(Lo storico Vladimir Bukovskij, 64 anni, espulso dall’Unione Sovietica, oggi
vive a Cambridge)
Mi sono sempre chiesto perché alle élite politiche occidentali, e soprattutto a quegli esperti
dallo strano nome di “cremlinologi”, piaccia tanto il Kgb.
Circa venticinque anni fa, quando Yuri Andropov, che fu a capo del Kgb
più a lungo di chiunque altro, arrivò in cima alla piramide del potere
sovietico, i mass media occidentali non finivano di
esultare. Dissero che era “un liberale in pectore”,
che gli piacevano il jazz e il cognac e che sapeva perfino parlare inglese. Poi
risultò che era tutto falso, frutto dell’immaginazione
dell’élite occidentale. Ma perché tanto entusiasmo
per una persona il cui lavoro per 15 anni era stato
quello di uccidere la gente, anche se avesse saputo parlare inglese e avesse
preferito il cognac alla vodka? Non sarebbe stato più naturale nutrire almeno
un po’ di apprensione nel vedere questo personaggio al
timone dell’impero sovietico?
Una cosa
simile successe di nuovo alla fine del 1999, quando Eltsin
annunciò le sue dimissioni e proclamò suo erede il semisconosciuto
tenente colonnello del Kgb Vladimir Putin. Sugli schermi televisivi di tutto il mondo apparvero volti familiari che esprimevano il loro entusiasmo
nel veder emergere in Russia un “leader giovane ed energico”. Era certamente un
democratico convinto e un liberale; aveva vissuto in Germania e sapeva perfino
parlare il tedesco! Che importanza poteva avere il suo
passato nel Kgb? Dopo tutto il Kgb
era “l’élite della società sovietica”.
Per quel
che so, in Occidente solo due persone espressero allora
preoccupazione sul passato di Putin. Richard Pipes e io. Il nostro
modo di ragionare fu molto simile, anche se non ci eravamo
consultati: per entrambi la questione si poneva in termini ovvi. Se anche le
SS, infatti, erano un’élite
della Germania nazista, saremmo stati contenti, nel 1955, di vedere un ex SS
diventare cancelliere? In una società marcia, le élite
sono all’origine del marciume. Cosa c’era, quindi, da
festeggiare?
Si
sarebbero potuti evitare molti mali, allora. Ma
inutile dirlo, le nostre voci solitarie furono soffocate dal coro dei
simpatizzanti. Presto divenne prassi comune parlare bene del nuovo leader russo, anche prima che fosse eletto presidente. I leader occidentali facevano a gara nel tessere le lodi del
tenente colonnello del Kgb che aveva perseguitato
persone come me. Il presidente degli Stati Uniti affermò perfino di riuscire a
guardare nella sua anima. Mi chiedo come abbia fatto. In tutti i miei
involontari incontri con il Kgb l’anima di un ufficiale è proprio quel che non sono mai
riuscito a scorgere.
Quando ci
si impegnò a creare una coalizione antiterrorismo, il
primo ministro britannico Tony Blair, sicuramente
d’accordo con Washington, si recò in Russia a dare il benvenuto al nuovo
alleato, ed espresse la sua gioia per il fatto che nella guerra al terrore
Solo ora, dopo sei anni di governo del Kgb
in Russia con le relative conseguenze sulla libertà dei mass media e delle
persone, dopo aver scoperto quanto il regime di Putin,
abbia aiutato Saddam Hussein,
l’Iran e
Che cos’è
successo, in realtà, in Russia? Perché
sta improvvisamente tornando indietro dopo il promettente inizio di 15 anni fa?
Contrariamente a quel che crede l’opinione pubblica occidentale,
Ha vinto
il Kgb. Dopo dieci anni di tentativi di riforma
esitanti e poco convinti, gli è stato di nuovo dato il potere, e hanno fatto presto a reinstaurarlo
in tutto il Paese, così come a ripristinare i vecchi simboli dell’Unione
Sovietica: l’inno nazionale e la bandiera rossa nell’esercito. Le ultime
emittenti indipendenti sono state chiuse una dopo l’altra. Per dieci anni non abbiamo avuto prigionieri politici, ora ci sono di nuovo.
Molti si trovano in carcere per aver criticato la guerra in Cecenia,
o gli abusi dell’esercito in quella regione, o l’inquinamento delle scorie
nucleari militari. Oggi
È stato detto che la verità è di solito la prima vittima di ogni
guerra, la cui storia viene poi scritta dai vincitori. Questo è particolarmente
vero per
Il vuoto
che ne è risultato è stato poi rapidamente riempito da
Grandi Bugie che oggi sono universalmente accettate e che non si possono più
mettere in dubbio senza essere considerati stravaganti. Così, quando il muro di
Berlino è caduto, i leader occidentali si sono
affrettati a proclamare le due più grandi bugie del secolo: la prima è che “
Traduzione di Maria Sepa.
Il testo che pubblichiamo è la sintesi dell’intervento che
lo storico russo Vladimir Bukovskij
pronuncia oggi al festival Pordenonelegge.it, in un
incontro dal titolo “
PORDENONE. Grido d’allarme, ieri a Pordenonelegge.it,
dello studioso russo Vladimir Bukovskij, dissidente
politico più volte arrestato dal regime dell’Unione Sovietica, lucido
osservatore dell’Europa dell’Est prima e dopo il crollo del muro di Berlino, e
autore di numerosi illuminanti saggi come Urss: dall’utopia al disastro e Gli
archivi segreti di Mosca. “Sono molto preoccupato – ha detto Bukovskij -, perché in Occidente nessuno sa che cosa sta
succedendo oggi in Russia, né si prepara ad affrontare il futuro”.
Quale? “La frammentazione della
Federazione russa, con conseguenze inimmaginabili”. Durissimo il
giudizio sulla Russia di Putin. “Uomo piccolo e
grigio, che l’Occidente ha salutato come liberale – ha dichiarato -, ma che ora
sta dimostrando il suo vero volto: centralismo, fine della libertà di stampa,
economia gestita con la corruzione, appoggio alla Corea del Nord e all’Iran”. Bukovskij l’aveva previsto. “Perché
Putin è stato un uomo del Kgb
– ha precisato -, e il Kgb, reparto armato del
defunto partito comunista, continua a tenere in pugno tutto il Paese. È tornata la paura”.
“Il Piccolo”, 25 settembre 2006
Ma cos’è davvero cambiato
dopo il crollo del Muro di Berlino? Se lo sono chiesto in
molti e diversissime sono state le risposte. Uno degli osservatori più
attenti in questo senso è Vladimir Bukovskij,
dissidente politico più volte arrestato e condannato dal regime sovietico e poi
esiliato in Gran Bretagna dove oggi vive a Cambridge.
Presentato da Antonella Silvestrini
e da Elena Corti, Bukovskij a Pordenone ha parlato de
Mosca è ancora alle prese con una difficile transizione
verso una democrazia compiuta, capace di ascoltare le istanze
delle svariatissime componenti di quell’immensa
nazione; l’Europa dal canto suo, sta vivendo un momento di grande involuzione
democratica e di miopia politica causata anche dalla preponderante importanza
raggiunta dall’economia e dalla finanza nelle cure degli Stati. Il dialogo tra
queste due entità, insomma, al di là delle apparenze,
è ancora difficile e lontano come quando il Muro era ancora in piedi.
“Messaggero Veneto”, 25
settembre 2006