La libertà, i giovani, la città

Azzano Decimo, 20 gennaio, 2 e 7 febbraio

Il gatto con gli stivali : il cervello dell’impresa

 

Erik Battiston Un ringraziamento a ciascuno. Siamo grati al comune di Azzano Decimo che ci ha concesso il patrocinio e la disponibilità della sala per questi tre appuntamenti. Ringraziamo la signora Vanna Canzi per la collaborazione, la provincia di Pordenone e gli sponsor che sono oramai degli interlocutori istituzionali: Enface, Palazzetti, la prosciutteria dei fratelli Martin, Tici, Technofarming, lo studio grafico Regia di Monica Fedeli, che collabora anche per la redazione dei manifesti e l’ottica di Marisa Favalessa (che ha il negozio proprio qui ad Azzano Decimo). Un ringraziamento speciale a Francesca di Sopra, web master, che, per questo appuntamento, ha curato la grafica delle locandine e ad Antonella Silvestrini che ha accolto l’invito dell’associazione.

Il corso dal titolo "La libertà, i giovani, la città" prosegue il progetto "I dispositivi di parola nell’educazione", inaugurato a Fontanafredda grazie a Pierangela Quaia, insegnante nelle scuole dell’infanzia che interverrà nell’ultimo appuntamento dedicato al Brutto anatroccolo.

L’educazione, come notava Freud, è un mestiere impossibile. La questione nodale è questa: si tratta con l’educazione, con il governo, con la psicanalisi di arrivare all’uniforme? Anche la redazione è un mestiere impossibile. Si tratta forse di appianare le anomalie, quelle che sembrano storture? Si tratta di correggere e di purificare la vita? Impossibile è la mortificazione della città, del testo, del dispositivo. Ciò che passa come educazione o come formazione professionale, è nient’altro che un aggiornamento dell’ammaestramento. Un conformismo. L’educazione è secondo la particolarità. In questo caso, non c’è più ricatto.

Durante l’affissione dei manifesti, varie persone si sono interrogate intorno alla cifrematica. Risponderemo man mano intorno a questa questione. Nella fiaba Il gatto con gli stivali, all’inizio, il figlio più giovane enuncia l’idea di non avere ricevuto abbastanza. E che cosa rivendicano mai i dipendenti? Il figlio del mugnaio — scrive Perrault — "non sapeva darsi pace per aver ricevuto una parte così misera". Un gatto invece che il mulino. Una vera sfortuna! La fiaba non conferma questa idea iniziale, che pure si enuncia, e, infine, conclude in modo inimmaginabile. Come occorre. E il gatto? Anziché rappresentare il dono di morte, allude a un cervello senza muffa, direbbe Machiavelli (Lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513). Ascolteremo i dettagli negli interventi che seguiranno.

Noi abbiamo bisogno di fiabe e di racconti che non confermino le nostre idee personali, soggettive, tanto più sicure quanto più le crediamo naturali. Abbiamo bisogno del ticchio e dell’estro. E degli spiragli dell’avvenire. Le fiabe e le favole divengono indizi dell’altra vita, non della vita oltre la morte, ma della vita che giunge a compiersi.

Ancora. La fiaba costituisce il modo perché l’anomalia propria a ciascuno, quella che chiamiamo diversità, si enunci e non resti tale; e giunga poi, con la favola, a specificità. Per un’anomalia, quella che Freud ha chiamato peste, la particolarità, il figlio del mugnaio ha ricevuto il gatto. E il bello è che questa anomalia non è stata soppressa! Molti apparati pretendono di educare togliendo l’anomalia. Smussare l’anomalia, sedare il disagio a fin di bene significa svellere le radici del piacere, edificare un sistema di sudditi. Ma i sudditi esistono? Il racconto introduce le virtù dell’Altro e dissolve l’idea di suddito. Suddito è chi si situa in una comunità contraddistinta dalla lingua comune, dal fare obbligato. Suddito è chi vive nell’imprecisione linguistica del sapere sull’Altro e del pettegolezzo. Apparentemente la nostra epoca è favorevolissima a ogni sorta di piacere, purché condivisibile e comune. Leggiamo Creazione e schizofrenia di Jean Oury: una schizofrenica passava il tempo a raccattare stracci, pezzi di lana e filo. Era molto importante, per lei. Per costruire qualcosa. Era un’opera. Alcuni visitatori, per facilitarle il lavoro, le comprarono stoffa e filo in rocchetti. E lei smise di fare opere… A volte capita che al cosiddetto dipendente salti il ticchio (non il ticchio del gatto con gli stivali) di rieducare il cosiddetto padronato. Con lo sciopero. Il figlio del mugnaio rieduca forse il padre? Si ribella? Si fa tutelare dal gatto? No, si ingegna.

Leggeremo tre fiabe. Questa sera cominciamo con Il gatto con gli stivali. Proseguiremo con La sirenetta e, infine, con Il brutto anatroccolo. A ciascuna abbiamo dato un sottotitolo che costituisce una traccia e un’indicazione per un’altra lettura. Sullo sfondo, e tra le righe, ci sono altre favole, altri dettagli, altre vite.

Oltre alla dottoressa Silvestrini, oggi interverrà Federica Guerra, attrice e presidente di Ortoteatro, associazione che per prima ha portato il teatro ai bambini nella provincia di Pordenone. Ascoltiamo quindi Federica Guerra e poi Antonella Silvestrini.

 

Federica Guerra Il mio intervento partirà da alcune constatazioni che ho raccolto nella mia esperienza e nel mio lavoro con Ortoteatro, di cui faccio parte dal 1987 e dal 1999 sono il Presidente. La specificità di Ortoteatro è proprio il teatro per ragazzi e per bambini. Tra le molte attività e i dispositivi attivati, sono essenziali i laboratori teatrali all’interno delle scuole e in strutture non scolastiche. Questi laboratori sono interessanti perché consentono di parlare con insegnanti, bambini e genitori: di raccogliere materiale, commenti, frasi, parole, suggerimenti molto interessanti.

I laboratori teatrali sono dispositivi di educazione. Spesso gli insegnanti pensano di delegare il laboratorio teatrale all’operatore, in una fantasia di competenza. Ci sarebbe l’operatore teatrale che ha le competenze adatte, necessarie, giuste per condurre il laboratorio. I genitori, invece, spesso pensano al laboratorio teatrale come a una sorta di psicoterapia, perché, magari, il bambino non sta attento, non sta buono in classe, ha bisogno di qualche intervento. Vengono in questo modo formulate le richieste di attività teatrale.

Da parte dei ragazzi più che dei bambini, il teatro è, invece, creduto come un’attività da contrapporre allo studio, un’attività di svago, di evasione, di divertimento, di intrattenimento. In alcuni casi, c’è stata una sorta di sfida, per cui i ragazzi arrivavano al laboratorio e chiedevano all’animatore di divertirli. "Facci vedere che cosa sai fare!". Sono queste le questioni più frequenti, più comuni, che ho incontrato. Ovviamente, non si possono assecondare, altrimenti diventa difficile per i ragazzi seguire un laboratorio teatrale e incontrare il rigore e la disciplina che l’allestimento di uno spettacolo, di un saggio teatrale richiedono: dal "semplice" imparare a memoria, al fatto di accorgersi che occorre provare più volte, e che il teatro non può essere svolto da esecutori, ma che ci vuole molta intraprendenza, molto ingegno e molta attenzione.

Ai genitori e agli insegnanti, l’operatore teatrale può portare contributi specifici, però deve incontrarsi con il loro operato. I genitori, magari non lo dicono, non possono dire: "Sa, mio figlio ha bisogno!", però c’è come una speranza che il bambino, il ragazzo, la ragazza emerga. Una volta, interpellando al primo appuntamento i ragazzi delle medie, chiesi loro perché si erano iscritti al laboratorio teatrale e una ragazza, con molta fatica mi rispose: "Me lo ha detto la mamma, perché sono timida". Ovviamente, poi, le fantasie di ciascuno si svolgono durante il lavoro.

Il lavoro teatrale con i ragazzi, nella scuola o fuori, comporta anche l’appuntamento del saggio, dello spettacolo, e questo è un po’ difficile, è il momento della visibilità, della misurabilità del lavoro fatto. Insomma, è come se fosse possibile misurare le "competenze" che ciascuno dei ragazzi e del gruppo avrebbe acquisito. Questo perché molto spesso si pensa al proprio figlio o all’alunno come a un investimento e, quindi, come tale deve rendere. Tutto, allora, diventa misurabile, conteggiabile sino al risultato. La stessa cosa che può essere pensata per il teatro, può riguardare l’attività sportiva o lo studio di una lingua straniera. Non mi riferisco alle pagelle, alle valutazioni, che comunque sono prove di verità, ma piuttosto all’elaborazione di questa fantasia di investimento, competenza e acquisizioni. Ed ora passo la parola alla dottoressa Silvestrini.

 

Antonella Silvestrini Buonasera a tutti. Perché le fiabe, le favole? Perché la vita è, innanzitutto, narrazione. Il grande messaggio della psicanalisi, del testo di Freud, di Jacques Lacan e, soprattutto, di Armando Verdiglione, è che la vita è narrazione. Vivendo parliamo, raccontiamo e, raccontando, facciamo. Per questo leggiamo le fiabe e le favole, perché ciascuno ha da raccontare, da esplorare la propria fiaba e raccontare la propria favola. Perché propria? Propria non nel senso di una proprietà, di un’appartenenza. Proprietà nell’accezione di particolarità. Questo è indispensabile per intendere questi incontri, nel senso che le fiabe non sono quelle già scritte. Abbiamo preso come pretesto tre fiabe — questa sera Il gatto con gli stivali —, per avviare un’esplorazione, un’analisi, una lettura. Questa fiaba non è già scritta. Quando si è cominciato, quando sono comparsi i primi testi di fiabe, di favole, non erano per bambini. La mitologia del bambino è propria di questa epoca, non c’era prima. I bambini non significano l’età infantile, non significano una fase della vita. I bambini sono, per ciascuno di noi, un indice dell’infinito.

A Praga, nella città ebraica, detta Josefov, un piccolissimo quartiere, ci sono quattro, forse cinque sinagoghe. In una di queste, Pinkas, sconsacrata, le pareti sono interamente ricoperte con i nomi delle vittime del nazismo in Boemia: circa 77.000 tra dispersi e deceduti. Al piano superiore, per una scala stretta, si arriva in una piccola stanza, in cui sono esposti i disegni dei bambini di Terezin. Terezin è una fortezza a 60 km da Praga, costruita nel 1700, dove tra il 1942 e il 1945 sono stati portati circa 90.000 ebrei che hanno soggiornato lì prima di essere mandati ad Auschwitz. La cosa interessantissima è che leggendo le guide ci si prepara a qualcosa di angoscioso. Invece, quando mi sono trovata dinanzi a questi disegni sono rimasta sbalordita, perché non c’è traccia del dramma, assolutamente. C’è la testimonianza, nella sua violenza. La testimonianza dei racconti della Terra Promessa, degli incontri, della scuola del campo, della biblioteca; ci sono i disegni di alcuni episodi della Torà. Ci sono alcuni disegni intorno alla vita nel campo di concentramento, le docce, i bagni, i dormitori, l’insegnante. Ci sono le guardie naziste, ciascuna col suo baffetto, coi suoi tratti caricaturali e sono straordinarie. Sono un messaggio di umorismo, di motto di spirito, di ironia incredibile. Solo il nostro occhio ritiene che in quei disegni ci sia il segno della sofferenza. Questi bambini di otto, dieci, anche ragazzini di tredici anni, non danno una testimonianza di morte, eppure probabilmente sono morti lì o subito dopo quel soggiorno. C’è la testimonianza della vita, nonostante le circostanze di disperazione. Certamente questo fa ragionare, fa riflettere. Sono disegni che non esigono la commemorazione, non sembrano averne nessun bisogno. Sono opere d’arte e danno un messaggio di eternità piuttosto che di morte e di fine. Questo non vuol dire cancellare la pagina della storia. È un altra cosa.

Per questa sera abbiamo in programma l’analisi della fiaba Il gatto con gli stivali. Comincerei proprio leggendola.

Un mugnaio lasciò per eredità ai suoi tre figli solo il mulino, un asino e un gatto. Le parti furono presto fatte: non vi fu bisogno né di avvocati né di notai. Costoro si sarebbero mangiati in un boccone il povero patrimonio.

Subito una fantasia intorno al patrimonio, come se il patrimonio riguardasse l’avere che un padre ritiene di possedere e che, quindi, deve dividere o spartire assegnandone una parte a ciascuno dei figli. Rispetto a questa fantasia di padronanza sull’avere, c’è subito il vampiro: l’avvocato o il notaio. Del resto, sappiamo bene che avvocati e notai spesso trovano molto facile aderire a questa fantasmatica e, quindi, si trovano a fare proprio la parte dei vampiri, i professionisti della morte, della consumazione, dello spreco. Uno spreco che sempre viene compiuto in nome del risparmio. Allora dice:

Costoro si sarebbero mangiati in un boccone il povero patrimonio.

Qui c’è tutta la questione della povertà, che approfondiremo dopo.

Il figlio maggiore ebbe il mulino, il secondo l’asino e il più giovane non ebbe che il gatto. Quest’ultimo non sapeva darsi pace per aver avuto una parte così misera.

— I miei fratelli —, diceva, — si potranno guadagnare onestamente la vita mettendosi in società; ma, quanto a me, quando mi sarò mangiato il gatto e con la sua pelle mi sarò fatto un manicotto, dovrò rassegnarmi a morir di fame.

Immediatamente c’è la tragedia, il dramma. Aiuto! I due che hanno avuto si metteranno insieme e mi lasceranno escluso. Ecco il fantasma di esclusione, che interviene ciascuna volta noi attribuiamo l’avere a qualcuno. Ciascuna volta noi riteniamo che qualcuno abbia, facciamo la parte del povero. E da povero, poi, ci sentiamo misero, miserrimo, escluso e accantonato. Già da queste prime frasi, vi siete accorti che ci sono coloro che "mangiano in un boccone il patrimonio", e colui che pensa di mangiarsi il gatto e, poi, morire di fame. C’è una questione di fame in questa fiaba, che si enuncia subito. Attraverso la fiaba si cominciano a enunciare le questioni, i termini della propria storia. Qui troviamo rappresentati alcuni fantasmi: l’idea di non aver avuto, l’idea che qualcun’altro ha avuto, l’idea di essere escluso, l’idea di avere quel poco ma di averlo. E allora l’idea che, quel poco, qualcuno lo possa portare via.

Il Gatto, che aveva sentito questo discorso, ma aveva fatto finta di non accorgersene, gli disse con aria seria e posata: — Non state ad affligervi caro padrone; non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per camminare in mezzo ai boschi, e vedrete come la sorte non sia stata tanto cattiva con voi, quanto credete.

C’è l’intervento del gatto e questa è una questione.

Il padrone del Gatto non faceva un grande affidamento sulle sue parole, ma gli aveva visto fare tanti di quei giochi di destrezza nel prendere topi o sorcetti (come quando il gatto si lasciava pendere per i piedi, o si nascondeva nella farina facendo il morto) che non disperò completamente di trovare in lui un po’ di aiuto nella sua miseria.

Qui c’è un’oscillazione: il figlio del mugnaio, senza nome, e il gatto. Il figlio del mugnaio non ha nessuna responsabilità. Lui è ancora il figlio del mugnaio, nella più comune fantasia genealogica di predestinazione. Un’idea di appartenenza a un circolo, a un cerchio familiare, dove rimanere condannato e significato per tutta la vita, dove morire di fame. Per un verso diffida del gatto, perché dice: "Mah! Io son povero, son così, ho tutte le mie sfortune, cosa potrò mai fare?". Però è anche provocato dai giochi di destrezza del gatto. Per cui non dispera: "non disperò completamente". La speranza, vivendo, si instaura quando ci si trova a dire: "Non spero più!". Finché diciamo: "Spero che", "Speriamo che mi accada", "Ah, speriamo che mi vada bene", "Spero che sia così", enunciamo idee di salvezza, risolutive, di riscatto, a cui ci affidiamo. Ma non siamo lucidi quando ci troviamo con questa idea. Non c’è lucidità, perché non siamo disposti veramente ad accogliere quello che ci viene incontro. Invece, quando la disperazione è estrema, allora c’è la chance della speranza. Non so se vi sia capitato, o rispetto a qualche testimonianza vi siate accorti di questo. Quando interviene la disperazione estrema non c’è più nessuna giustificazione, nessun appiglio. Non si delega più, non ci si può rappresentare la difficoltà nell’Altro, delegare le cose da fare. Non si può più instaurare complicità confidandosi, confessandosi con il caro amico, la cara amica. Non più! Quando c’è la disperazione estrema occorre instaurare dispositivi di invenzione, di intelligenza.

Quando il Gatto ebbe ottenuto quello che aveva chiesto, infilò bravamente i suoi stivali e, mettendosi il sacco in spalla ne prese i cordoni con le due zampe davanti e se ne andò in una conigliera, dove c’erano un gran numero di conigli. Mise nel sacco un po’ di crusca e di cicerbita e, sdraiandosi per terra, come se fosse morto, aspettò che qualche coniglietto, ancora poco edotto delle astuzie di questo mondo, venisse a ficcarsi nel suo sacco, per mangiare quel che gli aveva messo.
Non appena si fu disteso in terra egli fu accontentato: un coniglietto sventato entrò nel sacco e il bravo gatto, tirandone subito i cordoni, lo prese e lo ammazzò senza misericordia.
Tutto fiero della sua preda se ne andò dal Re e domandò di parlargli. Lo fecero salire nelle stanze del Re, dove egli entrò, fece una gran riverenza e disse al Re: — Ecco qui Maestà! Un coniglio di conigliera, che il signor Marchese di Carabas — (questo era il nome che gli era saltato il ticchio di dare al suo padrone) — mi ha incaricato di presentarvi da parte sua.

Il gatto, per un suo "ticchio", introduce il Marchese di Carabas, non il figlio del mugnaio. Se avesse detto: "Il figlio del mugnaio, povero, ma buono, vi manda questo coniglio", sarebbe stato proprio inefficace. Invece, parla del Marchese di Carabas, introducendo un nome, e quindi un titolo, che non stanno nella genealogia. Un nome, un titolo senza araldica, cioé né bene né male, né positivo né negativo. Non significa nulla di per sé. Il "figlio del mugnaio", invece, ha tutta la sua significazione. Il figlio del mugnaio, che non è il nome, significa e, significando, costituisce il limite. Chi di noi ritiene che venga prima il figlio del medico, il figlio dell’avvocato, il figlio del mugnaio, il figlio del postino si trova in un’abdicazione e in una rinuncia. Lo stesso statuto sociale genealogico, "il figlio di…", che dovrebbe facilitargli la via diviene il suo limite. L’abbiamo visto anche rispetto a famiglie o nomi come Agnelli, che cosa significhi credere di essere "figlio di". Significa tutto e, quindi, non c’è nessuna chance. È uno spreco totale.

Allora, il gatto introduce il Marchese di Carabas e, poi, il ticchio. Anche questo è interessante, perché il ticchio indica che non c’è qualcosa di premeditato, di organizzato, di pensato, di padroneggiato, di finalizzato, di finalistico. È il ticchio. Quando abbiamo un appuntamento importante per un incontro, in cui non possiamo non riuscire, dobbiamo tener conto che c’è anche il "ticchio". Quello che riteniamo la nostra salvezza, in effetti è il nostro limite. Noi andiamo all’appuntamento con la nostra storia, con i nostri millenni alle spalle, però, nel momento in cui ci troviamo lì, c’è anche il ticchio: il sogno, l’invenzione, la variazione, l’umorismo, il motto di spirito. Erik Battiston, nella sua interessante introduzione, diceva: "Suddito è chi non si attiene alla precisione linguistica". Chi non si accorge che vivere vale parlare e che parlare implica un lavoro di redazione e di ascolto costante, certamente vive da suddito, perché parla per luoghi comuni.

— Dì al tuo padrone —, rispose il Re, — che lo ringrazio e gradisco molto il suo regalo.
Un’altra volta, il gatto andò a nascondersi in un campo di grano, sempre col sacco aperto, e quando due pernici vi furono entrate, tirò i cordoni e le acchiappò tutte e due. Poi andò a offrirle al Re, come aveva già fatto per il coniglio di conigliera. Il Re accettò nuovamente con piacere le due pernici e gli fece dare una mancia.
Il Gatto continuò in tal modo, durante due o tre mesi, a portare al Re di quando in quando, la selvaggina delle bandite del suo padrone.

Il gatto instaura questo dispositivo con il Re. Passano dei mesi. Non c’è finalismo. La fiaba non dice di un finalismo. Racconta che il gatto fa queste cose. È certo che, poi, dalle cose che fa, ci saranno degli effetti. Però non c’è finalismo. Intanto per qualche mese ci sono gli appuntamenti che egli dà al Re. Con l’appuntamento si instaura l’identificazione. Adesso sto andando oltre la fiaba, nella fiaba non c’è tutto questo, però la fiaba è un’esca per cogliere nelle cose che leggiamo veri e propri messaggi. Ci sono alcuni elementi fantasmatici, pregiudizi, tabù, ma ci sono anche indicazioni interessanti.

Un giorno, avendo saputo che il Re doveva recarsi a passeggiare lungo la riva del fiume, insieme alla figlia, la più bella principessa del mondo, il Gatto disse al suo padrone: — Se date retta ad un mio consiglio, la vostra fortuna è bell’e fatta: dovete andare a fare un bagno nel fiume, e precisamente nel posto ch’io vi indicherò; quanto al resto lasciate fare a me.
Il Marchese di Carabas seguì il consiglio del Gatto, senza sapere che gli avrebbe potuto servire.

Qui c’è il Marchese di Carabas. È già Marchese di Carabas. Non è più il figlio del mugnaio, è il Marchese di Carabas. Non c’è nessuna giustificazione. La fiaba non ha bisogno di dire il perché, di spiegare il senso. Dice: "Il Marchese di Carabas seguì il consiglio del gatto senza sapere che gli avrebbe potuto servire". Anche questa è un’annotazione interessante. Anche quando c’è una fantasia finalistica, c’è un risvolto di ingenuità che è indispensabile nella nostra vita.

Intanto che lui faceva il bagno, il Re passò di lì, e il Gatto si mise a gridare con quanto fiato aveva in gola: — Aiuto! Aiuto! Il Marchese di Carabas sta affogando!
A queste grida, il Re si affacciò allo sportello della carrozza e riconosciuto il Gatto che tante volte gli aveva portato la selvaggina, ordinò alle sue guardie che corressero subito in aiuto del Marchese di Carabas.
Nel mentre che tiravano su dall’acqua il povero Marchese, il Gatto si avvicinò alla berlina del Re e gli disse che, intanto che il suo padrone faceva il bagno, alcuni ladri erano venuti a portargli via tutti i vestiti, sebbene lui avesse gridato "Al ladro!" con tutte le sue forze. Il furbacchione li aveva nascosti sotto una grossa pietra.

Ha pensato a ciascuna cosa, il gatto, non ha lasciato nulla in sospeso.

Il Re ordinò immediatamente agli ufficiali addetti al guardaroba reale di andare a prendere uno dei suoi abiti più sfarzosi per il Marchese di Carabas.

Il Re non è il nome, è il Re. Per la grammatica un nome comune. E il Re è facilmente affascinato dai titoli sociali e quindi cade nella trappola. E allora, il migliore dei suoi abiti per il Marchese di Carabas!

Intanto il Re gli faceva mille cortesie: e poiché i bei vestiti che gli avevano portati mettevano in valore la sua persona (egli era assai bello e ben fatto), la figlia del Re lo trovò proprio di suo gradimento e appena il Marchese di Carabas le ebbe lanciato due o tre occhiate molto rispettose, ma abbastanza tenere, lei ne divenne innamorata cotta.

Di nuovo abbiamo la metafora alimentare: "Innamorata cotta". Prima il Marchese di Carabas segue il consiglio del gatto, senza sapere. Adesso non c’è più il gatto nella berlina a parlare con il Re. Adesso c’è il Marchese di Carabas, è lui che fa i sorrisini teneri alla principessa. Non è stato il gatto a dirgli: "Guarda che c’è la principessa, mi raccomando falle i sorrisini, non fare il birillo".

Il Re volle ch’egli salisse sulla sua berlina e proseguisse con loro la passeggiata. Il Gatto, felice nel vedere che il suo piano cominciava a riuscire, corse avanti, e avendo incontrato alcuni contadini che falciavano in un prato, disse loro: — Brava gente che falciate, se non dite al Re che questo prato appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini come carne di polpette!

In Perrault, pensiamo a Cappuccetto Rosso, troviamo lo sbranamento e il divorare.

Il Re non tardò a chiedere ai falciatori di chi fosse il prato che stavano falciando.— È del signor Marchese di Carabas —, risposero a una voce, perché la minaccia del gatto li aveva molto impauriti. — Avete una bella proprietà —, disse il Re al Marchese di Carabas. — Come dite voi —, rispose il Marchese, — infatti è una prateria che ogni anno non manca mai di fruttarmi un buon raccolto.
Il bravo gatto, che continuava a far da battistrada, incontrò dei mietitori e disse loro: — Brava gente che mietete, se non dite che tutto questo grano appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini, come carne da polpette!

Di nuovo. È il suo piatto forte.

Il Re, che passò subito dopo, volle sapere a chi appartenessero tutti i campi di grano che vedeva.
— Al signor Marchese di Carabas, risposero i mietitori —, e il Re si rallegrò nuovamente col Marchese.

Qui c’è la caricatura del fantasma dell’appartenenza e della possessione. Questa favola pone la questione se il patrimonio sia l’avere. C’è un padre che dà ai figli qualcosa di apparentemente sostanziale, di suo, che ha e che possiede, ma al tempo stesso dà anche un gatto, e quindi, viene sfatata l’idea del patrimonio sostanziale, di un’eredità sostanziale. Al punto in cui siamo giunti incontriamo ancora una questione di patrimonio, terreni, giardini, campi; ma la cosa paradossale è che sono del Marchese di Carabas. Non c’è nessun realismo in questo avere, in questa idea di possesso.

Il Gatto, che correva sempre avanti alla berlina, continuava a dire la stessa cosa a tutti coloro che incontrava.

"La stessa cosa" era sempre la minaccia di venire mangiati, che probabilmente sentiva come minaccia per sé. Ricordate: quando era ancora figlio del mugnaio, il ragazzotto diceva "mi mangerò il gatto". Quindi, minaccia con la stessa minaccia a cui lui era stato sensibile.

Il bravo gatto arrivò finalmente davanti a un bel castello il cui padrone era un orco, il più ricco che mai si sia veduto; infatti, tutte le terre che il Re aveva attraversate erano alle dipendenze di quel castello. Il Gatto cercò subito di sapere chi era quell’orco e che cosa faceva e, saputolo, chiese di parlargli, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello, senza avere l’onore di venirlo ad ossequiare.
L’Orco lo ricevette con tutta la cortesia che può avere un orco, e lo fece accomodare.

È interessante questa ironia.

— Mi hanno assicurato —, disse il gatto, — che voi avete il dono di cambiarvi in ogni specie di animale, e potete, per esempio, trasformarvi in leone o in elefante.
— È verissimo! —, rispose l’Orco bruscamente, — e per darvene una prova, mi vedrete diventare leone.
Il Gatto fu così spaventato di vedersi un leone davanti agli occhi, che raggiunse al più presto le grondaie, non senza fatica né pericolo per via degli stivali che, per camminare sulle tegole non valevano proprio nulla.

Per il gatto non è che sia così facile, anche lui si imbatte negli ostacoli, nelle difficoltà, ma prosegue.

Di lì a poco il gatto, avendo visto che l’Orco aveva ripreso il suo primo sembiante, scese giù dal tetto e confessò di aver avuto una bella paura.
— Mi hanno assicurato —, disse il gatto, — ma non riesco a crederlo, che avete anche il potere di prendere la forma dei più piccoli animali, per esempio di cambiarvi in un topo, o in un sorcetto; vi confesso che la cosa mi sembra assolutamente impossibile.
— Impossibile? —, rispose l’Orco, — adesso lo vedrete!
Nel dir così si trasformò in un sorcio che cominciò a correre per la stanza. Il Gatto, non appena l’ebbe scorto, gli si gettò addosso e lo mangiò.

Il gatto aveva una certa esperienza con i sorci! L’Orco crede immediatamente all’adulazione, alla lusinga. Grande e grosso, con tutti questi poteri magici al suo servizio, viene gabbato da che cosa? Da un’invenzione, dalla parola. Si imbatte in quel che lui non aveva previsto e non è pronto. Visto che ha tutte queste competenze, l’Orco non è disposto al miracolo, non è disposto a imbattersi nella novità. Quando uno pensa di fare quello che sa fare e tratta come negatività della propria vita quello che non sa fare, non saprebbe o non vorrebbe fare, rimane identico a se stesso. Non inventa nulla, non riesce in nulla. Rimane lì a rappresentare il proprio autoritratto. È molto frequente. Voi provate a coinvolgere qualcuno che non sa nulla rispetto all’ambito per cui voi lo coinvolgete, provate a coinvolgerlo per fare qualcosa di nuovo. Spesso accade di sentirsi rispondere: "Ah! No, no, non so fare, non ci capisco niente", con una modestia veramente insopportabile e senza umiltà. Invece, vivendo è indispensabile l’umiltà, l’ascolto e il non attaccarsi alle proprie piccole idee naturali. Il suddito, appunto, vive con le sue idee naturali e sono quelle di sapere da dove viene, sapere la sua origine, sapere della sua famiglia d’origine, sapere dei suoi limiti, dei suoi desideri, delle sue fantasie di successo; sapere dei suoi finalismi, delle cose che lo farebbero stare bene, e di quelle che lo farebbero stare male. Queste sono le idee naturali, ma così nessuno di noi si mette veramente in gioco. Così, rimaniamo esecutori di noi stessi, a rappresentare il nostro limite. Allora, poi, facciamo come l’Orco.

Intanto il Re, che passando vide il bel castello dell’Orco, volle entrare a visitarlo. Il gatto, udendo il rumore della berlina che passò sul ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse:
— La Maestà vostra sia la benvenuta nel castello del signor Marchese di Carabas.
— Ma come, Marchese! —, esclamò il Re, — anche questo castello è roba vostra! [Roba vostra!]. Nulla è più bello di questo cortile e di tutti i fabbricati che lo circondano; si può vederlo dentro se vi aggrada?
Il Marchese dette la mano alla giovane principessa e seguendo il Re che era salito per primo, entrarono in un salone dove trovarono imbandita una splendida merenda che l’Orco aveva fatto preparare per certi suoi amici; essi dovevano venire a trovarlo proprio in quel giorno ma, sapendo che il Re vi si trovava, non avevano osato entrare. Il Re, entusiasta delle belle doti del signor Marchese di Carabas, così come sua figlia ne era pazza e, vedendo i grandi possedimenti di lui, gli disse, dopo aver bevuto quattro cinque bicchieri [il mangiare, il bere, la sostanza]: — Signor Marchese, se volete diventare mio genero, dipende solo da voi!
Il Marchese con mille riverenze accettò l’onore che il Re gli faceva e quel giorno stesso sposò la Principessa.

Il giorno stesso, non rimanda. Quando occorre concludere non si può rimandare.

Il Gatto divenne un gran signore e seguitò ad andare a caccia di topi solo per divertimento.

Come se prima lo avesse fatto per lavoro! La fiaba di Perraut, conclude con due morali. La prima morale è questa:

Certamente è una gran comodità godere di una ricca eredità che da padre discende e a figlio viene. Ma ai giovani più giova esercitare l’industria e il saper fare che usar d’un bene avuto senza pene.

Leggo anche la seconda e poi aggiungiamo qualcosa.

Se il figlio di un mugnaio così rapidamente può d’una principessa conquistar cuore e mente, sì da avere da lei le più languide occhiate, è che l’abito e il fior di giovinezza sono, per ispirar la tenerezza, l’armi meglio temprate.

Queste le due morali, un po’ pedagogiche, sono tuttavia interessanti perché mettono in discussione alcuni fantasmi che erano stati introdotti nella fiaba: sicuramente il gatto con gli stivali è un animale fantastico. Non che il gatto sia già il cervello dell’impresa, il gatto è un’idea del figlio del mugnaio. Per ascoltarla come parabola, noi la leggiamo così: il gatto con gli stivali è un’idea del figlio del mugnaio. Inizialmente è un’idea di salvezza, di padronanza, di riscatto; per la riuscita occorre che quest’idea si svolga, che diventi fantasma. Il gatto è un animale fantastico, e l’animale fantastico, badate bene, è molto utilizzato. bL’animale domestico è un animale fantastico e l’idea più comune è quella di addomesticare il padre, per esempio, nel gatto o nel cane. In molte famiglie viene tolto il padre e c’è il gatto o il cane. Non che il padre sia morto. È lì, è addomesticato. L’animale fantastico è la rappresentazione nell’animale, ma anche in un collega, in un parente, in un familiare, del negativo o del positivo. Quando noi pensiamo che nella nostra vicenda, nella nostra vita si introduca qualcuno che ci rovina i piani ed è in tutto e per tutto negativo, questa è una rappresentazione dell’animale fantastico. Ma è una prima formulazione. Quando noi diciamo: "Questa persona è la mia rovina". È una prima formulazione, poi ce ne sono altre. Allora questo animale fantastico diventa l’occasione per svolgersi, perché l’idea operi e operando ci consenta di inventare, trovare, fare, concludere e guadagnare.

La prima morale sottolinea la questione dell’industria. È molto più interessante l’industria. Perché ci sia industria nella nostra giornata occorre veramente che non ci sia l’idea di origine, cioè che non ci sia l’idea della famiglia di origine e che non confermiamo le nostre idee negative o positive a seconda del ricordo che abbiamo del papà, della mamma o dei fratelli. Occorre mettere in gioco queste questioni.

Scrive Machiavelli nel Principe:

Quanto all’esercizio della mente debbe il Principe leggere le historie ed in quelle considerare le azioni degli uomini eccellenti. Questi e simili modi debbe osservare un Principe savio e mai nei tempi pacifici star ozioso ma con industria farne capitale per potersene valere nelle avversità acciocché, quando si muta la fortuna, potrovi parato a resisterle.

A volte ci si trova a dire: "Tizio mi ha combinato questo", "Caio mi ha fatto quell'altro". Dopo questa prima formulazione, è indispensabile procedere, andare oltre, non confermare la propria idea iniziale di negatività. Questo è veramente indispensabile.

Leggiamo la novella Cagliuso di Giambattista Basile, narratore del nostro Rinascimento, vissuto dopo Machiavelli, ma certamente prima di Perrault. Ha scritto favole bellissime raccolte nel testo Lo cunto de li cunti. Ve ne suggerisco la lettura, noi lo stiamo leggendo il mercoledì, sono novelle veramente straordinarie per l’attenzione e la ricchezza linguistica e i numerosi elementi di elaborazione, che vanno ben oltre Perrault, i Fratelli Grimm o Andersen. C’è proprio una testimonianza di intelligenza. In Cagliuso c’è il figlio di un poveraccio, che potrebbe evocare il figlio del mugnaio, ma Basile ne fa subito la caricatura. Vi leggo solo un brano. Fa veramente sorridere. Non c’è realismo e neppure dramma.

C’era una volta nella mia città, Napoli mia, un vecchio poverissimo così senza niente, senza un soldo, misero, pezzente, di tasca vuota, senza un gonfiore in fondo al borsellino, che se ne andava nudo come un pidocchio. E, sul punto di vuotare i sacchi della vita, chiamò Oraziello e Pippo, i suoi figli, dicendogli: — Già sono stato citato a norma di contratto per il debito che ho con la Natura; e credetemi, se siete cristiani, che proverei un gran piacere a uscirmene da questo Mandracchio di affanni, da questo porcile di sofferenze, se non fosse che vi lascio in rovina, poveri come Santa Chiara, incerti sulle cinque vie di Melito senza uno spicciolo, puliti come un bacile di barbiere, leggeri come serventi, secchi come un osso di prugna, che non avete neanche quanto porta su un piede una mosca e se correte cento miglia non vi cade uno spicciolo, perché il mio destino mi ha portato dove cacano i tre cani non mi è rimasta neanche la vita e come mi vedi così puoi scrivere di me, perché sempre, come sapete, ho fatto sbadigli e segni di croce e sono andato a letto senza candela. Con tutto questo, pure voglio alla mia morte lasciarvi qualche segno d’amore; perciò tu, Oraziello, che sei il mio primogenito, prenditi quel crivello che sta attaccato al muro, con cui puoi guadagnarti il pane; e tu, che sei il cucciolo, prenditi la gatta; e ricordatevi del vostro tata. Dicendo così si mise a piangere e dopo un poco disse: — Addio, è notte.

Introdotta così, la povertà, non ha nulla di realistico o patetico. Non c’è dramma. Questa povertà è già una vera ricchezza. La lettura di Cagliuso ci porta ad altre considerazioni ancora, perché questa gatta, la gatta di Cagliuso, è proprio materna. Ah sì!, lei si occupa di tutto mentre questo signor Cagliuso non collabora assolutamente, è affezionato ai suoi limiti, alle sue resistenze, non ne vuole sapere di capire niente. Se il marchese di Carabas avvia subito un dispositivo e non ha bisogno di fare l’esecutore del gatto, qui invece no. Quasi come il gatto con gli stivali, anche la gatta di Cagliuso fa tutta una serie di doni al Re. Cagliuso riesce a sposare la figlia del Re, dopodiché parte per un viaggio. Con i soldi che riceve, acquista un terreno, un titolo, e va ad abitare con la principessa e con la gatta. Ma che cosa accade?

Ora Cagliuso, vedendosi ricco sfondato, ringraziò la gatta a più non posso dicendo che a lei doveva la vita e la sua grandezza e i suoi buoni uffici, che gli aveva fatto più bene il trucco di una gatta che l’ingegno del padre […].

Ecco l’animale fantastico: questa gatta è proprio il consigliere di cui parla Machiavelli, che porta dalla rovina alla fortuna. Vedete coma la gatta, ossia l’animale fantastico, è il modo di addomesticare il padre? Qui lo dice, è preciso. Sembrano vere annotazioni cliniche quelle che fa Basile. Lo cunto de li cunti è un manuale di clinica:

[…] aveva fatto più bene il trucco di una gatta che l’ingegno del padre.

Questo è lo psicofarmaco! L’intervento magico, salvifico, psicoterapeutico, materno della gatta!

[…] poteva fare e disfare della roba e della vita sua come le pareva e piaceva, e che le dava la sua parola che quando fosse morta, da là a cent’anni, l’avrebbe fatta imbalsamare e mettere dentro una gabbia d’oro nella sua stessa camera, per avere sempre davanti agli occhi il suo ricordo.

Con questo ha già detto tutto!

La gatta, che sentì questa sparata, dopo neanche tre giorni si finse morta stendendosi lunga lunga nel giardino.

Basile in questi ritratti è un vero pittore.

Nel vedere questo la moglie di Cagliuso, gridò: — Oh marito mio, e che gran disgrazia! è morta la gatta! — E si porti appresso tutti i malanni, rispose Cagliuso, meglio lei che noi! — Che ne facciamo?, chiese la moglie. E lui: — Prendila per un piede e gettala dalla finestra!

La gatta, sentendo questa bella ricompensa che non si sarebbe neanche immaginata, cominciò a dire:

— Questo è il a buon rendere per i pidocchi che ti ho tolto da dosso? queste sono le mille grazie per gli stracci che ti ho fatto gettare via, che avresti potuto appenderci fusi? questo ho in cambio dopo averti vestito elegante come un ragno e averti sfamato quando eri affamato, miserabile, straccione, che eri uno sbrindellato, pezzente, cencioso, sdrucito, scalzacane? così finisce chi lava la testa all’asino! Vai, che cada la maledizione su quello che ti ho fatto, perché non meriti che ti sia sputato in gola! Bella gabbia d’oro mi avevi preparata […].

Ci credeva, la gatta, alla sua gabbietta d’oro! "Gabbia" non le diceva niente... è l’oro che l’ha colpita!

[…] che bel sepolcro mi avevi destinato! Vai, servi, fatica, stenta per poi avere questo bel premio!

Nelle famiglie questi enunciati sono frequenti.

[…] disgraziato chi mette su la pentola per le speranze altrui […].

È un po’ quello che diceva Federica Guerra: se il laboratorio teatrale diventa un investimento sul figlio, è proprio un modo di "metter su la pentola per le speranze altrui".

Disse bene quel filosofo: chi si addormenta asino, asino si sveglia! Insomma chi più fa meno aspetta, ma buone parole tristi fatti ingannano i saggi e i matti!
Dicendo così e scuotendo la testa se ne andò e per quanto Cagliuso, con il polmone dell’umiltà cercasse di ingraziarsela, non ci fu verso che tornasse indietro, ma, correndo senza mai voltare la testa diceva: — Dio ti guardi dai ricchi impoveriti e dai miserabili che sono arricchiti.

Se il gatto o la gatta è l’animale fantastico, che porta la salvezza, il beneficio, la psicoterapia, il riscatto sociale, di questo non resta nulla. E così la gatta non viene ringraziata da Cagliuso. Quando noi, facendo, pensiamo di fare per il bene di qualcuno, già ci stiamo infilando in un guaio. L’ingratitudine è la diretta risposta alla fantasia materna e salvifica sull’altro.

Machiavelli nel Principe:

Chi è cagione che uno diventi potente, ruina perché quella potente è causata da lui o con l’industria o la forza, e l’una e l’altra di queste due è sospetta a chi è divenuto potente.

La questione è il cervello dell’impresa. Perché ci sia cervello occorre il dispositivo, quindi non il fare per il bene altrui o il fare per il bene proprio. Ci vuole il dispositivo. Certamente l’imprenditore, l’insegnante, il genitore, l’artista si trova in vari dispositivi, con vari interlocutori e ciascuna volta intende e dà un contributo. Questo è interessante. Qui non c’è dispositivo; c’è un pezzente, scalzacane che viene salvato dalla gatta. Lui viene salvato, non contribuisce in nulla. Se leggete la favola vedrete che non contribuisce in nulla. Certamente la gatta che fa la consulente salvifica, "ruina", come dice Macchiavelli, perché non ha instaurato un dispositivo.

Quando Cagliuso si trova a pranzo dal Re...

Mentre si mangiava, Cagliuso di tanto in tanto si voltava verso la gatta dicendole: — Gattina mia, ti raccomando quei quattro stracci, che non vadano perduti.
E la gatta rispondeva: — Stai zitto, chiudi la bocca, non parlare di queste miserie.
E, volendo sapere il re cosa gli occorresse, la gatta rispondeva che gli era venuta voglia di un piccolo limone e il re mandò subito qualcuno in giardino a prenderne un cestello. E Cagliuso tornò alla stessa musica dei suoi stracci e pezze […].

Basile mette in rilievo le piccolezze del soggettivismo.

[…] e la gatta tornò a dirgli di chiudere la bocca e il re chiese di nuovo che cosa gli servisse e la gatta con un’altra scusa fu pronta a rimediare alle paure di Cagliuso.

La gatta rimedia alle paure di Cagliuso e, quindi, ruina. Non ci può essere ringraziamento. Ma perché? Non perché questo Cagliuso sia un cattivo ragazzo rispetto al figlio del mugnaio ma perché non si è instaurato un dispositivo. Nessuno è naturalmente buono, naturalmente cattivo, naturalmente fatto in un modo piuttosto che in un altro. È indispensabile instaurare un dispositivo. Alcuni dicono che il dispositivo è come un congegno, ma, in effetti, è la disposizione. È il far sì che le cose da fare, da dire, si dispongano per concludere qualcosa. Quando c’è il cervello come dispositivo, è per dire che c’è l’occasione perché ciascuno assuma lo statuto di regia. La regia della sua vita. Cagliuso certamente non ha nessun statuto di regista, assolutamente. È un figlio salvato e rivendicativo, nulla di più. Quanti ce ne sono di figli salvati e rivendicativi? Tantissimi, e sono la rappresentazione della stupidità. Chiaramente uno che crede veramente a questo è sordo, non c’è modo di instaurare niente, di avviare nulla.

Invece, la questione del nome non araldico, il Marchese di Carabas, allude al nome per ciascuno. Allude a questa questione: il nome per ciascuno di noi non significa nulla, non deve significare. Il nome instaura un mito e ciascuno di noi troverà i termini per raccontare il suo mito. Non c’è già prima, lo racconterà lui vivendo. Quando, con il Battesimo, i genitori danno un nome al nascituro, al bambino, alla bambina, dicono: "Paola", "Luisa", "Maria", ma non dicono: "La chiamiamo così perché sia bionda", "La chiamiamo colà perché faccia il medico", "Se la chiamiamo così diventa bisbetica", "Se la chiamiamo così invece troppo buona". No! Il nome non significa.

Ci sono domande, questioni, suggerimenti, provocazioni?

Gianna Danielis Volevo chiederle che accezione dà al significante ingenuità.

Antonella Silvestrini Dicevo: "occorre l’ingenuità". È una bellissima parola, ingenuità. Ci vuole ingenuità, perché l’intelligenza è indispensabile, ma occorre anche l’ingenuità. L’ingenuità non è il candore, non è vedere tutto bene, tutto positivo, credere a tutto. L’ingenuità non è la creduloneria. L’ingenuità come ingenium, ingegno e, poi, generosità. C’è sempre questa radice gn- che è di generazione, generosità, ingegno, ingenuità. È vero che nel luogo comune si dice: "Quello lì è un ingenuo", per dire che è uno che casca subito, che è un credulone, non ha tenuta, non è attento, non è scaltro. L’ingenuità, nel senso che non c’è un sapere sulla fine, su quello che accadrà, sull’avvenire.

Dal pubblico Ma non è forse quando capiamo quello che ci viene incontro abbiamo come un intuito, qualcosa che sentiamo dentro di noi, però facciamo fatica...

Antonella Silvestrini In che senso?

Dal pubblico L’ingenuità, come dice lei, è ingegno. Certe volte ci succedono delle cose che non prevediamo, neanche le immaginiamo, eppure ce le troviamo lì davanti. Parlo in positivo, non in negativo. È una "farina" che abbiamo noi dentro e che facciamo fatica a capire. Magari la vediamo quando ormai il fatto è successo...

Antonella Silvestrini Lei dice, quando ci capita di avere un’intuizione o una sensazione che poi dopo riscontriamo che non era banale, che era un’intuizione interessante?

Dal pubblico Sì. Non avendo pregiudizi e non avendo malizie acquisite, né ereditate, si affrontano le situazioni come devono essere affrontate.

Antonella Silvestrini Sì. Lei ha colto la questione, perché il pregiudizio ci porta già a leggere in modo ideologico, secondo la propria ideologia, quello che sta dinanzi e, allora, non vediamo le brecce. Non è che tutto ciò che ci capita sia positivo. Nessuna cosa è positiva o negativa. Il positivo e il negativo non li possiamo rappresentare in modo così alternato.

Dal pubblico Anche il positivo e il negativo ce lo dà il pregiudizio.

Antonella Silvestrini Sì.

Dal pubblico Per cui se noi riusciamo a spogliarci di questa cosa e affrontiamo le situazioni man mano che vengono, è lì che si attiva il dispositivo?

Antonella Silvestrini Sì. Bravissima. Perché è proprio attenersi alla generosità delle cose. Ingenuità è attenersi alla generosità delle cose che ci stanno dinanzi. Lei poneva una questione, che è anche interessante, rispetto alla sensazione. C’è chi enuncia una sensazione e, poi, la scarta. Dice: "Sarà una mia fantasia!". Poi, andando avanti, si accorge che era una valida intuizione, ma lui è stato sordo. Oppure c’è chi ritiene che la sensazione sia già la verità e quindi alla minima sensazione si scaglia contro le situazioni come se fosse già la verità costituita, la verità istituzionale. Sono due modi di eludere la sensazione, perché la sensazione è un balbettio, potremmo dire. È il primo modo in cui cominciamo a dire le cose. La sensazione è strutturata come un equivoco, perché non è né vera né falsa, né realistica né infondata. Risente della nostra storia. Quindi, la sensazione si deve trovare in una procedura, in un processo di valorizzazione. Ci vogliono delle verifiche, delle constatazioni. Allora noi dalla sensazione traiamo elementi e, poi, quando ci troviamo a comunicare, a dire, a domandare, a dare un incarico non facciamo più direttamente in nome di una sensazione. Non l’abbiamo neanche lasciata da parte, perché lasciar da parte una sensazione è modo di negare la parola.

Dal pubblico Diciamo che la sensazione è stato l’input per andare avanti.

Antonella Silvestrini Esatto, cioè il modo per cominciare. Quindi non è né buona né cattiva, né vera né falsa: va sempre messa in gioco. Ci sono altre domande, altri interventi?

Gianna Danielis E il ringraziamento?

Antonella Silvestrini Il ringraziamento è una figura dell’ironia. Nel luogo comune, noi ringraziamo chi ci ha fatto del bene, o dovremmo ringraziare chi ci ha fatto del bene, e non dobbiamo ringraziare chi ci ha fatto del male. Così dividiamo i nostri interlocutori in due gruppi: i benefattori e i malfattori. Questo non è, in nessuno dei due casi il ringraziamento, perché il ringraziamento è sempre ironico. Se non è ironico, abbiamo il ringraziamento che si aspetta la gatta di Cagliuso, e che non arriverà mai.

Dal pubblico L’aspettativa.

Antonella Silvestrini Brava. Abbiamo l’aspettativa. Invece, il ringraziamento è ironico nel senso che costituisce l’apertura. Ringraziamo non perché ci sia il bene o ci sia il male. È sempre nell’apertura. A volte vi sarà capitato di intendere che è indispensabile il ringraziamento anche rispetto a occasioni o persone, interlocutori che apparentemente ci hanno portato un impedimento, un rallentamento, una difficoltà, o che ci hanno fatto uno sgarbo. Non è che non capitino queste cose, capitano eccome! Però è indispensabile accorgersi che il ringraziamento è l’apertura. Trovo che l’ironia è indispensabile in ciascun caso. Ad esempio, è efficacissimo porsi la questione dell’ironia nell’educazione. È incredibile che sia così scontato che al bambino buono e bravo venga data la caramella, al bambino brutto e cattivo venga dato il carbone. Non può essere così scontato, perché la stessa fantasia che porta tizio a fare la pecora nera, porta Caio a fare la pecora bianca della famiglia o della classe. Non possiamo escludere che non ci sia un tornaconto in chi fa il primo della classe. Spesso è un tornaconto che, siccome riesce e porta dei risultati, fa dire: "Beh! lui è a posto". Invece no. Occorre verificare se questi risultati sono rispetto a una fantasmatica, a un fantasma di riscatto, di successo, di elezione oppure perché c’è narcisismo e perché la persona si mette in gioco, e effettivamente sta facendo la sua strada. Le verifiche non vanno fatte solo per chi rappresenta il negativo. Già questo comporta procedere dall’ironia, dall’apertura. Non c’è questo negativo o positivo rappresentato. Questo intende Verdiglione quando dice e scrive in tutti i suoi libri che le cose procedono dal due. Procedono da questa apertura. Sembra una formulazione così difficile, ma, in effetti, è molto semplice. È intendere questo: se io dico che questo è negativo e questo è positivo, quindi voglio andare da questa parte, non sto procedendo dal due, dall’apertura. Anche se questa mia scelta è socialmente condivisa, sto camuffando un fantasma. Capite? Un conto è che io mi interroghi sempre, non rispetto al bene e al male, ma mi interroghi se questa via è la via in cui io mi metto veramente in gioco in cui veramente accolgo la prova di vita. Ne parleremo, poi, a proposito del Brutto anatroccolo. Sono veramente in gioco? Dove prendo nove, dieci, dove ho complimenti, eccetera, tutte cose positive, sono veramente in gioco? I complimenti che mi vengono da Tizio e da Caio non sono già una prova che va tutto bene. Intendete?

Dal pubblico Non è che quando abbiamo la perfezione sia tutto ok. Sotto, a volte, si celano grosse lacune.

Antonella Silvestrini Sì, il perfezionismo è un fantasma.

Federica Guerra
. Non è la qualità.

Antonella Silvestrini Sì, esatto. Il perfezionismo, come suggerisce Federica Guerra, non è la qualità.

Dal pubblico Il bambino perfetto, il figlio perfetto…

Antonella Silvetrini Anche quel bambino perfetto è una caricatura. Meno problematica per un genitore, perché sembra che tutto vada da sé in un automaticismo, come in una delega, per cui il genitore è a posto.

Dal pubblico Viene il giorno in cui si paga tutto di colpo.

Dal pubblico Volevo chiedere se poteva dire qualcosa a proposito del riconoscimento, ne abbiamo già parlato. La distinzione tra ringraziamento e riconoscimento.

Antonella Silvestrini Il ringraziamento, dicevamo, è l’ironia. È l’apertura. Il riconoscimento comporta la responsabilità. Non è il riconoscimento dell’Altro o il riconoscimento che io valgo, il riconoscimento che io sono bravo. Verdiglione scrive: "Il riconoscimento è del lapsus". Quando noi, parlando, ci imbattiamo in un lapsus, lì c’è un’occasione di riconoscimento. Oppure, nel Gatto con gli stivali a un certo punto leggiamo: "Il Marchese di Carabas seguì il consiglio del Gatto". Perché il Marchese di Carabas segua il consiglio del gatto occorre il riconoscimento, ma non il riconoscimento che il gatto ha ragione, tanto è che dice: "… senza sapere che gli avrebbe potuto servire". C’è un riconoscimento e l’instaurazione della responsabilità, del debito, e lui si attiene al suggerimento del gatto. Il riconoscimento del lapsus è riconoscimento di un equivoco che ha effetti di senso che non immaginavamo prima, inediti. Lì si instaura l’autorità. Il figlio del mugnaio, che si lamenta di aver ricevuto solo il gatto, elude il riconoscimento perché si lamenta di non aver ricevuto come avrebbe voluto. Si lamenta della difficoltà, di un non senso per cui lui avrebbe ricevuto il gatto! Quindi, si demoralizza, si abbatte e resta figlio del mugnaio fino a quando non interviene il gatto.

Dal pubblico Può aggiungere qualcosa sul narcisismo?

AntonellaSilvestrini Il narcisismo…

Dal pubblico Perché nel luogo comune… Non so se c’è tempo.

Antonella Silvestrini Adesso rispondo, poi le altre questioni le ritroviamo giovedì prossimo. E così proseguiamo, perché è una materia molto bella, complessa e articolata.
Freud ha dato una valenza, una lettura di narcisismo che è ancora legata alla nevrosi o alla psicosi. Freud, per narcisismo, intende l’idea positiva di sé, l’idea trionfante di sé. Verdiglione ha introdotto qualcosa di differente rispetto al narcisismo. Il narcisismo si instaura nella nostra vita quando — le rispondo nel modo più semplice che riesco a inventare — noi non ci indispettiamo per gli ostacoli e per i fastidi, quando non evitiamo gli ostacoli, e quando non reagiamo all’occorrenza, alle cose da fare e al tempo. Quando non ci giustifichiamo più rispetto all’altro ci troviamo nell’eventualità che si instauri il narcisismo. In altri termini il narcisismo riguarda l’oggetto e il tempo. L’oggetto è l’ostacolo, la provocazione, come nota anche Freud, ed è la condizione della pulsione in atto. Quando noi ci atteniamo alla provocazione, non diamo nulla per scontato, allora c’è narcisismo. Machiavelli dice che quando il Principe interrompe quel che occorre fare o tralascia quel che occorre fare in virtù di quello che si dovrebbe fare, ruina. Quando uno non si attiene all’occorrenza e rinuncia, perché dice che non è quello che gli interessa veramente — era nato per fare un altro lavoro, un’altra cosa — in questo modo evita il contingente, il fare e anche la provocazione. Oppure quando uno dice: "Sì, io sono sposato con questa donna, però è ben altra la donna che avrei voluto incontrare. L’avevo anche incontrata ma poi…", non va preso sul serio! È interessante che ciascuno si accorga di quello che sta facendo e, allora, c’è riconoscimento e autorità. Solo attenendosi all’attuale e all’occorrenza ci imbattiamo nell’eventualità della trasformazione. Continuare a fantasticare un’alternativa ideale a quel che stiamo facendo, invece, porta all’immobilismo.

Dal pubblico Allora il narcisismo è sempre uno stato psicologico paradossale, esagerato e dannoso?

Antonella Silvestrini No, questo è quello che una lettura ideologica del testo di Freud ha portato a pensare, il narcisismo va inteso in un altro modo.

Dal pubblico Ma io credo nella gradualità nel narcisismo. Ci ho pensato tante volte.

Antonella Silvestrini No, no. È proprio un’altra cosa. Non so di che cosa lei si occupi, comunque provi a pensare, per esempio, di avere dei colleghi che si trovano in un invischiamento paludoso e perdono tempo a fare una serie di cose poco interessanti. Lei potrebbe benissimo pensare di non poter procedere per colpa di queste persone, (che magari sono suoi superiori), oppure per colpa di un socio. Ecco, questo è un modo di trovare una giustificazione. Non sto dicendo che tutto sia positivo, per cui anche coloro che sembrano nostri detrattori o i nostri nemici sono positivi, assolutamente no. Ci imbattiamo, molte volte, nelle fantasmatiche delle persone. Però non possiamo prenderle come giustificazione per fermarci. Quando noi ci atteniamo a questo, senza pregiudizi, come diceva lei poc’anzi, quello è il narcisismo.

Dal pubblico Stiamo parlando… di definire i termini.

Antonella Silvestrini Certamente.

Dal pubblico Di base. Chiaramente chi non ha alle spalle questo background culturale, intellettuale, interessantissimo, fa fatica a capire alcuni passaggi, perché proprio manca il linguaggio comune. Bisogna un po’ costruire...

Antonella Silvestrini Eh sì, perché nel luogo comune il narcisista è chi è pieno di sé, chi è tronfio, arrogante. Invece il narcisismo è una cosa molto più interessante.

Dal pubblico Poi magari riflettendoci a fondo, effettivamente, si arriva a condividere questo ragionamento.

Antonella Silvestrini Certo.

Dal pubblico Ci vogliono tanti stimoli. Non è semplice. Ci vuole un po’ di tempo per elaborarli.

Antonella Silvestrini Bene, io allora vi ringrazio e passo la parola a Erik Battiston per concludere e vi saluto.

Erik Battiston. Il prossimo appuntamento è dedicato a La sirenetta: non c’è principe senza capitano. Quindi a giovedì prossimo, grazie.