Lezione
I. Il patrimonio e il matrimonio
Antonella Silvestrini Buonasera. Benvenuti alla prima di queste lezioni dal titolo
Il brainworking e la clinica.
L'anno scorso proprio in questo periodo, nel mese di aprile,
abbiamo organizzato una serie di conferenze intorno alla cifrematica. Ora
proseguiamo con questo corso. L'intento è quello di esplorare alcuni significanti,
alcune questioni che nella nostra vita diamo per scontate e quindi lasciamo
in un certo senso al naturalismo come se facessero parte di quella valigetta
del già saputo che ci portiamo dietro o deleghiamo ai consulenti, ai tecnici,
agli specialisti.
In effetti, le implicazioni artistiche
e culturali di termini come soldi, capitale, patrimonio e matrimonio sono
interessantissime e molto importanti nella nostra vita.
Ringraziamo, innanzitutto, il Comune e la Provincia di Pordenone
per averci concesso il patrocinio e per sostenere questo progetto intorno
al capitalismo intellettuale nella famiglia, nella banca e nell'impresa.
Ringraziamo anche le aziende che sostengono il nostro progetto
e hanno colto la portata dell'integrazione tra arte, cultura e impresa. Hanno
capito che l'arte e la cultura sono un investimento e che l'investimento non
è un costo. Troppo spesso gli imprenditori confondono l’investimento con il
costo e, per questo motivo, non fanno formazione, non investono in arte e
cultura. Ma dell’impresa fatta così, badando ai costi e senza investimento,
non resta nulla.
Le aziende sponsor sono Palazzetti, Enface, TICI, Pordelettrica,
la Prosciutteria Fratelli Martin, la ditta Moreno Buttignol, Rail One, Technofarming,
Executive, e lo studio Monica Fedeli, che cura gli aspetti grafici per la
promozione delle nostre attività.
Questo progetto intorno al capitale intellettuale è stato un’occasione
importante, anche per gli organizzatori, per constare quali siano le nuove
acquisizioni quando ci si trova a lavorare sul terreno dell’integrazione fra
impresa e cultura, arte e finanza. Sono acquisizioni che non possiamo dire
di aver raggiunto una volta per tutte: questa è la cosa più importante.
Il progetto intorno al capitale intellettuale propone un dibattito,
come già abbiamo accennato negli appuntamenti precedenti, intorno ad alcune
questioni che, nel luogo comune, vengono lasciate nel naturalismo e nell’ovvietà,
oppure all’approccio tecnologico, comunque una variante del naturalismo. Invece,
si tratta dell’opportunità di esplorare alcuni significanti e alcuni termini
che, solitamente, utilizziamo nelle conversazione in modo automatico, senza
analizzare le implicazioni che derivano dall’impiegare un termine anziché
un altro.
La teoria cifrematica offre proprio gli strumenti intellettuali e linguistici per intendere se ci stiamo accomodando nell’habitus del quieto vivere, oppure se siamo chiusi in una mentalità conformista che fornisce un valido riparo dal rischio, dalla novità, dall’assoluto.
Il brainworking e la clinica.
Quando ho portato il comunicato stampa al giornale, la giornalista
mi ha chiesto qualche elemento attorno al termine brainworking e al nesso tra brainworking e clinica. L'anno scorso,
in questa sala, Maria Ines Scrosoppi ha tenuto una conferenza bellissima sul
brainworking, che potete trovare trascritta
sul nostro sito. Brainworking è
un termine sorto nel 1988 a Chicago. All’inizio sembrava qualcosa di pertinenza
dell’ingegneria. In seguito è giunto in Europa, a Ginevra, all’Istituto Battelle,
per indicare la direzione intellettuale, tutto ciò che attiene alla questione
intellettuale nell'impresa. La Comunità Europea ha investito nella formazione
del brainworker come “figura professionale”
nuova, che si occupa del capitale intellettuale nell'ambito delle aziende,
delle imprese e degli studi professionali. Molti economisti hanno scritto
su questo argomento: Emilio Fontela, che è spesso intervenuto ai nostri congressi
ne parla nel libro che si intitola Come divenire imprenditore nel ventunesimo
secolo.
Armando Verdiglione, sempre attento alle novità, ha compiuto
un’ulteriore elaborazione di questo termine, tant'è che nel dicembre 2001
abbiamo organizzato un congresso dal titolo Il
brainworking, di cui da qualche mese sono stati pubblicati gli atti in
un volume e che raccoglie interventi importanti come quello di Vittorio Mathieu,
di Carlo Sini, di Armando Verdiglione, di Lucien Sfez e di altri.
Il brainworking
è questo: come instaurare dispositivi intellettuali nella nostra giornata,
nel lavoro, in famiglia, nella scuola, nelle istituzioni. Non è facile. L'intellettualità
è la constatazione che la materia della parola è insostanziale. Ovvero, nel
momento in cui noi ci accorgiamo che la parola non è oggettiva, non è soggettiva,
che non c'è realismo nelle cose che facciamo e che diciamo, instauriamo l'intellettualità.
Occorre innanzitutto svolgere il dualismo tra intellettualità e impresa. Ora
et labora. Gli stessi monaci non facevano questa distinzione, proprio
coloro che preziosamente ci hanno restituito il patrimonio dell’umanità. L’integrazione
tra manuale e intellettuale procede dalla preghiera, da ciò che non consente
di umanizzare dio, ovvero divinizzare l’uomo.
Il brainworking comporta
vivere senza più avere dinanzi l'alternativa tra un male maggiore e un male
minore, tra la quantità e la qualità, tra quello che vorrei e quello che dovrei
fare. Incontriamo ogni giorno conflittualità o dubbi rispetto ai quali crediamo
di dover scegliere. L'intellettualità, o brainworking, implica la sospensione di questa alternativa che crediamo
di avere dinanzi. Spesso le circostanze esigono un dispositivo nuovo, perché
ci accorgiamo che occorre dissipare un pregiudizio, una fantasia.
Già da trent'anni la cifrematica introduce una nozione nuova
di clinica, senza più il retaggio illuministico che scambia la clinica per
l'osservatorio sul male o sul negativo dell'altro. Propone una nozione di
clinica nella sua accezione originaria. Il significante clinica viene dal
greco klìnein, piegare. La clinica
è proprio la piegatura. Ad esempio, quando facciamo qualcosa e con uno sforzo
giungiamo alla conclusione, notiamo che le cose prendono una piega, una piega
inedita. Questa è clinica. In effetti, la clinica è il compimento della scrittura
dell'esperienza, è il compimento della scrittura delle cose che facciamo in
direzione dell'avvenire, in direzione della salute, in direzione della qualità.
La clinica non è la depurazione del male, non richiede la conoscenza
del negativo nel tentativo di evitarlo, di economizzarlo, per poter abbracciare
quel che si immagina come positivo. Chi si interessa alla negatività, si affeziona
e quindi incomincia a trovarla qui, a immaginarla lì, a sospettarla in Tizio,
a rappresentarla in Caio, ma è sempre la negatività di sé.
Spesso accade che all’inizio dell’itinerario analitico ci sia
la fantasia di conoscere i propri difetti, le proprie negatività. L’intervento
dello psicanalista sta nell’introdurre un punto di follia in tutta questa
rigidità, in tutto questo sapere, perché si dissipi l’idea del negativo di
sé, si tenga conto dei talenti, delle prerogative e si instauri un dispositivo
di forza per la direzione. Questo è l'itinerario analitico.
Il patrimonio
Il
patrimonio è forse quello di Mazzarò? Con estrema ironia Verga ci racconta
la novella di Mazzarò: “Tutta roba di Mazzarò. Pareva fosse di Mazzarò il
sole che tramontava, le cicale che ronzavano. Tutta roba di Mazzarò. Anzi
pareva – dice – che Mazzarò fosse così grande, come la terra e che noi si
camminasse sulla sua pancia”. Questa, l'accumulazione. Poco prima di morire,
Mazzarò esce in cortile strillando, bastonando le anatre, e dicendo: “Roba
mia, vientene con me”. È questo il patrimonio? O forse il patrimonio è quel
che riconosciamo di non aver mai posseduto, per esempio?
Sono andata a fare anche una ricerca nel codice civile, e non
ho trovato — come pensavo — una definizione che dica che il patrimonio riguarda
solamente i beni o l’avere. No, anche nel codice la questione è molto più
articolata. Tuttavia, ogni volta che si parla di patrimonio sembra che la
questione sia proprio quella dell'avere e del possesso. Poi c’è chi ritiene
che il patrimonio sia quello che si è: “Il patrimonio non è quello che noi
abbiamo, ma ciò che siamo. È tutto ciò che siamo, il patrimonio”. Questa è
solo una variante della stessa fantasia: il ritenere che il fare dipenda dall’avere
o dall’essere. “Se avessi farei…”, “Se fossi più ricco, più forte ecc.… farei”:
le più comuni giustificazioni.
Occorre
dunque chiedersi: il patrimonio è ciò che sospende il debito, ciò che sospende
la responsabilità o, invece, è ciò che instaura il debito e instaura la responsabilità
per ciascuno di noi?
Per
esempio, accade di frequente che chi crede di avere, si metta a immaginare
che qualcuno gli porti via ciò che ha e quindi a immaginare il vampiro e rappresentarselo
nell’interlocutore, nel collaboratore o nel famigliare. L'uomo che crede di
aver costruito un impero e che quello sia il suo patrimonio e il suo avere,
comincia a dire che i figli “gli succhiano il sangue”, oppure che c'è qualcuno
che vorrebbe sottrarre a lui questo avere. Quindi, l'idea dell'avere, immediatamente,
è connessa all'idea del vampiro. L'idea che il figlio sia un vampiro, sta
ad indicare che non abbiamo effettivamente elaborato la questione del patrimonio,
che crediamo che sia un possesso che ci facilita la strada, e pertanto è un’occasione
interessante per interrogarsi sulla restituzione di quel che riceviamo.
Facciamo
l’ipotesi che io riceva in eredità un palazzo in corso Vittorio Emanuele.
Subito mi accorgo che occorre che io attivi una serie di dispositivi per la
ristrutturazione, per la restaurazione, per far sì che qualcosa di questo
palazzo si scriva. Se lo ritengo un avere, immediatamente penso che qualcuno
me lo possa portare via, oppure che possa decadere. Oppure lo mando io stessa
in rovina. Se è un possesso, si può rovinare. In breve, mi accorgo che questo
palazzo per me instaura un debito: un debito non realistico, s’intende, un
debito intellettuale. Occorre che il patrimonio, innanzitutto, sia intellettuale.
Cosa
vuol dire che si instaura un debito, una responsabilità? Che questo palazzo
innanzitutto è nella parola, ed è una metafora. Questo palazzo sta al posto
di qualcos'altro che io non so cosa sia. Le cose cominciano con una metafora,
con questa sostituzione: una cosa sta al posto di qualcos'altro. Come nel
battesimo: c'è un bambino e gli si dà un nome, ma questo nome non significa
di per sé. Questo nome instaura la metafora e un mito. Così incomincia un
processo di valorizzazione, per cui questo palazzo viene poi restituito. Questo
è il patrimonio. Verdiglione dice che il patrimonio è il parricidio in atto,
cioè la funzione di padre in atto. C'è un debito intellettuale e una responsabilità
(responsabilità viene da respondere,
è la risposta) che inaugurano il movimento delle cose.
L'autorità
La questione dell'avere introduce
la questione dell'autorità. Chi dice: “Io non ho bisogno dei soldi di mio
padre”, è in una sfida all'autorità. “Tu li hai e me li devi dare” (perché
io faccia), oppure “A me non servono i tuoi soldi. Io faccio da me”. Queste
sono sfide all'autorità, perché si fondano sull'idea che il padre sia il garante
dell'avere. Allo stesso modo, il padre che dice: “Io do quel che ho”, oppure
“Do ai miei figli quel che io non ho avuto”, oppure “Siccome non ho avuto
io, non avrai neanche tu!”, cancella l'autorità. Il padre introduce l'equivoco
rispetto all'avere. Verdiglione scrive che il padre è il non dell'avere. Questo
“non” sottolinea l'impossibilità di gestire l'avere, l'impossibilità di assumere
l'avere.
Pensate
alla fiaba del Gatto con gli stivali.
C'è un mugnaio che ha tre figli: al primo dà il mulino, al secondo l'asino,
e al terzo il gatto. Il terzo figlio si sente abbastanza triste rispetto a
questa misera eredità. E allora il gatto dice: “Non ti preoccupare, basta
che tu mi procuri un paio di stivali e un sacco, e poi vediamo”. Così il gatto
con stivali e sacco incomincia ad avviare alcune cose: prende un coniglio
e lo porta al re. “Questo da parte del marchese di Carabas”, dice. “Marchese
di Carabas” è un nome inventato, è una metafora. Non è il figlio del mugnaio,
è il marchese di Carabas. Il gatto annuncia che arriva il principe, direbbe
Machiavelli. In seguito gli porta due pernici e così via. Un giorno il gatto
viene a sapere che il re va a fare una passeggiata con la principessa, allora
dice al padrone di fare un bagno nel laghetto lungo la passeggiata. Nella
fiaba Perrault scrive: “Il marchese di Carabas andò fare il bagno”. Non è
più il figlio del mugnaio, è già il marchese di Carabas che va a fare il bagno.
A conclusione della fiaba, in virtù di questi dispositivi instaurati dal gatto
con effetti di aumento, di abbondanza, di trasformazione, il re stesso chiede
al marchese di Carabas di sposare la principessa.
È
interessante perché il marchese di Carabas non è il nome nell’araldica, è
un nome senza genealogia. Nell’araldica il signorino sarebbe il figlio del
mugnaio, che ha avuto solo il gatto, e anzi può stare a dire che gli altri
fratelli hanno avuto più di lui. Questo nome senza araldica è già un patrimonio
in atto e cose inaudite accadono.
Il
padre nella parola introduce questo equivoco, questa metafora in virtù della
quale non c'è più chi ha di più e chi ha di meno. C'è una disposizione all'invenzione
e all'arte, all'ingegno e quindi al matrimonio. Il matrimonio è la sessualità
in atto. Il matrimonio non è lo sposalizio, o ciò che segue allo sposalizio.
Il matrimonio è proprio la sessualità, nell’accezione che ne dà Freud, ovvero
il fare. Infatti se è negato il patrimonio, scambiandolo per il cumulo degli
averi, il matrimonio è cannibalico, cioè non è più matrimonio, ma corrisponde
a un pasto totemico in cui ci si nutre di quello che si ha. Nel pasto totemico
non c'è ingegno né invenzione.
Che
il padre introduca l'equivoco, ce lo dice anche Sigmund Freud quando, nel
saggio Mosé e il monoteismo, scrive
che Mosé, il capostipite degli ebrei, era egiziano. Il nome Mosé era egiziano.
Quale provocazione dire che il capostipite degli ebrei era egizio! Un nome,
un equivoco. Freud, così dicendo, sottolinea che il nome funziona come un
lapsus: qualcosa sta al posto di qualcos'altro, e pertanto non costituisce
il fondamento alla genealogia.
Anche
nelle opere di Shakespeare troviamo molti esempi dell’importanza dell’equivoco.
Per esempio, nella Bisbetica domata,
accanto alla vicenda di Caterina e Petruccio, c’è anche quella della sorella
Bianca e del suo innamorato, Lucenzio, un giovane studente di Pisa. Mentre
costui, travestito da maestro di musica, la incontra e la corteggia, il suo
servitore Tranio, fingendosi Lucenzio, va a trattare con Battista, padre delle
fanciulle, per avere il consenso alle nozze. Battista acconsente, tuttavia
chiede una garanzia del patrimonio e della dote da parte del padre di Lucenzio.
Dove il matrimonio è una compravendita, i figli generano i padri! “Di solito
i padri generano i figli; ma in questo corteggiamento figlio genererà padre,
se regge il mio talento”, esclama Tranio e, nell’occorrenza, ferma un pedante
che passava di lì e gli chiede di recitare la parte del padre di Lucenzio.
L’umorismo di Shakespeare: uno sconosciuto fa il padre. Quando il signor Vincenzo,
il padre di Lucenzio, giunge a Padova per fargli visita, bussa alla porta
della casa del figlio annunciandosi come il padre, e si trova dinanzi ad uno
sconosciuto che dice di essere lui il padre di Lucenzio. “Ma lei chi è? Io
sono il padre”. “Lei il padre? Ma come si permette? Il padre sono io!”. E
Shakespeare nelle parole di Petruccio dice: “Ah, assumere il nome di un altro!
È proprio una mascalzonata!”. In questo modo, Shakespeare mette in rilievo
che il padre introduce l'equivoco. Pater
incertus.
Il
padre ritenuto garante dell'avere, quindi il padre che “ha”, oppure il padre
di cui ci si lamenta perché “non ha”, è il padre dell'orda primitiva. È quel
padre della fiaba di cui ci racconta Freud in Totem
e tabù. Il padre dell'orda primitiva aveva il possesso di tutto: dei beni
e delle donne. E soprattutto uccideva i figli per rivalità. I fratelli fuggivano,
si accordavano in piccole comunità e programmavano di far fuori il padre per
poi, secondo il rito, divorarlo crudo. Al suo posto erigevano un totem. Freud
nota che il padre, morto, diventa più forte che da vivo. Infatti, tutto ciò
che sembrava impedito dal padre i figli se lo impedivano da sé. Il senso di
colpa è originario. Morto il padre ed eretto un totem, venivano istituiti
quei due tabù di cui i figli si lamentavano: il padre è da venerare, è intoccabile
e non c'è possibilità di accedere alle donne. Quindi due tabù: il tabù del
parricidio e della sessualità. Il figlio che mette a morte il padre ne fa
poi la caricatura mimetizzando gli aspetti che più di lui criticava.
L’idea
comune di patrimonio corrisponde a ciò che Freud in questo saggio descrive
come cannibalismo. Nelle famiglie regna una sorta di cannibalismo, come lo
abbiamo chiamato. Una ragazza decide di andare ad abitare da sola, pur non
avendo i soldi necessari per arredare la casa. Torna dai genitori e dice:
“Questo vi serve? No? Allora lo porto via!”. Oppure, alla mamma: “Visto che
avete tutte queste cose in più, datemele”. Questo è il cannibalismo. “Siccome
hai, dammi!”.
Cito Freud e Shakespeare, ma sono elementi che incontriamo
nell'esperienza. “Siccome hai, devi darmi. Se non avessi, capisco, ma visto
che hai, dammi”. Questo è il cannibalismo! Senza nessun debito intellettuale.
Nessuno
può dirsi senza patrimonio. In effetti, se ci pensate, ciascuno di noi dà
quel che non ha. Il proverbio dell'amore
è questo: si dà quel che non si
ha. Il dare ciò che si crede di avere è ricattatorio e instaura il debito
morale, la rivendicazione: sia il “Ti do quello che ho”, sia il “Dammi quello
che hai”. Questa è l’arroganza. Questo non significa che uno non possa avviare
un'attività che produce un guadagno e con questo acquistare delle cose. Un
appartamento, una macchina, un conto in banca, non significano e non confermano
la nostra idea di possesso.
Una
variante di questa fantasia è l'idea di avere o non avere tempo per sé o per
l’altro. Anche questa è una fantasia, un modo di togliere il patrimonio e
il matrimonio, quindi il padre, il parricidio e la sessualità. C'è un'opera
di Shakespeare che è fondamentale per capire la questione del patrimonio:
il Re Lear. Non è tra le opere più rappresentate.
Il Re Lear è la storia di un re
che a un certo punto ritiene di potersi ritirare, di aver fatto il re a sufficienza
e di poter andare in pensione e riposare. Shakespeare parla del re, ma potremmo
parlare anche dell’imprenditore. L’idea di ritirarsi in pensione è molto diffusa
nell’impresa. Lear ha fatto il suo e presume di poter distribuire quel che
ha. Ritenere di dare quel che si ha e distribuire quel che si ha, vale fondarsi
sul regno dell'amore. Quindi re Lear interpella le tre figlie e dice: “In
base a quanto mi dite di amarmi, io vi darò un pezzo di regno”. Le prime due
giurano amore folle. La terza, Cordelia, prende realisticamente la richiesta
del padre e l’idea che dell’amore si possa fare una sostanza sottoposta a
calcolo e a quantificazione: “Mio signore io ti amo il giusto, né più, né
meno”. Allora, Re Lear inveisce: “Come, mi ami il giusto!?”.
Il discorso paranoico è sempre molto attento nei confronti di chi sottolinea
la quantificazione dell'amore.
Cordelia
introduce la questione dell'anoressia. L'anoressia rigetta l'idea che la madre,
o il padre, dia quel che ha. L’anoressia è il più grande rigetto di questa
fantasia, tuttavia ci crede e si contrappone in modo realistico, e quindi
sta lì a quantificare. “Ti amo il giusto, né più né meno”, dice Cordelia.
A questa risposta re Lear si arrabbia moltissimo, la disereda, la caccia dal
regno e le dà l’epiteto di “vampiro dal fegato bianco”. Infatti, chi crede
o rappresenta il vampiro, crede che l’amore sia una sostanza.
I
testi critici intorno a quest'opera di Shakespeare si sono soffermati su questa
pagina e più o meno tutti l'hanno considerata un po' imprecisa, un po' mal
riuscita. Invece, è di una precisione clinica impressionante, perché effettivamente
il rigetto anoressico è sempre per un'idea di quantificazione dell'amore.
Corrisponde sempre a un’idea del vampiro. Il vampiro si nutre dell'amore e
lo quantifica. L'amore è sostanziale per il vampiro. Cordelia ci casca, risponde
specularmente al padre e quindi viene cacciata. Ciò che è interessante è che
Lear impazzisce. Inizialmente egli è convinto di poter instaurare il tempo
festivo, quindi di dividere il regno e distribuirlo e di poter fare un po'
quello che vuole, scorrazzando con i suoi cinquanta soldati. Poi, quando anche
le altre due figlie introducono un’obiezione, egli si arrabbia moltissimo
e alla fine si trova vagabondo e impazzisce. Ed è forse quello il momento
in cui inizia a ragionare, proprio quando si toglie i paramenti regali.
L'idea
di avere comporta l'abdicazione
dall'autorità, nella fantasia di instaurare un tempo festivo. Già Freud dice
così: che la prima festa della civiltà è l'idea di prendersi tutte le soddisfazioni.
Anche Nietzsche ha esplorato molto la questione della festa, festa intesa
come tempo festivo contrapposto al tempo feriale. Lear fa quel che gli pare
e per questo è pazzo. Il fool, il
giullare che lo accompagna, gli dice: “Hai deciso di dar via il cervello alle
tue figlie...”. E quando Lear gli dice: “Ma mi prendi per matto?”, il buffone
gli risponde: “Tutti gli altri titoli li hai dati via. Ti resta solo questo
con cui sei nato”. Dall’opera si evince che con l’idea di avere, si finisce
in rovina. Non è che i buoni si salvano e i cattivi no. Nel Re Lear c'è la rappresentazione estrema
della rovina totale. Infatti, tutti i personaggi credono a questa idea dell'avere
come sostanza, del patrimonio come sostanza di cui ci si potrebbe nutrire,
cibare.
Il matrimoniuo
L'idea del patrimonio come sostanza
comporta poi che il matrimonio venga scambiato per la gestione delle cose
finite. L'idea del patrimonio come sostanza, dell'avere o dell'essere come
tale, esclude l'infinito. Quello che nella vulgata passa per matrimonio, è
l’amministrazione delle cose finite e la circolazione delle cose finite, da
sommare, dividere, sottrarre in modo algebrico, senza il miracolo, senza l'inedito,
senza l'inaudito, senza la generosità, senza la piega.
Chi
lavora in azienda si accorge che l'amministrazione — questo significante è
veramente interessante — non è la gestione delle cose finite o la distribuzione
delle cose finite. L'amministrazione non è senza arte e senza invenzione.
Invece, soprattutto nel Triveneto, è diffuso il pregiudizio che ci sia l'imprenditore
che fa, che lavora, e che si ingegna e poi chi amministra. L'amministrazione
viene spesso delegata alle donne: le figlie, le madri, o le mogli. La donna
sarebbe lì a fare da supporto alla conservazione delle cose finite; come se
lì non ci fosse l’eventualità dell’invenzione, ma solo il sistemare, solo
il far circolare, senza sessualità, cioè senza l'inedito. Nella nostra elaborazione,
come dicevamo, il matrimonio è la sessualità in atto, per cui lo statuto del
matrimonio è il modo del fare, il modo del fare nel tempo, in ciascun ambito
della nostra vita, della nostra giornata.
Per
esempio, a volte mi accade di ascoltare qualcuno che enunci un disagio o una
perplessità o una difficoltà o piccoli fraintendimenti nell'ambito del matrimonio;
questo tipo di enunciazioni non va mai ascoltato come se riguardasse la relazione.
Va ascoltato come se questa persona vi dicesse qualche cosa rispetto alla
sua idea del tempo e del fare. Se voi date un'indicazione rispetto a questo,
allora questa persona, in una sua scommessa narcisistica, troverà anche il
modo di porsi in altri termini rispetto al marito, alla moglie, al fidanzato
o al lavoro. Il disagio non va ascoltato come se fosse una lamentela rispetto
a qualcuno come tale, perché altrimenti vi ritrovate nello stesso compromesso
e nella stessa idea che il matrimonio sia la relazione.
Il
matrimonio, nella storia e nel testo occidentale, è sempre trattato come una
istituzione naturale, in Platone e in Aristotele, oppure come una istituzione
contrattuale, in San Tommaso, comunque finalizzata alla procreazione. Oppure
come una istituzione sociale. Ma nessuno si discosta dall'idea che il matrimonio
sia l'unità, corrisponda all'unità. La portata del testo di Freud sta proprio
nella constatazione che non esiste il soggetto padrone di gestire la parola,
ma che ciascuno è effettuato dalla parola, è effettuato dall'inconscio. L'inconscio
non è unitario, non sta su una linea, non sta in un cerchio, non risponde
a questa idealità, a questa idea unitaria. Pensiamo al sogno. Nel sogno incontriamo
la contraddizione e gli elementi di questa contraddizione non sono mai in
opposizione. C'è questo e quello, non c'è o... o.
E quindi se noi ci alleniamo a questa constatazione, che vivendo ci troviamo
effettuati da una logica che per noi è inconscia, che è invisibile, che è
imprendibile, allora non ci preoccupiamo più di ottenere e di cercare l'unità.
Nella gran parte dei matrimoni che, come si dice, “non tengono”, interpellando
le persone, vi accorgerete che le formulazioni sono sempre le stesse: “C'è
un fallimento rispetto a quello che avevo creduto”; “Non è più come prima”;
“Mi sento tradito o tradita”. C'è un'idea di unitarietà o di unità che non
ha retto e quindi qualcosa si spacca, c'è una rottura che fa tanto male, ma
che sottolinea che questa unità è una fantasia. Non è mai esistita questa
unità, non c'è mai stata!
C’è
anche una variante allo stesso tabù del matrimonio. C'è chi dice: “Non mi
sposerò mai!”. Chi si esprime in questo modo è come se dicesse: “Finché non
ho elaborato questa idealità attorno al matrimonio, non mi posso sposare”.
Fino a quando non si elabora che il matrimonio non è giocare a papà e mamma,
non ci si sposa. Ma, ribadisco, il matrimonio è il fare, l'impresa, quindi
investe ciascun aspetto della nostra vita.
Altra
fantasia da considerare è quella che il matrimonio sia una questione d'amore.
Se, come abbiamo detto prima, il patrimonio o l'amore è sostanziale, il matrimonio
è la gestione di questa sostanza, quindi accade che nel matrimonio viene ricercata
la prova d'amore. Invece, il matrimonio non riguarda la prova d'amore. Il
matrimonio procede dall'amore, ma non riguarda l'amore. Quindi, se nel matrimonio
viene cercata la prova d'amore, c'è il conflitto, perché la prova che noi
incontriamo nel matrimonio, quindi nel fare, nella sessualità, è la prova
di verità, cioè la prova rispetto a cui noi cominciamo a intendere qualcosa
della verità come effetto, la verità pragmatica, non la verità soggiacente
che crediamo di svelare, ma la verità come effetto. Accade quando si giunge
a un effetto di ragionamento che è quasi un messaggio, anzi, che è un messaggio.
Questa è la prova di verità. Invece, finché nel matrimonio si sta a cercare
la prova d'amore e ci si aspetta che l’altro o l'altra risponda a questa prova
d'amore, oppure se nell’impresa ci si aspetta che il socio risponda a una
prova d’amore, non c'è sessualità in atto, non c'è il fare, non c'è l'impresa.
C'è il litigio, c'è il dimenarsi, c'è il contorcersi, c'è il divorarsi, ma
non c'è l'impresa.
A volte mi capita di ascoltare questi enunciati rispetto alla sessualità, alle relazioni, per cui una donna o un uomo mi dicono: “Con quell'uomo, con quella donna avevamo tante cose in comune, oppure c'erano tante cose in comune, c'erano tantissime similitudini, invece con quell'altro tante differenze, tante diversità”. Quindi tutta un'economia, come se nella sessualità si trattasse di fare un'economia tra similitudini, analogie e opposizioni o dissimilitudini. Tutto questo è una trappola, perché la differenza è differenza da sé, non è differenza dall'altro, quindi finché sto a pensare quanto differisco dall’altro, quanto siamo diversi, do per scontato che rimango identico a me, e quindi postulo l'identità. Quindi è difficile che si instauri l'ascolto, perché chi si prende come tale e si accontenta: “Io sono quello che sono e mi accontento”, oppure “Ho quello che ho e mi accontento”, fa il fondamentalista. Il fondamentalismo è l'idea di accontentarsi di quello che si ha e di quello che si è. Senza interrogativi, senza alcuna inquietudine. Questo è il fondamentalismo e con una persona che è invischiata nella modestia e si attiene a questa mentalità — “Io sono quello che sono, ma mi accontento” — è molto, molto difficile instaurare un dispositivo di qualsiasi sorta. È difficilissimo perché non c'è umiltà, che è indispensabile per l’ascolto. Sa già. L'Altro è tolto completamente, è tolto l'infinito.
Vi
leggo un brano dal romanzo di Raymond Radiguet, Il diavolo in corpo. Egli disegna in modo precisissimo la fantasmatica
comune e molto diffusa rispetto al matrimonio.
Amavo talmente quella riva sinistra della
Marna che frequentavo l'altra, così differente, per poter contemplare quella
che amavo. La riva destra è meno dolce, consacrata agli ortolani, ai coltivatori,
mentre la mia preferita lo è agli oziosi.
Radiguet,
romantico, propone di frequentare l’altra riva per stare a contemplare. Ma
se noi viaggiamo, ci troviamo nel fiume e le possiamo apprezzare tutte e due.
Non c'è questa contrapposizione, non c'è l’alternativa tra l'ideale e il reale.
Quindi la questione è proprio quella del flumen,
del fluire e della pulsione. Questa é la cosa più importante.
Per concludere, il patrimonio concerne il mito del padre, il
matrimonio concerne il mito della madre. Quando la madre è confusa con la
mamma, ovvero colei che ci dà la vita, viene rappresentata anche come colei
che la toglie, dando avvio a ogni fantasia attorno alla strega, alla donna
che costringe, alla moglie che fa finire il desiderio e la sessualità. È rispetto
a questo pregiudizio attorno alla madre ideale, e degradata, che poi noi attribuiamo
lo stesso pregiudizio, la stessa dicotomia al fare: ci sarebbe un fare intellettuale
e un fare manuale, un fare nobile e un fare degradato.
Raccogliamo,
invece, la lezione di Vico che, riprendendo l'etimo del greco poiéo, fare, e poiesis, poesia, trova l'adiacenza tra questi due significanti, e
intenderemo che il fare è la poesia, allora non stiamo più a fare queste distinzioni
per poter gestire meglio i nostri tabù, e le nostre paure. Il matrimonio,
in effetti, instaura proprio la poesia e non risolve l'enigma, quell'enigma
che è così indispensabile e che è dato dalla differenza o dallo specifico
che noi incontriamo facendo. Ciascuno, facendo, incontra la specificità.
Questi
sono solo alcuni elementi, per accennare all’argomento di questa sera. Ci
sono domande?
Dibattito
Gianna Danielis Verdiglione
scrive: se noi eludiamo la memoria, noi trascuriamo il patrimonio, perché
il patrimonio sta nella memoria. Volevo una precisazione.
A. S. Sì. La
questione del padre è la questione della memoria. La memoria in atto è il
patrimonio. E questa memoria non è il dover ricordare. La memoria è già struttura.
La memoria struttura le cose che facciamo, perché se voi vi mettete ad arredare
una stanza, nella disposizione degli oggetti, dei vasi, dei fiori, delle piante,
in questa scenografia, c'è la memoria. Ma voi non dite: “Ah, mi ricordo”.
Non passa per il ricordo, la memoria non è la questione di “quello che mi
ricordo”, è ciò che struttura le cose che facciamo e diciamo, è già una struttura.
Quante volte ci troviamo a dire cose che non credevamo di sapere e le inventiamo
lì, nell'istante.
Come
il patrimonio non è l’avere o il possesso, la memoria non è il ricordo, perché
il ricordo è l'idea di sapere. Quando uno dice: “Sì, io mi ricordo, perché
mio papà, mia mamma...”, bisogna sempre mettere in discussione, perché il
ricordo è sempre di copertura. Non può essere che il padre e la madre restino
nella domesticità del ricordo. La memoria non si riduce a questa semplificazione
tascabile.
Ci
sono altre domande?
Dal pubblico Volevo
dire questo, che al di là delle analisi psicologiche che sono interessantissime,
quello che viene percepito nella società è questo: patrimonio deriva da pater.
Padre. Sono i soldi e li gestiscono i maschi. Matrimonio deriva da madre.
Quindi: “Tu madre ti occupi dei figli e stai in casa!”.
Allora
dopo tanti anni, tanti secoli, non sarebbe il caso di chiamare il patrimonio
con un altro nome e il matrimonio con un altro nome?
A. S. Quindi
lei è una rifondatrice! Emile Benveniste nel Vocabolario delle istituzioni europee compie un'indagine molto interessante
e trova che, per esempio, non esiste l'aggettivo matrius. Esiste patrius che riferisce il possesso al padre, ma non esiste un aggettivo
che indichi il possesso riferito alla madre; non esiste matrius. La ringrazio di aver fatto questa
puntualizzazione perché mi dà modo di dire queste cose. Matrimonium non è, in effetti, l'equivalente
di patrimonium. Matrimonium indica la “condizione legale
di mater” a cui accede la ragazza,
la donna. Nelle formulazioni in latino c'è solo un verbo che riguarderebbe
la donna, che è nubere, e vale “prendere
il velo”. Per l'uomo c'è il verbo attiguo che, spesso, è lo stesso verbo di
condurre, quindi uxorem ducere,
per esempio. E vale anche per il padre che dà la figlia in sposa.
L’aggettivo
maternus si riferisce alla madre.
Maternus anticamente era materinus, con questo suffisso -inus che allude alla materia, come eburnus. Il suffisso -inus indica “della materia di”. Quindi
maternus sarebbe “della materia della madre”.
Allude dunque a quel che Benveniste chiama appartenenza fisica. Successivamente,
per analogia a maternus è sorto
paternus. L’accezione è: della materia
del padre. Infatti, paternus andava
a indicare solamente tutto ciò che si riferiva al padre — Benveniste ne parla
in questi termini — fisico, il padre come tale, cioè il genitore. Quindi sono
rimasti tutti e due, patrius e paternus. Paternus era rispetto all'idea del padre conosciuto, genealogico,
e patrius invece è rispetto a un
padre simbolico perché da sempre la questione del padre nella nostra civiltà,
sin dalla sua instaurazione, ha introdotto il simbolico. La questione del
padre è la questione del simbolo: di qualcosa che sta al posto di qualcos'altro.
Benveniste racconta che quando i missionari andarono in Papuasia a convertire
alcune tribù, trovandosi nell’occorrenza di tradurre il Padre nostro, riscontrarono che le tribù primitive non avevano un
termine che indicasse il padre simbolico, ma solo il corrispondente del nostro
“papà”, perciò dovettero tradurre la preghiera con “Papà nostro che sei nei
cieli”. La questione del padre è importantissima, è la questione del simbolico,
di un simbolo che non è decodificabile.
Dal pubblico Ed è per
questo che si parla di patria potestà?
A. S. Esatto.
Dal pubblico Si continua
a parlare di patria potestà anche se non esiste più la patria potestà, perché
con la riforma del diritto di famiglia si dovrebbe dire potestà genitoriale.
Ma nella fase giudiziaria si parla di patria potestà. È interessante il fatto
che non ci sia la matria potestà.
A. S. Esatto.
Non c'è la matria potestà. Ma non si può neanche dire paterna potestà, perché
sarebbe senza il simbolico. Quindi questo “patria”, in effetti, non è detto
che alluda all'uomo. La lettura da compiere è questa: negli anni settanta,
in seguito alla novità degli studi della linguistica e della psicanalisi,
soprattutto dello strutturalismo e della antropologia strutturale, si è affermato
anche il movimento femminista, sorto agli inizi del novecento. Forte di questi
studi di linguistica, ha compiuto un'analisi interessantissima rispetto alla
questione del patriarcato. Tuttavia, è riduttivo ricondurre l’elaborazione
alla questione della parità. Ciò che Shakespeare mette in ridicolo, non è
il padre, bensì che il padre sia qualcuno in carne e ossa e che possa rappresentare
se stesso. Proponendo la parità noi cancelliamo il padre, e al tempo stesso
cancelliamo il simbolico. L'elaborazione del mito del padre è indispensabile
sia per l’uomo, sia per la donna. Una donna che non ha elaborato il mito del
padre si complica la vita, viene tradita. La cancellazione del padre comporta
dover addomesticare l'uomo e farne un figlio. E poi, quando l’uomo fa il figlio,
accade che si trovi nella rapprresentazione di chi deborda, tradisce.
Agli
inizi del secolo scorso la questione è stata posta in termini di uomo e donna.
Questo ha comportato una serie di battaglie, di scritti importantissimi. Però
oggi dobbiamo andare un po' oltre e compiere una lettura di tutto questo e
restituire il lavoro di queste donne e di questi movimento. Se noi lo restituiamo,
ci accorgiamo che c'è tantissimo da acquisire, che ancora non è stato acquisito.
È molto riduttivo semplificare la questione nella lotta tra i sessi. Quella
che veniva chiamata la schermaglia fra i sessi nel teatro del rinascimento
(Molière, Goldoni, lo stesso Shakespeare) è molto più interessante, perché
era distante dalla fantasia della parità come tale. Quindi non è più una questione
di uomo-donna in questi termini, è una questione per ciascuno che va esplorata
e intesa.
Tantissime
donne pensano ancora oggi che la madre metta in secondo piano la donna. Dicono
che il loro progetto di vita sono i figli, o che il matrimonio, nell'accezione
comune, è l'obiettivo, la loro missione. Quante donne parlano in questi termini?
Tutto questo è ancora da intendere, è ancora da elaborare, perché la tentazione
di rappresentare la madre è fortissima. Non solo per la donna, anche per l'uomo
è una tentazione pensare ancora alla madre come colei che dà la vita, che
dà la sostanza, che facilita, e il padre invece colui che introduce un ostacolo,
una difficoltà, e che se non ci fosse si starebbe meglio, o che se non ci
fosse l'uomo tutto sarebbe più semplice, per esempio.
Sono
elaborazioni difficili, però indispensabili per un'altra intellettualità,
per un'altra impresa, per un'altra tranquillità, per una qualità di vita differente.
Pensate ai garbugli, alle complicazioni che sorgono da queste fantasie molto
diffuse. Ciascuno ha i termini per accorgersi di qualcosa. Quindi non serve
un titolo di studio, basta l'umiltà e la generosità. L'umiltà è la disposizione
all'ascolto. Ciascuno ha i termini per capire, per andare oltre e non fermarsi
al proprio orticello, alle proprie idee di essere e di avere, alle proprie
idee di padre e di madre.
Ci
sono altre domande?
Luigina Fabbro Sì, rispetto
alla paura del matrimonio. Oggi si coglie che nella gran parte dei nuovi matrimoni,
c'è proprio una paura rispetto al matrimonio con figli. Mi pare che anche
questa è una questione. Sì al matrimonio, ma no al figlio.
A. S. In molti
casi mi è capitato di ascoltare che la paura rispetto ai figli è la paura
che comporterebbe l'educazione. Cioè l'idea di non sapere: “siccome non so,
non sono in grado, non sono altezza, allora non mi metto in questa impresa”.
Sembra assurda questa idea, perché uno crede che il genitore debba avere una
competenza. Ma abbiamo proprio detto che il padre, l'autorità, si instaura
dove si dissipa l'idea di competenza, quindi di un sapere che gestirebbe l'invisibile,
l'intoccabile, l'oggetto della parola che è insostanziale. E poi, rispetto
alla fantasia che i figli siano un impedimento, mi pare che fosse una mentalità
più radicata anni fa. È l’idea che i figli costituiscano un impedimento rispetto
al fare, alla propria attività, al proprio progetto, perché sarebbe l'occuparsi
delle cose pratiche, mentre la scommessa, invece, sarebbe l'occuparsi delle
cose alte, del lavoro, quindi delle cose intellettuali. Oppure viceversa,
l’idea che l’intellettualità sia un limite o un impedimento rispetto alle
cose pratiche. Invece, i figli costringono a dispositivi molto pragmatici
quindi intellettuali. L'intervento è sempre pragmatico con i bambini.
Per
il momento concludiamo così. Vi saluto e mi auguro di incontrarvi ancora la
settimana prossima.