Dio e Internet. Il capitale intellettuale nella banca e nell’impresa |
Antonella Silvestrini
Buonasera.
Siamo qui riuniti per un evento speciale a Pordenone. L’Associazione cifrematica
di Pordenone la cifra organizza corsi, conferenze, dibattiti che si distinguono
per la loro intersettorialità e internazionalismo, invitando scrittori,
imprenditori, scienziati a dare testimonianza, che divenga occasione di dibattito
su questioni attuali come quella di questa sera.
In particolare, l’Associazione sta avviando una serie di incontri sul
tema del capitale intellettuale nella banca e nell'impresa. Quest'anno inviteremo
anche il professor Marco Maiocchi, presidente di Etnoteam sul tema della comunicazione
e il professor Carlo Sini, filosofo, sul tema “finanza e libertà”.
A inaugurare questa serie di appuntamenti abbiamo invitato, in questo incontro
molto speciale, Padre Roberto Busa in occasione della presentazione dei suoi
ultimi due libri Quodlibet: briciole del mio mulino, edito
da Spirali, casa editrice che scommette su questioni intellettuali da molti
anni, e Dal computer agli angeli per le Edizioni BVE. Quodlibet
raccoglie gli interventi che Padre Busa ha tenuto ai congressi internazionali
organizzati dalla casa editrice Spirali e Dal computer agli angeli raccoglie
le lezioni di umanesimo al Politecnico di Milano.
Interverranno anche il dottor Angelo Scotti, presidente della Banca Popolare
FriulAdria, il dottor Danilo Balbinot, imprenditore, presidente di Data Consult
Group e il professor Don Bruno Cescon, docente di filosofia e direttore del
settimanale “Il Popolo”.
Padre Roberto Busa, gesuita, è riconosciuto internazionalmente come l’inventore
dell’informatica linguistica. Padre Busa è testimone di una straordinaria
avventura che l’ha portato dallo studio di San Tommaso d'Aquino all’informatica
linguistica, trovandosi ad inventare qualcosa di preziosissimo per la scienza
e per la tecnologia, ma anche per gli studi linguistici e umanistici.
Oltre all’Index Thomisticus, l’indice dell’opera
omnia di San Tommaso d’Aquino, oggi disponibile su CD rom grazie al lavoro
di trentanni, Padre Busa ha elaborato con il computer più di ventidue
milioni di parole, per metà latine e in altre ventidue lingue, e nove
alfabeti diversi sui testi di San Tommaso d’Aquino, sul Corano, sui testi
ebraici del Mar Morto, su testi russi, boemi, francesi, inglesi e tedeschi,
spagnoli e altri. La sua ricerca è proprio l’esempio di come arte
e cultura contribuiscano alla scienza e alla tecnologia.
Per questo l’abbiamo invitato.
Nelle sue opere dà lezione di rigore intellettuale, di tensione linguistica
e di audacia, sicuramente di audacia. Dimostra quanto sia importante la formazione
linguistica e intellettuale. Quindi formazione all'intelligenza nell'impresa
e nella banca, nell'economia e nella finanza perché la tecnologia senza
arte e cultura è barbarie e quindi rimane sterile, oscilla tra euforia
e disforia e non contribuisce in alcun modo alla civiltà.
E con questo passo la parola al dottor Angelo Scotti.
Angelo Scotti
Signori,
buonasera. Doveva parlare per primo il professor Busa, ma hanno ritenuto di
tenere per ultime le cose più importanti... e allora cominciamo dalla
coda.
Ringrazio molto il Professor Busa per essere qui con noi questa sera e vi voglio
dire subito che mi è stato proposto di esporre un parallelo tra cultura,
arte e banca.
L’arte e la cultura, per il mondo delle imprese e delle banche, sono molto
importanti, perché per essere partecipi di tutte le innovazioni, dobbiamo
seguire la cultura proposta dagli istituti di ogni genere sulle nuove argomentazioni
e sugli aggiornamenti.
Voglio ricordare che la nostra banca, come del resto anche gli altri istituti
bancari e le altre aziende, sono molto impegnate con la formazione del personale.
Questo aspetto, nel caso della nostra banca, deve essere, e lo è, molto
seguito, soprattutto per acquisire e far conoscere informazioni oggigiorno indispensabili.
Tale scopo lo si raggiunge attraverso i corsi di formazione che completano l’attività
del nostro personale e lo rendono all'altezza di quelle indispensabili nuove
esigenze che si presentano ormai ogni giorno.
Voglio dire, parlando di cultura, che non solo la cultura tecnica, quella che
come banca ci occorre, ma anche la cultura umanistica viene particolarmente
seguita. Infatti, e molti di voi lo sapranno già, come banca siamo molto
attivi nelle iniziative sociali, per dare una valenza sempre migliore e maggiore
al teatro, alla cinematografia, ai musei, e ai vari corsi che vengono presentati
in ambito cittadino e provinciale.
Debbo dire che il termine “Internet” è divenuto un termine
tecnico ormai ben conosciuto entrato profondamente nei nostri ambienti di lavoro.
Figuratevi che tra il nostro personale ormai c'è un dialogo scambievole
e continuo tramite la rete. Ciò è indispensabile per poter essere
all'altezza della velocità richiesta dal mercato e per poter svolgere
tutte le indispensabili operazioni che rendono ottimo il funzionamento del nostro
istituto, per soddisfare sempre più e sempre meglio la clientela.
La cultura, tecnica e umanistica, è divenuta indispensabile se vogliamo
vedere le nostre aziende progredire. Posso anche dirvi che ciò che vale
per la cultura vale anche per l’arte. Il nostro personale, grazie all'impegno
che è stato profuso, nel tempo libero segue con passione il miglioramento
della propria cultura, come ho detto prima, anche umanistica.
Come istituto, siamo molto disponibili a dare nel nostro territorio quella soddisfazione
che ben meritano tutti coloro che si dedicano all'arte. Abbiamo anche voluto
progressivamente migliorare la nostra collezione di arte tanto da poter dire
che nelle nostre sedi e nelle nostre filiali abbiamo delle opere che io spero
un giorno possano venire raccolte con un catalogo importante. È una collezione
che potrà essere trasmessa proprio via Internet.
Ho parlato della Banca Popolare FriulAdria, e le stesse cose possono essere
dette di tutto quello che viene fatto anche dagli altri istituti con grande
impegno e dalle altre aziende. Ora, mi giova ricordare che siamo aggregati al
grande gruppo di Banca Intesa e abbiamo avuto fin dall'inizio la possibilità
di seguire la creazione di un importante museo, o vorrei dire, pinacoteca a
Vicenza, nella sede della villa Leoni Montanari. In questa villa, da quasi due
anni è stato realizzato un centro culturale per il restauro di opere
importanti che vengono restituite nel loro rinnovato splendore.
A questo punto, prima di chiudere, voglio anche ricordare che unitamente a Banca
Intesa abbiamo realizzato, come Banca Popolare FriulAdria, la riparazione e
la conservazione degli importanti mosaici di Aquileia. Penso che tutti conosciate
la Basilica di Aquileia, dove avrete occasione di vedere come sono stati rinnovati
i musei che danno una dimostrazione dell'importante centro storico che si è
riportato alla luce.
Infine vorrei dirvi che, anche come imprenditore agricolo, spero tanto che attraverso
la diffusione della cultura tecnica, professionale e umanistica resa possibile
anche da Internet, si giunga a una maggior conoscenza del mondo e si possa creare
un sistema di vita migliore per gli essere umani, per gli animali e per le piante.
Sono sicuro che con l'impegno di tutti riusciremo a vivere in un ambiente molto
più gradevole, dove anche i cittadini urbanizzati potranno recarsi per
passeggiate e per visite in un territorio molto migliorato da apprezzare, conoscere
e far conoscere.
Vi ringrazio e voglio ringraziare soprattutto la dottoressa Silvestrini che
ha presentato questa serata per aver organizzato l’evento e averci dato
l’opportunità di ascoltare il professor Roberto Busa.
Grazie.
Antonella Silvestrini
Ringrazio il presidente dottor Angelo Scotti e invito il dottor Balbinot a dare la sua testimonianza.
Danilo Balbinot
Buonasera
a tutti.
Mi trovo a parlare qui a venti mesi esatti da un’iniziativa che aveva
ancora come denominatore Internet. Si chiamava “Internet e l’impresa”
ed era stata organizzata dall’Associazione Industriali di Pordenone per
opera, in particolare, della dottoressa Simon, qui presente.
Mi ricordo un aneddoto con cui abbiamo chiuso quell’incontro che derivava,
come spesso accade, da un incontro durante il break, nel momento del caffè.
Ho incontrato un ex collega, manager Zanussi, un manager importante che aveva
raggiunto delle cariche importanti, e scopro che era appena andato in pensione.
Gli chiedo: “Cosa fai? Come va?”. “Sai — dice —
c’è Internet adesso. Ho pensato di mettermi a disposizione dei
piccoli imprenditori locali per aiutarli a entrare in questa nuova era e quindi
ho fondato una piccola società, una srl”. “Ah, come è
andata?”. “Sai — dice — non tanto bene”. “Perché?”.
“Andavo a intervistarli e, più o meno come ci insegna la legge
di Pareto, le opinioni si sono divise in due parti. La prima parte era la più
numerosa, un 80%, e quando gli esponevo le mie idee, mi rispondeva: ‘Ah,
sa, mi no g’ho el problema de Internet. Non me interessa’”.
“Bè — dico — allora sarà stata più interessante
l’altra parte, il 20%”. “Eh — dice — no. Neanche
quella, tanto. Perché rispondeva: ‘Ah, noialtri gh’avemo
risolto el problema de Internet: gh’avemo fato el sito’”.
Questo la dice parecchio lunga su quanto, invece, secondo me — e devo
fare la parte se vogliamo, del tecnico e del provocatore in questa riunione
— noi siamo invece in ritardo. Parlo come sistema Italia e parlo, in particolare,
come sistema del Nord Est.
Ritengo che sia inutile metterci tante medaglie, quanto sia piuttosto importante
riflettere sui dati di fatto che ci hanno portato a questo, e quindi, se possibile,
vedere di recuperare il tempo perduto, perché Internet è una grande,
grande opportunità per riposizionarsi, che richiede fondamentalmente
dei grossi sforzi di volontà, ma che è alla portata di chiunque,
sul pianeta, voglia accedere alla conoscenza. È uno strumento molto democratico,
è uno strumento accessibile dove la conoscenza non si paga, molto più
disponibile e quindi raggiungibile.
Esiste un fattore tempo, tanto che nel paradigma del world wide web, come si
dice, è stato coniato anche un nuovo sistema di misura del tempo che
si chiama anno-web. L’anno-web, se vogliamo tradurre, corrisponde a, circa,
due mesi-uomo. Quindi il mio riferimento a un convegno di venti mesi fa, sono
dieci anni-web fa. E voi potete capire, rapportato in questi termini, che dieci
anni sono veramente tanti. In dieci anni-web sono successe un’infinità
di cose nel mondo e noi, purtroppo, penso ne siamo rimasti abbastanza ai limiti,
ai confini. Perché ritengo che se facessimo oggi una nuova inchiesta
agli stessi imprenditori a cui l’ha fatta quell’amico manager, che
poi ha chiuso l’azienda e ha deciso di dedicarsi al tennis, che gli dava
più soddisfazione, le cose non cambierebbero di molto.
La mia preoccupazione è che stiamo diventando, di fatto, un po’
il Sud del mondo civilizzato, del mondo industrializzato, per non dire l’Est,
in qualche termine, confrontandoci un po’ con quella che è l’opera
di ricostruzione nei paesi ex comunisti. Ci troviamo, quindi, in un momento
di frattura abbastanza particolare dove abbiamo problemi di manodopera e importiamo
manodopera, il che vuol dire che la prevalenza, ancora, del nostro sistema è
un sistema produttivo. Peccato che, nel frattempo, il sistema delle imprese
si è spostato da un concetto più arcaico di impresa basata sul
capitale, a un’impresa basata, o a un sistema di imprese, basate sulla
conoscenza.
Quindi quello di cui abbiamo bisogno noi, è di formare persone che sappiano
sviluppare la conoscenza, e non persone che vengano a fare i lavori che noi
non vogliamo più fare. Quindi ci troviamo che quei lavori non li vogliamo
più fare, e quindi ben vengano gli immigrati, purché onesti, dai
paesi dell’Africa o dall’Albania piuttosto che dal Montenegro. Però
abbiamo il bisogno di fare noi un’evoluzione e quindi una crescita verso
quelle discipline che consentono di far fruttare meglio i capitali.
Oggi i capitali non sono più un problema. Abbiamo esponenti delle banche,
qui, che sanno che qui, come nella Silicon Valley, il problema non è
mai il capitale. Il problema sono i progetti, l’inventiva, la capacità
di mettere a frutto in termini e in tempi brevissimi, dei business plan credibili,
aggregare persone competenti in una molteplicità di funzioni tali da
rendere credibile il piano che viene presentato via via a operatori, anche nuovi,
che si sono formati.
Ci sono, ormai, funzioni nuove, attività nuove, quella dei business incubators,
per esempio o Internet incubators, meglio ancora. Esistono poi i business angels
che sono persone che aiutano imprese innovative a crescere per incubare queste
idee, scegliere le migliori, portarle poi a uno stadio di proposizione già
un po’ più maturo ai venture capitalists o, perché no, alle
cosiddette offerte pubbliche iniziali, alle IPO, per andare a quotarsi nel nuovo
mercato e così via.
Quello che manca in queste realtà sono le persone. Fate conto che in
Italia — e lo so con una certa precisione, perché mia figlia sta
concludendo una tesi sui business incubators a Milano e li ha censiti —
i business incubators sono circa quindici. Molte di queste realtà sono
frutto dell’emanazione del capitale di grossi gruppi, della Pirelli, di
Letizia Moratti, c’è Merloni, c’è De Benedetti e devono
incubare velocemente nuove attività.
Bene, quello che non trovano sono persone che abbiano grinta, che abbiano voglia
di impegnarsi in queste attività. E, d’altra parte, dal mio punto
di vista di imprenditore che, oltre tutto, è al servizio delle imprese,
che ha un’impresa che aiuta le imprese a decollare e a migliorare i loro
processi di business, mi trovo a constatare che raccogliamo quello che abbiamo
seminato in questi anni. Quindi non è che capita a caso.
Si discuteva oggi di chi è la colpa. La colpa è un po’ di
tutti noi. La colpa è delle famiglie. La colpa è della scuola.
La colpa è dei mass media. Concorre tutto a determinare un clima di non
competitività per cui il giovane laureato in economia aziendale o anche
in ingegneria gestionale, non sa, ad esempio, che cos’è un magazzino:
nessuno glielo ha mai spiegato nel suo curriculum. E si trova a dover discutere
di questo. Se poi parliamo di fare dei corsi di business, e-commerce eccetera,
queste informazioni non possono prescindere da una conoscenza dell’impresa,
da una conoscenza di Internet.
Come dice Padre Busa nel suo libro, non si può costruire una casa dal
secondo piano. Bisogna prima fare le fondamenta e poi il primo piano, senno
cadrà. È quello che succede a molti giovani che entrano nelle
aziende e si trovano completamente disorientati e impreparati a quella che poi
è la competizione che si trovano ad affrontare.
C’è stato un libro, che qualcuno avrà sicuramente letto,
Schei, di Antonio Stella, un giornalista del “Corriere della Sera”
che ha fatto una fotografia abbastanza crudele del Nord Est, un po’ come
emblema di tutto il sistema industriale italiano, di come si è sviluppato.
Lui, a volte, fa delle caricature un po’ pesanti, ma concordo abbastanza
con la diagnosi, coi dati che ha rilevato. Questa logica del vitello d’oro,
questa logica di una corsa solo ad acquisire velocemente uno status per poter
apparire, per far parte del branco. Io direi, più che altro, far parte
del pollaio, perché mi sembra molto più centrata la metafora dei
polli, in cui è caduto giù magari un aquilotto e, essendo cresciuto
con i polli, quando vede un’aquila volare dice: “Ah, che bello poter
volare. Mi piacerebbe”. E non sa di essere un'aquila, perché essendo
cresciuto con i polli continua a girare per l’aia.
Arrivando al tema di oggi, quindi, la mia impressione è che il sistema
imprenditoriale non fa a sufficienza il suo dovere: è troppo preso dallo
sviluppo dell’azienda e dal suo conto economico. Trascura in maniera proprio,
vorrei dire, colpevole, salvo rari casi, quello che è lo sviluppo intellettuale,
quello che è stato definito il capitale intellettuale o anche capitale
sociale. Perché? Perché a mio parere il DNA dell’azienda,
quello che rappresenta l’azienda e come si evolve, è la somma del
DNA di tutte le persone che vanno a far parte di quell’azienda, di quella
famiglia estesa. Per cui è chiaro che se non coltiviamo la base, quindi
l’humus da cui queste persone derivano, quando abbiamo delle aspettative
che queste agiscano con una certa competenza, con una certa professionalità,
con un certo stile, e così via, queste non hanno potuto cimentarsi prima.
E quindi non possono migliorare quella che è la costituzione dell’azienda.
È altrettanto vero che ci sono, però, dei fenomeni, e qui vado
a concludere velocemente perché vedo che siamo già al quarto d'ora,
dei fenomeni che ci fanno anche sperare bene. Nella mia esperienza, ne ho presi
due a cui vorrei dare un piccolo riferimento, e guarda caso, sono tutti e due
nelle Marche.
Non è un caso, perché quello è un territorio che ha saputo
sviluppare meglio di altri il connubio università e istituti locali con
le aziende, con le banche, al di fuori, addirittura, delle istituzioni tradizionali
che presidiano queste cose. Proprio forse per questo è riuscito a tradurre
in un nuovo rinascimento, conservando tra l’altro le tradizioni, anzi,
ancorandosi molto alle tradizioni contadine. È vero che hanno avuto la
fortuna di fare un salto logico che è quello dell’era industriale,
salvo per la Merloni e pochi altri calzaturifici. Citerei due esempi.
Il primo, tra l’altro è proprio di una ditta che noi abbiamo aiutato
nella parte Internet e che è un'azienda che è stata comprata dal
gruppo L’Espresso, da Kataweb. Leggo velocemente per darvi il senso di
che cos'è Internet, oggi.
“Esperia.com è una bottega di gastronomia on line. Meglio ancora,
una bancarella virtuale che diffonde nelle piazze di tutto il mondo il meglio
dell’enogastronomia italiana. Acquisita nel 1999 da Kataweb, holding del
gruppo L’Espresso, Esperia ha in Italia e negli Stati Uniti i suoi magazzini-prodotti.
La scelta di essere on line, e non, invece, in una delle tante piazze d’Italia,
riflette le straordinarie potenzialità di Internet, dove per la prima
volta l’appassionato aspirante bottegaio, o maestro di piazza, può
dare per scontata l’esistenza di un mercato potenziale, senza preoccuparsi
del problema della location che, invece, è determinante per chi apre
uno spazio fisico.
Esperia acquista, pagando, i prodotti che ritiene adatti al suo livello di qualità.
Li conserva, li impacchetta e li spedisce a casa del cliente.
La selezione dei prodotti Esperia nasce da una serie di viaggi, appunti, dialoghi,
incontri, testimonianze, curata personalmente ed esclusivamente da uno dei fondatori,
Antonio Tombolini, e riflette la sua cultura della tavola tesa a confermare
l’originalità eccetera.
Il servizio espresso assicura la consegna di un pacco entro 24 ore in tutti
i paesi dell’Unione Europea e degli Stati Uniti: a Roma come a Stoccolma,
a Londra come a New York e a Los Angeles”.
Vi do l’idea della crescita del fatturato: due miliardi nel 1999. Venti
miliardi nel 2000. Duecento miliardi nel 2001. Questi sono i business plan.
Io non credo che li realizzeranno in una maniera così precisa, però
questi sono i potenziali. Quindi ecco un piccolo significato di che cosa vuole
dire conoscenza e quindi mettere a frutto.
L’altro, e sarò ancora più breve, è una recensione
che abbiamo fatto di Nexus, una rete di persone che si è sviluppata nella
Valesina vicino a Jesi.
“Nexus è una rete che non è virtuale, non ha scopi di lucro,
non nasce per favorire accordi commerciali. È semplicemente una rete
di persone, principalmente imprenditori e piccoli artigiani accomunati da determinati
valori di base e dalla naturale predisposizione al dialogo, alla comunicazione,
allo scambio di informazioni.
La volontà che sostiene Nexus, è creare una comunità carismatica
di persone per intraprendere un percorso di crescita individuale e collettivo
finalizzato allo sviluppo e alla modernizzazione del territorio, tramite la
creazione di sinergie positive tra i singoli partecipanti”.
Questi signori chiamano, un po’ come è stato fatto dall'Associazione
la cifra, oggi, chiamano a dei dibattiti liberi, tra tutti gli aderenti (e chi
vuole iscriversi si iscrive), consulenti, esperti di diversi argomenti, fanno
delle iniziative, che ne so, presso degli agriturismo. Inventano nuovi modi
per collaborare e da questi sono nati un sacco di iniziative interessanti che
hanno portato a sviluppare e a rendere stabile sul territorio e a riportare
sul territorio persone che, ad Ancona o nella zona, avevano studiato. Diversamente
da quello che succede qui da noi, dove le persone che studiano qua, con i contributi
della regione Friuli-Venezia Giulia, devono poi, per trovare soddisfazione della
loro creatività, della loro crescita, andare a Milano, andare all'estero
Quello che io spero, che auspico vivamente, è che da questi dibattiti
possa venir fuori la convinzione, e ci siano dei nuovi attori che si uniscano
alle forze presenti, che comunque hanno saputo tener duro e mantenere un grosso
livello di benessere nella nostra area, per fare questo passo successivo in
modo da ancorare soprattutto i giovani qui, e non da altre parti, in modo che
non si diventi il Sud o l’Est dei paesi civilizzati, ma si possa contribuire,
come abbiamo fatto, sfruttando anche la cultura che abbiamo alle spalle da secoli,
a portare avanti un progetto-paese molto più innovativo di quello che
si sta delineando fin qui.
Grazie.
Antonella Silvestrini
Ringrazio
il dottor Balbinot.
Colgo l'occasione per aggiungere una cosa. La psicanalisi ci insegna che l’impresa,
è innanzitutto una necessità pulsionale e, pertanto, riguarda
ciascuno e non solo gli imprenditori o coloro che noi riteniamo tali. Proprio
per questo motivo occorrono dispositivi di lettura per i giovani affinchè
il fermento imprenditoriale di cui è ed è stato testimone il Triveneto
possa essere letto e analizzato in tutti i suoi aspetti. Essenziale, dunque,
tener conto della memoria perchè le cose che sono state fatte giungano
alla scrittura e quindi alla loro qualifica. Occorre che siano ripresi i termini
del mito e che facciano da esempio per i giovani e l’impresa, perché
senza la memoria e senza la tradizione non c’è nessuna invenzione.
Passo quindi la parola al professor Don Bruno Cescon.
Don Bruno Cescon
Mi
congiungo alle note di augurio ma anche, in qualche modo, nell’oscurità,
in un certo senso, del dottor Balbinot, dicendo che, in fondo in fondo, il nostro
Padre Busa viene proprio dal Nord Est perchè è vicentino.
Ricordo che vedevo nella bacheca dell’Università della Gregoriana,
ancora 25 anni fa, quando frequentavo i corsi di filosofia, il suo nome, e vedevo
scritto anche che si trattava dell’informatizzazione di San Tommaso d’Aquino.
Assolutamente non capivo che cosa significava. Oggi usiamo Internet, oggi uso
Internet. Allora mi sono chiesto, anche per avvicinarmi al tema “Internet
e Dio”, se in qualche maniera posso fare un passo precedente, magari domandarmi,
pormi un altro interrogativo, un’altra constatazione: Internet e l’uomo.
Che cos’è Internet? Potremmo dire “è una babilonia?”
Da un lato, si introduce in fondo alle peggiori malvagità umane: abbiamo
sentito il dramma della pedofilia o anche del trafugamento di organi che avviene
attraverso Internet. Dal lato opposto — e seguo in questo Umberto Eco
quando parla di apocalittici integrati — dal lato opposto, del bene, delle
possibilità che si offrono, di nuove chances anche per i giovani, per
la loro professionalità ad alto livello, ad alta cultura, Internet è
una sorta di Gerusalemme Celeste, anche se poi Umberto Eco ci ha fatto notare
come è necessario che si abbiano delle nozioni base, delle conoscenze
base.
Ricordo che il mio professore di filosofia, un austriaco, quando mi sono laureato,
mi ha preso in disparte e mi ha detto così: “Si ricordi di insegnare
sempre le nozioni base. Qui ha fatto l’alta specializzazione”. Incredibile.
Ma ne racconto un’altra per tagliare l’aria di queste cose così
serie. Quando il mio preside di facoltà mi ha messo in cattedra è
venuto ad accompagnarmi e mi ha presentato così: “Si ricordi —
rivolgendosi in questo caso direttamente a me — che un professore giovane
insegna quello che non sa. Più avanti, un professore che va verso la
maturità, insegna quello che sa. Quando è maturo insegna quello
che serve”. Qualche volta mi vien da dire anche sulla nostra scuola, tutto
questo.
Ma
ritorno a Internet. Internet il male o il bene? Oppure, davvero uno strumento
che può aprire effettivamente a una visone diversa, più umana,
in fondo, e in qualche modo rendere possibile la realizzazione di un uomo universale
che concorda su alcuni diritti umani fondamentali, che condivide alcune, le
cose migliori dell’esistenza e della vita.
Internet io l’immagino così: è una grande piazza. Ma è
la piazza globale. Viene chiamata virtuale perché non è fisica
ma è tremendamente reale: non vorrei che per virtuale si intendesse qualcosa
di falso, che non c’è. Ora, noi siamo come abituati alla piazzetta
di Pordenone, dove c’è il municipio, e la chiesa — i due
poteri se volete, per stare ad altri tempi —; poi ci sono tutti i negozi,
le scuole, i servizi. Questa è la piazza dove conta ancora non soltanto
il rapporto diretto personale, ma dove ancora c’è lo spazio e il
tempo. Vi chiedo scusa per questa riflessione.
Significa cioè che per incontrare una persona in piazzetta io mi devo
spostare in piazza, devo venire, e per venire devo impiegare del tempo. Questi
erano i nostri rapporti, questa era la nostra comunicazione sinora. Nonostante,
se volete, il telefono.
Con la nuova piazza, quella di Internet, qualcosa è mutato. Perché?
Per il fatto molto semplice che sono stati spezzati i soliti canoni di spazio
e di tempo. Lo spazio non c’è, ma non c’è perché
non è fisico, non è geografico anche se c’è un hard
da qualche parte, anche se possono esserci dei cavi, dei fili, o il satellite
e tante altre cose. Quindi c’è ancora una piccola spazialità,
se volete, ma in fondo in fondo non si poggia, passatemi l’espressione,
il sedere su una sedia, per dirla in soldoni.
Non c’è essenza spazio. Dire essenza spazio vuol dire essenza distanza.
Dire essenza distanza vuol dire che tutto è presente. Io ricordo benissimo,
nella mia prima esperienza giornalistica, quando si veniva mandati a un convegno
distante, e già alle 6, alle 5 e mezza del pomeriggio avevi il capo redattore
che ti importunava per dirti: “Mandaci quel pezzo, hai finito?”.
“Ma devono ancora parlare, iniziano alle 6 il congresso, alle 18”.
Dice: “Devi mandare, perché noi dobbiamo assolutamente chiudere”.
Oggi tante volte mi chiamano da Roma alle 10 di sera, per l’articolo che
il giorno dopo sarà in un giornale a New York o qui, in Italia. Non cambia
assolutamente nulla: dunque, la distanza di spazio e di tempo è stata
tolta. Questo significa che noi entriamo in un’altra percezione del comunicare:
entriamo cioè nel presente, nell’immediato. E allora qui nascono
anche i problemi, se volete, le difficoltà. Le difficoltà della
corsa come l’ha chiamata il dottor Balbinot, che due mesi li ha chiamati
anni web. Questo è il punto fondamentale.
Allora
che cosa è Internet se ha scombinato le coordinate normali della nostra
esistenza e della nostra vita? Io credo che, da un lato, è una grande
possibilità all’ambiguità di tutte le nostre invenzioni
umane, perché poi l’abbiamo fatto noi.
Innanzi tutto, a mio modo di vedere, rende il mondo più trasparente.
Che cosa intendo dire con questa espressione? Che in fondo ci fa conoscere di
più. In qualche modo Clinton, o, adesso Bush, sono dei nostri commensali.
Quando noi accendiamo la televisione, o quando volessimo aprire una notizia
in Internet, viene eliminata una estraneità. Certo non sostituisce la
stretta di mano. Si era tanto scherzato qualche anno fa: “Adesso l’amore
avverrà via Internet”. Invece un bacio è un’altra
cosa, tra due persone che si amano. Non può essere certo internizzato
in qualche maniera, sarebbe assolutamente un’assurdità. Però
è vero: il mondo è reso più trasparente nel senso che,
tra l’altro, tutte le ideologie, i diversi sistemi legali, i sistemi giuridici,
ed economici, sono messi a confronto. Sono messe a confronto anche le nostre
idee, e le religioni stesse.
E in questo modo molto viene relativizzato: non si può più dire
che la Cina sia l’ombelico del mondo, come pensava questa grande civiltà,
perché non lo è più. Dov’è l’ombelico
del mondo oggi? Sotto certi aspetti, è impossibile trovarlo localmente,
per cui nel confronto tra le culture, in qualche maniera, ciascuna perde di
verità e di eternità. Mi voglio spiegare. Pensate soltanto al
modo di intendere la famiglia: finora avevamo conosciuto quella europea. Nel
contatto tra le diverse culture, in qualche modo, noi conosciamo tantissime
forme di famiglia. La domanda potrebbe essere molto semplice: “Qual è
quella più giusta? Quella vera?”. Ma anche estremizzando —
poi ci risponderà Padre Busa a questo proposito: “Qual è
il vero Dio se ognuno ha il suo Dio?”. Questo è messo sulla stessa
piazza, perché noi ci ritroviamo dentro, in fondo, in un'unica aula,
in un’unica sala perchè questo è quello che fa Internet.
Vedete che allora si arriva a una grande relativizzazione. Allora questo mondo
in qualche maniera è più trasparente: pensate al discorso sui
diritti umani, sulla pena di morte. Questo mondo, in qualche maniera, è
più trasparente ma per ciascuno di noi significa che entriamo un po’
in confusione perché non sappiamo più chi siamo. Questo è
il vero rischio. Chi siamo oggi? Allora, rischiamo di aggrapparci, ed è
quello che sta avvenendo, a un pezzettino di lingua friulana, a un pezzettino
di territorio che difendiamo. Così ci aggrappiamo alla provincia, al
paese perché abbiamo bisogno di essere, di ritornare nel locale, di ritrovare
un riferimento. E abbiamo allora l’esplosione non più dell’universale
ma, in qualche maniera, delle località, dei razzismi, dei provincialismi.
Allora, sotto certi aspetti, è un mondo più trasparente ma, per
la confusione che può portare dentro di noi, diventa meno trasparente
perché va a scalfire e a ferire i contorni della nostra identità
umana, religiosa, sociale, politica. Se così stanno le cose, io credo
che bisogna anche guardare con speranza.
Vorrei chiudere su questo aspetto della speranza. Non perché dobbiamo
essere degli inguaribili ottimisti a tutti i costi, quindi degli inguaribili
ingenui, ma a me pare che questa trasparenza scalfisca i limiti di tante culture,
di tante civiltà, di tanti ambienti dove non si rispettano i valori umani
e i diritti umani. E allora può emergere quello che era il sogno per
cui è stato fatto l’ONU, con la sua famosa carta dei grandi diritti:
cioè di far emergere quell’uomo che sta al di là delle culture
particolari, delle tradizioni particolari che, in fondo, è sempre lo
stesso, proprio perché, come si verificava in Esperia.com che internazionalizza
i prodotti italiani, in qualche maniera, ognuno di noi ha dei bisogni che sono
identici. Il primo quello di sfamarsi, ma anche quello della cultura, quello
di acquisire nuove tecnologie, quello di poter accedere alla medicina e a tutti
i vantaggi che essa ci offre.
Dunque è possibile che proprio questa piazza universale, che ora forse
sta generando degli attriti, delle paure, delle ansie, domani, che forse non
è tanto lontano, ci spinga invece a smussare le contraddizioni per far
emergere quel valore universale che è in ciascuna persona, pur nella
diversità delle tradizioni.
Certo il rischio è di fare dell’uomo un omogeneizzato, uguale per
tutti, questo è davvero il grande terribile, drammatico rischio che vediamo
sempre quando viaggiamo. Credo che ormai nessuno di voi dica: ”Sono in
quel tal posto — che può essere negli Stati Uniti, o in Thailandia,
o in altre parti — e prendo un regalino perché in Italia non si
trova”. C’è certamente in qualsiasi mercatino, in qualsiasi
bazar nostro.
Detto questo io, allora, faccio un augurio perché si vada verso questa
affermazione dei valori dell’uomo universale, e aggiungo un’ultima
battuta in riferimento anche al fatto di essere giornalista. Internet farà
sparire la carta, quella a cui siamo abituati? E farà sparire quella
tradizione di andare ancora in piazza, in edicola, in osteria e discutere, con
il giornale locale in mano, oppure discutere dei programmi televisivi visti
o anche di quello che si è tastato attraverso Internet? Io credo assolutamente
di no. L’esperienza almeno finora ci insegna che nessun nuovo mezzo ha
scacciato quello precedente.
In qualche modo ci siamo arricchiti, non impoveriti. Basta che pensiate che
negli anni settanta e ottanta si parlava dell’avvento dominante della
televisione, che doveva far scomparire quello che era il libro, la carta, e
dunque la manualità consueta. Non è successo niente di tutto questo.
Quindi guardiamo a Internet come a una possibilità ricca e straordinaria
per l’uomo,e, certamente anche carica di ambiguità.
Antonella Silvestrini
Ecco,
è pur vero che ciascuno strumento nuovo viene demonizzato o sacralizzato.
La scommessa, invece, è ben altra.
Quindi, Padre Busa, passo la parola a lei per la sua testimonianza.
Roberto Busa S. J.
La
gentilissima Biancaneve che sta alla mia destra, vi ha già presentato
le mie credenziali. Io parlo in forza di 11 milioni di parole latine che ho
“bitizzato” e classificato e altrettanti in altre 22 lingue e 8
alfabeti diversi, forse 9 o 10, non ricordo più. Le ultime sono state
nel 1999, due settimane a Tblisi in Georgia nel Caucaso, per la lingua georgiana,
che ha il suo alfabeto e la sua sconosciuta natura linguistica. L’ultima
è stata l’anno scorso, nel 2000, in maggio, a Tirana, in Albania,
sulla lingua albanese, anzi, sulle due lingue albanesi, il ghego e il tosco.
Una notizia che vi potrà far piacere di sapere, vi stupirà: per
tutte queste lingue, comprese quelle semitiche, l’arabo, l’ebraico,
l’aramaico ho usato sempre gli stessi programmi che avevo formulato per
il latino di San Tommaso. Cambiano soltanto tabelle e lunghezze di campi, ma
la logica delle classificazioni delle categorie di base sono sempre le stesse,
in questa babele linguistica.
Seconda informazione che vi devo dare. Vi devo anche spiegare perché
un prete ha passato tutta la sua vita a studiare lingue con il computer. E la
storia è questa. Nel 1941 io ero sacerdote da un anno, era tempo di guerra,
ed ero stato chiamato cappellano militare dei sottomarini tedeschi, anzi dei
sottomarini italiani che stavano a Bordeaux accanto a quelli tedeschi. Io ero
tutto contento, per due motivi. Primo, perché quando si è giovani
l’avventura piace da matti: non si ha paura di morire. Secondo, perchè
per un prete era un’opportunità di affari sicuri: se uno che muore
in guerra lo mandi in paradiso, quello non lo perdi più, ma se in un
confessionale dai l’assoluzione a qualcuno, dopo quello va fuori, e il
luogo, l’ora e la ragazza e ... lo perdi. Però anche i superiori
l’hanno saputo e m’han fatto depennare. Il Provinciale mi chiama
e mi dice: “Padre Busa, le piacerebbe fare il professore?” Io gli
ho detto: “Padre, se devo essere sincero, proprio no, perché libri,
esami, scuola, professori ne ho avuti fin troppi”. A noi gesuiti ci tengono
“in cottura”, cioè in studio, tredici anni dopo il liceo.
Quindi era proprio vero che ne avevo avuti abbastanza di scuole, di professori
e di esami. Mi ha fatto un bel sorriso e mi ha detto: “Padre Busa, lo
farà lo stesso”.
Uno si presenta alla vita religiosa come un sacerdote e si presenta volontario.
Ha capito che la vita è più bella se si cerca di far del bene
agli altri, è più bella che se si cerca soltanto di far denari,
o anche di far figli. Quando però si è presentato volontario,
ha le mani legate, deve ubbidire. E chi assegna i servizi ai quali uno viene
applicato, è sempre il superiore, e sono cinque.
Il primo è il servizio pastorale: catechismo e sacramenti. Il secondo
è il servizio assistenziale: poveri, bambini, vecchi, ammalati, i drogati,
i lebbrosi eccetera. Il terzo è il servizio educativo: tutta la vita
professore di ginnasio e liceo. Il quarto, che nessuno vorrebbe, è il
servizio gestionale: fare il superiore, o peggio di tutti, fare l’amministratore
e l’economo, tornare a occuparsi di quei soldi, dei quali aveva detto
non ne voglio pensare. Il quinto è il servizio culturale. E naturalmente
i superiori lo fanno intelligentemente, scelgono secondo le capacità,
ma io ho avuto dei miei confratelli che sono stati assegnati, a studiare agraria,
giornalismo, chimica, biologia, astronomia, matematica, in tutti i campi. Perché?
Perché il servizio del Signore ha bisogno che ci siano in ogni campo
dei competenti, degli esperti, i quali, con conoscenza di causa, facciano vedere
a tutti che è logico e scientifico collegare qualsiasi disciplina con
una vita di preghiera. Bene, a me è capitato questo. Sono tanti anni,
oggi sono dentro gli ottantotto, non li ho ancora consumati tutti ma ci sono
dentro, come minimo due ore di preghiera al giorno, tutto il resto è
studiare linguistica con il computer e scrivere libri su queste cose.
Vi parlo un momento del “parlare” e comincio col brontolare dei
mali della società contemporanea, che è una funzione doverosa
di tutta la generazione della mia età. Noi siamo laudatores temporis
acti. Dei giovani, delle cose di oggi, contemporanee, se non brontoliamo noi
chi altri può brontolare? Dunque il mio brontolamento è questo:
c’è una funzione di base della vita che è oggigiorno la
cenerentola disprezzata, che è precisamente la qualità della espressione.
E questa inondazione degli audiovisivi fa sì che le persone oggi vengono
trattate come magazzini di fotografie. Solo ricevere impressioni, ricevere immagini
che siano musiche, che siano film, che siano libri, solo ricevere. E non c’è
studio della riflessione interiore e meno ancora della espressione.
Dentro di noi qui, da qualche parte, c’è quello che noi chiamiamo
pensare, che è una cosa indefinibile, ma c’è. E il pensare
è una categoria di attività che è multidimensionale, sembra
tutta insieme, tutta legata, tutto con tutto, a-centrata, non c’è
un centro, ogni punto può diventare un centro: ogni pensiero, ogni concetto,
può diventare un centro e ha le sue caratteristiche operative, per esempio
l’intermittenza, perché quando si dorme non si pensa al 100%. Ci
sono altre forme di pensare, anche intelligente, qualche volta intuitivo di
cui nessuno ha mai saputo darci le misure esatte. Questo pensare, poi, si esprime
e le espressioni sono di molti tipi: c’è quella vitale, in famiglia,
con gli amici; c’è quella artistica, l’espressione del bello,
disinteressata e gioia pura; c’è quella informativa, di comunicazione,
di dare notizie utili agli altri.
C’è anche un’altra cenerentola, nell’espressione della
vita umana che, come vi dicevo, è la preghiera.
Detto
questo, l’umanesimo: cos’è l’umanesimo? È la
scienza dell’espressione umana, che è una scienza riflessiva, è
una scienza dell’interiore nostro di quello che c’è dentro
di noi, qui, da qualche parte. E nell’interiore nostro c’è
la tecnologia, la professionalità, quello che noi chiamiamo cultura,
le lingue che si conoscono, le persone che si conoscono. C’è tutto
un mondo dentro, il quale è il doppio, l’immagine di quel mondo
fuori nel quale noi facciamo la gincana della nostra vita.
Poi, c’è l’espressione esteriore. L’espressione esteriore
è quando noi trasferiamo qualche cosa, qualche parte della nostra informazione
interiore, dei nostri pensieri, li trasferiamo su un supporto che sussiste indipendentemente
da noi. Il primo supporto è l’aria a cui trasmettiamo le vibrazioni
delle nostre corde vocali. Queste vibrazioni durano quanto durano le vibrazioni.
Poi abbiamo la scrittura e oggi abbiamo la scrittura elettronica, su onde hertziane,
che è quella che ha dato vita a quel fenomeno moderno che dà inizio
a una nuova era, che è Internet.
Dunque, questo parlare è strapazzato, oggi. Non c’è più
nessuno che allena al parlare bene. Neanche i preti. Io, le poche volte che
posso concedermi qualche attività pastorale, perché ho sempre
i superiori addosso col fucile spianato: “Guarda che devi finire quei
libri che devi fare”, ai preti dico che una volta sul Reader’s Digest,
in italiano si chiama Selezione, sapete in queste noticine in calce, c’era
questo: “la divinità del vangelo è dimostrata se non altro
dalla sua sopravvivenza alle spiegazioni domenicali” [risate dal pubblico].
E ai miei studenti di filosofia, gesuiti, dicevo: “Guardate che basterebbe
sapere metà di quello che sappiamo, pur di saperlo esprimere due volte
meglio”.
Chi di voi, io non ce l’ho, ha esperienza di consigli di amministrazione,
sa quanto in un consiglio di amministrazione, sia importante saper non chiacchierare
e non continuare a parlare, ma esprimere bene e chiaro essenzialmente quello
che si vuole. E io a tanti giovani, a quattr’occhi dico: “Non dirlo
a nessuno, neanche al papà e alla mamma, ma va da qualche vecchio attore
a fare lezione di recitazione prima di tutto, comincia a spiccicare bene le
sillabe come si deve. E poi fai attenzione alla costruzione delle tue frasi.
Soggetto, verbo, complemento punto. Soggetto, verbo, complemento, punto. Non
cominciare una frase e ricominciarla dopo dicendo ‘cioè’”.
In metropolitana o in tram sto sempre ascoltando come parlano i giovani, e anche
agli esami di università alcuni mi facevano proprio pena, perché
parlavano a frammenti di parole, frammenti di frasi, cioè ricominciavano
da capo, non sapevano parlare bene. Senza dire che bisognerebbe anche saper
comunicare la verità. E la regola è questa. Ve la dico con un
aforisma. L’ho imparata da un vecchio avvocato che è morto, al
quale l’aveva detta il suo vecchio avvocato quando lui era in apprendistato:
“Non è la stessa cosa aver ragione e saper farsela dare”.
Questo è vero non solo per gli avvocati ma anche per i papà e
le mamme: non è la stessa cosa aver ragione e saper farsela dare. Perché,
per farmi dar ragione, devo non solo tenere sotto controllo la mia capoccia
ma devo entrare in quella dell’altro come un radar, vedere cosa c’è,
muovere le molle che ci sono e non continuare a insistere sulle molle che non
ci sono.
Per farmi ridere il mio povero papà, il mio caro papà che è
in paradiso, mi ricordo una volta mi ha risposto così, mi ha detto: “Studia
perché te si un somaro”. Io l’ho rimbeccato: “Papà,
se mi son un musso, anche se studio non imparo niente”. Bisogna lavorare
sulle molle che quell’altro ci dà e bisogna conoscerle.
Veniamo
a Internet. Io, da sempre, da un sacco di anni sono un patito dell’intelligenza
artificiale — a parte che l’espressione non è felice —
e della robotica, e adesso considero Internet un dono di Dio. Il punto di partenza
per me è questo: la provvidenza, nella sua maniera, piano piano, con
il progresso della scienza ci ha sponsorizzato così, che noi possiamo
usare come supporto delle nostre espressioni le onde hertziane.
Il computer aveva i bit elettronici, ossia frequenze elettroniche, o frequenze
magnetiche, magnetizzazioni. Internet cavalca le onde hertziane e le onde hertziane
che il Signore ha creato dall’inizio del mondo, non so in quale dei primi
momenti, questo non lo so, hanno queste due caratteristiche: primo, da ogni
punto di emissione vanno a sfera dappertutto, per cui se noi ne mettessimo una
qui da noi e un’altra ai nostri antipodi, la terra è rotonda, uno
qui e uno qui, noi potremmo comunicare con tutto l’universo se avessimo
energia sufficiente per sparare queste onde hertziane, e se ci fossero tanti
interlocutori che avessero apparecchi per poterle captare al punto di arrivo.
E questo avviene alla velocità della luce.
Questo fenomeno delle onde hertziane ha portato a quella che io considero la
sbornia dell’Internet di oggi, la quale ha fatto perdere la testa a tutti.
È una sbornia che io avevo visto anche a suo tempo. Devo averlo detto
anche ieri sera a qualcuno. Queste forze, è vero che possono essere usate
bene per il male. Qualcuno mi ha detto che è stata pubblicata una cifra,
che più della metà delle trasmissioni Internet sono di pornografia:
bella roba! Però può essere usata male anche per il bene e io
nella mia vita con il computer ho visto che il computer, l’informatica
è uno strumento magnifico per riuscire a perdere enormi quantità
di soldi in tempo reale, nello spazio di pochi secondi quando chi l’adopera
non ha prima pensato quali tasti dovesse schiacciare. Poi il capo centro al
direttore di banca che diceva: “Come mai è successo questo?”,
rispondeva: “Senta, nel nostro computer non c’è memoria sufficiente.
Bisogna comperare degli altri apparecchi” e invece era questo computer
[indicandosi il capo]. Però è una possibilità stupenda
che fa perdere la testa, ubriaca, e ci sono tanti sognatori che hanno sognato,
che cosa? Di far tanti soldi presto, di colpo, in questa maniera. 
Io raccomando a tutti: adoperate dell’informatica quello che vi serve.
Solo nella misura in cui vi torna utile, solo in quella misura. Secondo, però
preparatevi che è un lavoro bello sì, ma difficile, laborioso.
Domanda molta attenzione, molto controllo di sé, dei propri sogni, dei
propri desideri. Usare utilmente Internet non è una cosa facile. Alcuni
pensano che basti comperare un sito come ha detto il dottor Balbinot; però
immaginate se a quella ditta delle Marche arrivassero diecimila ordini al giorno,
via Internet, cosa succederebbe in quella ditta.
In Internet c’è quindi una fisiologia che è ancora bambina.
Vi ricordate la storia delle ferrovie, quanti decenni ha impiegato ad arrivare
così com’è oggi? Sono passati più di duecento anni.
I primi voli degli aeroplani, i fratelli Wright, erano nei principi del 1900.
Oggi, soltanto oggi, abbiamo una rete aerea così. Altrettanto sarà
di Internet, non con queste scadenze: sarà più veloce, però
è una tecnologia, un servizio, un’infrastruttura che è ancora
bambina e che porta i suoi side effects, i suoi effetti collaterali, ed è
impossibile, statisticamente, che non li porti: ci saranno certamente.
Questo dipende, primo, dalla diversità delle intelligenze, intelligenze
delle persone. Io non ne ho mai trovate due uguali. Ho insegnato trent’anni
filosofia ai giovani gesuiti ma due uguali, intelligenti uguali, mai trovati.
Sono sempre stato sbalordito dal vedere la differenza che c’è nei
modi di pensare, di valutare, di ragionare su dei binari di fondo comuni. Secondo,
i limiti. C’è uno che arriva a capire certe cose e l’altro
che non arriva. E per me il primo confine essenziale del continente della persona
così detta intelligente e non intelligente è quello che sa di
non sapere. Quello che sa cos’è quello che non sa, comincia a essere
nel primo gradino dell’intelligenza. Però se uno confonde il “non
capisco” col “capisco che no” e nega quello che capisce, allora
non ha intelligenza per un certo tipo di attività.
Altra cosa sono le passioni umane: l’intemperanza, l’ingordigia,
in tutti i campi. Io ne ho conosciuti vari. Per esempio, persone che suppongono
di essere uomini d’affari e continuano a fare buchi per tutta la vita.
Non ci riescono, però continuano, hanno una forma maniacale. Senza poi
parlare non delle passioni del cui controllo uno è responsabile, ma delle
malattie psichiche. Non delle malattie perfette, quando uno è proprio
matto perfetto nel baricentro del cervello, ma quando uno lo è un po’
sì un po’ no, in quelle forme sottili.
Io ogni tanto brontolo con il mio principale lassù perché non
mi piace vedere certe situazioni nella vita, come questa, di questa gamma che
scende giù, delle forme maniacali difettose, depressive o violente. “Signore,
non dovevi metterle in circolazione queste cose qui”, però ci sono.
Per
ultimo io spero che da Internet, da quello che ha detto il professor Balbinot
e Don Cescon, spero che si avveri un fatto: che nell’apporto della produzione
del lavoro il concetto della lotta di classe, il tiro alla fune tra padrone
e dipendente sia un concetto che passi all’albo bronzeo della storia e
che si instauri un processo di sinergie, nel senso di collaborazione che sia
a un livello più intelligente, più nobile e più umano.
Questo è tutto.
Secondo, che questi sogni di miglioramento di qualità della vita si avverino.
Io ve lo dico così come penso. Fin che il Signore Iddio resta, vivo Lui,
questo si farà. Se il Signore Dio cominciasse a soffrire di depressione
saremmo proprio nei guai, anche se delle volte penso come noi Ti trattiamo,
Signore, tu potresti andare in depressione [sorride]. Però gli ho detto,
sapete cosa gli ho detto?: “È colpa tua, perché sei un furbacchione
o un briccone che fa finta, fa di tutto per far finta di sembrare di non esserci”.
Così che noi ci sentiamo soli nella vita e ci dobbiamo aggrappare sulla
nostra testa, su quel poco che noi capiamo del mondo attorno che è un
assurdo.
Vi invito a provare a fare questa ginnastica, così. Provate a mettervi
con le mani così e alzare i piedi vedere se la nostra testa ci tiene
su [si mette le mani incrociate sul capo].
Ho finito, scusate.
Antonella Silvestrini
La ringraziamo.
Roberto Busa S. J.
Proclama che sono stato prepotente perché ho parlato dalle sette e ventidue minuti più ventiquattro, quindi ho fatto il prepotente.
Antonella Silvestrini
La
sua “prepotenza” noi la leggiamo come un gesto di generosità.
Certamente Padre Busa dà una lezione di comunicazione che definirei finanziaria
cioè quella comunicazione che aiuta a costruire e che insegna a costruire.
Ci insegna pertanto che la formazione non si interrompe al termine del percorso
scolastico, non è situabile nei corsi di formazione ma c’è
ciascun giorno, nella battaglia di ciascun giorno.
Voglio ora invitare dal pubblico a fare degli interventi, a dare delle testimonianze.
Qui c’è un microfono. Dopo Padre Busa è difficile, sento
dire dal pubblico. Ci sono domande?
Marco
Io
volevo chiedere una cosa a Padre Busa, più che altro avere un consiglio,
su come possa essere introdotto il tema Internet in campo ecclesiale. Io mi
trovo spesso, per questioni di associazioni e gruppi vari, a doverne parlare
e effettivamente ci sono dei problemi di linguaggio, di comunicazione.
D’altro canto, però, scopro che all’interno ci sono molte
cose che possono essere stimolanti che possono essere non solo di aiuto, diciamo,
alla parte amministrativa o gestionale di un gruppo ecclesiale, ma che possono
in qualche maniera diventare strumento, insomma, anche compatibile con lo stile
di un’associazione. Per essere precisi, in particolare faccio parte di
un gruppo che come Azione Cattolica, lavora su un progetto Internet.
Un’altra domandina veloce, se conosce e cosa pensa del software libero,
del progetto New e della Free Software Foundation. Se conosce queste cose qui.
Roberto Busa S.J.
Senta,
mi dia il permesso di fare il maleducato, l’impertinente: anche lei vada
a fare qualche esercizio, in segreto, di recitazione [risate dal pubblico].
Le ultime cose non le ho capite chiaramente ed è meglio che risponda
“non lo so” [risate dal pubblico].
Nel campo ecclesiale certamente Internet interessa, c’è anche un
mio confratello Padre Nazareno Taddei che è da trent’anni che propugna
questo, nel campo ecclesiale. Per cui, io non so in concreto i particolari,
ma sono sempre a dire che va usato nella misura in cui serve, in cui è
utile, a condizione che si pensi che è una cosa laboriosa e difficile
e che domanda tempo.
Naturalmente è ovvio che il mondo ecclesiastico arriverà sempre
una fase dopo, sarà sempre in ritardo di un passo, perché le prime
vere realizzazioni le fa chi ha i soldi e il mondo ecclesiastico, in tutti i
settori, i soldi se li deve trovare volta per volta, perché non è
più un’organizzazione, non so se lo è mai stata, un’organizzazione
centralizzata che parta da un capitale che va in periferia e che dovrebbe tornare
aumentato al centro. Non lo so.
Danilo Balbinot
Appena ho ricevuto il tema del convegno il mio estro mi ha portato a fare un’associazione sul tema Dio e Internet, non so quanto blasfema, che è la seguente: cosa scriverebbe Dio, cosa pubblicherebbe sul Suo sito? Sarebbe un sito oltretutto pubblico, uguale per tutti, o personalizzato per ciascuno di noi in modo che con la nostra password ci dà le risposte a seconda del caso, del momento in cui ci troviamo, delle preoccupazioni, dei problemi che gli poniamo?
Roberto Busa S. J.
Il
Signore ci parla a due livelli. Ci parla in pubblico, come società e
nella società umana. Il Signore, come ho detto, fa di tutto per far finta
di non esserci, non c’entra. Noi siamo come dei musicisti che stanno eseguendo
delle orchestrazioni, però l’autore di queste orchestrazioni, non
è uno dei musicisti e non è uno dei personaggi del dramma. Giuseppe
Verdi, come personaggio, come musicista, non c’è in nessuna delle
sue opere. Il Signore pressappoco fa così.
Un altro paragone più modesto è che nessun genitore è stato
mai ammesso a fianco del proprio figlio nel tema, nella sala d’esame,
così. Quindi a noi sembra che siamo lasciati soli, a vedere come ce la
caviamo.
Sotto, però, in quel mondo invisibile nel quale tutti gareggiamo, nel
mondo invisibile, tra parentesi, non c’è soltanto quello che noi
chiamiamo presenza di Dio, ci sono anche tutte le forze fisiche di base. Le
onde hertziane sono invisibili, la gravitazione è invisibile, i campi
magnetici sono invisibili, le forze atomiche sono invisibili. Ci siamo dentro,
ne siamo impastati. È così. La nostra stessa intelligenza è
così invisibile che il genere umano ha dovuto inventare scuole, esami
e concorsi per sapere quanta ce n’è in un individuo. Sotto, in
questo mondo di forze invisibili c’è anche quella che si chiama
la Provvidenza e la Grazia di Dio, che, come è presente nelle leggi del
caso, che sono le leggi della materia elementare cosmica, come è presente
lì, come si è riservato quel mondo, e agisce invisibilmente, così
ogni anima, sotto, a sua insaputa ha una sua storia e c’è qualcuno
che la guida.
Però, sotto, i nostri cinque sensi non vedono gli strumenti che ci siamo
costruiti, neanche i microscopi, le nuove forme di microscopi elettronici riescono
a vedere. Sotto la storia dei giornalisti e giornali televisivi c’è
la storia delle anime.
Danilo Balbinot
Potremmo sintetizzare, quindi, che Dio, per quanto riguarda Internet, ha delegato agli angeli?
Roberto Busa S. J.
A
me piace da matti pensarlo. A me piace sempre di più. Guardate, son cose
che sono indocumentabili, però per me gli angeli sono la software house
del Signore e pare che siano proprio molto bravi.
Pensate alla costruzione di un corpicino umano. Quando un bambino nasce sui
due chili e mezzo, sono tremila miliardi di cellule, ripeto tremila miliardi
di cellule se la memoria non mi tradisce. L’ho chiesto ai genetisti più
volte, l’ho letto, l’ho scritto. Si riproducono da una prima cellula,
e in nove mesi, provate a dividere tremila miliardi per i giorni che ci sono
in nove mesi. Vedete se non è una bomba di forza e di energia che si
costruisce. Poi provate a pensare a cosa c’è qui nell’orecchio,
tra la staffa e il martelletto. Negli occhi poi, nel bulbo dell’occhio,
il liquido vitreo, mi pare, se la memoria non mi tradisce, è diviso in
due reparti. Il liquido vitreo è secreto dall’interno dell’occhio,
dall’epitelio all’interno della cornea, e si cambia tutto ogni ventiquattro
ore. E ci sono dei canalicoli per i quali quello vecchio usato, come l’olio
di una macchina, viene espulso e quello nuovo viene messo in esercizio.
Sentite, questi sono proprio bei programmi [risate dal pubblico].
E poi, perché la barba a noi uomini cresce qui e non qui?
Scusate [risate dal pubblico].
Antonella Silvestrini
Ecco, c’è un’altra domanda.
Caterina Diemoz
Buona sera. Io avevo in mano il suo libro pochi minuti fa e ho letto un passo che mi ha incuriosito. Lei qui parla di differenze costituite dalle varie religioni sulla terra. Lei scrive nel suo libro che le differenze non si annullano bensì si compongono tra di loro e sono una ricchezza. E poi ancora dice che la differenza di religioni per una parte è responsabilità di Dio, nel senso che si produce tra i Suoi figli e in casa Sua. Allora, io mi chiedo, quando una persona riesce ad avere come lei una visione così di insieme, così dall’alto della fede, della fede dell’uomo, nello stesso momento come fa a essere un gesuita, per esempio, o un imam musulmano o qualche altro, diciamo, protagonista di una religione. Quando ne accetta una parte, in qualche modo accetta di calarsi in una parte rispetto a questa sua concezione che ha maturato di questa grandezza che è data dalla differenza delle varie religioni. Cioè, qual è la linea sottile che separa, possiamo dire, una visione saggia, ampia, di insieme e l’indifferentismo religioso, il dire che tutte le religioni sono uguali, e tutto va bene? Qual è il confine che separa questi due aspetti?
Roberto Busa S.J.
Vediamo
se riesco a risponderle in poche parole.
Primo: qual è la risposta della vera religione? L’aveva anche detto
Don Cescon che mi aveva fatto questa domanda.
La vera religione è quella che è voluta da Dio. E lì non
ci piove. Penso che qualunque persona, che sia musulmano, che sia cattolico,
che sia testimone di Geova, che sia confuciano, se viene a sapere che Dio dice:
“Voglio che tu abbia questa religione”, dovrebbe ubbidire, altrimenti
sarebbe in stato di uno che rifiuta il Signore Iddio, quindi fuori della via
della salvezza.
Secondo, e questo il Signore l’ha fatto con la venuta in terra di Gesù
Cristo, che era vero uomo e vero Dio, ha detto: “Questa è la religione
che io voglio”. Poi, che cosa avviene? Avviene che se non ci fosse stata
questa rivelazione, sarebbero state possibili tante religioni distinte quanti
erano i gruppi umani. Si chiama enoteismo. Enoteismo nazionale. Gli italiani
avrebbero avuto un tipo di religione e gli altri un altro, salvo la legge naturale.
Se una religione avesse dei precetti contro la legge naturale, per esempio il
sacrificio dei propri figli, come sacrificio a Dio, questa sarebbe stata una
religione sbagliata. Va bene? È chiaro questo?
Adesso, parlando individualmente, la scelta della religione è molto raro
che sia una scelta di un individuo. A ogni individuo, nella grandissima maggioranza,
la scelta viene imposta dall’ambiente nel quale nasce. Non viene scelta,
ma viene accettata. Se uno accetta la religione musulmana o quella dei testimoni
di Geova come volontà di Dio e come colloquio con il Signore, lui potenzialmente
è sulla via della salvezza perché, se lui sapesse, si rendesse
conto che il Signore Iddio vuole quest’altra religione fondata da Gesù
Cristo, lui ubbidirebbe al Signore Iddio. Mi spiego. Non so se questo è
chiaro. È chiaro? Più o meno [risate dal pubblico].
Nel 1961 ho organizzato all’Università di Tubinga il primo congresso
di automazione dell’analisi linguistica. Alla fine del congresso, un congresso
internazionale, si sono alzati in piedi e fatto voto che io stabilisca la terminologia
e i formati del metodo che avevo incominciato. Farne subito degli standard.
Cioè, dire, seguire questo formato, questi codici. Io mi sono rifiutato
e ho detto: “Il mio principale lassù voleva standardizzare la religione.
Vedete come c’è riuscito? Io certo non posso pensare di riuscire
a fare qualche cosa di meglio”. Mi sono rifiutato [risate dal pubblico].
Antonella Silvestrini
Va bene. Ci sono altri interventi?
Luigi Rosso
Vorrei chiedere a Padre Busa di dire qualcosa riguardo all’investimento, al profitto e al denaro.
Roberto Busa S.J.
Primo,
il denaro è un fatto spirituale. Il denaro è una dimostrazione
della spiritualità dell’anima. Insieme con tante altre cose. L’ho
messo, mi pare, in uno dei libri.
Per esempio, le distillerie sono una dimostrazione della spiritualità
dell’anima e la cucina, quella magnifica cosa che si chiama cucinare bene,
anch’essa è una dimostrazione della spiritualità dell’anima,
perché tra gli animali l’unico animale che cucina e l’unico
animale che si è fatto delle distillerie, è l’animale uomo.
Secondo, il denaro ha delle sue caratteristiche. Quanto si dà non si
raddoppia. Non è come le informazioni. Quando io do un’informazione,
io non la perdo, la raddoppio in un altro. Ma se io do mille lire a qualcuno,
io quelle mille lire non le ho più.
Terzo, nella contabilità del denaro, ci può essere quella stessa
soddisfazione che prova l’uomo tutte le volte che ha davanti grandi quantità
di elementi concreti, singoli, granulari, omogenei. Questi per la mente umana
sono l’organizzazione più facile da fare. Il denaro è questo,
perché alcune volte l’ingordigia del denaro non è avarizia,
è sport.
Uno si diverte ad accumulare soldi, si diverte: non è che lui faccia
due pranzi al giorno, che dorme su due letti al giorno, alla notte. È
solo un gusto sportivo di arrivare a fare più goals di miliardi, ecco,
capite. E poi c’è anche l’avarizia e poi c’è
quella — non so come chiamarla — ma insomma, tante volte noi adulti
siamo dei maxi-bambini e i bambini sono tante volte, non sempre, dei mini-adulti,
perché, alcune volte hanno più saggezza di noi grandi.
Noi grandi, in certe cose siamo capricciosi e fra questi capricci c’è
anche quello di pensare “che gran gusto c’è se io ho tanti
denari, e se posso invitare i miei conoscenti in una casa in cui ho i mobili
Luigi XIV” eccetera. Voi avete già capito tutto, non so dirvi di
più.
Un’altra cosa, per i denari, è che tutti ne abbiamo bisogno fino
a un certo limite. Al di là di un certo limite dovrebbero essere un servizio
per il pubblico, così come c’è un serbatoio d’acqua
in ogni comune. Va bene, non è data al proprietario del serbatoio, ma
è stata data per essere distribuita.
E poi voi sapete — ma questa è una freddura che credo anche già
sappiate — non tutti i soldi vanno in Paradiso. La sapete? Quando si son
presentate in Paradiso le mille lire, San Pietro ha detto: “Dentro”.
Duemila lire: “Dentro”. Cinquemila lire: “Dentro”. Diecimila
lire, ha detto: “Devo guardare sul libro”. Guarda su libro e dice:
“Sì, sì, dentro”. Quando, sono arrivate le cinquantamila
lire ha detto: “Fuori! In chiesa non vi ho mai viste!” [risate dal
pubblico].
C’è un motivo se non c’è più nessuno che domanda:
guardate che son già quasi le otto! [risate dal pubblico].
Antonella Silvestrini
Concludo
ringraziando innanzitutto i relatori che sono intervenuti con molta generosità,
il Comune e la Provincia di Pordenone che hanno dato il Patrocinio all’iniziativa
e gli sponsor, il cui contributo è stato preziosissimo, la Reale Mutua
Assicurazioni, agenzia di Pordenone, le Officine Informatiche e il Progetto
St. Augustine.
Buonasera.
Trascrizione della conferenza non rivista dai relatori