conferenze e dibattiti

La famiglia, il Friuli, la salute


Conferenza tenuta a Pordenone, il 30 marzo 1998


ANTONELLA SILVESTRINI
Alla conclusione del congresso internazionale intorno al tema Quale cura?, Armando Verdiglione ha annunciato che entro sei mesi avrebbe organizzato un altro appuntamento internazionale intorno al tema La salute. Così è stato. Il congresso si terrà nei giorni 1-2-3 maggio, alla Villa San Carlo Borromeo di Senago. Interverranno importanti relatori italiani e stranieri di fama internazionale, che daranno la loro testimonianza sul tema. L’istanza dei due congressi è sorta lungo l’analisi della New Age, epoca in cui, dopo la caduta delle ideologie, la fine della storia e la fine della modernità, si è andata delineando una massa sempre più inintellettuale. In questo clima di disintellettualizzazione e di sostanzializzazione, è constatabile l’esigenza di un dibattito intorno alla questione della cura, per trovare un’articolazione, affinché non rimanga vincolata alla precettistica del rimedio e del veleno. Da qui, l’esigenza di un dibattito intorno alla salute, in quanto istanza di qualità e compimento. Una cura che non si rivolga alla salute è una cura cosmetica, è cura del sé tesa all’instaurazione del benessere totale e del piacere facile.
È propria di questa fine secolo, in epoca di millenarismo con le sue fantasmatiche di fusione con la natura, spiritismo, unitarietà, buonismo e armonia sociale, la scelta di soluzioni terapeutiche naturalistiche, energetistiche, omeopatiche. Ma come affidare la questione della salute a questa tecnologia, che in ciascun caso esige la sostanza, il farmaco, sintetico o naturale, legale o illegale, per una sempre più precisa catalogazione delle malattie, dove la vita stessa rientra come peso, o male da curare, e non interrogarci, invece, intorno alle ragioni della salute?
Recentemente, è stata pubblicata la seconda edizione dei primi due libri di Armando Verdiglione, La psicanalisi questa mia avventura e La dissidenza freudiana. Testi essenziali, in cui già venti anni or sono Verdiglione ha posto le basi della psicanalisi come ricerca scientifica, e della cifrematica, a partire da una lettura inedita del testo di Freud e di Lacan.
La psicanalisi è l’esperienza che sfocia nell’incodificabile, nell’indecidibile e nell’insignificabile di ciascun atto. È quell’itinerario di ricerca, dove nulla è dato per scontato e ricondotto al già detto, al già saputo.
Rendere qualcosa già avvenuto implica procedere dalla fine del tempo e togliere il sogno e la dimenticanza.
La dissidenza dell’inconscio in quanto logica originaria comporta che ciascuno riconosca la propria nascita in un mito che non sta in un’araldica e non rientra in una genealogia, due modi per attribuire il bene o il male all’origine e esercitare una padronanza sul principio e sulla fine.
Per procedere nel progetto che s’inscrive in un itinerario d’intersettorialità e d’internazionalismo, abbiamo invitato Armando Verdiglione questa sera, qui a Pordenone, dove da un anno è sorta l’Associazione che organizza equipe di ricerca settimanali, corsi, presentazioni di libri, e occasioni culturali aperte alla città. La parola a Armando Verdiglione.


A. V. Ringrazio e saluto ciascuno di voi che è venuto qui questa sera, da Udine, da San Donà di Piave, da Padova, da Venezia, per questo appuntamento.
In Italia, negli Stati Uniti, in Russia, in Europa, nel Giappone, in ogni paese troviamo che c’è una specie di credenza nel sistema e una serie di congegni e di equilibri per un business mondiale attorno alla morte. E ci sono coloro che mirano a diffondere, a divulgare, a propagare questa credenza e a gestire, a governare, a padroneggiare, a dirigere, a indirizzare questo business. Il business in questione ha un profitto: il profitto sulla morte, che va dalla droga allo psicofarmaco al fumo all’alcoolismo al luogo comune e, sopra tutto, a qualcosa che contrassegna, in maniera speciale, l’epoca degli anni novanta, chiamata New Age.
Il discorso occidentale degli anni novanta è la New Age, è l’eutanasia.
È su questa eutanasia universale, in tutte le sue province, che si organizza il business e che si produce il profitto. Eutanasia o buona morte, buonismo, morte bianca. Abbiamo assistito alla guerriglia postmoderna nella vicina ex Jugoslavia, e ci sono ancora molte guerre nel globo dove il sangue viene versato. Ma, in generale, nell’universale e nelle province dell’universale, c’è una economia del sangue. Il sangue viene dato già puro, viene purificato fino a diventare bianco. La morte non ha più bisogno di essere prodotta in maniera cruenta, viene stabilita come morte bianca: è il colmo del purismo etnico, politico, finanziario e, sopra tutto, antintellettuale.
Questo business della morte è organizzato in modo tale da spazzare via, dovunque, la parola. La parola originaria. La parola nella sua logica, nella sua struttura, nella sua scrittura. La parola nella sua caratteristica, nella sua qualificazione, nella sua qualità. La parola originaria, quella in cui ciascuna cosa esiste, quella in cui noi viviamo, viene spazzata via dovunque, viene cancellata da questo sistema, che ha modelli sociali, convenzionali, che ha dispositivi conformisti.
Leonardo da Vinci indicava il cervello come artificiale, come dispositivo intellettuale. La caccia al cervello è, nella nostra epoca, la caccia al nome, la caccia all’Altro e anche la creazione, al posto del dispositivo intellettuale, di un dispositivo conformista. Viene cercato il manager (da qui la formula “caccia alle teste”) che rappresenti il dispositivo più conformista che possa darsi, forgiato sul modello presunto naturale.
L’illecito e il lecito, il legale e l’illegale, il veleno e il rimedio, il positivo e il negativo stanno insieme nella stessa algebra, entro questa gestione, entro questo governo. Coloro che organizzano, gestiscono, governano, dirigono, finalizzano questo business non hanno nessuna nozione dell’avvenire e della direzione in cui andare. Sono dovunque, nei vari settori, nelle varie categorie, i capitani senza direzione.
Voi capite perfettamente che un capitano privo di direzione, con la testa rivolta all’indietro a guardare la scia della nave che dovrebbe guidare, a nutrirsi, a alimentarsi, a divorare la scia (il negativo, la morte), trasforma se stesso e la nave in animale, nel serpente che divora la propria coda. O il cane, il gatto, comunque l’animale genealogico circolare. Circolare, perché forma un cerchio con tutte le contorsioni, convulsioni, involuzioni, gli avvitamenti su se stesso, come accade a un capitano che non abbia dinanzi, chiara e precisa, la direzione e che stia con la testa rivolta all’indietro. Quella nave — anziché essere l’arca, l’arca della Bibbia, la parola — diviene un animale genealogico.
Quel capitano potrà costruire il suo business sulla morte, un’intera categoria sociale e professionale potrà costruire il suo business sulla morte, potranno esserci dieci gruppi che costituiscono la nuova Europa, che formano, rappresentano e ottengono il business sulla morte: propongono tutti il modello dell’animale che fa cerchio divorando la propria coda, il proprio negativo, la morte. Questo animale non tollera l’Altro, la differenza, la parola, ma tollera il negativo, tollera e accetta la morte. E si nutre della morte. E propone questo alle generazioni, agli umani!
Possiamo notare molti uomini politici, in America o in Russia, come appaiono nel circolo mediatico giudiziario. La psichiatria del diciannovesimo secolo li definirebbe “esauriti”. Noi diciamo senza avvenire, senza programma dell’avvenire, perché senza progetto. Si avvolgono, si contorcono, polemizzano, litigano, si azzuffano, si arrabbiano e, in generale, creano e si nutrono del pettegolezzo.
Possiamo considerare molti imprenditori. Alcuni hanno dinanzi chiara e precisa la direzione, ma non sono molti. Molti, al contrario, credono che l’azienda viva della mitologia medica e segua una curva ascendente che, poi, diviene discendente, che abbia questo o quest’altro male, che debba compiere, insomma, l’economia del male, del negativo, evitando questo o quel pericolo.
Il capitano che immagina il male nell’impresa, ben presto lo vedrà, ben presto lo creerà! Proust: “A forza di credersi malato, lo si diventa”.
L’impresa non è un esercizio di esorcismo. Non deve obbedire all’idea di salvezza. Ha da rispondere a un progetto e è in funzione di un programma, che è vita dell’impresa, è il dispositivo stesso dell’impresa.
Potremmo analizzare l’ideologia cui stiamo accennando, che è la vera e propria rappresentazione del problema, nell’impresa. Potremmo analizzare l’ideologia delle banche, cioè le superstizioni che frenano, paralizzano, animalizzano. Possiamo interrogare i differenti capitani per verificare se, tra loro, c’è qualche capitano dell’avvenire, che costituisca un dispositivo di direzione, e che partecipi alla globalizzazione, ma nell’accezione d’instaurazione del pianeta nella parola, e non senza la parola.
Il pianeta senza la parola incontra un’altra globalizzazione, che possiamo chiamare animalizzazione del pianeta. Il pianeta senza la parola è un pianeta come animale genealogico, dove ognuno deve diventare animale genealogico.
Consideriamo i docenti, non soltanto nelle istituzioni, nelle scuole. Ci sono docenti addetti alla formazione nell’impresa, nelle banche, per esempio. Consideriamo i docenti nelle scuole. Noi editori siamo impressionati constatando come essi non leggano, come sia rarissimo trovare fra loro un maestro. Trovare, ancora una volta, un dispositivo intellettuale.
Che ci sia maestro non significa che ogni allievo ne tragga profitto. C’è chi sta accanto a un maestro e neanche se ne accorge! Perché il modello che viene proposto dai docenti, in genere, è un modello conformista, è un modello genealogico. È un dispositivo genealogico, conformista. Un dispositivo che si presume di relazione anziché procedere dalla relazione, dall’apertura, dal due.
Le cose procedono dal due e non dall’uno. L’uno si divide da se stesso, non si divide in due. Non c’è somma, non c’è algebra: c’è l’aritmetica, c’è il ritmo, il ritmo della vita.
Ma che cosa avviene di questa nave dove il capitano è senza direzione e ha la testa rivolta indietro a guardare la scia, a tollerare il negativo, a mangiare, a alimentarsi di questo negativo, di questa morte e a animarsi?
È una nave senza ritmo, senza il ritmo della vita, che è il ritmo della parola. Che cosa fanno molti? Fanno animazione, centri di animazione, per i giovani, per gli anziani, per l’età di mezzo.
Voi potete notare che il fondamentalismo, il provincialismo, il nazionalismo si esaltano dinanzi alla globalizzazione come animalizzazione universale. Significa che coloro che organizzano, gestiscono, dirigono questo business della morte, semplicemente, distruggono la civiltà.
Andate a Mosca, a New York, a Parigi, a Berlino, la nuova capitale dell’Eurasia, e cosa notate? La distruzione della civiltà, la cancellazione della memoria e della storia. Nell’epoca New Age, dove tutti sono buoni divorando la propria morte, ci sono tanti ricordi. E tutto è medicina.
Tutto fa bene, perché il male è dovunque. Tutto fa vivere, perché la morte è dovunque. Prendiamo il veleno, assumiamo la morte per dosi: droga o psicofarmaco.
Dovunque la parola venga evitata è l’animale circolare a trionfare. La parola viene evitata quando si stabilisce una specie di dialogo fatto di litigio, di calma, di eccitazione, di arrabbiatura, di fastidio, di visceralità.
La famiglia stessa viene cancellata, nella sua traccia, nella sua logica, nella sua memoria e viene salvaguardata la famiglia d’origine, il riferimento alla famiglia d’origine, come qualcosa da evitare o da cercare.
Viene cercato il Dna, il Dna di tutti i mali. L’origine del male e del bene.
L’origine dell’ereditarietà. La credenza nell’origine è arcaismo, e porta arcaismi ovunque. Recentemente, negli Stati Uniti, una donna di ventinove anni è incappata in un medico, il quale sosteneva che, in base alla statistica, lei avrebbe avuto un tumore al seno o all’utero, e che questo era scritto nel suo Dna, nel gene, inteso evidentemente come origine e non come nascita, non come tripartizione del segno. La nonna ha avuto un tumore, la mamma ha avuto un tumore e lei... lo avrà! La donna, credendo fermamente nella statistica, si è fatta tagliare i seni e togliere l’utero.
Prevenzione! Ideologia della prevenzione!
La statistica si basa sempre sulla morte: è la statistica della morte. Chi crede o chi incappa nella statistica è nei guai, diventa presto un caso di morte. “A forza di credersi malato, lo si diventa”. Noi non abbiamo nessun bisogno della statistica, che è il luogo della superstizioni condivise.
Non dobbiamo incappare nella statistica se il nostro occorre che divenga un caso di vita.
La credenza nella famiglia d’origine come qualcosa di negativo da evitare, o il ricordo di una precedente impresa fallimentare, come qualcosa da evitare, fa sì che la realtà, che la presunta immagine di sé, la presunta immagine del corpo e la presunta immagine dell’Altro si formino su quest’idea della famiglia d’origine, o dell’impresa andata male, per esempio. Non c’è predestinazione tranne per chi crede fermamente nella (inesistente) famiglia d’origine.
Che cos’è la famiglia d’origine? È una famiglia animale. Che consente questa animalità circolare, dove una parte della famiglia produce il negativo e lo divora. E questo negativo, che si fa produrre da una parte della famiglia, può essere il cosiddetto soggetto psicofarmacologico o farmacologico o drogato o alcolista.
Consideriamo più precisamente quest’epoca per come si distingue nelle cosiddette generazioni. Da uno a quindici anni, una volta accadevano tante cose. Adesso è tutto in una capsula. Sembra che non accada nulla.
Fino a quindici anni, sono superprotetti, superassistiti.
Dai quindici ai trentacinque anni c’è la “generazione canguro”.
Nessuna difficoltà i giovani affrontano, in nessuna impresa si cimentano, nessun progetto enunciano, a nessun programma si attengono. E aspettano. E, intanto, il piacere subito. Presente. Quale piacere? Si accontentano di fumare hashish quattro volte al giorno: prima e dopo essere andati in biblioteca, prima e dopo la lezione all’università, prima, durante e dopo essere andati allo stadio. E il sabato sera c’è la festa.
Allora, si passa alla cocaina. Moltissimi frequentano l’università. Ma nessuno osa aprire un libro davanti a voi, perché non gli capiti che gli chiediate che cosa sta leggendo. Provate a chiedere, a questi giovani, che cosa leggono. Quali sono i loro interessi. Provate a chiedere qual è il loro progetto. Si spaventano. Vi dicono che ci pensano tutto il giorno. A quale progetto? Pensano all’assenza del progetto. E parlano tra loro del progetto che non c’è. Trovano l’interlocutore questi giovani che ritardano la scuola? Che ritardano di lavorare. Che stanno in casa. Alcuni si sposano e continuano a stare dai genitori.
Poi, dai trentacinque anni fino all’età della pensione che varia, a seconda del prepensionamento o del pensionamento, c’è la generazione dei genitori, chiamata “generazione sandwich”.
La “generazione sandwich” si trova schiacciata fra la generazione dei giovani, che tarda a impegnarsi nella vita, a affrontare qualche difficoltà e a rendersi indipendente, e gli anziani (non tutti, non quelli che non partecipano all’epoca).
Stiamo parlando di coloro che partecipano all’epoca: tutti coloro che, negli anni novanta, fanno massa attorno a valori simulati e alimentano, loro malgrado, il business della morte. E partecipano alla morte bianca.
Costoro, la “generazione sandwich”, si trovano ormai in una routine, senza direzione. Aspetta, questa generazione, che quella precedente, prima o poi, s’impegni, e intanto deve badare alla generazione degli anziani, alla mamma o al papà, com’è giusto. Ma in quali termini? Non inserendoli in qualche dispositivo di vita, in qualche programma di vita.
No, preoccupandosi soltanto che la televisione sia al suo posto, che le medicine siano al loro posto, che gli psicofarmaci siano al loro posto. E che loro, gli anziani, stiano calmi e buoni. È la buona morte. Anche la “generazione sandwich” sta nella buona morte. In fin dei conti, aspetta questa eutanasia vera e propria.
Novantanove volte su cento si muore per eutanasia. Si muore perché si ruota in e attorno a se stessi, e c’è un’accettazione della morte, una rassegnazione. Un’assenza di direzione della nave.
Noi non possiamo accettare l’eutanasia né la morte bianca né la New Age. Non possiamo accettare che venga distrutta la civiltà né che venga cancellata la memoria né che venga spazzata via la storia né che venga annientata la famiglia sotto il pretesto di una famiglia sciagurata o benedetta, ma, più in generale, di una sciagurata famiglia d’origine, difettosa comunque, che rappresenterebbe, nei nostri fantasmi, il limite che noi ci poniamo. La famiglia d’origine è la famiglia animale.
Ma la famiglia è traccia, la famiglia è modo dell’apertura, è modo della relazione, modo del due; la famiglia come traccia, senza ricordi che pesano, con la memoria. La memoria stessa procede dalla traccia, procede dall’apertura della parola. La traccia è la traccia della parola, è la traccia per l’itinerario, per la strada intellettuale, per ciascuno. È la traccia per il progetto, per il programma. Il modo dell’apertura. Non è un’unità. È il modo del due, è l’apertura.
La logica della parola, la logica secondo cui le cose procedono e s’integrano nell’itinerario, nell’esperienza, e secondo cui la stessa esperienza si scrive, è logica particolare a ciascuno: è logica della parola. Qui, la memoria sfocia nell’invenzione e nell’arte. Nella cultura e nel gioco.
Nella macchina e nella tecnica. Invenzione e arte sono aspetti della struttura, che fondano, con il fare, con la struttura dell’Altro, la città temporale, la città della parola, la civiltà stessa.
Voi leggete ogni giorno, sui giornali, che ora per l’autismo ora per un’altra presunta malattia ci sarebbe un gene responsabile: tutto e dovunque viene ormai stabilito come malattia, come ereditarietà.
Nel discorso occidentale la malattia è sempre creduta e posta come mentale. “Malattia mentale”: che non mente, che dà la mentalità. Che deve significare la morte come possibile, come probabile, come necessaria.
Su questa morte (possibile, probabile, necessaria) si fondano le statistiche. Il calcolo delle probabilità è un calcolo della morte, per cui i medici, anziché instaurare, molto spesso, un programma di vita, propongono
un programma di morte.
Noi non abbiamo da accettare la distruzione della civiltà. Noi abbiamo il compito di restituirla come nostra lettura, di dare a essa un contributo intellettuale. E il nostro contributo, il nostro apporto può avvenire per ciascuno, attraverso la sua logica, la sua impresa. A ciascuno il suo progetto e il suo programma.
Io non ho visto il film Titanic, ma sembra l’animale in questione. Tutti viaggiano su questa nave immensa, la direzione sembra chiarissima, infatti si scontra contro un iceberg. Si salverebbero in pochi, i privilegiati, e quasi tutti, i non privilegiati, morirebbero. Sarebbe l’animale dell’epoca degli anni novanta.


FRANCESCA DI SOPRA Lei, a Treviso, parlava di assenza di simbolico nella famiglia...


A. V. Non nella famiglia in generale, nella famiglia che ha come riferimento la famiglia d’origine, che crede all’origine e non ha le sue radici nella parola, ma in questa credenza nell’origine. L’origine da evitare o da assumere: questa è genealogia. Noi non abbiamo da partecipare a nessuna genealogia, perché le cose non procedono dalla genealogia, ma dalla relazione, dal due.
Assenza di simbolico, assenza di nome. Le cose incominciano quando il nome funziona. Lì, si stabilisce l’autore, l’autorità. Le cose si trovano in crescita. Con la sintassi, la scrittura della sintassi e il compimento della scrittura della sintassi, che è la legge della parola. Lì, è il simbolico. E il nome che funziona nella struttura sfocia nel simbolo. Non c’è un simbolico senza autorità, sarebbe la simbolica. Sarebbe un simbolismo alla ricerca di archetipi, di tipologie, di alchimie. Le alchimie vengono cercate dove non c’è nome a funzionare. Le alchimie sono ricordi senza la memoria, senza la traccia. Inseguono un’unità e una sintesi superiori, e intanto l’animale che ricopre il due.
Il due, positivo-negativo, diventa animale circolare. Il serpente, l’uroboro. Uroboro significa divoratore della propria coda. La coda è la morte, la coda è il negativo, è il difetto, il guaio, la disgrazia, la sciagura, la iattura.
Qual’è la famiglia storica? Quella che incomincia con il nome nella sua funzione. La storia è ricerca, come sa ciascuno che studi greco. Ma oggi, pare che nelle scuole non si debba studiare neppure il latino. La scuola pare che debba fare a meno di queste basi, della civiltà mediterranea, e studiare soltanto la lingua degli aeroporti. Così viene inseguita la lingua unica. La lingua d’origine. Il gene della lingua. Il Dna della lingua. Senza la differenza, senza l’Altro.
La famiglia New Age è senza simbolico. È senza padre e senza madre.
Il padre dice al figlio: “Pietro, io sono per te un fratello maggiore, un amico, un compagno. Anzi, non chiamarmi papà, chiamami Paolo”.
E Pietro: “Ehi, tu, Paolo, dov’è nostro padre?”.
La madre dice alla figlia: “Carla, più che una mamma sono una sorella maggiore, per te. Un’amica, una compagna. Ti parlo così, da amica.
Anzi, sai che ti dico? Non chiamarmi mamma, chiamami Teresa”.
E la figlia, rivolgendosi alla mamma: “Ehi, tu, Teresa, dov’è nostra madre?”.
Ecco una famiglia senza il padre e senza la madre. Una famiglia senza il padre nella sua funzione è una famiglia senza il mito del padre.
Un’impresa senza il mito della madre è un’impresa votata alla morte.
Non c’è impresa senza mito della madre.
Oggi si discute molto dell’immunità. Ci sono le tre virtù del tempo che servono un’immunità strutturale, l’immunità della parola, cioè l’assenza di pesantezza, di gravità. Queste tre virtù sono la verginità, la grazia, la carità. L’assenza di queste tre virtù comporta che, nel fare, ci siano il male, l’incesto, il peccato. Comporta che male-bene, anziché essere traccia, ossimoro, modo dell’apertura, modo della relazione, modo del due, anziché stare alle spalle, si pongono nell’esperienza, nel fare. Da qui, la tolleranza del negativo.
Una volta mi è stato detto che a Udine c’è il primato dei suicidi. È la statistica. La statistica dice qual’è la tolleranza del negativo.
Che cosa propone uno psichiatra, uno psicofarmacologo, un uomo politico? L’economia dell’incesto, l’economia del negativo, l’economia del male, l’economia del peccato. E nessuna apertura. Il male viene visto dinanzi, il negativo viene posto dinanzi, l’Altro diventa il negativo. È la superstizione. È la gnosi. E le varie pratiche diventano pratiche gnostiche, cioè pratiche della morte, pratiche del negativo, pratiche del male.
Ho risposto un po’ alla sua domanda sul simbolico?


F. D. S. Non completamente...


A. V. Sì, effettivamente, ci sono delle aggiunte. In particolare, quali Lei vorrebbe che ci fossero?


F. D. S. Ho ironizzato sulla risposta che non è mai completa.


A. V. Certo, compiuta, ma non completa.
In quest’epoca della buona morte, la paura la fa da padrona. Mamma la paura, mamma la morte. La paura è la morte. Non è solo paura della morte, ma è tale il livello di affezione alla paura, che viene incarnata, come la morte, in ciascuna cellula. Nel sangue. Ciascun elemento viene assunto e poi tutto deve circolare. La paura viene presa per la coda. E la paura presa per la coda è un animale circolare. Questa coda è la morte, è il negativo, il male. Viene mangiata, divorata e così circola. È importante che ognuno circoli senza direzione. Il business della morte si fa in questo modo. E allora il pettegolezzo, l’invidia che si pone come sociale, e quindi l’istituto della vendetta che fonda l’istituto della colpa e l’istituto della pena.
Platone dice che gli umani sono tutti in una prigione e devono continuare a credere di stare nella prigione; possono cercare di liberarsi un po’, però stando sempre nella prigione. La liberazione conferma la schiavitù. È la libertà del soggetto alla morte, del soggetto alla prigione.
Altra cosa è la libertà della parola. Per Platone, al posto della parola c’è la prigione. Ma la parola è originaria, non può essere confiscata, non può essere tolta né spazializzata né relegata in un ruolo secondario. Non può essere ridotta a pettegolezzo. Il pettegolezzo è il discorso occidentale, è un metalinguaggio. Il pettegolezzo è il luogo comune.
Nell’epoca New Age, il presidente degli Stati Uniti, secondo il circolo mediatico giudiziario, diventa animale anfibologico. Anzi, diventa psicoterapeuta New Age. Come nella fiaba di Andersen, assume due aspetti: un aspetto ufficiale, virtuale e politico positivo, e un aspetto negativo. Dunque, siamo nell’anfibologia. Come vedete, se la politica americana si riducesse al pettegolezzo creato dal circolo mediaticogiudiziario, impegnerebbe il pianeta intero nell’euforia dell’unica superpotenza.
L’unica, in questa euforia. Non lascerebbe agli umani sonni tranquilli nell’interrogativo se dalla stanza ovale siano uscite mutande con o senza una macchia. Una tragedia nel pianeta, trovare una risposta a questo interrogativo: come sono uscite le mutande dalla stanza ovale?
È il presidente New Age. È l’animale fantastico genealogico il modello che viene proposto come psicoterapeuta New Age. Modello da economizzare: ognuno può correggerlo, può rivederlo, può arrangiarlo a modo suo. Universalmente. Sarebbe questa la globalizzazione? Quanti giornali, articoli, programmi televisivi ancora a proposito di questa macchia? Ma la macchia c’è o non c’è?


MICHELE MARIN Secondo Lei, questa spirale d’involuzione che sembra sorta un po’ dappertutto...


A. V. Questa spirale della morte è un cerchio della morte. C’è una via di uscita. C’è la strada, che è strada intellettuale e è la spirale della parola.
Leonardo la chiamava forza; Machiavelli virtù; Freud la chiama pulsione. Noi diciamo rivolgimento, rivoluzione, direzione delle cose.
Diciamo anche dispositivo di forza, dispositivo di direzione. Perché si tratta d’instaurare dispositivi di gestione, di governo, di comunicazione, di direzione, dispositivi finanziari, pragmatici nelle istituzioni, nelle famiglie, nelle aziende, nelle banche. È questo l’intervento da fare.
Instaurare questi dispositivi comporta, però, che ci sia la traccia, che sia ritrovata, per ciascuno, la traccia. E, quindi, che ciascuno cominci la sua fabula e dica qual’è la sua narrazione, e in quale parola esiste.
Qual’è la traccia della parola? Qual’è l’apertura? La strada che sta dinanzi procede dall’apertura. Questa strada si fa d’infinito e non di cose valutate secondo la loro durata. “Quanto gli resta da vivere?”. “Tra quanto tempo questa vicenda finirà?”. “È ora di finirla, è ora di smetterla!”.
Questo è il tempo inteso come durata, quindi un tempo finibile. Ma il tempo è divisione, è taglio, proprio al fare. Dobbiamo anzitutto mettere in discussione i postulati principali del discorso occidentale: il principio di non contraddizione, il principio d’identità, il principio del terzo escluso. Sono figure retoriche, assunte come principi dalla comunità filosofico-religiosa greca e imposte come “nobile menzogna”, come dice Platone. Secondo questi postulati, ognuno deve credere all’origine, deve credere che le cose stanno così e non altrimenti e che egli appartiene a una determinata categoria sociale e professionale e deve proseguire a rappresentarla, che c’è questa ereditarietà e che deve continuare a applicarla.
Dobbiamo discutere di queste cose e metterle in discussione. Non basta analizzarle. Certamente, occorre stabilire la traccia per ciascuno, e la memoria. Quando la memoria s’instaura, i ricordi non pesano più.
Perché i ricordi che noi abbiamo, questo Freud lo dice con chiarezza, sono falsi ricordi, che stanno al posto della memoria. La memoria è attiva, è memoria in atto. È lì a giocare e a inventare. È lì, nell’arte e nella cultura. Dovunque noi notiamo che la cultura viene tolta di mezzo, è la parola a essere tolta di mezzo.
Provate a interrogare quei presunti capitani che propongono l’animalizzazione del pianeta: se ne fregano della cultura, della civiltà, dell’arte, dell’invenzione. Minacciano di morte la gente fino al punto di prescrivere la morte e di darla in dosi.
Avete notato la vicenda del professor Di Bella, il medico di Modena, che ha tanto interessato l’opinione pubblica. Non entriamo nel merito della sua cura, ma è chiaro che questo medico per, quarant’anni, ha portato avanti la sua ricerca. Non prendeva soldi dai pazienti e viveva del suo stipendio universitario. Questo caso ha messo in evidenza la cosiddetta “comunità scientifica”, la quale è costituita in modo tale che l’esperienza della parola non ci sia. E non è interessata nemmeno alla sperimentazione vera e propria, perché può accontentarsi di gestire il suo potere e di utilizzare il farmaco che arriva dalla multinazionale.
Il caso Di Bella ha messo in discussione questa nomenclatura — chi ha avuto a che fare con un ospedale, o per un suo parente, o per sua disgrazia, se n’è reso conto.
Noi abbiamo pubblicato La vita estrema, di Ferruccio Masini, un libro di altissimo interesse. Già a quell’epoca, mi diceva: occorre un libro di Spirali sull’ospedale. Sulla mitologia medica. Un conto è la medicina, la logica della parola, il medico, il mezzo, lo strumento della parola. Un altro conto è la mitologia medica. Anche Georges Mathé ha subito un ostracismo, in Italia, da parte della nomenclatura.
È essenziale per un giovane, per un anziano, per chi si trova impegnato in un’impresa, in un’istituzione, arrivare a stabilire il progetto di vita, procedendo dalla traccia della parola. Ci vogliono le condizioni, e occorre anche l’interlocutore. Il nostro compito non è quello di contrastare l’animalizzazione del pianeta. Noi possiamo dare un contributo attraverso coloro con i quali possiamo stabilire dispositivi intellettuali: dovunque, purché siano non conformisti.


GIANNA DANIELIS Volevo sapere, rispetto alla scrittura della parola, quale funzione abbia la grammatica.


A. V. La genetica può essere una cosa molto interessante, oppure può essere creduta il luogo dell’ereditarietà, e allora diventa una fesseria.
Come luogo dell’ereditarietà, la genetica viene stabilita come grammatica trasformazionale generativa. Lo stesso Chomsky va in questa direzione. C’è la tentazione di gestire la lingua sotto l’idea di sistema, per cui tutto sia collegato e in relazione, tutto trovi la sua fisionomia. La tentazione di trovare una grammatica universale c’è anche da parte del linguista, da parte di qualche antropologo, di qualche sociologo e di qualche medico. Ora, questa grammatica universale generazionale è fondata sulla morte. È una grammatica che può stabilire un programma di morte, e nient’altro.
C’è un’altra grammatica da stabilire, una grammatica del tutto differente.
C’è un’altra scrittura, una scrittura che non sia psicofarmaco, che non sia il farmaco come rimedio e veleno, che non sia animale circolare: è la scrittura della parola, la scrittura dell’esperienza. Questo a partire da Leonardo da Vinci.
Mi pare che David Cooper avesse scritto intorno alla “grammatica della vita”. Ecco, bisogna che la grammatica della vita sia la grammatica della parola, e non sia una grammatica fondata sull’idea dell’origine o della lingua d’origine e, quindi, sulla morte.
Tutto quello che viene chiamato psicosomatico, psicofisico, dualismo, somatizzazione, io dico che è somarizzazione, è animalizzazione: è la presunta immagine del corpo, fondata sulla famiglia d’origine da evitare e sull’idea dell’origine. Oggi c’è una donna che viene presa a modello, la più femminile, la più materna. Non è la Venere di Milo, non è Sophia Loren. È una bambola. La bambola Barbie. Ci sono ragazzine che si fanno operare per somigliare alla bambola Barbie. Si mettono nel letto di Procuste: qui tagliano un pezzo, lì aggiungono un altro pezzo, qui allungano, lì accorciano. E devono modellarsi sulla bambola Barbie, che è un modello femminile materno generale, quello in grado di costituire la massima economia dell’incesto, la massima erotizzazione. Questa è l’epoca: si tratta di assomigliare a una bambola.
C’era una bambola, durante la Rivoluzione francese. Il colpo di mamma, durante la Rivoluzione francese, il colpo di grazia, era la ghigliottina. E con Hitler era la soluzione finale per i diversi, i malati, gli ebrei. Per i malati e per i diversi, Hitler ha poi corretto il tiro. Dava la morte tramite il farmaco o la droga. È quanto oggi viene praticato.


[Dalla sala] Che ruolo svolgono, in questo contesto, i sistemi filosofici e, in particolare, le religioni?


A. V. È una bella domanda. Non abbiamo parlato né della filosofia né delle religioni. Oppure abbiamo parlato di una religione, la religione della morte. Sopra tutto, non abbiamo parlato dell’ebraismo, del cattolicesimo, del cristianesimo, che sono per noi istanze di cultura, di arte, anzitutto. Persino Galilei, per noi, è cattolico. Galilei compie la più bella lettura della Bibbia del suo tempo, certamente migliore anche di quella dei suoi accusatori. La filosofia ha certamente un compito, oggi. È una questione intellettuale e culturale. È una questione di storia. Certamente, noi siamo cattolici e per noi il cattolicesimo è un’istanza di cultura e di arte.
Un’istanza d’internazionalità e d’intersettorialità. Cattolico, katà olós, per intero: le cose procedono per integrazione. Siamo estranei alle chiese. Ma estranei non significa contro. L’epoca non è quella delle chiese. È l’epoca che si vanta di essere spiritualista. Le chiese sono un’altra cosa.
Noi proponiamo la cifrematica, cioè la scienza della parola, mentre il discorso occidentale propone l’episteme, cioè la scienza del discorso come tale. Il discorso è un effetto della parola, non il fondamento, né la struttura immanente o trascendente rispetto alla parola.

Trascrizione, non rivista dall’Autore, di Eric Battiston.
A cura di Cristina Frua De Angeli

Pubblicata in "Il secondo rinascimento", 55, maggio 1998

 

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