, invece, l’idea di essere il brutto anatroccolo non è un limite, è solo una fantasia e ha modo di svolgersi.

Ad esempio, nell’occasione di una conferenza, può darsi che intervenga, da parte del relatore, l’idea di non sapere cosa dire. Ma non sarebbe un’idea negativa. è l’idea che opera. Diventa un fantasma materno quando il relatore dice: "Ah! siccome non so che cosa dire, meglio che non vada all’incontro. Non posso andare". La questione è proprio questa: in quest’epoca la moralizzazione del fantasma è pratica oramai diffusa, ed è una cosa terribile. Anche trovandosi a dire: "Oggi sono stanco", è indispensabile non moralizzare questo fantasma. Ho solo balbettato qualcosa, è tutto da svolgere. Non è realistico. "Sono un brutto anatroccolo, ma non importa, vado avanti!". Questa è la cosa veramente essenziale perché sulla base della moralizzazione della fantasia, noi eludiamo le prove. Quando scartiamo la prova della vita, rimaniamo fermi al fantasma materno. "Siccome ho preso quattro, cambio scuola!". Come? Nell’eventualità di una variazione dell’indirizzo scolastico, di una precisazione, valuterò di cambiare scuola, ma non perché ho preso quattro. Il quattro, magari, è il modo in cui si inaugura un ragionamento. Il determinismo nella nostra vita è ciò che ci fa evitare la prova di vita. Non c’è nessuna felicità, nessun guadagno, nessuna sessualità quando si evita la prova di vita. Nessun profitto.

Il brutto anatroccolo dice:

— Io voglio andare da quegli uccelli reali! Ah! mi uccideranno a forza di beccate, perché brutto come sono oso avvicinarmi ad essi! ma non importa! meglio essere ucciso da loro che morso dalle anatre, beccato dalle galline, pestato dalla ragazza che bada al pollaio, o soffrire le pene dell’inverno! —. E volò nell’acqua, dirigendosi a nuoto verso i magnifici cigni; questi lo scorsero e filarono con un frullo di piume incontro a lui. — Uccidetemi pure! — disse la povera bestia, e abbassò il collo sull’acqua aspettando la morte.

C’è l’audacia. "Uccidetemi pure" e va in battaglia.

Ma cosa vide mai nell’acqua chiara! Vide sotto di sé la sua immagine, e non era più l’uccello di una volta, grigio e sgraziato, brutto e sgradevole, era anche lui un cigno.
Che importa se siamo nati in un pollaio, quando siamo usciti da un uovo di cigno? In fondo era contento d’aver patito tante miserie e avversità;…

Questo è il commento morale, attenzione.

Era contento d’aver patito tante miserie e avversità poteva meglio apprezzare, adesso, la felicità e la bellezza che lo salutavano. I grandi cigni gli nuotavano intorno e l’accarezzavano col becco.

Questa è la morale: prima dobbiamo fare tutta la traversata delle sofferenze e poi saremo ripagati. Ma non è proprio così. Il messaggio di Cristo non dice: "Non ne posso più di questa sofferenza, però poi risorgerò, e arrivederci!". No, assolutamente. Rileggete il Vangelo. In tutta la passio non c’è mai un momento di cedimento. Mai. Il pensiero del riscatto non interviene mai. Non pensa di togliersi le scarpe strette. Assolutamente. Cristo risorge. E la resurrezione sottolinea che non c’è mai stato cadavere, non c’è mai stata vittima. Non è che prima muore e poi risorge. Risorge e, come leggiamo, non c’è mai stato cadavere, non c’è mai stata la vittima. è questa la novità straordinaria del Vangelo, per cui ancora oggi viene discusso e ancora oggi lo leggiamo; ha introdotto una svolta di civiltà. Che bisogna fare una faticaccia e poi si viene ripagati, lo aveva già detto la Bibbia. Qualsiasi comunità, di qualsiasi tribù, anche le più primitive, le più arcaiche, lo sostengono.E questa è proprio una morale.

Nel giardino vennero dei bambini,…

I bambini e l’infinito. Quando c’è il miracolo ci sono i bambini.

…che gettarono pane e grano nell’acqua; il più piccolo gridò: — Ce n’è uno nuovo! — e anche gli altri bambini gridarono dalla gioia: — È vero, è arrivato un cigno nuovo! — E battevano le mani e saltavano, poi andarono a chiamare il padre e la madre; nell’acqua arrivarono pane e dolci e tutti dicevano: — Com’è giovane e superbo il nuovo venuto! è il più bello di tutti! — E i vecchi cigni si inchinarono davanti a lui.
Allora si sentì timidissimo, nascose la testa sotto l’ala, non sapeva bene cosa avesse! Era troppo felice, ma non superbo, perché un cuore buono non diventa mai superbo! Ricordava come era stato schernito e perseguitato, e ora invece sentiva dire che era il più bello di tutti gli uccelli. I lillà piegavano i rami fino all’acqua, il sole splendeva caldo e dolcissimo, lui allora, con un frullo di piume, eresse il collo flessuoso, esultò nel cuore: — Tanta felicità non l’ho mai sognata, quand’ero un brutto anatroccolo!

La lettura è ancora da compiere, perché la fiaba di Andersen si ferma alla morale. C’è l’intuizione della svolta, del miracolo ma viene riportata al luogo comune. Che cosa accade? Non che il brutto anatroccolo diventa un cigno, come prospettava la madre: "crescerà!", "con gli anni… si fanno i cristiani". Non è così: non c’è questa metamorfosi. A un certo punto accade che non c’è più il brutto anatroccolo. C’è il cigno perché non c’è più il brutto anatroccolo. Non c’è più questa fantasia che fa da limite. Questa fantasia non costituisce più un limite o una giustificazione per la vita, in effetti un modo di evitare la vita e mantenersi nella sopravvivenza.

Sul tavolo dei libri trovate Edipo e Cristo di Armando Verdiglione, in cui sono raccolte varie conferenze, da lui tenute, sulle fiabe tra cui anche Il brutto anatroccolo, dove egli esplora questa questione. Non troverete questa lettura, assolutamente nuova, da nessuna parte. Ciò che Bruno Bettelheim scrive del Brutto anatroccolo è mortifero, assolutamente conformista.

Freud dice "Wo es war soll ich werden", "Dove qualcosa era, occorre l’Io avvenga. "Dove qualcosa era" non nel senso che qualcosa è stato. Dove qualcosa era, era nella parola, nel mito, non nell’accezione "che era prima". "Occorre che l’Io avvenga". Occorre che lì ci sia un’occorrenza di trasformazione, di qualificazione, ma non la metamorfosi. Quand’è che ciascuno di noi veramente intende? Pensiamo alle cose più semplici: acquistate un registratore e non riuscite a registrare. A un certo punto capite qual è la procedura per farlo funzionare e dite: "Ma non è questo il tasto!". Sfatate un’idea di come sarebbe dovuto essere.

Il "non c’è più" è ciò che Verdiglione ha chiamato il teorema. Allora non c’è più spreco, per esempio, non c’è più la vittima. Altrimenti sarebbe ben difficile. Per esempio, quando una persona comincia l’analisi prospetta una galleria di ritratti. Proprio come qui: padre assente e briccone, madre anatra stufa dei figli, di vivere e di tutto. Non si tratta di dire: "No, guardi che lei ha capito male. Sua madre non è stufa". Il "sono stufa" di sua madre è un enunciato. La questione è invece: come intendere che non c’è più stanchezza. Se poi la signora tal dei tali prosegue con il suo fantasma materno sarà lei a rispondere. Ma noi non possiamo giustificarci sulla base del fatto che la mamma, lo zio, il padre facevano chissà che cosa. Questo sarebbe immaginare la vita in una genealogia perfetta: se il padre è geniale, il figlio sarà geniale. Questa è l’utopia della Repubblica di Platone, per cui il figlio del calzolaio farà il calzolaio. Invece, nelle fiabe c’è sempre la chance di un’altra vita, come diceva, giustamente, Erik Battiston. Non si tratta di riscattare i genitori. Non si tratta di riscattare il datore di lavoro, l’imprenditore o il collega. Sarebbe come fare come la mamma anatra, che dice: "Eh si! ma vedrai! però, guarda come nuota! è brutto ma guarda come nuota!". Non dobbiamo riscattare le cose. L’importante è non assumerne l’ideologia.

In questa fiaba ci sono figli e figliastri. Il brutto anatroccolo sembra essere un figliastro, tanto che c’è il dubbio che sia della tacchina. Figli e figliastri: non ci sono più i figli e i figliastri. È importante intendere che non ci è di nessuna utilità capire se si è figli o figliastri. È una questione mal posta. In ogni caso sarebbe la negazione della responsabilità. Noi non possiamo pretendere l’elaborazione di un fantasma da parte di un interlocutore. Sarebbe una rappresentazione della delega. Quel che conta è che noi la compiamo, questa elaborazione. Altrimenti siamo nell’omertà. Forse la lezione più grande della psicanalisi e della cifrematica, è una lezione di libertà intellettuale assoluta e questa libertà viene proprio dal non consentirsi la delega della responsabilità, dal non trovarsi nell’omertà.

La prova di vita esige che non ci giustifichiamo mai. Gli esempi che mi vengono in mente sono numerosissimi. Quante volte ci fermiamo a dire che la tal persona si comporta male? Ad esempio, il marito non parla. È un adagio comune che il marito non parli. Fermandosi alla critica si scade nella predica. Questa è l’omertà. Qualche giorno fa una persona mi diceva: "Mi occupo di handicappati e il mio lavoro mi fa riflettere molto, penso: che senso ha la vita?". Questa interrogazione è chiusa, perché c’è la rappresentazione dell’incapace. Il ragazzo handicappato ha suggerito questo ragionamento. Forse, allora, c’è una scommessa di vita anche per lui. Questo ragazzo dà la sua testimonianza di vita, chi siamo noi per considerare che questa non è vita! Ci sono ragazzi giovani, uomini, donne che vivono in circostanze estreme. Però, chi si pone come interlocutore non può vivere nell’omertà! È molto facile dire: "Che fortuna! ho due gambe. Ah, ci si lamenta tanto e poi guarda lì che roba!". Questo è un discorso veramente omertoso. Il parlare, la parola non è la verbalizzazione. Io non posso consentirmi di dire che guardo un malato, un handicappato, uno che ha la tale disgrazia e devo smettere di lamentarmi, perché rispetto a loro sono fortunato. Questa è la violenza del buonismo. Questo è il colmo del fratricidio. Altra cosa è tenere conto che, per esempio, un ragazzo autistico mi ha dato una lezione di vita e io, questa lezione, la porto nella mia favola, nel mio viaggio e lo ringrazio per questo e quindi certamente dò un altro valore alla mia giornata. Ma la lezione me l’ha data lui. C’è una dignità che io non posso togliere dal suo gesto considerandolo incapace, anche se lui, apparentemente, non si accorge di quel che sta insegnando.

La questione per il brutto anatroccolo è che non c’è più il brutto anatroccolo. Questa è l’eredità. L’eredità è quel che era. Ma quel che era non è stato, non è già stato; è sempre da restituire, da inventare. Il mito della famiglia, per ciascuno di noi, è il mito dell’apertura, perché nella famiglia noi troviamo gli elementi della contraddizione, del contrasto. Ma, come dicevamo la volta scorsa, senza il contrasto soffocheremmo. Non c’è opera d’arte senza contrasto. La pittura viene dal contrasto, non dall’omologazione, non dall’appiattimento. Questo "più bello" riferito al cigno e "più brutto", riferito all’anatroccolo, più brutto più bello sono una figura della contraddizione, dell’ossimoro. Il mito della famiglia s’instaura quando non dobbiamo più dividere questa contraddizione, per cui il negativo è di qua e il positivo di là; quando questo alto-basso, positivo-negativo, brutto-bello, sono quell’apertura che ci consente di non dover subito giudicare qualcosa. Quando si instaura il mito della famiglia le cose poi procedono e si pone la chance della qualificazione. Prova di realtà e prova di verità. La prova di realtà è una prova che attiene alla difficoltà. Ad esempio, il lapsus, la sbadataggine, direbbe Freud, attengono alla prova di realtà. Se chi si arrabbia per un lapsus, perché dice: "Non avrei dovuto farlo alla mia età, dopo questo itinerario, dopo aver fatto tutto questo, dopo aver letto quello", e usa mille giustificazioni per dire che non avrebbe dovuto farlo, indugia in una moralizzazione, in una chiusura totale. Evita la prova di realtà, quindi la prova di verità non si pone nemmeno. Dicendo così pretende che qualcosa sia già dato: "Avrei dovuto… Dopo quello che ho studiato dovevo prendere nove". Ma chi l’ha detto! Ho preso sei. Bene, allora teniamo conto di qual è la questione. Prova di realtà e di verità.

Ci sono domande, questioni?

Gina Fabbro Volevo citare un enunciato che ho ascoltato, oggi, in una conversazione. Secondo me è una questione che riguarda il limite nella famiglia genealogica. La madre di due bambini dice: "La femminuccia è come me: non si ammala mai. Invece, il maschietto è come il papà, non passa una settimana d’asilo che s’ammala. Abbiamo fatto tutti gli esami possibili immaginabili, risulta sanissimo. Ma cosa era successo al papà? È stato ritirato dall’asilo, però, noi non lo diciamo al bambino". Cioè, noi stiamo zitti, zitti. Lui sarebbe come papà, però stiamo zitti, teniamo il segreto, non glielo diciamo, perché poi, lui potrebbe voler fare come il papà. La femmina è come la mamma oppure le somiglia in tutto. In questo caso il limite è creduto, poi, addirittura, con questo segreto. Tutti lì a tenere il segreto di mamma.

Antonella Silvestrini Sarebbe l’ereditarietà invece che l’eredità. L’ereditarietà è creduta genealogica. Ad esempio: "Mio padre ha gli occhi azzurri, io ho gli occhi azzurri". Ma perché dovrebbero essere gli stessi occhi azzurri? Perché spiegare tutto? Non sono gli occhi azzurri come per il padre, sono gli occhi azzurri nella parola. E questo avvia un racconto intorno agli occhi azzurri: nel padre, nel nonno, nel figlio ecc.

Gina Fabbro Vengono moralizzati pregi e difetti e riferiti all’uno e all’altro genitore. È una cosa molto comune.

Antonella Silvestrini Ci sono altre domande?

Gianna Nobile Mi interessava aggiungere qualcosa sulla questione del "non c’è più". Questa fiaba introduce la questione del non c’è più il brutto anatroccolo, nel senso che non c’è mai stato. Proprio questa fiaba ci dice che il brutto anatroccolo non c’è mai stato e, quindi, sottolinea l’aspetto fantasmatico dell’idea di sé.

Antonella Silvestrini Non c’è solo l’idea del brutto anatroccolo, c’è anche l’idea del bel cigno. Se sono nato bel cigno, ogni cosa che non va viene giustificata così: "Io, bel cigno, che non vengo amato! Io, cigno, che non vengo considerato! Non vengo protetto, non vengo assistito". Questo è un enunciato molto comune. Quanti uomini indugiano nel dire: "Non sono amato, non sono desiderato, non sono stimato, non sono riconosciuto, non sono apprezzato, non sono assistito, non sono curato". Questa è una civetteria, è una femminilizzazione. Quando un uomo dice a una donna, alla moglie, alla fidanzata: "Tu non mi ami, tu non ti curi di me, non mi apprezzi, non mi stimi, non mi desideri", si femminilizza. È un vezzo, è una civetteria. Lo stesso quando la donna dice al fidanzato, al marito: "Tu non mi ami, non mi stimi, eccetera". È una femminilizzazione, quello che Freud chiamava masochismo femminile e che non ha nulla a che vedere con il femminile. In effetti, come sempre, chi si pone come vittima fa la parte dell’eletto. È una civetteria, è un modo dell’esibizionismo dire: "Tu non mi desideri, tu non mi ami". È sempre un’idea genealogica, anche quella di ritenersi cigni e non riuscire a far presente questo ruolo di cigno in tutti gli incontri. È la stessa fantasmatica. Quindi, non c’è più il più brutto e non c’è più il più bello in questa accezione.

Monica Fedeli Nel caso in cui uno prenda realisticamente la fantasia di questa supposta vittima, che fantasmatica avrebbe? Nel senso che, se io credo al marito che mi dice: "Non mi curi", ho la sua stessa fantasia?

Antonella Silvestrini Sì. Ma questo è il compromesso in molte famiglie. Basta che uno dica: "Tu non ti curi di me, non mi stimi, non mi ami, eccetera", fa la vittima, sta muto, in silenzio, fa il muso, fa l’adolescente. L’altro, allora, prima reagisce e poi comincia a crederci e quindi si instaura il compromesso. Il riconoscimento è la questione della responsabilità. È lui che per dir così riconosce il cigno, non è che qualcun altro lo riconosca. Per ciascuno la responsabilità, il riconoscimento non viene dall’Altro. Spesso, c’è la fantasia di dover essere riconosciuti dall’Altro. Per esempio, uno si trova in un ufficio, in uno studio di commercialista, di avvocato, in un’azienda, in un reparto ospedaliero, a scuola e fa di tutto per essere riconosciuto, vuole che il suo nome sia di qua, sia di la, pretende di essere riconosciuto. Come quando il brutto anatroccolo dice che vuole nuotare. Se la gallina avesse detto: "Beh, tu sei fatto a modo tuo, io faccio le uova, quello fa le fusa, tu hai il tuo mestiere fatto a tua immagine e somiglianza. Tu nuoti!". Il brutto anatroccolo sarebbe forse rimasto lì nella comodità? È interessante che la gallina abbia detto no. A volte nelle aziende o negli studi professionali le persone si lamentano perché rispetto a ciò che fanno il loro nome non sembra essere riconosciuto. È indispensabile non cedere a questo ricatto e pensare di dover dare questa dimostrazione di riconoscimento e accettabilità. Se si cede al compromesso, è sicuro che questa persona va via. O rivendica o va via. Il riconoscimento esige una traversata che ciascuno deve compiere e non consente deleghe. A volte anche nella scuola si dice: "Eh, ma questi ragazzi vengono schiacciati dai professori, li trattano come se uno valesse l’altro, nell’anonimato, eccetera". Ritengo che anche lì ci sia un’elaborazione da fare, nel senso che sta a ciascuno la responsabilità. È il modo materno dell’assistenzialismo ritenere che effettivamente tutti vadano riconosciuti.

Se io do credito a chi si lamenta con me dicendo che lo tratto da vittima, vuol dire che io credo a me come vittima. Occorre arrivare a dire: non c’è più vittima, né per quanto riguarda me, né per quanto riguarda il mio interlocutore.