Porcia, 22 marzo 2006

 

Il martello delle streghe

 

ANTONELLA SILVESTRINI Buonasera. Benvenuti a quest’incontro. Ringraziamo il Comune di Porcia e la Provincia di Pordenone per aver concesso il patrocinio a quest’iniziativa. In particolar modo, ringraziamo il Comune per averci consentito di utilizzare questa sala, molto ampia e spaziosa. Ringraziamo i nostri sponsor, che da anni sostengono con generosità e interesse per l’arte e per la cultura, il programma e le iniziative dell’associazione. Li elenco: Palazzetti, Enface, Tici Termoidraulica civile industriale, Prosciutteria Fratelli Martin, Executive, Libra e Regìa Comunicazione per l’impresa. Ringrazio anche ciascuno di coloro che, in vario modo, hanno collaborato per quest’incontro.

Le nostre ospiti: Ornella Lazzaro e Anna Emilia Lenna. Ornella Lazzaro ha condotto una ricerca sui processi dell’inquisizione in epoca moderna e ha pubblicato due testi: Le amare erbe: un processo di stregoneria nel Friuli del Seicento, scritto nel ’92; nel ‘94 ha pubblicato, in collaborazione con Sergio Bigatton, il libro che s’intitola Questo è l’Offizio della Santa inquisizion. Materiali per una storia sociale di San Quirino.

Anna Emilia, Milly, Lenna ha condotto, e per questo l’abbiamo invitata, una ricerca sulla relazione del medico dottor Ferdinando Franzolini sul caso delle indemoniate di Verzegnis di fine ottocento.

Perché, dunque, il tema di questa sera? Perché presentare oggi questo libro Il martello delle streghe, che è stato scritto nel 1486? Perché leggerlo? Io ho ribadito, e lo riproporrò anche questa sera, è un testo di estrema attualità.

Il Malleus maleficarum, quando uscì, fu un bestseller e così pure nei secoli successivi. Il suo valore è storico, ma, soprattutto, culturale, perché l’elaborazione delle fantasmatiche descritte in questo testo è indispensabile per il processo di civiltà. È assolutamente indispensabile. Noi, per questo lo leggiamo, tenendo conto del suo aspetto letterario e del suo valore culturale. Il Martello delle streghe contiene una dettagliatissima raccolta di fantasmatiche e di pregiudizi che, nei secoli, si sono susseguiti intorno alla donna, ma non solo alla donna come tale, ma come indice della differenza, dell’anomalia, della follia, del cosiddetto diverso, dell’Altro, di tutto ciò che non è controllabile. Quindi, la “caccia alle streghe” possiamo chiamarla una variante della caccia agli ebrei, della caccia ai cristiani, della caccia ai musulmani, della caccia ai malati mentali, perché moltissime delle rappresentazioni, delle fantasmatiche che noi troviamo ne Il Martello delle streghe, le troviamo, poi, nell’aggiornamento della psichiatria dell’Ottocento.

Nel 1484, papa Innocenzo VIII promulgò la bolla Summis desiderantes affectibus, che autorizzava gli inquisitori ad avviare i processi contro la stregoneria. Nel 1486 viene pubblicato Il Martello delle streghe, che diventa il testo ufficiale della persecuzione contro le streghe. Gli autori sono Heinrich Institor Kramer e Jakob Sprenger, due inquisitori domenicani delle diocesi di Salisburgo e Magonza. Il professor Del Col, esperto in materia, afferma che, in base a documenti scoperti recentemente, uno studioso tedesco, Behringer, ha dichiarato che forse, solo Kramer è stato l’autore di questo testo. Mi premeva fare questa precisazione. Comunque, il professor Del Col, dopo, potrà intervenire per ulteriori precisazioni.

Il frontespizio della prima edizione del libro recava questa dicitura: “Non credere nella stregoneria è la peggiore delle eresie”. Il libro è diviso in tre parti: la prima riguarda i fenomeni di stregoneria, la seconda i modi attraverso cui si manifestano i sortilegi delle streghe e la terza riguarda l’azione giudiziaria e, quindi, tutte le procedure del foro ecclesiastico e civile, da seguire contro le streghe.

Il Martello delle streghe è stato un vero e proprio bestseller. Pensate che, tra il XVI e il XVII secolo ci sono state 39 edizioni e una tiratura complessiva di decine di migliaia di copie. Quindi, questo già ci fa capire quanto è importante, anche in epoca in cui non era più applicato. Ma – poi ci spiegherà Ornella Lazzaro – non è che questo testo venisse realisticamente applicato alla lettera anche in Italia, come invece avveniva nelle zone di confine tra il territorio cattolico e le regioni dei riformati, nell’epoca della controriforma.

Questo non ha importanza, oggi. Oggi conta capire quali sono le fantasmatiche che riguardano le streghe. L’argomento interessa, vedendo quanti siete intervenuti questa sera: numerosissimi.

Il tema della strega e della stregoneria è assolutamente interessantissimo, perché ciascun giorno, in fondo, noi, ci confrontiamo con qualcosa che potremmo rappresentarci come la strega, oppure la rappresentazione del male, della differenza, di quel che non riusciamo a gestire, a capire. Da subito, in questo testo, possiamo verificare che il concetto della strega riguardi la donna. Vi leggo un brevissimo brano del Malleus:

 

Già la prima donna, è evidente, che per natura ha minor fede. Infatti, al serpente, che le chiedeva perché non mangiassero da tutti gli alberi del paradiso, già con la sua risposta, si rivelava in dubbio e senza fede nelle parole di Dio.

 

E tutto questo è già nell’etimologia del nome. Infatti, femmina viene da fides e minus, perché ha sempre minor fede e la serba di meno. Non è quest’etimologia, ovviamente, però è interessantissimo il fatto che la femmina fosse considerata colei che aveva meno fede e, quindi, più esposta ai poteri del diavolo.

Questo testo è un esempio di misoginia. La misoginia, noi la troviamo in tutto il teatro del Rinascimento, (e anche dopo) da Machiavelli a Shakespeare, a Molière, a Goldoni. Certamente, nel teatro, viene anche elaborata, entra nel gioco e la donna risulta come l’indice di qualche cosa che non è controllabile. La vita non è controllabile. Quindi, è un modo di elaborare che la donna non è addomesticabile; per esempio pensiamo a Molière, a La scuola delle mogli.

 

Le fantasmatiche attribuite alla strega sono moltissime. In questo testo si dà un rilievo importantissimo alla questione della sessualità. La strega, facendo un patto con il diavolo, interverrebbe in modo malefico nell’ambito della sessualità, della procreazione e della generazione. C’era la convinzione  che la donna stringeva un patto con il diavolo e questo era attestato da un segno. Nei processi, poi, si cercava il segno e se non veniva trovato, ciò voleva dire che il patto c’era proprio, perché il diavolo l’aveva tolto. Quindi, operava nella sessualità e faceva un po’ di scherzetti. Tra le sue attività c’era “la partecipazione notturna alle orge, l’operare malefizi che investono il campo, appunto, della generazione, come: ostacolare i matrimoni, consumare animali e bambini, togliere il latte alle donne e alle mucche, provocare malattie”.

 

Ricordiamo che Enrico VIII ha decapitato alcune delle sue sei mogli perché, secondo lui, erano colpevoli di una generazione non ideale, nel senso che o non rimanevano incinte, oppure partorivano femmine, come è stato per Anna Bolena, madre della grande Elisabetta I. Quindi, da sempre, la strega è associata a quest’impossibilità di controllare, di avere il potere sulla generazione, mentre tale potere è la base della società ideale. Pensiamo ai totalitarismi, pensiamo al razzismo, alla follia del nazismo, per cui il controllo sulla società è il controllo, innanzitutto, sulla generazione.

La strega, dunque, disturbava la generazione perfetta, lineare, la genealogia ideale. Ma quest’interesse morboso da parte degli inquisitori per il corpo e per la sessualità è già un modo di percepire che la sessualità non è ideale, che la generazione non è ideale, che la società non è ideale. Noi possiamo leggere questo testo anche così.

 

Mi è venuta in mente, rileggendo alcune cose, la novella di Luigi Pirandello Il figlio cambiato. Una novella bellissima in cui Pirandello racconta che a Sara Longo, di notte, le donne, la parola donne è tra virgolette nel testo, le avevano rubato il figlio di tre mesi, lasciandone in cambio un altro. E così, Pirandello racconta:

 

Le donne nel paese erano certi spiriti della notte, streghe dell’aria. Quello della Longo era bianco come il latte, biondo come l’oro. Un Gesù bambino. E questo, invece, nero. Nero come il fegato e brutto, più brutto di uno scimmiotto.

 

Il figlio, quindi, non è ideale, perché le streghe hanno fatto un malefizio. Questo che scriveva Pirandello è una variante di una delle attività delle streghe, raccontata nel Malleus maleficarum, che è il “commercio disonesto del seme”. Le streghe, sempre in combutta con il diavolo, potevano intervenire in questo commercio disonesto, cioè c’era un trasferimento velocissimo del seme, così che una donna partoriva il figlio di un uomo che non era il vero padre, il responsabile. Il diavolo, che non generava, (perché il diavolo non generava), interveniva semplicemente per fare questi scambi, questi scherzetti. Quindi, è chiaro che l’equivoco, la menzogna, il malinteso, la contraddizione, tutto ciò che non torna, insomma, deve essere purificato perché ci sia la società ideale, dove uno possa avere una giornata ideale e tutto sotto controllo. Quindi, queste attività erano demonizzate e attribuite alla strega o allo stregone. In molte situazioni, anche oggi, anche un uomo può essere demonizzato come una strega. La questione non riguarda solamente la donna. Per la società ideale, il figlio del calzolaio non può che fare il calzolaio, se non lo fa, è per colpa della strega. Questa è l’utopia della Repubblica di Platone.

Perché è demonizzata la donna? Perché nell’idealità comune, la donna dev’essere angelica e vale in quanto madre, quoad matrem, ovvero, la donna ha un ruolo in quanto madre. Dev’essere il supporto alla genealogia perfetta, pura, ma questo è invece il modo per negare la donna. Questo non è che uno degli esempi sulle fantasie delle streghe rispetto alla generazione, ma ce ne sono anche altri.

Nei processi, dunque bisognava cercare il segno. L’unica verità consentita era l’ammissione della colpa. Non c’era altra possibilità.

Mi viene in mente un episodio del Vangelo, quando Cristo fa il miracolo e resuscita Lazzaro e, allora, qualcuno dei presenti andò dai farisei a raccontare del miracolo e i farisei riunirono il Sinedrio e dissero: “Qui ci sono i segni. I romani ci faranno fuori, spazzeranno il nostro popolo”, e, quindi, fu in quell’occasione che decisero che Cristo andava ucciso. Accade sempre così quando noi cerchiamo il segno. Tu dimostrami, dammi il segno perché io ti creda. Quando voi accogliete questo compromesso, avete dato il segno della vostra colpevolezza. Questo è un altro aspetto interessante della questione del segno.

 

Quindi, abbiamo la strega da un lato e l’inquisitore dall’altro. La strega rappresentava il capro espiatorio, la differenza, l’anomalia, utile alla comunità per sentirsi compatta. Però c’è anche da dire che molte donne credevano ai loro poteri e facevano la parte delle streghe, ben consapevoli; c’è sempre una complicità tra strega e inquisitore. Noi oggi possiamo dire anche questo, o meglio, possiamo chiederci quale sia la responsabilità, nei processi di demonizzazione, di chi è trattato come strega o stregone. Occorre che questi ultimi s’interroghino su qual è la loro responsabilità.

 

Se ciascuna volta che, rispetto a qualcosa che non va, noi ci rappresentiamo il male e attribuiamo la colpa all’altro, noi abbiamo dinanzi la strega o lo stregone. Tutte le volte che noi non ci assumiamo la responsabilità delle cose della vita, rischiamo di credere alla strega o allo stregone. Racconto il caso di un uomo che viene lasciato dalla moglie, e, per vendetta, dice: “Io vado con una prostituta”. Fa quest’incontro trasgressivo con la prostituta e, da quel giorno, accusa delle difficoltà nella sessualità, soprattutto denuncia problemi d’impotenza e sostiene che è stata colpa della prostituta. Non s’interroga rispetto a quale sia la sua fantasia trasgressiva, ad esempio, non s’interroga se sia effetto del senso di colpa. Pensa unicamente che la colpa è di “quella donna”.

Ciascuna volta, quindi, che non ci si assume la responsabilità, e non cerchiamo di capire qual è il nostro contributo, allora c’è il rischio di credere alle streghe.

Con questo concludo, per il momento, e passo la parola ad Ornella Lazzaro.

 

ORNELLA LAZZARO Buonasera a tutti. La dottoressa Silvestrini ha proposto una lettura molto particolare, psicanalitica, dell’immagine della strega. Il mio contributo di questa sera ha un altro taglio, un taglio prettamente storico. Lo vorrei mettere accanto a questo primo intervento, così come sta, e poi, magari, apriremo il dibattito e penseremo a quali letture possiamo dare di questi documenti, che sono così diversi.

Ha parlato del Malleus come del materiale inquisitoriale per eccellenza, infatti, è stato uno dei manuali inquisitoriali più utilizzati. C’è da chiedersi se l’utilizzo fosse costante, presente e continuo, oppure se fosse un libro tenuto accanto al proprio processo, accanto al proprio modo di condurre il processo, insieme con altri e insieme con altre teorie. Vorrei portarvi a parlare di streghe attraverso il racconto di un piccolo caso, molto concreto, che interessa il nostro territorio e vorrei seguirlo insieme a voi con i dati, anche molto semplici, che vengono dal processo e poi, eventualmente, pensiamo ad una lettura.

Il caso che vi propongo, su cui io ho lavorato, risale al 1650, è quello di Angioletta e Giustina Delle Rive. Sono due donne, madre e figlia, accusate di stregoneria e maleficio. L’incartamento di Angioletta e Giustina Delle Rive si trova in un fondo inquisitoriale che è quello del tribunale del Sant’Uffizio di Udine, molto corposo, completo, uno dei pochi in Italia con questa completezza, e ci permette quindi, anche una lettura diacronica, dal 1450 al 1750, con numerosi dati. Il processo di Angioletta e Giustina Delle Rive è uno di questi casi, uno dei tanti che trattano di magia e stregoneria. In certi momenti, il tribunale dell’Inquisizione si occupa moltissimo di questo reato di fede, che arriva a coprire quasi il 50% dei suoi casi. In altri periodi l’interesse è un po’ inferiore, intorno al 30%, se vogliamo dare un dato statistico.

 

Perché ho scelto questo caso, che non è particolarmente importante, non è particolarmente eclatante?

Guardandolo con gli occhi dello storico, noi ci accorgiamo, innanzitutto, che è un processo consistente, un processo voluminoso. Sono oltre un centinaio di carte, quando, nel medesimo periodo, per la stessa imputazione, altri processi venivano risolti molto più facilmente; bastavano poche carte, si arrivava all’abiura dell’imputata e ad una sentenza. Non fu così in questo caso. L’inquisitore e la strega si comportano diversamente. Inquisitore e strega, dico, perché l’inquisitore è particolarmente interessato a una delle due donne, che ha fama di strega a Pordenone, la vecchia madre Angioletta. Vorrei leggervi soltanto poche righe, che sono la prima risposta data da Angioletta Delle Rive all’inquisitore, che apre il suo interrogatorio nel modo consueto, che prevedevano i manuali inquisitoriali, chiedendo alla donna se sapesse o presumesse la causa per cui è stata convocata. Lei risponde così:

 

Io ho fama di strega avanti il mondo, ma non avanti Iddio. La plebe, quasi tutta, mi tengono per strega in Pordenone, mia patria. Ma non mi tengono in questo concetto né le gentildonne, né i gentiluomini.

 

Centra, quindi, immediatamente, la questione per cui è inquisita. Non tergiversa, non nega niente. Dice immediatamente: “Io sono considerata una strega” e accetta questa caratteristica. L’accetta in maniera consapevole, tranquilla. È una parte integrante di se stessa e, in qualche modo, se la porta dietro, quasi rassegnata. Andiamo però a vedere chi è Angioletta Delle Rive.

Innanzitutto, al momento del processo, è una donna vecchia. Ha oltre settant’anni. Dice di se stessa che è stata sposata con un pescatore, ha vissuto con lui per molti anni ed ha avuto almeno tre figli, ma è rimasta vedova e lo è da oltre vent’anni, probabilmente dagli anni della grande peste che aveva colpito anche Pordenone. Da quel momento vi è stato un peggioramento consistente della sua situazione. Si è trovata carica di debiti e si è arrangiata a lavorare, a sbarcare il lunario come meglio poteva. Racconta all’inquisitore una molteplice serie di attività. Dice che sa fabbricare le reti, filare la lana e ha lavorato in un piccolo forno. È stata a servizio presso una delle famiglie Amalteo e, soprattutto, dice di “governare gli ammalati e le donne di parto per mercede”, e considera questa una delle sue attività preminenti.

Quali considerazioni possiamo fare noi rispetto a questo. Innanzitutto, Angioletta è una donna caratterizzata da marginalità economica, è quasi al margine del ciclo produttivo, inoltre, è una donna vecchia, che fa fatica a portare avanti quotidianamente la propria vita. Questa marginalità economica la costringe ad avere rapporti sociali e lavorativi soprattutto con molti membri della comunità pordenonese e la fa essere ben conosciuta. Questa donna è anche marginale socialmente, è una vecchia, che non va molto considerata, proprio per la sua anzianità. Nello stesso tempo, è una vedova, cui manca la protezione di un uomo e questo, in un’epoca come il XVII secolo, era elemento fondamentale, e socialmente importante per la comunità; Angioletta, quindi, era un elemento debole nella comunità pordenonese. Nel prosieguo dell’interrogatorio, l’inquisitore si mostra particolarmente interessato al “governare e assistere gli ammalati”. Angioletta dichiara molto tranquillamente questa sua pratica. L’ha sempre vista fare e l’ha imparata da altre donne, l’ha sempre fatta e la considera, quindi, proprio un’attività fra le più normali. Dice di raccogliere le erbe la notte di San Giovanni, considerata notte magica per eccellenza. Sa curare tutta una serie di piccoli mali quotidiani, come i vermi, il gonfiore allo stomaco, raddrizzare le ossa, aiutare le donne a partorire. E ne ricava un utile economico, che è anche un modo per arrangiarsi.

I concittadini di Angioletta, dovevano essere stati particolarmente interessati a queste sue abilità, e infatti le avevano chiesto più volte nel corso del tempo dei servizi. In realtà, però, quando vanno a deporre davanti al giudice di fede, davanti all’inquisitore, non fanno cenno a questo loro ricorso alle capacità terapeutiche di Angioletta, bensì accentrano l’attenzione sui malefici che questa strega ha compiuto ai loro danni.

I pescatori, ad esempio, affermano che, quando la mattina la incontrano andando a pescare, non riescono a prendere un pesce. C’è qualcuno che le ha regalato una quaglia e, immediatamente dopo, è stato male. Un mercante di Palmi ha litigato con lei per la lana mal filata e per giorni è stato a letto e ha potuto star meglio solamente quando il padre ha minacciato di rompere la testa ad Angioletta.

Tutti raccontano episodi di questo tipo, diversi per caratteristiche ma che sembrano muoversi, ed essere costruiti sempre sul medesimo meccanismo: c’è un torto, commesso ai danni della strega, che è elemento debole della società. Il torto può essere molto semplice, come un favore negato, un danno involontario, anche, a volte, un diverbio aperto, ma nei confronti di chi ha fama di strega. Perciò scatta un contrasto fra la persona e la strega, la strega se ne va lanciando maledizioni o, semplicemente, borbottando qualcosa tra sé e sé. Il primo evento negativo – e spesso può essere una malattia – che accade a chi ha commesso il torto, è sentito come la ritorsione da parte della strega. A, questo punto, scatta nuovamente l’accusa di stregoneria, che va a saldarsi alla fama che già preesisteva e la consolida, per così dire, definitivamente.

In questo senso, come diceva la dott.ssa Silvestrini, la strega diventa, in qualche modo, funzionale all’economia culturale e psicologica del villaggio, alla spiegazione della sventura. La sventura è un fatto costante in una società come quella del seicento o quella del cinquecento, fino a tempi molto vicini a noi, per cui la strega è sentita come un essere che ha poteri particolari. I poteri possono essere negativi – fare la fattura – ma possono essere anche positivi – essere in grado di togliere la fattura, essere in grado di fare innamorare qualcuno. Sono poteri particolari, ma posseduti naturalmente, quasi in una sorta di predestinazione, perciò questo essere va ad assumere una doppia valenza.

Quindi, la strega è da una parte pericolosa e dall’altra molto utile. È un essere ambiguo, che va tenuto ai margini e ai confini, ma è sempre accettato all’interno della comunità, non è mai completamente e totalmente isolato. Nelle società di questo tipo e nelle società d’epoca moderna, la sventura, abbiamo detto, è costante, ma è anche altrettanto presente una mancanza di cause e tutto ciò è difficile da accettare. E non è sempre possibile attribuire la sventura semplicemente a Dio e alla sua volontà di castigare, per dei peccati commessi. Per cui, la strega, nella comunità, funziona da un lato come capro espiatorio, ma dall’altro, anche, come strumento difensivo. Come dire, se io posso attribuire la colpa alla strega, metto in atto dei meccanismi difensivi e, altrimenti, sono, in qualche modo, indifeso. Sono nudo, davanti a questo.

Nel processo dell’inquisizione, questa che si potrebbe definire una concezione popolare della stregoneria, anche se attraversa strati sociali diversi, s’incontra e, vorrei dire, in qualche caso si scontra, con quella dell’inquisitore, che è la concezione del Malleus. Una concezione colta, che vede la strega come un essere dotato di poteri particolari, ma ottenuti dopo un patto con il demonio. Questo patto si sostanzia in una cerimonia particolare, che è il sabba, una sorta di messa alla rovescia, dove la religione e la fede cristiana sono rinnegate. È una cerimonia particolare e, a volte, potrebbe essere, nell’immaginario, considerata anche liberatoria. È una cerimonia di balli sfrenati, di cibi che si possono consumare finalmente a sazietà, di orge, di rapporti sessuali sfrenati. Da questo derivano i poteri negativi e malefici della strega, che ha lo scopo di usarli per perdere la cristianità.

In questo caso, i poteri malefici non sono attribuiti solo alla strega, ma anche ai musulmani, agli ebrei, agli eretici. Ci sono tante possibilità, ma una volta che la strega è identificata come l’essere che ha stabilito un patto con il demonio, allora sì, diventa colpevole di eresia e, il tribunale ha il dovere, in qualche modo, di perseguirla. È una persecuzione costante, continua, questa, nei confronti delle streghe. A metà del seicento, in questo caso particolare, però, la posizione del tribunale non è una volontà netta e precisa di persecuzione e di repressione ma di ottenere una confessione. Una confessione che, in qualche modo, incanala dentro schemi noti e conosciuti questa figura popolare. L’inquisitore, infatti, batte e ribatte a lungo su questo punto, tenta di far cadere la nostra strega in contraddizione e vuole arrivare a sentirsi dire che le virtù terapeutiche, di cui la vecchia donna è portatrice, provengono dal demonio. Ma su questo Angioletta è assolutamente irremovibile, non accetta di ammettere che ha ottenuto questi poteri, non si riconosce nell’immagine che le propone l’inquisitore. C’è da dire che l’inquisitore arriva, sì, a suggerire questo alla vecchia donna, ma non minaccia né utilizza la tortura. Alla metà del seicento il tribunale dell’Inquisizione ecclesiastico non ha questa volontà di repressione. Ha invece una volontà d’integrazione, di riaccogliere questa donna all’interno della comunità cristiana, integrandola nuovamente e, attraverso il suo esempio, andando anche ad incrementare una corretta pratica religiosa. Il suo sapere, il suo sentire, il suo proporsi è sentito come superstizioso e gli elementi superstiziosi, in questo preciso momento storico, vanno, in qualche modo, eliminati, non repressi con la forza. Per quanto riguarda questo caso io mi fermerei qui. Aggiungo soltanto che, forse, i casi di streghe perseguite e bruciate, ad esempio, in Friuli, sono molto pochi. Sono soltanto due e non sono legati al tribunale dell’Inquisizione, ma ad un tribunale secolare. Forse, anzi, qualcuno, poi, potrà darci dei dati più precisi, ancora più circostanziati. Io mi fermerei qui, per il momento.

 

A. S. Veramente interessante questa relazione e questo caso. Mi vengono in mente due cose. È interessantissimo il fatto che Angioletta fosse una donna senza un uomo. Una donna senza un uomo, per molto tempo e, forse, talvolta anche oggi, è ritenuta senza un controllo, senza un padrone. Senza il controllo di un padre o un marito: questo è già un modo in cui, per secoli, alla donna è stata negata la responsabilità, come se non fosse in grado. È per questo che, allora, potrebbe anche essere padroneggiata o posseduta dal demonio, che sarebbe una variante del marito o del padre. La seconda questione è quella della strega salvatrice che, poi, porta anche i malefizi. È un po’ questa la dinamica della doppiezza. Quando la donna è ritenuta benefica, così sarebbe una madre, basta una qualsiasi obiezione o sciocchezza o contraccolpo e immediatamente, diventa la donna malefica. Questo lo troviamo spesso nelle fiabe: c’è la nonna o la madre buona, e, poi, la madre cattiva, la strega. Quindi, ogni volta che c’è la madre benefica, che dovrebbe facilitare la strada, per un nonnulla, questa potrebbe capovolgersi nella madre malefica, che complica la strada.

Trovo veramente che questo sia un caso interessante anche perché è testimonianza di una donna che ha insistito sul fatto che il demonio non c’entra. È un caso veramente forte.

 

O. L. Vorrei aggiungere una piccola cosa. In Friuli c’è anche tutta una tradizione di stregoni “buoni”, che hanno, già a partire dal nome, una loro caratteristica benefica. Sono i benandanti, cioè coloro che vanno bene, coloro che camminano bene. Rispetto a questo, c’è un importante studio di Ginzburg che riporta l’evoluzione da quest’immagine di sé positiva, verso il negativo, forse indotta dal tribunale che stava di fronte. Quindi c’era anche una forte consapevolezza di sé come portatori di bene.

 

A. S. Passo la parola a Milly Lenna per la sua relazione.

 

MILLY LENNA Buonasera. Il caso di cui vi parlerò accadde fra il 1878 e il 1879 a Verzegnis, quando decine di donne, perlopiù giovani, caddero in preda di un male oscuro e indecifrabile che, in breve tempo, si propagò in modo contagioso e che dalla gente del posto fu ritenuto una possessione diabolica. Il caso destò l’allarmato interesse dei contemporanei, e gli echi giunsero addirittura al Parlamento del giovane Regno d’Italia, di cui il Friuli faceva parte solo da pochi anni. E ci furono, come sempre accade quando succedono avvenimenti di difficile comprensione, prese di posizione diverse.

Alcuni videro la malvagia azione di Satana, altri lessero i segni inequivocabili dell’isteria e denunciarono, pertanto, la superstizione, l’ignoranza, e la minaccia all’ordine pubblico.

Procediamo con ordine. In questa vicenda, nota come Le indemoniate di Verzegnis, purtroppo, quello che manca è il punto di vista delle donne protagoniste del dramma. Di loro non sappiamo quasi nulla. Non siamo in grado di darne una biografia, una storia del loro legame familiare, un contorno parentale per farle ritornare, in qualche modo, se non delle persone in carne ed ossa, almeno delle ombre. E qui vorrei ricollegarmi al discorso della dott.ssa Silvestrini, nel senso che noi sappiamo, e anche Ornella che ha lavorato sui temi e sui processi dell’inquisizione, che non possiamo mai ricavare direttamente le credenze o le idee – fossero streghe o benandanti, libertini, luterani – ma abbiamo sempre la necessità di usare il filtro della cultura giuridica, del sistema procedurale e questo poteva, ad esempio, essere del Malleus. Nel caso di queste donne, la testimonianza per eccellenza è di un medico friulano, Fernando Franzolini, primario chirurgo dell’ospedale di Udine, cui fu affidato dal consiglio sanitario provinciale l’incarico di indagare su quanto stava accadendo a Verzegnis.

Franzolini è una personalità complessa, interessante e a suo modo, secondo me, anche eroica. Era un uomo che aveva una fiducia illimitata nella scienza, apparteneva al Positivismo ottocentesco, per 360 gradi. Egli stese su questo caso una correttissima relazione, tesa a descrivere ciascuna delle malate, che peraltro presentavano un quadro patologico identico, ma che conteneva interessantissime osservazioni sulla Carnia e i suoi abitanti, le persone, le loro abitudini. Il modo di pensare di Franzolini cui, appunto, ho dedicato questa ricerca, è legato strettamente al suo tempo e, forse, anche alla sua personalità. Egli era noto e apprezzato per i suoi meriti scientifici, ma anche famoso per il carattere scontroso e irascibile, che gli aveva procurato non poche inimicizie. Si era impegnato nella battaglia in favore della scienza e della libertà di pensiero contro gli oscurantismi della religione, i pregiudizi, l’ignoranza e la superstizione e nella sua polemica, non aveva esitato a ricorrere a parole anche dure e taglienti, come dimostra la sua relazione sui fatti di Verzegnis di cui voglio leggervi un brano. Egli scrive:

 

[…] Dal punto di vista morale, o più propriamente, mentale, la popolazione di Verzegnis ci si rivelò patentemente credula, superstiziosa, immaginosa, nel senso meno lusinghiero dell’espressione, malgrado che l’istruzione elementare sia diffusa tra quegli alpigiani. Sennonché, istruzione e educazione non sono cose fra loro equipollenti e, se la popolazione di Verzegnis conta pochi analfabeti, nondimeno, può ritenersi niente affatto educata e lungi dallo svincolarsi delle pastoie di una crassa ignoranza e di false credenze religiose.

 

Egli attribuiva al clero la responsabilità totale di questi comportamenti, anche anomali. Diceva: “Il clero non cerca di correggere se non, addirittura, tiene vive le superstizioni”.

Quindi, Franzolini si laureò a Padova a ventitré anni, è stato medico a San Quirino quand’era giovane, e a Sacile, dove contrasse, durante un’epidemia, il colera. E forse fu questa malattia, secondo alcuni, una delle cause del suo carattere duro, pessimistico. Comunque, era noto fino all’università di Vienna e non si risparmiò mai, tanto che, nell’ultima fase della sua vita, si ammalò sul tavolo operatorio di una gravissima dermatite che lo rese, praticamente, invalido.  Dirò di più, morì in solitudine fra i suoi libri, ma non abbandonò mai quella polemica che poi era condivisa da quasi tutta la classe medica del suo tempo, contro la ciarlataneria e i pregiudizi popolari. Ecco, nell’epoca del caso di Verzegnis, era impegnato fino in fondo in questa battaglia.

Ritornando al nostro argomento, vediamo come si manifestò l’epidemia, sempre seguendo la sua relazione.

 

Il primo caso, egli scrive, si manifestò nel 1878, nei primi giorni del mese di gennaio nella persona di Margherita Vidusson, una ragazza di ventisei anni, dalla cute pallida e fine, lineamenti delicati e sguardo languido. Prosegue poi affermando che questa ragazza soffriva di qualche deliquio, ma cose calcolate non più di un semplice “male di nervi”. Sennonché, sull’inizio del gennaio del ‘78, i sintomi della Vidusson si trasformano in lamenti, grida che si ripetevano con varie frequenze, intensità e durata, anche per l’intera giornata o, addirittura, per più giorni. All’inizio, fu ritenuta da tutti una malata e, come tale, curata, ma a poco a poco si andò parlando in paese che il male della Vidusson non poteva essere un male comune, bensì qualcosa di straordinario, di soprannaturale, e si ricordarono di leggende su fenomeni analoghi e ritenuti, appunto, possessioni diaboliche. Per alcuni mesi, questo rimane un caso isolato. Ricordiamo, però, che nei primi giorni di maggio, Margherita Vidusson fu condotta al santuario di Clauzetto, dove erano esercitati degli esorcismi annualmente, in seguito addirittura, due volte l’anno. È molto interessante anche la storia di questo santuario cui venivano persone dalla Carinzia, dalla Croazia, da località anche lontane. In quei giorni Clauzetto si trasformava proprio in una specie di pentolone stregonesco. Comunque, dopo quest’esperienza di Clauzetto, lo stato della Vidusson peggiorò. Quello che si aggiunse furono, oltre ad atti violenti diretti ad offendere se stessa e le persone a portata di mano, il fatto che il suono delle campane valeva a scatenare in lei l’accesso. Anche la vicinanza del prete o il contatto d’oggetti sacri o l’ingresso in chiesa le provocavano un’eccitazione spiccata e decisiva.

Soltanto dopo sette mesi ci fu un altro caso, poi un secondo, poi un terzo, la cosa divenne pubblica e se ne fece chiasso, se ne fece spettacolo.

Persino dalla civile Tolmezzo, scrive Franzolini, frotte di curiosi si recarono a Verzegnis a visitare le spiritate e a farne baccano.

 

Ben presto incominciarono esorcismi a domicilio, che fecero aumentare i casi. Si parla di 40 casi. In realtà sono molti, se pensiamo che la popolazione di Verzegnis era, al massimo, di 1.800 abitanti, ma la fascia d’età di queste “malate” era giovanile. Voglio ricordare un particolare, cioè il fatto che, nel mese di novembre, per soddisfare un po’ i parenti delle malate, il parroco celebrò una messa nella chiesa parrocchiale e la descrizione di questa messa è resa drammatica dallo scrittore e giornalista Pietro Spirito che ha dedicato un libro alle indemoniate di Verzegnis. Vi leggo due righe simpatiche:

 

Le donne furono accompagnate nella chiesa dai padri, dalle madri, dai mariti, quindi non erano donne abbandonate. Avevano un contesto. Ma non appena il parroco pronunciò le prime parole del “Credo” dai banchi si udì un primo urlo straziante e una donna maritata, e già un po’ in là con gli anni, si arrovesciò in terra dimenandosi con foga. Poco dopo echeggiò un altro grido, un altro ancora, finché gli urli, i clamori, le bestemmie, parvero uscire dritto dall’inferno. Almeno dieci donne, giovani e meno giovani, caddero vittime del flagello e invano, gli uomini più vigorosi tentavano di tenere a freno la soprannaturale intemperanza, mentre gli altri parenti le aspergevano con l’acqua santa. Ma era come se ogni goccia di quell’acqua fosse, in verità, una fiamma accesa. E, in breve, il fracasso fu totale, una bolgia inestricabile, sbraitamenti, calci, ceffoni, lacrime, sudore, finché il parroco, don Floriano, se ne fuggì nella sacrestia.

 

Ecco, a questo punto, Franzolini fa una prima osservazione.

Egli dice:

 

Per sette mesi c’era stato un unico caso, sporadico. Se la Vidusson fosse stata curata, allontanata, trasferita in qualche ospedale, certamente non si sarebbe diffusa l’epidemia. Evidentemente, ci voleva una competenza, per far questo, che non ci fu.

 

Nell’autunno avanzato, ormai, Verzegnis era un calderone di esorcismi, strepitamenti, terrificanti accadimenti e il sindaco, che era un anticlericale di vecchia data e di solidissima fede liberale, riteneva il tutto dovuto alla perniciosa influenza della Chiesa. Alla fine, si cominciò a parlare di questo fenomeno ben oltre l’ambito del piccolo centro. In prima battuta, furono inviati da Udine dei cronisti per riferire di questa storia di donne indemoniate, cui seguirono gazzettieri, osservatori, portanotizie. Immaginiamo sia stato, come quando oggi, la televisione irrompe se accade qualcosa di anomalo. Ogni possessione divenne pubblico teatro e le indemoniate, come attrici di piazza, erano esibite sui palchi della sofferenza.

 

È a questo punto che entra, il deus ex machina, Fernando Franzolini che, l’antivigilia di Natale riunì in seduta straordinaria il consiglio provinciale. A Franzolini, affiancato da Giuseppe Chiap, che era il protomedico, fu affidato l’immediato compito di andare ad indagare.  Nel giorno festivo di Santo Stefano, i due colleghi arrivano in una Verzegnis isolata dal resto del mondo, a causa di una piena del Tagliamento, stracarichi di bagagli, facendosi spazio faticosamente fra le viuzze.  Ancora oggi a Verzegnis si possono notare queste stradine strette, è rimasta simile a come doveva essere a quel tempo.

Insomma, Franzolini, dopo questo viaggio, si convince di quanto fosse ardua la vita di quelle borgate. Diceva:

 

Sono tagliate fuori dal resto del mondo. In balia di stesse, senza mai godere di un vento di novità, una breccia rinfrescante il cervello. Un volto ridente, che dica di altri volti, di altre genti al di là delle valli.

 

Comunque, si mette all’opera. Visita diciotto pazienti, dai diciassette ai ventisei anni, però c’erano anche donne mature di 45, 55 e 63 anni e un caso maschile. Un giovane carabiniere che Franzolini descrive come troppo sensibile e un po’ femmineo, che fu allontanato e spedito immediatamente all’ospedale militare di Udine.

Credo che sia superfluo qui, descrivere in modo dettagliato i sintomi morbosi, ma ricordo un particolare che può, senz’altro, ricollegarsi al discorso della stregoneria, quello della chiaroveggenza, nel senso che la popolazione si convinse che le indemoniate potevano rivelare la parola di Dio, profetizzare il futuro.

 

In casa di una di queste fanciulle, Veronica Paschini, di cui sappiamo il nome e anche il particolare che era una delle più belle fanciulle del paese, si ammucchiavano alla sera anche più di 100 persone in una vera e propria rappresentazione che vedeva accanto a Veronica, proprio in scena, i suoi fratelli e il padre che, con la Bibbia in mano, facevano da interpreti ad una corrente di parole senza senso pronunciate in un misto di friulano e italiano imbastardito.

 

Ora voglio fare un’osservazione. A me sembra che le donne di Verzegnis e le visite e la relazione del medico lo dimostrino molto bene si sono trovate di fronte ad un vero e proprio furore classificatorio, nel senso che non furono ascoltate, bensì misurate.

Fu loro misurato il cranio. Furono fatti rilievi fisionomici, persino gli occhi. È evidente che, in questo caso, l’apparato della medicina, diviene una sorta d’equivalente del Malleus maleficarum, perciò, chi non si adatta agli schemi della religione scientifica, in questo caso non della religione tradizionale, è un eretico e può essere bruciato almeno socialmente. La sentenza relativa a queste nuove eretiche di Verzegnis, ricalca una colpa atavica, nel senso che Franzolini sottolinea spesso la frequenza di matrimoni fra affini.

Il paese era piccolo, isolato, addirittura – dice – c’erano pochi cognomi, perciò si distingueva la gente dal soprannome. Ecco, questo fatto, dice, sicuramente causava una degenerazione genetica della razza, col risultato di un eretismo nervoso.

Io penso che ci sia un’importante analogia con i processi inquisitori solo che, in questo caso, è la scienza che esercita il potere.

Comunque, per la cronaca, Franzolini non si limitava a queste misure tecniche, ma furono soppresse e ammutolite le campane, avvolti i sacramenti nella massima discrezione. I carabinieri andavano di casa in casa allontanando le disgraziate, spedendole chi qua, chi là, da parenti o amici riluttanti, fra pianti, singhiozzi, abbracci disperati. Le loro resistenze erano tali che erano trascinate via nella neve, in braccio ai militari. E, dove non si poteva trasferire si mise a presidiare un milite di guardia.

 

Un ulteriore contributo del dott. Franzolini fu di trasferire nell’ospedale di Udine la Vidusson e un’altra malata, Lucia Chialina. Entrambi i casi sono studiati in modo più che meticoloso, per produrre relazioni esemplari. Le due ragazze, pur riluttanti, sono infilate in una carrozza e, poi, ricoverate in ospedale. Il paese, in ogni modo, reagì con ostilità e diffidenza a questa e alle altre misure prese dal medico.

A febbraio, sembrava che le cose fossero migliorate, tant’è che Franzolini e Chiap erano già in partenza. Si accorsero, però, proprio il giorno prima della partenza, che quelle guarigioni erano state un po’ troppo rapide. Troppo solleciti i parenti delle malate nel rassicurare i medici sulla buona salute, tant’è che Franzolini, poi, fece questa considerazione: “Non sarebbe stato, per avventura, partorito questo atteggiamento di Verzegnis dalla più raffinata malizia e caparbietà?”.

Fu indotto nel sospetto che a Verzegnis ci si voleva trarre in inganno e, purtroppo, male non ci apponemmo perché la malattia ancora presente e gli esorcisti giravano per la città. Tuttavia i due medici ripartirono in ogni caso, nel giorno stabilito, con un forte senso di frustrazione e con la ferma intenzione di chiedere alle più alte autorità, addirittura al Re in persona, se necessari, altri più efficaci rimedi per combattere la superstizione.

Quello su cui infine voglio porre l’accento è l’aspetto della violenza esercitata su queste donne. Non è la chiesa, non è l’inquisizione, è la scienza, in questo caso.

Quello che non è inquadrato, quello che non è funzionale, perché queste donne avevano creato realmente in questo paese una situazione ingestibile, venne represso duramente. Vorrei leggervi, inoltre, una considerazione che mi pare interessante e citare uno studio, la tesi di laurea di Luciana Borsatti, una storica moderna e giornalista che ha dedicato uno studio completo al caso di Verzegnis:

 

L’intervento delle autorità venne motivato da due diverse considerazioni di carattere ideologico. Da una parte era giustificata dalla presunta funzione civilizzatrice della medicina, in quanto poneva fine ad una vicenda provocata dall’oscurantismo clericale, ma dall’altra, si legittimava con la medicalizzazione un comportamento sociale anomalo.

 

Un fenomeno che, in questo modo, perdeva ogni dimensione problematica che potesse sorgere da un’analisi più ampia del contesto economico sociale di cui, peraltro, Franzolini nella relazione prende atto.

Infatti, io ho avuto un’impressione molto buona di questa relazione e anche di questo medico. Teniamo presente che il Friuli era da poco parte del Regno d’Italia, era una regione di periferia e in questo modo sfuggiva alla centralizzazione del governo italiano, che diffidava di queste regioni periferiche. Avvenne un fatto analogo nell’alta Savoia, a Morzine, dove vi fu un caso analogo a quello di Verzegnis, chiamiamolo di possessione, più o meno con i medesimi sintomi, ma con un approccio diverso. Per il momento concludo anch’io per lasciar spazio ad altre considerazioni.

 

A. S. Veramente interessantissime entrambe queste relazioni. Quello che mi ha colpito di quanto diceva Milly Lenna è che il quadro clinico era identico. Quindi, il clero, da un lato, teneva viva la superstizione, poi, la medicina ne ha fatto il verso.

 

M. L. Esatto.

 

A. S. A questo punto, capiamo la portata del testo e della ricerca di Sigmund Freud che, rispetto a molti casi d’isteria, si mette ad ascoltare. Ascolta, rispetto all’imperversare della diagnostica di quell’epoca, decide di ascoltare e, con l’ascolto, s’instaura il racconto. Ciascun caso ha il suo racconto e, raccontando, le cose si districano e, quindi, non c’è più la possessione. In che cosa consiste l’invenzione dell’inconscio? Freud dice:

 

C’è una logica particolare invisibile che determina la nostra vita e determina che ciascuno di noi è differente, è portatore di una differenza. Nessuno di noi può rientrare in una standardizzazione, in un’omologazione, in un universalismo.

 

Non a caso la psicanalisi comincia con l’ascolto della donna. La questione donna è importantissima perché non ci sia più l’idealità, la società ideale, l’omologazione, la standardizzazione e perché ci sia, invece, la tolleranza.

L’alimentazione dell’oscurantismo, della negatività, delle superstizioni, sono date dalla medicalizzazione dell’anomalia, che era pensata come forza civilizzatrice. La civiltà, invece, viene proprio dalla tolleranza, dall’ascolto dell’Altro, dall’ospitalità e dall’ascolto dell’anomalia, del disagio che non può essere demonizzato, perché è portatore di risorse per ciascuno, senza medicalizzazione.

 

Mi viene in mente che nel Malleus, a un certo punto, così scrive l’inquisitore:

 

Le streghe possono operare tale prodigiosa illusione, perciò sembra che il membro virile venga completamente staccato dal corpo. 

 

Quindi:

 

Il diavolo turba l’organo della vita in modo tale che una cosa chiara appare nebulosa o, al contrario, che una donna vecchia sembri una fanciulla, proprio come, dopo il pianto, la luce appare diversa da prima. Il diavolo opera sulla potenza immaginativa.

 

L’inquisitore quindi precisa: il diavolo non interviene realisticamente nella realtà, ma nella potenza, nella forza immaginativa. Ecco, questa potenza immaginativa, con Freud, si chiama inconscio. Ciascuno, quindi, si trova a vivere, ad inciampare, a rialzarsi, a costatare che la vita procede dalla contraddizione, se non ha paura dell’inconscio, della logica particolare e dell’immaginazione. L’inganno quindi è strutturale all’immagine, lo dice anche Leonardo, per il Malleus era invece opera del diavolo.

 

Il 15 dicembre abbiamo organizzato l’incontro su LIslam e la modernità, intorno alle donne deturpate sul volto con l’acido, in Pakistan. Abbiamo invitato uno studioso di religioni orientali, il quale diceva che nell’Islam, a parte i moderati, che danno un’altra lettura - noi abbiamo il Malleus maleficarum, loro hanno altri testi - i fondamentalisti ritengono, ancora oggi, che la donna debba essere cancellata, tenuta nascosta, perché è il simbolo dell’immaginazione ed è associata al cavallo, l’animale che è associato all’immaginazione.

Nell’Islam, fondamentalista, l’immaginazione, il sogno, sono peccato. È veramente interessante. Per questo dicevo che la lettura di questo testo è indispensabile per intendere qualcosa del processo di civiltà, che è utile per noi, ma in ciascuna società.

 

M. L. Perché è trasversale a tutte le culture, anche molto diverse, ma c’è questo punto in comune.

 

A. S. Certo. Nella medicalizzazione, la misurazione del cranio si faceva per ricercare una causa che doveva essere visibile, ma l’immaginazione, l’inconscio, non sono visibili. Quindi, è la paura dell’invisibile, in realtà, che era spiegata con il potere del demonio o la possessione demoniaca.

 

O. L. Mi viene da aggiungere, che accanto a quella del Malleus, ci sono state altre linee di pensiero che, forse, nel cinquecento erano sotterranee, una specie di fiume carsico, ma, poi, lentamente, si svilupparono nel corso dei secoli successivi.

 

Un libello scritto da un medico tedesco nel 1570, Johann Wier, si contrappone nettamente alla figura della donna come strega che esce dal Malleus, ma venne estremamente contestato. Al tempo non era accettata questa sua posizione, era contestata, continuando però ad esistere, a permanere nel tempo. Forse affermare che sono stati i presupposti dell’illuminismo è un po’ troppo, però, l’indice di questo libello che è il De lamiis è stato pubblicato da Sellerio qualche anno fa. Dice, ad esempio:

 

Che cos’è una strega? Si spiega l’arte della strega dimostrando che il patto è illusorio, insensato e nullo. Ciò che rimane da dimostrare è circa la nullità del patto, il modo in cui il demonio altera la fantasia immaginativa.

 

Si pone in netta contrapposizione a questo tipo di manuale. È attaccato e contestato, però, quest’idea permane e troverà linfa e terreno in seguito.

 

A. S. Ci può leggere un breve brano da questo libro?

 

O. L. Adesso vedo. Apro un po’ a caso. Ecco:

 

Ciò che rimane circa la nullità del patto [...].

 

Dice così:

 

[…] e inoltre, cosa falsissima, mera suggestione di Satana e convinzione priva di fondamento che esse – cioè le maleficas, le streghe – con le loro pratiche possono far morire i bambini. Allo stesso modo, non è presunzione demoniaca, derivante da capacità immaginativa distorta o viziata da un sonno profondo, la loro convinzione di aver riesumato di nascosto dal sepolcro quei corpi.

 

Contesta ciò che sta alla base, invece, dell’altro manuale. Jean Bodin, giurista francese del XVI secolo, illuminato e importante, scriverà di contrattacco un testo che indica questo medico tedesco come una persona assolutamente da non considerare, da non tollerare. A sostegno dell’importanza di questo tipo di manuale, ho portato questo esempio per dimostrare che, accanto ad una linea di pensiero principale, ce ne sono altre che portano in un’altra direzione.

 

GIANNA DANIELIS Attualmente ci sono ancora fenomeni di stregoneria che vengono studiati, analizzati?

 

O. L. Angioletta Delle Rive – come dicevamo prima – non ammette il fatto che possa esistere per lei un patto con il demonio. I benandanti, inizialmente, dicono di se stessi che sono i protettori della comunità; vanno a combattere, in spirito, nelle notti delle quattro tempora per proteggere i raccolti, per proteggere la fertilità. Quindi, in qualche modo, per tenere salda la comunità, dare una potenza economica a questa comunità.

Nell’ottocento, Valentino Osterman lavora sulle credenze e sulle leggende friulane. Ma ricerche antropologiche ancora più vicine a noi, penso a Gianpaolo Gri, alle novelle di Novella Cantarutti, per esempio, raccontano d’episodi simili a quelli che raccontavano le streghe nel cinquecento e nel seicento. E, quindi, questa tradizione, al di là della volontà persecutoria o della volontà d’incanalamento che c’è stata nel corso dei secoli da parte dell’inquisizione e dei tribunali secolari, continua, seppur sotterraneamente, e viene portata avanti. Persiste, quindi.

 

FEDERICA GUERRA Volevo chiedere alla dott.ssa Silvestrini, riguardo a quanto ha affermato all’inizio circa la funzionalità del gioco e della credenza tra l’inquisitore e strega, se poteva dare una lettura del caso recente di Vanna Marchi e di sua figlia. Grazie.

 

A. S. Entriamo nello scabroso, qui. Non sono preparatissima su questo caso. La questione è molto complessa. Talvolta, rispetto all’anomalia, si guarda alla strega. Dicevo che, in alcuni casi, non è detto che non ci sia una complicità. Spesso accade in un dipartimento, in un ufficio, a scuola, in un’istituzione, che lo scontro tra il discorso paranoico e il discorso isterico ha degli effetti che potremmo rappresentare come un processo dell’inquisizione. C’è l’attacco all’autorità e la forza dell’autorità che deve piegare la sfida. È, quindi una complicità fantasmatica. Però, non è che sia sempre così. Per esempio, questo caso raccontato da Ornella Lazzaro, mi è sembrato molto interessante, perché la presunta strega, in quel caso, non ha accolto, cioè portava avanti una dissidenza, dicendo: “Non c’è il demonio. Non è effetto del demonio”.

A proposito di Jean Bodin, mi ha colpito un brano del suo testo sulla demonomania in cui dice:

 

Per ottenere la verità da accusate e sospette, fingano i giudici di averne pietà e le dicano innocenti, in quanto non loro sono responsabili, bensì il diavolo che le ha forzate e costrette ad uccidere persone. Se non vogliono fare ammissioni, si faccia credere loro che le hanno accusate i compagni di prigione, pur non essendo vera la cosa. Per vendicarsi, diventeranno accusatrici a loro volta.

 

M. L. È il sistema della delazione e della falsificazione.

 

A. S. Esatto. Passo ora la parola al professor Del Col.

 

ANDREA DEL COL Avevo deciso di non intrufolarmi in questo contesto, perché sono d’accordo con la maggior parte delle cose che sono state dette. Io studio per mestiere e insegno queste cose, conosco sia l’azione dell’inquisizione in Italia, dal Medioevo ad oggi, sia i problemi del controllo della magia e della stregoneria in età moderna e anche più recente.

Quando tengo all’Università il corso su questi argomenti, come compito per casa, suggerisco ai miei allievi di guardare nelle televisioni private cartomanti e maghi ed applicare le spiegazioni che danno gli antropologi, molto articolate e sofisticate, sul funzionamento di questi meccanismi.

Loro, dopo un mese o due, mi dicono che possono prevedere con notevole precisione che cosa il singolo mago o cartomante dice, perché ognuno segue uno schema. Per cui, noi, oggi possiamo vedere come, non dico la credibilità e la stupidità, ma la ricerca di spiegazioni simboliche dei mali quotidiani o della paura e dell’incertezza sul futuro, o il desiderio di amore e soldi, siano le molle per le operazioni magiche e anche d’altro tipo. Funzionavano allora e funzionano anche oggi. Non c’è molta differenza tra quello che ha fatto il gruppo di Vanna Marchi oggi e quello che facevano streghe e maghe nei secoli passati, per le pratiche e, soprattutto, per la credibilità e il bisogno di rassicurazione che le persone cercano da queste operazioni magiche. Una gran differenza di fondo però c’è. Le streghe non andavano al sabba, non facevano il patto col demonio perché tutta questa era una costruzione inventata dai teologi, dai giuristi prima cristiani, ma dopo, anche, cattolici e protestanti, quindi nel Medioevo, alla fine del trecento e durante il quattrocento.

Alla fine del quattrocento viene pubblicato il Malleus maleficarum che è uno dei 200-300 manuali di stregoneria, senza contare i manuali inquisitoriali veri e propri. Ci sono giuristi, umanisti e avvocati cattolici e anche protestanti. Queste povere donne, vecchie, ma anche giovani e pure un numero limitato di maschi, non soltanto esclusivamente delle basse classi sociali, ma anche degli stati intermedi e, qualche volta, della nobiltà, confessano lo schema demonologico dei trattati che l’inquisitore, si aspetta, dopo la tortura. Le inquisite sanno che, quando c’è questo tipo di accuse, se non confessano, saranno torturate e, allora, per evitare il rischio, parecchie si uccidono per paura di essere torturate ancora.

C'è un caso di un processo pubblicato, in cui la donna viene torturata due o tre volte. Ad un certo momento, a metà del processo, viene l’inquisitore generale, che segue le indicazioni dei cardinali inquisitori, per questo deve cercare le prove. Egli capisce che questa donna aderisce esattamente, per paura della tortura, quindi per quattro o cinque interrogatori, le fa tutte le domande per riportarla alla razionalità e le ripete le solite accuse inventate, aumenta il numero dei bambini che ha ucciso, e così via. Alla fine qualcuno le spiega che chi comanda è il vecchio inquisitore ultimo arrivato e, allora, finalmente, s’inginocchia, piange e dice: “Tutto quello che ho detto non è vero! Io non ho mai visto demoni”.

 

Questa storia delle maghe, delle streghe, è una vicenda plurisecolare, che dura, come processi, dal quattrocento fino alla fine del settecento. Il periodo più mortale – diciamo così – è alla fine del quattrocento ma, soprattutto tra la fine del cinquecento e gli inizi del seicento, nei paesi protestanti e da parte di tribunali statali. Invece, le inquisizioni cattoliche, quella spagnola e quella romana, siccome i loro tribunali locali sono controllati dal centro, applicano in modo corretto le procedure, quindi condanne capitali di streghe da parte dell’Inquisizione in Italia sono poche rispetto alla gran massa di streghe e curatrici, che in genere non sono complici degli inquisitori.

Questo è il modo di vedere queste questioni da parte degli storici dell’ottocento, che vedevano le donne-streghe, confondendo un po’ la realtà, perché erano delle povere disgraziate che entravano in questo meccanismo micidiale e pur di salvarsi la vita cercavano di arrabattarsi, una specie di suffragette ante litteram. Questo dice lo storico francese Jules Michelet, le sue idee sono completamente svalutate da parte della storiografia più recente.

Per ricollegarmi alle spiegazioni di tipo medico dell’ottocento e psicanalitico del novecento e a quanto diceva la dott.ssa Silvestrini all’inizio, i primi capri espiatori della società, non sono le streghe. Lo sono, ma dopo l’anno mille, cioè quando la società europea diventa un po’ più ricca, nel periodo dei comuni. QQQQquando il feudalesimo diminuisce, nascono le università, c’è più movimento mercantile, la popolazione aumenta, le streghe sono i lebbrosi, e poi, gli ebrei, cioè i diversi, però molto qualificati. Gli ebrei sono stati accusati di uccidere bambini, di commettere omicidi, rituali, di calpestare le ostie, quindi di far morire ancora Gesù Cristo, e così via. E poi, i Catari, eretici dualisti che sono stati massacrati, prima da una crociata in Francia e dopo da un gran moto di devozione popolare prodotta dalla predicazione dei frati in Italia, solo più tardi dai i resti di questo movimento, gli inquisitori. Per cui gli inquisitori, che sono nominati dal Papa, in fin dei conti ci fanno anche un po’ di bella figura, perché sono gli ultimi ad intervenire.

Solo più tardi i capri espiatori diventano le streghe, coloro che fanno il patto col diavolo e questo gruppo non è più molto inquadrato, cioè non è più classificabile per malattia o religione o per idee, perché strega poteva diventare qualsiasi donna. Rispetto al processo che ha studiato Ornella Lazzaro, in un libro molto bello che non ha citato, si vede anche come la fama di strega è costruita, proprio inventata, per vari motivi.

Ad un certo momento, questa spiegazione non funziona più tanto bene e allora viene prodotta e aumentata la spiegazione dei mali quotidiani, delle malattie, con la possessione diabolica. In questo caso il diavolo, però, non sta più nell’aldilà, ma sta veramente dentro il corpo, soprattutto di donne. Ha le sue schiere d’adepte che gli giurano fedeltà.

Intanto, per sapere se è una possessione diabolica o no, nei manuali degli esorcisti è riportato un metodo per identificare e, soprattutto, per cacciare il demonio con l’esorcismo. C’è un terzo passo, che non spiega più i mali, ma il potere per soggiogare gli altri, per avere soldi e per avere donne. Sono sempre gli uomini che fanno queste cose. Si tratta del patto individuale col diavolo. Quello del Faust, per intenderci, che chiede potere o denaro al demonio a patto di restituirli alla fine della vita. Se non ci riuscirà, allora il diavolo potrà prendersi la sua anima.

Il patto col diavolo consiste nello scambio tra anima e potere.

La spiegazione di tipo medico è per noi l’isteria. In realtà, il termine è istero-demonopatia, ovvero la malattia provocata dall’utero e dal demonio. In seguito, sarà sostituita dalla diagnosi d’isteria.

L’isteria oggi non esiste più, perché, alla lettera, sta per malattia che viene dall’utero e la spiegazione medica è ancora più criticabile e superabile, perché organizzata in forma scientifica. La spiegazione di tipo psicanalitico è ulteriore, porta a spiegare meglio le malattie mentali e gli stati di disagio. Eppure, ancora oggi, esistono spiegazioni di certi fenomeni attraverso la possessione diabolica, fenomeni che sono trattati con l’esorcismo.